Alcune fotografie non sono semplici immagini. Sono eventi. Hanno fermato guerre, rovesciato governi, scosso coscienze, definito epoche intere in un singolo fotogramma. Il filosofo Roland Barthes distingueva nel testo fotografico lo studium — l’interesse culturale, il contesto leggibile — dal punctum, quella “puntura” emotiva che colpisce lo spettatore in modo del tutto personale, inaspettato e irresistibile. Le fotografie più famose della storia possiedono entrambe le dimensioni in misura straordinaria: si capiscono subito, ma non smettono mai di colpire.
Questa guida raccoglie le 50 fotografie più famose e iconiche della storia, dalla prima immagine mai ottenuta per via chimica nel 1826 agli scatti del XXI secolo che continuano a definire il nostro sguardo sul mondo. Per ciascuna viene ricostruito il contesto storico, la tecnica fotografica, il destino del soggetto e il motivo per cui quella specifica immagine — tra milioni di immagini possibili — è diventata memoria collettiva universale.
In sintesi
- Le fotografie iconiche si riconoscono per tre qualità simultanee: immediatezza visiva, profondità di contesto storico e capacità di sintetizzare una condizione umana universale in un singolo scatto.
- La prima fotografia della storia è Veduta dalla finestra a Le Gras di Nicéphore Niépce (1826), ottenuta con un’esposizione di circa otto ore.
- Le fotografie di guerra — da Robert Capa a Nick Ut, da Eddie Adams a Kevin Carter — hanno storicamente cambiato l’opinione pubblica sull’uso della forza militare più di qualsiasi testo giornalistico.
- La Ragazza afghana di Steve McCurry (1984) è considerata la fotografia più riconosciuta al mondo.
- Il Guerrillero Heroico di Alberto Korda (1960) è la fotografia più riprodotta della storia.
- Cinque fotografie italiane — tra cui scatti di Letizia Battaglia e Mario Giacomelli — figurano tra le immagini che hanno definito il canone mondiale della fotografia d’autore.
Indice dei Contenuti
- Cosa Rende Iconica una Fotografia
- Le Origini: le Prime Fotografie della Storia (1826–1900)
- Fotografie Iconiche della Prima Metà del Novecento (1900–1945)
- Gli Anni del Dopoguerra e la Guerra Fredda (1945–1970)
- Il Vietnam e gli Anni Settanta: le Fotografie che Fermarono una Guerra
- Dagli Anni Ottanta agli Anni Novanta: Geopolitica, Umanità e Crisi
- Le Fotografie Iconiche Italiane
- Le Fotografie dello Spazio: quando la Terra diventa Soggetto
- Il XXI Secolo: le Nuove Icone
- FAQ
Cosa Rende Iconica una Fotografia
Non esiste una formula. Se ci fosse, chiunque potrebbe produrre fotografie destinate alla storia. Ma analizzando le immagini che nel tempo hanno raggiunto lo status di icona, emergono alcune costanti. La prima è la semplicità compositiva: le fotografie più potenti tendono a organizzare la scena in modo che lo sguardo dello spettatore non abbia dubbi su dove posarsi e cosa leggere. La seconda è la carica emotiva immediata: non richiedono spiegazioni, colpiscono prima che la mente razionale intervenga a contestualizzare. La terza è il valore storico: le immagini iconiche cristallizzano momenti di svolta, momenti in cui il mondo non tornerà come prima.
Henri Cartier-Bresson teorizzò il momento decisivo: quell’istante imponderabile in cui tutti gli elementi visivi di una scena convergono in una composizione perfetta, irripetibile. Ma molte delle fotografie più famose della storia non sono state frutto del riflesso istantaneo del fotografo: alcune erano costruite, alcune erano rubate, alcune erano frutto di lunghe attese. Ciò che conta, alla fine, è il risultato: un’immagine capace di sopravvivere al suo momento e di continuare a parlare a generazioni diverse.
Vale anche la pena notare che molte fotografie iconiche sono state accompagnate da controversie: sulla loro autenticità, sull’etica del fotografo, sull’uso successivo che ne è stato fatto. Queste controversie, anziché indebolirle, spesso ne hanno rafforzato la presenza nell’immaginario collettivo. Una fotografia che fa discutere è una fotografia che continua a vivere.
Le Origini: le Prime Fotografie della Storia (1826–1900)
1. Veduta dalla finestra a Le Gras — Nicéphore Niépce, 1826
Autore: Nicéphore Niépce | Anno: 1826 circa | Tecnica: Eliografia su piastra di stagno ricoperta di bitume di Giudea | Conservazione: Harry Ransom Center, University of Texas at Austin
È la prima fotografia della storia e anche, a prima vista, la meno spettacolare. Guardandola si vedono a malapena i tetti di un edificio e il cortile di una casa di campagna in Borgogna, in Francia. L’immagine è sfocata, slavata, quasi illeggibile. Eppure questa lastra di stagno rappresenta uno dei grandi salti concettuali della storia dell’umanità: la prima volta che la luce ha potuto fissare autonomamente la propria impronta su una superficie, senza la mediazione della mano dell’artista. Niépce la ottenne con un’esposizione di circa otto ore — alcune fonti indicano anche di più — posizionando la sua camera oscura davanti alla finestra del suo studio nel podere di Le Gras. Il sole nel tempo dell’esposizione percorse il cielo da est a ovest, illuminando entrambi i lati dell’edificio in modo che appare impossibile in qualsiasi istante reale della giornata. Niépce chiamò il suo processo héliographie — scrittura della luce. Morì nel 1833 senza vedere il successo commerciale della fotografia, che sarebbe arrivato con il dagherrotipo di Daguerre nel 1839.
2. L’Atelier del fotografo — Louis Daguerre, 1837
Autore: Louis Daguerre | Anno: 1837 | Tecnica: Dagherrotipo | Conservazione: Société Française de Photographie, Parigi
Daguerre, scenografo e illusionista prima ancora che inventore, perfezionò il processo di Niépce e nel 1839 lo presentò all’Académie des Sciences di Parigi, dando vita ufficialmente alla fotografia come mezzo pubblicamente accessibile. Ma questa immagine del suo studio — con oggetti disposti con evidente cura compositiva, calchi in gesso, canestri, un cavalletto — fu realizzata due anni prima, come dimostrazione della qualità straordinaria dei dagherrotipi. La nitidezza era per l’epoca semplicemente incredibile: si potevano leggere le lettere su un libro aperto sul tavolo. Il dagherrotipo non produceva negativi né copie: ogni immagine era unica, irripetibile, come uno specchio che avesse deciso di ricordare ciò che aveva riflesso.
3. La prima fotografia con persone — Louis Daguerre, 1838
Autore: Louis Daguerre | Anno: 1838 | Tecnica: Dagherrotipo | Conservazione: Bayerisches Nationalmuseum, Monaco
Il Boulevard du Temple di Parigi, uno dei viali più frequentati della città, fotografato dall’alto con un’esposizione di circa dieci minuti. A quei tempi di posa così lunghi, le carrozze, i pedoni, il traffico cittadino scomparivano nell’immagine come fantasmi mossi. Solo in basso a sinistra sono rimaste visibili due figure: un uomo fermo che faceva lustrare le scarpe e il lustrascarpe inginocchiato ai suoi piedi. Sono i primi esseri umani mai catturati in una fotografia. Non conosceremo mai i loro nomi, non sapranno mai di essere stati i protagonisti di quel momento storico. Guardando questa immagine si percepisce qualcosa di vertiginoso: il vuoto di un boulevard pieno di gente, e in mezzo a quel vuoto, due uomini che esistono perché erano fermi abbastanza a lungo.
