Roy DeCarava

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Roy DeCarava è stato il fotografo che ha insegnato all’obiettivo a guardare dentro l’ombra. Nato ad Harlem il 9 dicembre 1919 e scomparso a Brooklyn il 27 ottobre 2009, ha attraversato quasi per intero il secolo americano della fotografia restando fedele a una convinzione tanto semplice quanto radicale: il nero non è assenza di informazione, è una densità di significato. La sua opera ha ridefinito la rappresentazione della vita afroamericana urbana sottraendola tanto alla retorica documentaristica quanto al pittoresco sociologico, e ha proposto una grammatica visiva in cui il tono basso, il grigio profondo e il dettaglio appena percepibile diventano strumenti di rispetto verso i soggetti ritratti.

Indice dei Contenuti

In Sintesi

• Roy DeCarava (Harlem, 1919 – Brooklyn, 2009) è tra le figure centrali della fotografia afroamericana del Novecento e il primo fotografo afroamericano a ottenere una Guggenheim Fellowship, nel 1952.
• La sua formazione è pittorica: Cooper Union, Harlem Community Art Center e George Washington Carver Art School, con un passaggio dalla serigrafia e dalla litografia alla fotografia intorno alla metà degli anni Quaranta.
• Nel 1955 pubblica con Langston Hughes The Sweet Flypaper of Life, un libro fotografico che intreccia immagini di Harlem e una voce narrante di finzione, considerato un caposaldo del photobook americano.
• Tra il 1955 e il 1957 gestisce A Photographer’s Gallery, uno dei primi spazi newyorkesi interamente dedicati alla fotografia come forma espressiva autonoma.
• Il suo lavoro sul jazz, culminato nel volume the sound i saw, costituisce uno dei corpus più coerenti mai realizzati sul rapporto tra musica improvvisata e immagine fissa.
• La cosiddetta estetica del low-key, con stampe volutamente scure e ricchissime di mezzitoni, è la firma tecnica e insieme la posizione politica di DeCarava.
• Nel 1963 è tra i fondatori del Kamoinge Workshop, collettivo di fotografi afroamericani di cui è il primo direttore.
• Dal 1975 insegna allo Hunter College di New York, formando generazioni di autori; nel 1996 il MoMA gli dedica una retrospettiva completa e nel 2006 riceve la National Medal of Arts.

Roy DeCarava: biografia, formazione e definizione del progetto fotografico

La storia di Roy DeCarava comincia in una Harlem che negli anni Venti era già il laboratorio culturale più fertile degli Stati Uniti. Figlio unico di Elfreda Ferguson, immigrata dalla Giamaica, cresciuto in condizioni economiche precarie e in un contesto familiare monoparentale, il giovane DeCarava conobbe presto la doppia condizione che avrebbe segnato tutta la sua opera: appartenere pienamente a una comunità e vedersela raccontare dall’esterno con parole sbagliate. Frequentò la Textile High School, dove studiò disegno tecnico e illustrazione, e nel 1938 entrò alla Cooper Union con l’intenzione di diventare pittore. L’esperienza fu formativa e insieme dolorosa: in un ambiente quasi interamente bianco l’isolamento fu costante, tanto che nel 1940 si trasferì all’Harlem Community Art Center, dove insegnava la scultrice Augusta Savage, e successivamente alla George Washington Carver Art School, fondata da Charles White. Furono anni di serigrafia, litografia e pittura sociale, in cui DeCarava assorbì la lezione del muralismo e del realismo americano degli anni Trenta.

La fotografia arrivò per via obliqua. Intorno al 1946 DeCarava cominciò a usare la macchina fotografica come taccuino per i propri dipinti, per fissare rapidamente scene di strada che avrebbe poi tradotto su carta o su tela. Nel giro di pochissimo tempo comprese che il taccuino era diventato l’opera. Il passaggio non fu una conversione tecnica ma una scelta epistemologica: la fotografia gli permetteva di stare dentro la scena, di essere parte della comunità osservata anziché suo interprete a distanza. È questo il punto in cui la sua vicenda si separa nettamente dalla tradizione della fotografia documentaria americana di matrice riformista, quella della Farm Security Administration o della Photo League, che pure DeCarava frequentò per un periodo. Dove il documentarismo classico costruiva evidenze da portare a un pubblico esterno, la sua fotografia rifiutava la funzione probatoria e rivendicava il diritto all’ambiguità, alla poesia, all’ordinario non spettacolare.