4. Il Colosseo — Frères Bisson, 1858
Autore: Auguste-Rosalie Bisson e Louis-Auguste Bisson | Anno: 1858 circa | Tecnica: Stampa all’albumina da negativo al collodio
I fratelli Bisson furono tra i primi fotografi a documentare sistematicamente il patrimonio monumentale europeo, anticipando di decenni la moderna fotografia di architettura. La loro immagine del Colosseo romano, scattata con una camera di grande formato e un’esposizione di diversi minuti, raggiunge una qualità di dettaglio che le stampe dell’epoca non avevano mai visto. Il Colosseo appare deserto, come una reliquia geologica più che architettonica. Questa immagine aprì la stagione delle vedute fotografiche come sostituto dei disegni di viaggio: per la prima volta i turisti potevano tornare a casa con una prova visiva della loro presenza nei grandi siti della storia. In Italia, fotografi come Carlo Naya e i Fratelli Alinari avrebbero percorso la stessa strada con risultati fondamentali per la cultura visiva europea.
Fotografie Iconiche della Prima Metà del Novecento (1900–1945)
5. Bambini lavoratori nelle miniere di carbone — Lewis Hine, 1908–1912
Autore: Lewis Hine | Anni: 1908–1912 | Tecnica: Bianco e nero, fotografia documentaria | Committente: National Child Labor Committee, USA
Lewis Hine non cercava la bellezza. Cercava la verità, e la trovava nei volti sporchi di carbone di bambini di otto, dieci, dodici anni che lavoravano nelle miniere della Pennsylvania, negli stabilimenti tessili del Sud, nelle fabbriche di vetro del Midwest. Per fotografarli si finse ispettore del lavoro, venditore di Bibbie, tutto ciò che era necessario per entrare in quei luoghi. Le sue fotografie — migliaia di immagini nell’arco di un decennio — contribuirono direttamente all’approvazione del Child Labor Act del 1916 negli Stati Uniti, una delle prime leggi federali a limitare il lavoro minorile. Hine dimostrò che la fotografia poteva essere strumento di riforma sociale, che un’immagine ben diffusa valeva più di mille discorsi parlamentari. Il suo lavoro è il precedente diretto di tutta la fotografia umanitaria del XX secolo.
6. Il sorriso di Mona Lisa fotografato — 1910 circa
Nota: inclusa come esempio di fotografia d’arte riprodotta, per il suo ruolo nella storia della diffusione culturale attraverso l’immagine fotografica. La fotografia del Louvre e delle sue opere trasformò la cultura visiva europea, portando i capolavori nei salotti di chi non avrebbe mai potuto viaggiare a Parigi.
7. Morte di un miliziano — Robert Capa, 1936
Autore: Robert Capa (André Friedmann) | Anno: 5 settembre 1936 | Tecnica: Bianco e nero, 35mm Leica | Luogo: Cerro Muriano, fronte di Córdoba, Spagna | Premio: Life magazine, prima pagina mondiale
Un soldato repubblicano spagnolo nel momento esatto in cui viene colpito a morte da un proiettile franchista. Il corpo che cade all’indietro, il fucile che vola via, la mano aperta: tutto in quell’immagine parla di un istante che non esiste più nel momento stesso in cui viene fissato sulla pellicola. Robert Capa — nato André Friedmann a Budapest nel 1913, morto nel 1954 su una mina antiuomo in Indocina — è considerato il padre del fotogiornalismo moderno. Il suo motto, diventato leggenda: “Se la tua foto non è abbastanza buona, non sei abbastanza vicino”. La fotografia fu pubblicata da Life il 12 luglio 1937 e divenne immediatamente la prova visiva dell’orrore della guerra civile spagnola. Decenni dopo, storici e fotografi hanno sollevato dubbi sulla sua autenticità: era un momento reale o una scena ricostruita? Il dibattito è rimasto aperto. Quello che non è in discussione è l’impatto: milioni di persone nel mondo, per la prima volta, videro un uomo morire in fotografia.
8. Migrant Mother — Dorothea Lange, 1936
Autore: Dorothea Lange | Anno: marzo 1936 | Tecnica: Bianco e nero, Graflex | Luogo: Nipomo, California, USA | Conservazione: Library of Congress, Washington D.C.
Florence Owens Thompson aveva 32 anni e sette figli quando Dorothea Lange si fermò nel campo di raccoglitori di piselli di Nipomo, in California, durante la Grande Depressione. Thompson guardava lontano, i bambini nascondevano il viso nella sua spalla, la mano destra sfiorava il mento in un gesto di preoccupazione silenziosa. Lange scattò sei fotografie in pochi minuti. Questa è la quinta. Divenne il simbolo della Grande Depressione americana, pubblicata ovunque, usata dal governo Roosevelt per sensibilizzare il pubblico sul programma di aiuti alle famiglie rurali. Florence Thompson non vide mai un centesimo da quell’immagine. Scoperta la sua identità solo nel 1970, protestò a lungo contro l’uso della sua immagine. Sul letto di morte, nel 1983, i suoi figli raccolsero trentamila dollari dai lettori del San Jose Mercury News per pagarle le operazioni. Lange aveva promesso di non pubblicare le fotografie: non mantenne la promessa. La fotografia rimane comunque il punto di riferimento assoluto di qualsiasi immagine sulla povertà.
9. Alzabandiera a Iwo Jima — Joe Rosenthal, 1945
Autore: Joe Rosenthal (Associated Press) | Anno: 23 febbraio 1945 | Tecnica: Bianco e nero, Speed Graphic 4×5 | Luogo: Cima del Monte Suribachi, isola di Iwo Jima, Pacifico | Premio: Pulitzer 1945
Sei marines che issano la bandiera americana sulla vetta del Monte Suribachi, su un’isola di sabbia nera a 1.200 chilometri dal Giappone, mentre la battaglia infuria ancora ai piedi della collina. Rosenthal era stato scartato dall’esercito americano per problemi di vista e lavorava per AP. Stava per rinunciare a salire il monte quando si accorse che qualcosa stava accadendo: si voltò, alzò la macchina, scattò senza nemmeno guardare nel mirino. Lo scatto non era il primo innalzamento della bandiera — ce n’era stato uno qualche ora prima, più piccolo — ma era quello giusto, con la composizione giusta: il contrappunto delle figure umane contro la diagonale del palo, la bandiera che si tende nel vento, l’isola nera sullo sfondo. Vinse il Pulitzer, divenne il modello per il memoriale dei marines a Washington e per francobolli, manifesti, film. Tre dei sei marines ritratti erano già morti quando la fotografia fu pubblicata.
10. Bandiera rossa sul Reichstag — Yevgeny Khaldei, 1945
Autore: Yevgeny Khaldei | Anno: 2 maggio 1945 | Tecnica: Bianco e nero, Leica III | Luogo: Berlino, tetto del Reichstag
Un soldato sovietico che issa la bandiera rossa con la falce e il martello sulle rovine del Reichstag, il parlamento tedesco, mentre Berlino brucia ancora sotto di lui: questa è la fotografia che segnò la fine del nazismo nell’immaginario collettivo. Khaldei, fotografo dell’agenzia TASS, portò con sé la bandiera appositamente da Mosca. La scena fu ricostruita il 2 maggio, due giorni dopo la caduta effettiva del Reichstag. In fase di stampa, Khaldei ritoccò l’immagine per rimuovere un secondo orologio al polso del soldato in primo piano — segnale inequivocabile che aveva saccheggiato — e per accentuare il fumo sullo sfondo. Le manipolazioni in camera oscura non erano rare all’epoca. Rimane una delle fotografie più potenti della storia della Seconda guerra mondiale, il contrappunto speculare all’alzabandiera americana su Iwo Jima: due immagini costruite per la propaganda che sono diventate documenti storici.
Gli Anni del Dopoguerra e la Guerra Fredda (1945–1970)
11. Il Bacio di Times Square — Alfred Eisenstaedt, 1945
Autore: Alfred Eisenstaedt (Life magazine) | Anno: 14 agosto 1945 | Tecnica: Bianco e nero, Leica | Luogo: Times Square, New York
Era il giorno della resa del Giappone. La guerra era finita. A Times Square la gente festeggiava per le strade quando un marinaio americano afferrò un’infermiera che non aveva mai incontrato e la baciò di scatto, con forza, senza che lei potesse fare nulla per evitarlo. Eisenstaedt scattò quattro fotografie in pochi secondi. Questa è la terza: la composizione è perfetta, il bianco dell’uniforme dell’infermiera contro il nero della divisa del marinaio, il bacio che coglie di sorpresa, lo spazio vuoto che li isola dalla folla. Pubblicata su Life come simbolo della vittoria e della gioia collettiva, divenne una delle immagini più amate del Novecento. Decenni dopo l’interpretazione cambiò: non era un bacio consensuale. La donna — identificata come Greta Zimmer Friedman — disse in interviste successive di essere stata colta di sorpresa e di non aver potuto fare nulla. Lo stesso marinaio, George Mendonsa, la descrisse come “eccitazione del momento”. La fotografia vive ancora come simbolo di gioia, ma porta con sé una complessità che il tempo ha reso visibile.
12. Bambino nel ghetto di Varsavia — fotografo SS anonimo (attribuito a Franz Konrad), 1943
Anno: maggio 1943 | Tecnica: Bianco e nero | Contesto: Rapporto Stroop sulla distruzione del ghetto di Varsavia
Un bambino di forse sette anni, cappotto troppo grande, cappellino calato sulla fronte, mani alzate davanti a un soldato armato delle SS. La fotografia non ha un autore certo: fu inclusa nell’album di 54 immagini allegato al “Rapporto Stroop”, il documento con cui il generale delle SS Jürgen Stroop informò i suoi superiori della liquidazione del ghetto di Varsavia nel maggio 1943. Il ghetto era stato la casa di 450.000 ebrei; dopo l’insurrezione del 1943, circa 56.000 sopravvissuti vennero deportati a Treblinka. Il bambino fotografato non fu mai identificato. La sua immagine è diventata il simbolo universale dell’Olocausto: l’innocenza del singolo di fronte alla macchina dello sterminio. Il documento fotografico come prova di crimine contro l’umanità — usato nei processi di Norimberga — rappresentò anche la prima volta in cui la fotografia divenne strumento giuridico in un processo internazionale.
13. Guerrillero Heroico — Alberto Korda, 1960
Autore: Alberto Díaz Gutiérrez, detto Korda | Anno: 5 marzo 1960 | Tecnica: Bianco e nero, Leica M2 con obiettivo 90mm, pellicola Kodak Plus-X | Luogo: L’Avana, Cuba
L’Avana, 5 marzo 1960. Si celebrano i funerali delle vittime dell’esplosione della nave La Coubre, sabotata dalla CIA nel porto della capitale. Ernesto Guevara de la Serna — medico argentino, comandante militare della rivoluzione cubana — è sul palco tra i dirigenti del movimento. Korda, fotografo ufficiale del governo cubano, lo inquadra per un istante: basco, giacca da combattimento, sguardo fisso all’orizzonte con un’espressione tra la determinazione e la malinconia. Scatta due fotogrammi. L’immagine viene pubblicata su un giornale cubano ma non ha grande diffusione. Korda la regala nel 1967 all’editore italiano Giangiacomo Feltrinelli, che la stampa come poster dopo la morte del Che in Bolivia. Da quel momento diventa la fotografia più riprodotta della storia: su miliardi di poster, magliette, tazze, tatuaggi, bandiere. Korda non ricevette mai un centesimo di royalties — Cuba non aderiva alle convenzioni internazionali sul copyright — e dichiarò di non volerli: era soddisfatto che l’immagine avesse diffuso la memoria del Che nel mondo. Morì nel 2001.
14. Lunch atop a Skyscraper — Charles Ebbets (attribuito), 1932
Anno: 20 settembre 1932 | Tecnica: Bianco e nero | Luogo: 30 Rockefeller Plaza, New York, durante la costruzione
Undici operai seduti su una trave d’acciaio a 250 metri d’altezza sopra Manhattan, in pausa pranzo, come se fossero su una panchina del parco. Mangiano, fumano, chiacchierano. Sotto di loro la città è un’astrazione verticale di tetti e torri. Nessuno sembra avere paura. Scattata durante la costruzione del 30 Rockefeller Plaza — il centro del futuro complesso Rockefeller Center — questa fotografia è diventata il simbolo della forza operaia americana degli anni della Grande Depressione: uomini che costruivano il futuro in condizioni impossibili, senza reti di sicurezza, letteralmente sospesi nel vuoto. L’identità degli operai ritratti non è mai stata stabilita con certezza; si ipotizza fossero immigrati irlandesi. La fotografia fu scattata come materiale promozionale per la costruzione, ma la composizione — così casuale nella sua perfezione — la trasformò in qualcosa di molto più grande.
15. Bacio davanti all’Hôtel de Ville — Robert Doisneau, 1950
Autore: Robert Doisneau | Anno: 1950 | Tecnica: Bianco e nero, Rolleiflex | Luogo: Place de l’Hôtel de Ville, Parigi
Una coppia di giovani che si bacia sotto il sole parigino, indifferente al movimento della piazza intorno a loro. L’immagine è diventata la cartolina romantica di Parigi, riprodotta su milioni di poster e oggetti decorativi in tutto il mondo. Ma nasconde un segreto: non era spontanea. Doisneau — maestro della fotografia umanista francese, allievo spirituale di Cartier-Bresson — aveva ingaggiato due giovani attori, Françoise Bornet e Jacques Carteaud, e chiesto loro di baciarsi in diversi punti di Parigi mentre lui li fotografava. La rivelazione arrivò nel 1992, quando Doisneau era ancora in vita, scatenata da una coppia che rivendicava di essere i soggetti dello scatto. Lo stesso Doisneau ammise la messinscena. Il dibattito che seguì aprì una riflessione fondamentale sui confini tra documentario e costruzione nella fotografia. L’immagine rimane bellissima — ma non è quello che sembra.
Il Vietnam e gli Anni Settanta: le Fotografie che Fermarono una Guerra
16. Esecuzione di Saigon — Eddie Adams, 1968
Autore: Eddie Adams (Associated Press) | Anno: 1 febbraio 1968 | Tecnica: Bianco e nero, Nikon | Luogo: Saigon, Vietnam del Sud | Premio: Pulitzer 1969, World Press Photo of the Year 1968
Il generale Nguyễn Ngọc Loan, capo della polizia sudvietnamita, spara alla testa del prigioniero Nguyễn Văn Lém nel momento esatto in cui il proiettile colpisce. Adams era lì per caso, seguendo le operazioni militari durante l’offensiva del Tết. Lo scatto dura una frazione di secondo: il braccio teso del generale, la pistola puntata alla tempia, la smorfia della vittima nel momento esatto della morte. La fotografia fu pubblicata ovunque e contribuì in modo determinante al crollo del sostegno dell’opinione pubblica americana alla guerra in Vietnam. Eddie Adams ne fu tormentato per tutta la vita: il generale Loan era in realtà un combattente della resistenza anticomunista e l’uomo che aveva giustiziato aveva appena massacrato una famiglia di ufficiali. “La mia fotografia ha rovinato la sua vita”, disse Adams del generale. “Ho ucciso il generale con la mia macchina fotografica“. Adams morì nel 2004. Il generale Loan morì nel 1998, dopo anni di vita in anonimato negli Stati Uniti dove aveva aperto una pizzeria vicino Washington.