Il 1950 segnò il primo riconoscimento pubblico con una personale alla Forty-Fourth Street Gallery di New York. Due anni più tardi arrivò la svolta decisiva: la Guggenheim Fellowship del 1952, che DeCarava fu il primo fotografo afroamericano a ricevere. Nella domanda di candidatura scrisse frasi che restano tra le più lucide dichiarazioni di poetica del secolo, affermando di voler mostrare le persone nere non come problema sociale ma come esseri umani belli, complessi e degni di attenzione formale. Con la borsa realizzò in un anno oltre duemila negativi ad Harlem, materiale che costituisce il nucleo del suo lavoro più noto. Edward Steichen, allora direttore del dipartimento di fotografia del Museum of Modern Art, acquistò alcune sue stampe per la collezione e incluse una sua immagine nella celebre rassegna del 1955 dedicata alla famiglia dell’uomo, sebbene DeCarava mantenesse sempre un rapporto critico verso quel tipo di universalismo consolatorio.

L’anno successivo alla borsa, il progetto Harlem cercò una forma editoriale. Rifiutato da numerosi editori, il materiale trovò sbocco grazie all’incontro con il poeta Langston Hughes, che propose di accompagnare le fotografie con un testo di finzione. Nacque così, nel 1955, The Sweet Flypaper of Life, centoquaranta immagini legate dalla voce di Sister Mary Bradley, un’anziana donna di Harlem che racconta la propria famiglia e il proprio quartiere. Il libro, pubblicato in un formato economico e tirato in decine di migliaia di copie, ribaltava le convenzioni del fotolibro sociale: nessuna didascalia esplicativa, nessuna statistica, nessun appello. Solo una comunità che si racconta con la propria lingua. Nella storia della fotografia americana quel volume rappresenta uno spartiacque, perché per la prima volta un autore afroamericano otteneva il controllo integrale della narrazione visiva sulla propria comunità.

Il nero come materia: tecnica di stampa, jazz e costruzione di uno stile

Chi osserva per la prima volta una stampa originale di Roy DeCarava resta quasi sempre spiazzato. Le immagini appaiono buie, i valori si concentrano nella parte bassa della scala tonale, molte aree sembrano prive di dettaglio finché l’occhio non si adatta e comincia a distinguere, dentro l’ombra, un volto, una mano, il bordo di una giacca. Questa scelta, che oggi chiamiamo estetica low-key, non era un vezzo formale né un limite tecnico. DeCarava lavorava quasi esclusivamente in luce naturale o con l’illuminazione disponibile di interni, club e stazioni della metropolitana, e considerava l’uso del flash una forma di violenza sul soggetto, un modo di strappare informazioni a chi non le aveva concesse. Le sue pellicole erano spesso esposte al limite della sensibilità nominale e sviluppate con grande attenzione al mantenimento dei mezzitoni, mentre in camera oscura procedeva con mascherature lunghe e paziente controllo del contrasto per preservare la continuità della gamma nelle basse luci.

La conseguenza percettiva è che lo spettatore deve fare uno sforzo. Non gli viene consegnata un’immagine pronta ma un ambiente in cui entrare, adattandosi lentamente come si fa passando da una strada assolata a un locale sotterraneo. Questo tempo di adattamento è la componente etica della tecnica: guardare le persone di DeCarava richiede pazienza, esattamente come conoscerle. La critica ha spesso letto questa scelta in chiave identitaria, sottolineando come rendere il nero una materia luminosa anziché un vuoto significasse contestare l’intera impostazione di una tecnologia fotografica calibrata storicamente sull’incarnato chiaro, dalle emulsioni alle schede di riferimento usate nei laboratori commerciali.

Il territorio in cui questa poetica raggiunge la massima coerenza è il jazz. Dalla metà degli anni Cinquanta DeCarava frequentò assiduamente i club newyorchesi e le sale di registrazione, fotografando John Coltrane, Billie Holiday, Duke Ellington, Coleman Hawkins, Milt Jackson, Elvin Jones, Bill Evans e decine di altri musicisti. Le sue immagini non sono ritratti di celebrità né documentazione di concerti: sono studi sulla concentrazione, sul lavoro fisico della musica, sul gesto sospeso tra due note. Il celebre ritratto di Coltrane, quasi interamente immerso nel buio, con il sassofono che emerge come una linea di luce, riproduce visivamente la struttura del solo improvvisato, fatto di silenzi che valgono quanto i suoni. DeCarava, che considerava l’improvvisazione jazzistica il modello di ogni pratica artistica autenticamente afroamericana, costruì attorno a questo materiale il libro the sound i saw, un maquette elaborato tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, con sequenze studiate come partiture e un proprio testo poetico, rimasto inedito per decenni e pubblicato integralmente solo nel 2001.