17. La bambina di Napalm — Nick Ut, 1972
Autore: Huynh Cong Ut, detto Nick Ut (Associated Press) | Anno: 8 giugno 1972 | Tecnica: Bianco e nero, Leica | Luogo: Trang Bang, Vietnam del Sud | Premio: Pulitzer 1973, World Press Photo of the Year 1972
Kim Phúc aveva nove anni quando i bombardieri sudvietnamiti sganciarono per errore bombe al napalm sul villaggio di Trang Bang, dove si erano rifugiati civili. Scappò dal tempio in fiamme urlando “Scotta, scotta!”, la schiena bruciata, le braccia ustionate, il vestito consumato dal fuoco. Nick Ut, 21 anni, fotografo AP, stava documentando le operazioni militari. Quando la vide, smise di fotografare, la mise nell’auto e la portò in ospedale. I medici dissero che non avrebbe dovuto sopravvivere. Sopravvisse. La fotografia — che mostrò i primi nudi frontali di un bambino mai pubblicati in prima pagina da un quotidiano americano — fece il giro del mondo e si dice abbia contribuito a far perdere agli USA la guerra in Vietnam, trasformando l’opinione pubblica in modo definitivo. Kim Phúc vive oggi in Canada. Ha perdonato pubblicamente i piloti che la bombardarono. Nick Ut le è rimasto amico per tutta la vita.
18. L’Uomo del Napalm — Ron Haeberle, 1969 (foto del massacro di My Lai, 1968)
Autore: Ronald Haeberle (Life magazine) | Anno: scattata il 16 marzo 1968, pubblicata nel 1969 | Luogo: My Lai, Vietnam del Sud
Il 16 marzo 1968, una compagnia dell’esercito americano massacrò tra i 347 e i 504 civili vietnamiti nel villaggio di My Lai: contadini, donne, bambini, anziani. Il fotografo militare Ron Haeberle era presente con la sua macchina fotografica personale — oltre a quella ufficiale — e scattò immagini che per più di un anno rimasero nascoste. Quando Life le pubblicò nel dicembre 1969, assieme all’inchiesta del giornalista Seymour Hersh, l’America fu costretta a fare i conti con la propria capacità di atrocità. Il processo al tenente William Calley, unico condannato per il massacro, durò anni tra controversie e proteste. Le fotografie di Haeberle restano tra le prove più dirette dei crimini di guerra americani in Vietnam e tra le immagini più difficili da guardare nella storia del fotogiornalismo.
Dagli Anni Ottanta agli Anni Novanta: Geopolitica, Umanità e Crisi
19. Ragazza afghana — Steve McCurry, 1984
Autore: Steve McCurry (National Geographic) | Anno: 1984 | Tecnica: Colore, Nikon FM2, pellicola Kodachrome 64 | Luogo: Campo profughi di Nasir Bagh, Pakistan | Copertina: National Geographic, giugno 1985
Sharbat Gula aveva circa dodici anni quando McCurry la fotografò in una tenda adibita a scuola nel campo profughi pakistano dove si era rifugiata fuggendo dall’Afghanistan invaso dai sovietici. I suoi occhi verdi — rari nella sua etnia pashtun — guardano direttamente nell’obiettivo con un’intensità che non ha bisogno di traduzioni. McCurry racconta che lei non voleva essere fotografata; la inseguì, la convinse, scattò. La fotografia apparve sulla copertina di National Geographic nel giugno 1985 diventando immediatamente la più riconosciuta nella storia della rivista e, secondo molti, la più riconosciuta al mondo. Per diciassette anni il nome della ragazza rimase sconosciuto. Nel 2002 McCurry tornò in Afghanistan e la ritrovò, ormai adulta e velata, attraverso il test del DNA sull’iride. Si chiamava Sharbat Gula. Viveva in Pakistan con il marito e tre figlie. Nel 2016 fu arrestata per possesso di documenti falsi e deportata in Afghanistan. La sua storia continua.
20. L’Uomo di Piazza Tienanmen — Jeff Widener, 1989
Autore: Jeff Widener (Associated Press) | Anno: 5 giugno 1989 | Tecnica: Colore, Nikon F3, teleobiettivo 400mm | Luogo: Viale Chang’an, Pechino
Il giorno dopo il massacro di Piazza Tienanmen, dove l’esercito cinese aveva aperto il fuoco su studenti che manifestavano per la democrazia, un uomo solitario in giacca bianca con due sacchetti della spesa si posizionò di fronte a una colonna di carri armati Type 59 e non si spostò. I carri frenarono. L’uomo salì sul primo carro, scambiò alcune parole con il conducente, scese, tornò davanti al carro. Widener scattava dall’ottavo piano dell’Hotel Beijing, con febbre alta a 39 gradi e una sola roll di pellicola. L’identità del Tank Man — così fu chiamato — non è mai stata accertata. Il governo cinese non ha mai rivelato cosa gli accadde. L’immagine è censurata in Cina e non appare sui motori di ricerca cinesi. Fuori dalla Cina è diventata il simbolo universale della resistenza nonviolenta dell’individuo contro il potere dello stato.
21. Il bambino e l’avvoltoio — Kevin Carter, 1993
Autore: Kevin Carter | Anno: marzo 1993 | Tecnica: Bianco e nero, Nikon | Luogo: Ayod, Sudan meridionale | Premio: Pulitzer 1994
Un bambino sudanese emaciato, accovacciato a terra, che cerca di raggiungere un centro di aiuti dell’ONU. Dietro di lui, a pochi metri, un avvoltoio lo osserva in attesa. Carter, membro del Bang-Bang Club — il gruppo di fotografi sudafricani che documentavano le atrocità dell’apartheid e delle crisi africane — era arrivato in Sudan con un volo militare dell’ONU. Quando il New York Times pubblicò la fotografia il 26 marzo 1993, le reazioni del pubblico furono immediate e violente: centinaia di lettori scrissero alla redazione per chiedere cosa fosse successo al bambino. Carter dichiarò di averlo aiutato, ma di non conoscerne il destino. La fotografia vinse il Pulitzer nel 1994. Tre mesi dopo Carter si suicidò a 33 anni, consumato dalla depressione, dalla dipendenza da droghe e dal peso di ciò che aveva visto e fotografato in anni di reportage in zone di guerra. La sua storia rimane la riflessione più dolente sul costo umano del fotogiornalismo di crisi.

22. Abbey Road — Iain Macmillan, 1969
Autore: Iain Macmillan | Anno: 8 agosto 1969 | Tecnica: Bianco e nero, Hasselblad | Luogo: Abbey Road, Londra
Un poliziotto che blocca il traffico, una scala in mezzo alla strada, sei scatti in dieci minuti: i Beatles che attraversano le strisce pedonali davanti agli studi EMI di Abbey Road, in un ordine che sembrava casuale ma che Paul McCartney aveva pensato con cura. John Lennon in bianco, Ringo Starr in nero, Paul McCartney scalzo, George Harrison in jeans. Macmillan salì sulla scala, scattò sei fotografie, la terza fu scelta per la copertina. L’album uscì a settembre 1969, pochi mesi prima dello scioglimento del gruppo. La copertina divenne subito leggendaria, al punto che le strisce pedonali di Abbey Road sono oggi un monumento nazionale e migliaia di turisti ogni anno si fotografano nello stesso punto, replicando goffamente il passo dei quattro. È forse la fotografia più famosa della storia della musica.
23. John Lennon e Yoko Ono — Annie Leibovitz, 1980
Autore: Annie Leibovitz (Rolling Stone) | Anno: 8 dicembre 1980 | Tecnica: Colore, Minolta | Luogo: Appartamento Dakota, New York
Erano le cinque del pomeriggio dell’8 dicembre 1980. John Lennon e Yoko Ono erano nella loro casa al Dakota di New York per un servizio fotografico di Rolling Stone. Leibovitz chiese a Lennon di togliersi i vestiti per lo scatto; lui obbedì immediatamente. Nell’immagine Lennon è nudo, raggomitolato intorno a Yoko che è vestita di nero, la bacia sul collo. Yoko aveva chiesto di restare vestita — voleva apparire “come una donna del mondo reale”. Lennon disse che amava l’idea. Leibovitz ricorda che Yoko era a disagio, che l’immagine non piaceva a lei stessa. Quattro ore dopo, mentre usciva dallo stesso palazzo, Lennon fu assassinato da Mark David Chapman. Leibovitz tornò la sera stessa per fotografare il corpo a terra. L’immagine del ritratto divenne la copertina postuma di Rolling Stone di gennaio 1981, una delle più toccanti nella storia della rivista. Leibovitz disse che catturò “la perfezione della loro relazione”.
24. Morte di Alan Kurdi — Nilüfer Demir, 2015
Autore: Nilüfer Demir (agenzia DHA) | Anno: 2 settembre 2015 | Tecnica: Colore, digitale | Luogo: Spiaggia di Bodrum, Turchia
Alan Kurdi aveva tre anni. Era siriano. Stava cercando di raggiungere l’Europa su un gommone sovraffollato partito dalla Turchia quando la barca si rovesciò. Nilüfer Demir, fotoreporter turca, lo trovò sulla spiaggia di Bodrum, vestito con una maglietta rossa e pantaloncini blu, i piedi scalzi nella sabbia. La fotografia — pubblicata il 2 settembre 2015 — fece il giro del mondo in poche ore e trasformò radicalmente il dibattito europeo sui rifugiati: da questione politica astratta a realtà umana concreta. La Germania aprì le frontiere. Angela Merkel disse: “Quello poteva essere mio figlio”. Decine di paesi cambiarono le loro politiche di accoglienza. Nilüfer Demir disse di aver esitato a lungo prima di fotografarlo: “Sentivo che c’era solo un modo per far capire l’entità di questa tragedia. Usare la fotografia”. L’immagine rimane la più potente del XXI secolo sulla crisi dei migranti.
Le Fotografie Iconiche Italiane
25. Scanno — Mario Giacomelli, 1957–1959
Autore: Mario Giacomelli | Anni: 1957–1959 | Tecnica: Bianco e nero ad alto contrasto, lavorazione chimica aggressiva in camera oscura | Luogo: Scanno, L’Aquila
Giacomelli non fotografava la realtà. La interpretava, la estorceva alla realtà, come diceva lui stesso. Le immagini della serie Scanno — donne anziane in abiti neri che attraversano una piazza, figure che sembrano proiettate su carta da xilografia, paesaggi in cui il bianco e il nero si fronteggiano come forze cosmiche — sono tra le più potenti nella storia della fotografia italiana. Giacomelli arrivò a Scanno, in Abruzzo, con una macchina fotografica economica e la certezza che il bianco e nero non fosse una limitazione tecnica ma un linguaggio espressivo completo. Stampava i suoi negativi in modo estremo, bruciando le mezze tinte, portando i neri a livelli che sembravano fisicamente impossibili, fino a ottenere immagini che assomigliano più a incisioni su legno che a fotografie. L’impatto sulla fotografia mondiale è stato profondo: John Szarkowski, storico direttore del dipartimento fotografico del MoMA, le incluse nella sua antologia dei grandi fotografi del Novecento.
26. Io non ho mani che mi accarezzino il volto — Mario Giacomelli, 1961–1963
Autore: Mario Giacomelli | Anni: 1961–1963 | Tecnica: Bianco e nero estremo | Luogo: Ospizio di Senigallia, Marche
Ispirata a una poesia di David Maria Turoldo sul dolore della vecchiaia, questa serie è considerata il capolavoro assoluto di Giacomelli. Gli anziani dell’ospizio di Senigallia — la stessa città marchigiana dove Giacomelli era nato e sarebbe morto — fotografati con una licenza quasi allucinatoria: figure che sembrano fluttuare nello spazio bianco, sagome in nero che paiono in procinto di dissolversi, scene di vita quotidiana trasformate in meditazioni sull’esistenza. Una delle immagini della serie è tra le più riprodotte nella storia della fotografia italiana: un anziano accasciato su se stesso, circondato da spazio bianco, che porta sulle spalle il peso di tutto il suo tempo. Il fotografo stesso disse di non aver chiesto il permesso ai soggetti: “Loro non sapevano cosa stessi facendo, e anch’io non lo sapevo. Sapevo solo che dovevo farlo”.
27. La bambina con il pallone — Letizia Battaglia, 1980
Autore: Letizia Battaglia | Anno: 1980 | Tecnica: Bianco e nero | Luogo: Palermo
Una bambina in abito a fiori che tiene in mano un pallone bianco nel cortile di un quartiere popolare di Palermo. Sorride. Alle spalle, il grigio di un edificio cadente. L’immagine è di una semplicità assoluta e di una potenza altrettanto assoluta: la gioia dell’infanzia contro lo sfondo della miseria e della violenza che Letizia Battaglia documentava in quegli anni nelle strade di Palermo. Questa fotografia è stata definita “il contrappunto necessario” all’intera produzione di Battaglia: lei non fotografava solo la morte e la mafia, fotografava anche la vita, la resistenza, la bellezza improbabile che continuava a emergere da una città in guerra con se stessa. È diventata la sua immagine più amata, quella che lei stessa scelse per rappresentarsi nelle retrospettive degli ultimi anni di vita.
28. Omicidio di Piersanti Mattarella — Letizia Battaglia, 1980
Autore: Letizia Battaglia | Anno: 6 gennaio 1980 | Tecnica: Bianco e nero | Luogo: Palermo
Il 6 gennaio 1980, il giorno dell’Epifania, Piersanti Mattarella — presidente della Regione siciliana, fratello del futuro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella — fu assassinato dalla mafia mentre stava uscendo di casa per andare a messa con la famiglia. Letizia Battaglia era lì. La fotografia ritrae Sergio Mattarella che regge il corpo del fratello morente tra le braccia, mentre la moglie e i figli sono sul retro dell’auto. È un’immagine di dolore privato diventato dolore pubblico, di storia personale che si intreccia con la grande storia. È diventata uno degli scatti più importanti nella storia del fotogiornalismo italiano, e rimane tra le immagini più cariche di significato politico e umano mai prodotte da un fotografo italiano.
29. Milano. Ritratti di fabbriche — Gabriele Basilico, 1978–1980
Autore: Gabriele Basilico | Anni: 1978–1980 | Tecnica: Bianco e nero, grande formato | Luogo: Periferia industriale di Milano
Non è una fotografia singola ma un corpo di lavoro che ha ridefinito la fotografia di architettura e di paesaggio urbano in Italia. Basilico — laureato in architettura al Politecnico di Milano — fotografò sistematicamente le fabbriche dismesse della periferia milanese con una camera di grande formato, esposizioni lunghe, punti di ripresa frontali e simmetrici che trasformavano gli edifici industriali in soggetti di una contemplazione quasi architettonica. Le fotografie uscirono nel 1981 in un volume che segnò una svolta nella fotografia italiana. Basilico dimostrò che il paesaggio industriale abbandonato era degno della stessa attenzione che i fotografi ottocenteschi dedicavano ai monumenti storici. Il suo metodo — paziente, geometrico, privo di qualsiasi sentimentalismo — diventò il punto di riferimento per una generazione intera di fotografi europei di paesaggio.
30. Kodachrome — Luigi Ghirri, 1978
Autore: Luigi Ghirri | Anno: 1978 | Tecnica: Colore, pellicola Kodachrome | Luogo: Italia
Le fotografie della serie Kodachrome di Ghirri — paesaggi italiani apparentemente banali, cartelloni pubblicitari, mappamondi, scorci di provincia, oggetti di tutti i giorni — rivoluzionarono il modo in cui la fotografia italiana concepiva il colore. Prima di Ghirri, la fotografia d’autore italiana era quasi esclusivamente in bianco e nero. Ghirri dimostrò che il colore poteva essere un linguaggio poetico, non solo commerciale: i suoi pastelli slavati, le sue tinte che sembrano sbiadite dal sole, la sua attenzione agli elementi minimi del paesaggio quotidiano aprirono una strada che influenzò generazioni di fotografi. Le immagini di Kodachrome non drammatizzano mai: mostrano semplicemente. Ma in quella semplicità si nasconde una profondità concettuale che li avvicina all’arte minimalista più che al reportage. Ghirri è il fotografo italiano del Novecento più studiato fuori dall’Italia.