Accanto alla pratica autoriale, DeCarava svolse un ruolo organizzativo di primo piano. Tra il 1955 e il 1957 aprì nella propria abitazione A Photographer’s Gallery, uno dei primissimi spazi newyorkesi dedicati esclusivamente alla fotografia intesa come arte, dove espose Berenice Abbott, Harry Callahan, Minor White e molti altri. L’impresa, economicamente insostenibile, chiuse dopo poche stagioni ma anticipò di quindici anni il sistema espositivo che avrebbe reso la fotografia un oggetto da galleria. Nel 1963 fu tra i fondatori del Kamoinge Workshop, collettivo di fotografi afroamericani nato per creare uno spazio di discussione critica e di visibilità collettiva; ne fu il primo direttore, curando mostre e portfolio di gruppo in un momento in cui le istituzioni statunitensi ignoravano quasi sistematicamente questi autori. Tra il 1968 e il 1975 lavorò come collaboratore per Sports Illustrated, applicando alla fotografia sportiva la stessa attenzione al corpo e al gesto che aveva sviluppato nei club di jazz.

La ricezione critica seguì un percorso lento e tardivo. Per lunghi tratti DeCarava fu apprezzato da colleghi e studiosi ma marginale nel circuito museale, anche a causa della sua intransigenza: rifiutò più volte inviti a mostre a tema razziale che riteneva riduttive, sostenendo che il proprio lavoro andasse discusso come fotografia e non come testimonianza etnografica. Dal 1975 insegnò allo Hunter College della City University of New York, dove divenne Distinguished Professor of Art, formando generazioni di fotografi. Il riconoscimento istituzionale pieno arrivò nel 1996 con la grande retrospettiva del Museum of Modern Art, curata da Peter Galassi, che ricostruì quarant’anni di attività. Nel 2006 ricevette dal governo statunitense la National Medal of Arts. Determinante, in tutta la fase finale, fu il lavoro della moglie Sherry Turner DeCarava, storica dell’arte, che ha curato archivio, edizioni e apparati critici garantendo la coerenza della lettura dell’opera.

Le Opere principali

Il corpus di Roy DeCarava si articola in nuclei tematici che si sovrappongono cronologicamente più che succedersi. Di seguito le opere e i progetti che ne definiscono il profilo storico.

  • The Sweet Flypaper of Life (1955). Realizzato con il testo di Langston Hughes, raccoglie centoquaranta immagini di Harlem legate dalla voce fittizia di Sister Mary Bradley. È il primo fotolibro in cui una comunità afroamericana urbana viene narrata dall’interno senza mediazione sociologica. Ristampato più volte, resta un modello di integrazione tra parola e immagine.
  • the sound i saw (maquette anni Sessanta, edizione integrale 2001). Volume dedicato al jazz e alla vita di Harlem, concepito dall’autore come una composizione musicale: sequenze ritmiche, testo poetico proprio, assenza di didascalie identificative. Include i ritratti più celebri di Coltrane, Holiday, Ellington e Hawkins.
  • Graduation (1949). Una giovane donna in abito bianco da cerimonia attraversa un marciapiede degradato, tra un’automobile parcheggiata e un cumulo di rifiuti. L’immagine condensa in un solo fotogramma la tensione tra aspirazione individuale e contesto materiale, ed è divenuta una delle icone della fotografia americana del dopoguerra.
  • Man Coming up Subway Stairs (1952). Figura maschile che emerge dal buio della metropolitana verso una luce che ne cancella parzialmente i contorni. Esempio paradigmatico dell’uso strutturale della sottoesposizione e della progressiva rivelazione del soggetto.
  • Dancers (1956). Due ballerini colti in un momento di attesa o di esibizione ambigua, con il corpo teso in una posa che oscilla tra grazia e caricatura. DeCarava vi rifletteva sul rischio permanente di autorappresentazione forzata imposto agli artisti neri dallo spettacolo commerciale.
  • Mississippi Freedom Marcher, Washington, D.C. (1963). Ritratto ravvicinato di una manifestante durante la marcia su Washington. Anziché la folla e i comizi, DeCarava sceglie un volto singolo e uno sguardo laterale, spostando la storia del movimento per i diritti civili dalla dimensione di massa a quella della coscienza individuale.
  • Ritratto di John Coltrane (1961 circa). Immagine quasi interamente occupata dal nero, con il profilo del musicista e la curva dello strumento appena distinguibili. È il vertice della corrispondenza tra pratica di stampa e struttura musicale nell’opera dell’autore.
  • Serie Harlem della Guggenheim Fellowship (1952-1953). Oltre duemila negativi realizzati nell’anno della borsa, che documentano interni domestici, sale da ballo, scale, cortili e strade del quartiere. Costituiscono il serbatoio da cui derivano sia il libro con Hughes sia gran parte delle stampe esposte successivamente.
  • Fotografie per Sports Illustrated (1968-1975). Corpus commerciale spesso trascurato, in cui l’autore applica al gesto atletico la propria attenzione al movimento sospeso e alla luce disponibile, mantenendo una cifra riconoscibile anche nel lavoro su commissione.
  • Roy DeCarava: A Retrospective (1996). Mostra e catalogo del Museum of Modern Art a cura di Peter Galassi, prima ricostruzione museale completa dell’opera, che ne ha fissato la periodizzazione e imposto la lettura critica oggi corrente.