Le Fotografie dello Spazio: quando la Terra diventa Soggetto
31. Earthrise — William Anders, 1968
Autore: William Anders (astronauta, NASA) | Anno: 24 dicembre 1968 | Tecnica: Colore, Hasselblad 500 EL con obiettivo 250mm, pellicola Ektachrome | Missione: Apollo 8
È la vigilia di Natale del 1968. Gli astronauti dell’Apollo 8 — Frank Borman, Jim Lovell e William Anders — sono in orbita intorno alla Luna, i primi esseri umani a fare questo viaggio. Durante il quarto giro, la Terra emerge lentamente sull’orizzonte lunare: un’oasi di blu e bianco in mezzo all’oscurità assoluta del cosmo. Anders grida agli altri di passargli la pellicola a colori, aveva già scattato con quella in bianco e nero, e riesce a fotografare la Terra che “sorge” sulla Luna. L’immagine è tecnicamente difficile — la Terra è piccola nel frame, l’esposizione era impegnativa — ma compositivamente perfetta: il suolo lunare nel primo piano, la Terra sospesa nel buio. L’ambientalista e astronomo Carl Sagan disse che questa fotografia, più di qualsiasi altra, fece capire agli esseri umani la fragilità del loro pianeta e diede impulso al movimento ambientalista degli anni Settanta.

32. Buzz Aldrin sulla Luna — Neil Armstrong, 1969
Autore: Neil Armstrong (NASA) | Anno: 20 luglio 1969 | Tecnica: Colore (e bianco e nero), Hasselblad 500EL Data Camera | Missione: Apollo 11
L’immagine più famosa dell’esplorazione spaziale: Buzz Aldrin in tuta bianca sulla superficie della Luna, con il visor dorato che riflette la figura di Armstrong che lo fotografa, il modulo lunare e il cielo senza stelle del cosmo. Armstrong aveva portato con sé la macchina fotografica montata sul petto; quasi tutte le foto della passeggiata lunare le aveva scattate lui, il che significa che Aldrin appare in molte più immagini di Armstrong stesso — che era il comandante e il primo a scendere. Non esiste una buona fotografia di Armstrong sulla superficie lunare. Questa immagine, scattata con una camera di grande formato senza mirino, in condizioni di luce estrema, senza possibilità di verifica immediata del risultato, è tecnicamente perfetta. E porta con sé un dettaglio che la rende inesauribile: nel visor di Aldrin si vede Armstrong che la scatta.
33. Pale Blue Dot — Voyager 1, 1990
Autore: NASA/JPL — suggerito da Carl Sagan | Anno: 14 febbraio 1990 | Tecnica: Fotografia digitale composita | Distanza: Circa 6 miliardi di chilometri dalla Terra
Su insistenza del fisico e astronomo Carl Sagan, la NASA girò la sonda Voyager 1 — a 6 miliardi di chilometri dalla Terra, ai margini del sistema solare — per fotografare il pianeta da cui era partita. Nella fotografia, la Terra è un punto azzurro pallido appena visibile in un raggio di luce solare diffuso. Sagan scrisse il commento più celebre mai scritto su un’immagine fotografica: “Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. Siamo noi. Su di esso tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, ha vissuto”. L’immagine rimane la prospettiva più umiliante e al tempo stesso liberatoria che la fotografia abbia mai prodotto: la Terra come granello di polvere nello sconfinato silenzio cosmico.
34. I pilastri della Creazione — Telescopio Hubble, 1995
Autore: Jeff Hester e Paul Scowen (NASA/ESA, Hubble Space Telescope) | Anno: 1° aprile 1995 | Tecnica: Composita da 32 immagini separate, luce visibile e infrarossa
Tre colonne di gas e polvere interstellare nella Nebulosa dell’Aquila, a circa 6.500 anni luce dalla Terra, dove stanno nascendo nuove stelle. La fotografia fu realizzata dal telescopio spaziale Hubble il primo aprile 1995 e pubblicata qualche mese dopo, diventando immediatamente la fotografia astronomica più famosa della storia. Le “colonne” misurano circa quattro anni luce di lunghezza: la distanza che la luce percorre in quattro anni. L’immagine composta da 32 fotogrammi separati poi assemblati a computer è tecnicamente una delle fotografie più complesse mai realizzate. Esteticamente è qualcosa che nessun pittore o illustratore avrebbe potuto immaginare: la bellezza pura della nascita delle stelle, un processo che dura milioni di anni e che Hubble ha fermato in un’immagine.
Il XXI Secolo: le Nuove Icone
35. Le Torri Gemelle — Thomas Hoepker, 2001
Autore: Thomas Hoepker (Magnum Photos) | Anno: 11 settembre 2001 | Tecnica: Colore, digitale | Luogo: Brooklyn, New York
Cinque giovani a Brooklyn che chiacchierano seduti al sole, apparentemente rilassati, mentre alle loro spalle si leva la colonna di fumo dall’attacco alle Torri Gemelle. Hoepker scattò la fotografia il mattino dell’11 settembre ma decise di non pubblicarla per cinque anni, convinto che potesse dare un’immagine sbagliata degli americani in quel momento. Nel 2006 la pubblicò nel volume “9/11: One Day in America”. Fu immediatamente controversa: molti la interpretarono come indifferenza dell’America al proprio dolore. I soggetti protestarono — erano in stato di shock, non rilassati — ma la fotografia aveva già assunto una vita propria. È oggi considerata una delle immagini più discusse dell’11 settembre, non per ciò che mostra ma per ciò che ha fatto pensare.
36. Abu Ghraib — Lynndie England, 2003 (fotografo ignoto)
Anno: 2003–2004 | Tecnica: Colore, digitale (fotografia amatoriale) | Luogo: Prigione di Abu Ghraib, Iraq
Nella primavera del 2004, le fotografie scattate dai soldati americani nella prigione di Abu Ghraib — che mostravano prigionieri iracheni umiliati, torturati e costretti in posizioni degradanti — cambiarono irreversibilmente la percezione internazionale della guerra in Iraq. Il Pentagono aveva classificato i documenti; il giornalista Seymour Hersh li rivelò al New Yorker. In quella serie di immagini amateuriali, scattate dai soldati stessi come souvenir, la soldatessa Lynndie England appariva sorridente mentre teneva al guinzaglio un prigioniero nudo. Le fotografie di Abu Ghraib dimostrarono che le atrocità non richiedono più fotografi professionisti per essere documentate: le telecamere digitali nelle mani dei partecipanti stessi sono sufficienti. Fu una rivoluzione nel fotogiornalismo e nella storia della documentazione bellica.
37. The Falling Man — Richard Drew, 2001
Autore: Richard Drew (Associated Press) | Anno: 11 settembre 2001 | Tecnica: Colore, digitale | Luogo: Torre Nord del World Trade Center, New York
Un uomo che cade dalla Torre Nord del World Trade Center, a testa in giù, perfettamente verticale, come se stesse immobile nell’aria. Si stima che circa duecento persone si siano gettate dalle torri quel mattino per sfuggire alle fiamme. Richard Drew, fotografo AP con trent’anni di esperienza, stava fotografando il fumo delle torri quando vide le persone cadere. Scattò dodici fotogrammi. In quello che Drew considera il più potente, l’uomo è verticale, perfettamente centrato nel frame, con la torre che occupa metà dell’immagine. L’identità dell’uomo non è mai stata definitivamente accertata, sebbene alcune indagini giornalistiche abbiano indicato probabili candidati. La fotografia fu pubblicata il 12 settembre 2001 da molti quotidiani e poi ritirata per le proteste dei lettori. Oggi è considerata una delle immagini più importanti e più difficili da guardare dell’11 settembre.
38. Wangari Maathai — Nubar Alexanian, 2004
Una fotografia che racconta la gioia del cambiamento: Wangari Maathai, prima donna africana a vincere il Premio Nobel per la Pace nel 2004, fotografata mentre pianta un albero in Kenya. Maathai aveva fondato il Green Belt Movement, che aveva piantato oltre quaranta milioni di alberi in Africa. L’immagine del Nobel che pianta un albero ha la semplicità e la forza delle grandi fotografie simboliche: un gesto concreto, quotidiano, che porta dentro di sé una visione del futuro.
39. Obama vince le elezioni — Callie Shell, 2008
Autore: Callie Shell (TIME magazine) | Anno: 4 novembre 2008 | Tecnica: Colore, digitale | Luogo: Chicago, Illinois
Barack Obama, appena eletto 44° presidente degli Stati Uniti e primo presidente afroamericano della storia, abbraccia sua moglie Michelle nel backstage del Grant Park di Chicago, prima del discorso della vittoria. Callie Shell aveva seguito Obama durante tutta la campagna elettorale. In questo scatto non c’è trionfo pubblico, non c’è la folla, non c’è il palco: c’è solo un uomo e sua moglie che si abbracciano nel momento in cui il mondo sta per cambiare. La fotografia è allo stesso tempo intima e storica, personale e universale. È il documento visivo del momento in cui l’America elesse per la prima volta un presidente di colore, cento quarantacinque anni dopo l’abolizione della schiavitù.
40. Le bare di Bergamo — fotografia di notizia, 2020
Anno: 18 marzo 2020 | Luogo: Bergamo, Lombardia, Italia
La notte del 18 marzo 2020, una colonna di camion militari percorse le strade di Bergamo carica di bare. Gli obitori della città erano al collasso. Il Covid-19 aveva ucciso così tante persone in così poco tempo che non c’era più spazio: le bare venivano trasferite in altre province per la cremazione. Le immagini — girate da un cittadino alla finestra e immediatamente condivise sui social — diventarono il simbolo della prima ondata della pandemia in Italia e nel mondo. Non erano scattate da un fotografo professionista con una macchina fotografica professionale: erano immagini tremanti, sgranate, notturne. Ma avevano una forza documentaria che nessuna elaborazione tecnica avrebbe potuto aggiungere. Questa è forse la prima grande fotografia della storia del XXI secolo a essere stata creata da un anonimo con il telefono e ad aver cambiato la percezione di un evento globale.
41. Ieshia Evans ad una protesta Black Lives Matter — Jonathan Bachman, 2016
Autore: Jonathan Bachman (Reuters) | Anno: 9 luglio 2016 | Tecnica: Colore, digitale | Luogo: Baton Rouge, Louisiana, USA
Ieshia Evans — infermiera, madre di un bambino, venuta da New York per manifestare a Baton Rouge dopo l’uccisione di Alton Sterling da parte della polizia — si avvicina da sola a due agenti in tenuta antisommossa, ferma, con un abito a fiori, le mani ai fianchi. La composizione è da manuale di fotografia: la donna immobile al centro, i due agenti simmetrici ai lati, la strada deserta sullo sfondo. Gli agenti si muovono per arrestarla. Lei non resiste. La fotografia fu immediatamente paragonata agli scatti del movimento per i diritti civili degli anni Sessanta: la stessa struttura di opposizione, la stessa dignità silenziosa di fronte alla forza. Fu definita da molti “la fotografia iconica del movimento Black Lives Matter”.
42. Greta Thunberg al Parlamento Europeo — EPA, 2019
Anno: 2019 | Luogo: Parlamento Europeo, Strasburgo
Greta Thunberg, sedici anni, guarda fisso in camera davanti ai parlamentari europei con un’espressione di determinazione che ha percorso il mondo. Non è una fotografia tecnicamente straordinaria, ma è il documento di un momento culturale: una ragazza svedese con le treccine che ha fermato i potenti del mondo con il solo peso del suo sguardo. Le fotografie di Greta Thunberg sono diventate le immagini simbolo di una generazione che chiede conto del proprio futuro.
43. Il ginocchio sul collo — Darnella Frazier, 2020
Anno: 25 maggio 2020 | Luogo: Minneapolis, Minnesota, USA
Non è una fotografia nel senso tradizionale: è un frame di un video girato da Darnella Frazier, diciassette anni, con il suo telefono. Il video documenta gli ultimi minuti della vita di George Floyd, che muore sotto il ginocchio del poliziotto Derek Chauvin nel corso di un fermo di polizia. Darnella lo girò per dieci minuti quasi senza fermarsi. Il video — e i frame fotografici estratti da esso — innescarono le proteste del movimento Black Lives Matter in tutto il mondo. Darnella Frazier ricevette nel 2021 un riconoscimento speciale dal Pulitzer Prize Board “per il coraggio di girare il video che ha cambiato il mondo”. È il documento più importante della storia della fotografia mobile e il simbolo di come chiunque, oggi, possa essere testimone della storia.
44. La Sirenetta di Copenhagen — fotografia di scena, XIX secolo
Inclusa come esempio di come certe immagini — anche di soggetti statici come monumenti e sculture iconiche — siano entrate nell’immaginario collettivo grazie alla fotografia e alla sua capacità di diffusione. La fotografia come archivio della memoria culturale: musei, sculture, edifici esistono nella coscienza collettiva spesso attraverso una specifica fotografia che ne è diventata la rappresentazione standard.
45. La prima fotografia di un buco nero — Event Horizon Telescope, 2019
Autore: Collaborazione Event Horizon Telescope (EHT) | Anno: 10 aprile 2019 | Tecnica: Radiotelescopia a lunghezza d’onda millimetrica, composita digitale | Soggetto: Buco nero supermassiccio M87*, a 55 milioni di anni luce dalla Terra
Un cerchio arancione sfocato in un campo nero: questa è la prima fotografia di un buco nero nella storia. Il progetto Event Horizon Telescope ha utilizzato otto radiotelescopi distribuiti su quattro continenti come se fossero un unico gigantesco telescopio delle dimensioni della Terra, raccogliendo dati per due anni prima di elaborare l’immagine. M87* ha una massa quattro miliardi di volte superiore a quella del Sole. Ciò che vediamo nella fotografia è l’ombra del buco nero — la regione da cui nessuna luce può fuggire — circondata dall’alone luminoso del gas incandescente che vi precipita dentro. È la fotografia di qualcosa che Albert Einstein aveva previsto esista ma che aveva ritenuto impossibile osservare. La scienziata che ha sviluppato l’algoritmo per ricostruire l’immagine, Katie Bouman, è diventata celebre quasi quanto la fotografia stessa.
46–50: Cinque Fotografie che Hanno Ridefinito la Street Photography
46. Il momento decisivo — Henri Cartier-Bresson, 1932
Autore: Henri Cartier-Bresson | Anno: 1932 | Tecnica: Bianco e nero, Leica 35mm | Luogo: Gare Saint-Lazare, Parigi
Un uomo che salta su una pozzanghera dietro la Gare Saint-Lazare di Parigi, con il riflesso perfetto che lo specchia nell’acqua, la silhouette di un altro saltatore su un poster sullo sfondo, le ripple nell’acqua ancora perfettamente simmetriche. Cartier-Bresson scattò quasi per caso, infilando l’obiettivo tra le sbarre di un cancello. Questa fotografia è diventata la definizione visiva del concetto di “momento decisivo” e forse la fotografia di street photography più famosa della storia. Cartier-Bresson disse: “La fotografia è la simultanea recognizione, in una frazione di secondo, del significato di un evento e della precisa organizzazione formale delle forme che danno a quell’evento la sua espressione appropriata”. Questa fotografia è la dimostrazione di quella teoria.
47. New York — Vivian Maier, anni 1950–1970
Autore: Vivian Maier | Anni: 1950–1970 circa | Tecnica: Bianco e nero (e colore), Rolleiflex | Luogo: New York e Chicago
Vivian Maier era una tata. Lavorò per decenni come bambinaia a Chicago, fotografando in modo compulsivo durante il tempo libero con la sua Rolleiflex puntata all’altezza del petto. Morì nel 2009 in relativa povertà, senza che quasi nessuno sapesse delle sue fotografie. Poco prima della sua morte, una cassa piena di negativi non sviluppati fu venduta all’asta a Chicago per pochi dollari. Chi la comprò, il fotografo John Maloof, sviluppò i negativi e scoprì uno degli archivi fotografici più straordinari del XX secolo: centomila fotografie di strada, autoritratti, ritratti, scene di vita quotidiana a New York e Chicago degli anni Cinquanta-Settanta, di qualità tecnica e compositiva paragonabile ai grandi maestri. Maier non vide mai la sua fama. Le sue immagini sono oggi nelle gallerie di tutto il mondo.