 

Domande Frequenti su Roy DeCarava (FAQ)

Chi era Roy DeCarava?

Fotografo statunitense nato ad Harlem nel 1919 e morto a Brooklyn nel 2009, considerato una delle figure fondamentali della fotografia afroamericana del Novecento e autore di un linguaggio visivo basato sui toni bassi e sulla luce naturale.

Perché la Guggenheim Fellowship del 1952 è così importante nella sua carriera?

Fu il primo fotografo afroamericano a ottenerla e la usò per realizzare in un solo anno oltre duemila negativi ad Harlem, materiale che costituisce il nucleo di tutta la sua produzione successiva.

Che cos’è The Sweet Flypaper of Life?

Un libro del 1955 che unisce centoquaranta fotografie di DeCarava a un testo narrativo di Langston Hughes, affidato alla voce di una anziana donna di Harlem. È considerato uno dei fotolibri più influenti della storia americana.

Perché le stampe di DeCarava sono così scure?

Si tratta di una scelta consapevole, non di un difetto. L’autore lavorava senza flash, in luce ambiente, e trattava il nero come una materia ricca di mezzitoni, chiedendo allo spettatore un tempo di adattamento simile a quello dell’occhio che entra in un ambiente poco illuminato.

Che rapporto aveva con il jazz?

Frequentò per decenni i club e le sale di registrazione di New York fotografando i maggiori musicisti dell’epoca. Considerava l’improvvisazione jazzistica il modello strutturale del proprio lavoro, come dimostra la costruzione per sequenze del volume the sound i saw.

Che cos’era A Photographer’s Gallery?

Uno spazio espositivo aperto dall’autore nella propria abitazione tra il 1955 e il 1957, tra i primi a New York interamente dedicati alla fotografia come forma d’arte autonoma. Vi espose autori come Berenice Abbott, Harry Callahan e Minor White.

Che ruolo ha avuto nel Kamoinge Workshop?

Fu tra i fondatori nel 1963 e ne divenne il primo direttore. Il collettivo riuniva fotografi afroamericani con l’obiettivo di creare uno spazio di confronto critico e di visibilità in un sistema espositivo che li escludeva.

Perché rifiutava di essere definito un fotografo documentario?

Riteneva che il documentarismo classico trattasse le persone come prove a sostegno di una tesi sociale. Rivendicava invece il diritto all’ambiguità e alla dimensione poetica, sostenendo che i suoi soggetti andassero guardati per la loro complessità e non per il problema che rappresentavano.

Quali sono le sue fotografie più celebri?

Tra le più riprodotte figurano Graduation del 1949, Man Coming up Subway Stairs del 1952, Dancers del 1956, Mississippi Freedom Marcher del 1963 e il ritratto di John Coltrane immerso nel nero.

Ha insegnato fotografia?

Sì. Dal 1975 fu docente allo Hunter College della City University of New York, dove ottenne il titolo di Distinguished Professor of Art, formando numerose generazioni di fotografi statunitensi.

Quando ha ottenuto il pieno riconoscimento museale?

Nel 1996, con la retrospettiva del Museum of Modern Art curata da Peter Galassi, seguita nel 2006 dal conferimento della National Medal of Arts.

Fonti

 

 

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Sono Marco Sollazzi, ricercatore e collaboratore nel campo della storia della fotografia, con una formazione che unisce analisi tecnica e approccio storico-scientifico. Dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria e aver seguito percorsi specialistici in storia della tecnologia, ho maturato un'esperienza decennale nell'analisi critica dei processi produttivi e delle innovazioni che hanno plasmato il mondo della fotografia.

La mia passione nasce dal desiderio di svelare i retroscena tecnici del medium fotografico, esaminandone il funzionamento e l'evoluzione nel tempo: ritengo che la fotografia sia il risultato di un complesso intreccio tra innovazione tecnologica, scienza dei materiali e ingegneria di precisione. Su storiadellafotografia.com mi occupo della storia della fotografia con un approccio che privilegia la dimensione tecnica e scientifica, raccontando come ogni innovazione abbia trasformato non solo gli strumenti ma il linguaggio visivo stesso.

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