48. Autoportrait — Diane Arbus, 1945–1971
Autore: Diane Arbus | Anni: 1945–1971 | Tecnica: Bianco e nero, Mamiya C33 | Soggetti: persone ai margini della società americana
Diane Arbus non è famosa per una singola fotografia ma per un modo di vedere. Le sue immagini — nani, giganti, gemelle, travestiti, nudisti, persone con disabilità — fotografate sempre guardandole dritto in faccia, sempre con il loro consenso e la loro collaborazione, sempre in modo che sembrassero degne e potenti piuttosto che pietose o mostruose — ridefinirono il ritratto fotografico americano. La fotografia delle gemelle Cathleen e Colleen Wade a Roselle, New Jersey nel 1967 — due bambine identiche che guardano in macchina con espressioni leggermente diverse, in un campo aperto — è forse il suo scatto più citato, quella che Stanley Kubrick usò come ispirazione per le gemelle di Shining. Arbus si tolse la vita nel 1971. La sua retrospettiva postuma al MoMA nel 1972 fu la più visitata nella storia del museo fino ad allora.
49. V-J Day in Times Square — Alfred Eisenstaedt, 1945 (variante)
Già citata al numero 11 come Il Bacio di Times Square, inclusa nuovamente qui per la sua importanza nella storia della street photography e del fotogiornalismo istantaneo: è il prototipo della fotografia “rubata” che cattura un momento collettivo nel suo apice emotivo.
50. Sarajevo 1994 — Paolo Pellegrin, anni Novanta
Autore: Paolo Pellegrin | Anni: 1990–2000 | Tecnica: Bianco e nero, 35mm | Luogo: Balcani, Kosovo, Bosnia
Paolo Pellegrin — romano, membro Magnum Photos dal 2005, pluripremiato World Press Photo — ha costruito nel corso degli anni Novanta e Duemila un archivio di immagini dai conflitti e dalle crisi umanitarie del mondo che costituisce uno dei corpi di lavoro più importanti del fotogiornalismo contemporaneo. Le sue fotografie dai Balcani degli anni Novanta — donne che fuggono sotto i cecchini a Sarajevo, bambini nei campi profughi del Kosovo, anziani nei paesi devastati dalla guerra — portano la tradizione del reportage italiano alla sua espressione contemporanea più alta. Il bianco e nero di Pellegrin è cinematografico e insieme crudissimo, mosso e nitido, empatico e spietato allo stesso tempo. È oggi il fotografo italiano più premiato a livello internazionale e il degno continuatore della tradizione che va da Berengo Gardin a Scianna.
FAQ
Qual è la fotografia più famosa della storia? Non esiste un consenso universale, ma tre fotografie si contendono il titolo nelle diverse classifiche: la Ragazza afghana di Steve McCurry (1984) è considerata la più riconosciuta al mondo; il Guerrillero Heroico di Alberto Korda (1960) è la più riprodotta della storia; l’Alzabandiera a Iwo Jima di Joe Rosenthal (1945) è forse la più citata nella storia del fotogiornalismo americano.
Qual è la prima fotografia della storia? La Veduta dalla finestra a Le Gras di Nicéphore Niépce, ottenuta nel 1826 circa con un’esposizione di molte ore. È conservata presso l’Harry Ransom Center dell’Università del Texas ad Austin.
Qual è la fotografia che ha cambiato il mondo? Molte fotografie hanno influenzato la storia in modo documentabile. La Bambina di Napalm di Nick Ut (1972) è spesso citata come quella che contribuì maggiormente a cambiare l’opinione pubblica americana sulla guerra in Vietnam. La fotografia di Alan Kurdi (2015) cambiò le politiche europee sull’immigrazione. Il video di George Floyd (2020) scatenò un movimento globale per i diritti civili.
Qual è la fotografia più riprodotta di sempre? Il Guerrillero Heroico di Alberto Korda — il ritratto di Che Guevara scattato nel 1960 — è universalmente considerato la fotografia più riprodotta nella storia: su miliardi di poster, magliette, gadget e tatuaggi in tutto il mondo.
Chi sono i fotografi italiani più importanti nella storia della fotografia mondiale? Per influenza internazionale, i nomi principali sono Mario Giacomelli — il cui bianco e nero è unico nel panorama mondiale — Luigi Ghirri per la fotografia concettuale e il colore autoriale, Letizia Battaglia per il fotogiornalismo civile, Gabriele Basilico per la fotografia di architettura e paesaggio urbano, e Paolo Pellegrin per il reportage contemporaneo.
Quali fotografie hanno vinto più Pulitzer? Il Pulitzer per la fotografia viene assegnato ogni anno dal 1942. Tra le immagini più famose premiate: Alzabandiera a Iwo Jima (Rosenthal, 1945), Napalm Girl (Nick Ut, 1972), Esecuzione di Saigon (Eddie Adams, 1969), Bambino e avvoltoio (Kevin Carter, 1994), Falling Man (Richard Drew, non premiata per scelta editoriale).
Cosa rende una fotografia iconica? Una combinazione di semplicità compositiva, immediata leggibilità emotiva, carica storica e capacità di sintetizzare una condizione umana universale in un singolo fotogramma. Le fotografie iconiche non richiedono spiegazioni: colpiscono prima che la mente razionale intervenga. Ma resistono anche a infinite analisi successive, rivelando strati di significato che la prima lettura non esaurisce.
Esistono fotografie iconiche scattate con telefoni cellulari? Sì. Il video di George Floyd (2020), girato da Darnella Frazier con il telefono, è il documento visivo più importante degli anni Duemila in termini di impatto politico e sociale. Le immagini di eventi come la Primavera Araba, le proteste di Hong Kong e innumerevoli crisi contemporanee sono state documentate principalmente da testimoni con smartphone.
Aggiornato Giugno 2026
Sono Manuela Parangelo, autrice e amministratrice di storiadellafotografia.com, uno dei principali siti italiani dedicati alla storia e alla cultura fotografica. La mia passione per la fotografia è nata molti anni fa e da allora ho dedicato la mia vita professionale a esplorare, ricercare e condividere tutto ciò che riguarda questo straordinario linguaggio visivo.
Con una solida formazione accademica in storia dell’arte e una lunga esperienza nella cura di mostre fotografiche e nella pubblicazione di articoli su riviste specializzate, ho sviluppato una visione ampia e critica della fotografia in tutte le sue dimensioni. Su storiadellafotografia.com mi occupo dei brand fotografici che hanno fatto la storia del mezzo: Leica, Hasselblad, Kodak, Nikon, Canon e tutti i marchi che con le proprie innovazioni hanno reso possibile la fotografia così come la conosciamo oggi.
Racconto i maestri della fotografia, i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo del Novecento e del nostro tempo, restituendo a ciascuno il contesto storico e culturale che ne rende comprensibile la grandezza. Mi occupo della storia della fotografia nelle sue tappe fondamentali, dai primi esperimenti ottocenteschi alla rivoluzione digitale contemporanea, con particolare attenzione alle intersezioni tra fotografia, cultura e società.
Curo gli editoriali del sito e condivido curiosità fotografiche, gli aneddoti e i retroscena che rendono il mondo della fotografia ancora più affascinante di quanto sembri in superficie.
La mia missione è educare e ispirare, con un approccio che unisce il rigore della ricerca accademica alla chiarezza della divulgazione, per avvicinare un pubblico ampio a una forma d’arte che è al tempo stesso documento storico, strumento di comunicazione e archivio della memoria collettiva.


