Gerald Bruneau nasce a Parigi nel 1943, in una famiglia in cui la cultura è presente come dato naturale dell’esistenza, quella qualità di presenza della cultura che caratterizza certi ambienti della borghesia intellettuale parigina e che produce nelle persone che vi crescono una familiarità con le idee e con le loro forme di espressione che è difficile acquisire in età adulta. Parigi degli anni Cinquanta è ancora la capitale culturale del mondo, il luogo in cui le avanguardie letterarie e artistiche del Novecento si sono generate e in cui continuano a produrre i propri effetti, la città di Sartre e di Beauvoir, di Camus e di Beckett, di Giacometti e di Picasso, in cui l’arte e la letteratura sono oggetti di conversazione quotidiana con un’intensità e una serietà che non si trovano altrove nella stessa misura. Crescere in questo ambiente significa sviluppare quasi per osmosi una sensibilità verso il pensiero, verso le persone che pensano e che scrivono, verso quella dimensione della vita intellettuale che è al tempo stesso pubblica e profondamente privata, esposta al giudizio e alla discussione ma nutrita da esperienze interiori che resistono alla socializzazione completa.
Il trasferimento in Italia, avvenuto nei primi anni Settanta, è il momento che definisce la traiettoria professionale e umana di Bruneau in modo definitivo. Arriva a Roma con la macchina fotografica e con quella qualità di sguardo che la formazione parigina gli ha dato, quella capacità di guardare la cultura intellettuale con attenzione e con rispetto ma anche con quella distanza critica che la posizione di straniero consapevole di sé può fornire. Roma lo accoglie in un momento di grande fermento culturale e politico, gli anni in cui il dibattito intellettuale italiano è attraversato dalle tensioni della contestazione, del femminismo, del movimento operaio, di tutte quelle forze che stanno ridisegnando la mappa della cultura e della politica italiane con una rapidità e una violenza che non ha precedenti nel dopoguerra. Bruneau si inserisce in quel contesto con una naturalezza che riflette la qualità dell’accoglienza che Roma riserva agli stranieri che la sanno amare, quella città che da sempre assorbe le presenze esterne senza cancellarne le specificità, che lascia che lo straniero rimanga straniero pur integrandolo completamente nel proprio tessuto di relazioni e di vita.
La scelta di fotografare gli scrittori e gli intellettuali italiani nasce da una convergenza di motivazioni che ha radici sia personali che culturali. Dal punto di vista personale, Bruneau è un lettore appassionato che ha letto la letteratura italiana con la stessa cura con cui ha letto la letteratura francese, che conosce Moravia e Calvino, Pasolini e Sciascia, Natalia Ginzburg e Elsa Morante non come nomi di autori celebri ma come voci con cui ha avuto un rapporto diretto e prolungato attraverso i libri, un rapporto che è una forma di intimità anche se è mediata dalla scrittura invece che dall’incontro fisico. Quando si trova di fronte a queste persone con la macchina fotografica, non si trova davanti a soggetti sconosciuti da documentare: si trova davanti a persone che già conosce in un certo modo, con cui ha già una storia, e questa conoscenza preliminare produce quella qualità di relazione che si percepisce nelle fotografie come una qualità di fiducia reciproca, quella disponibilità del soggetto a mostrarsi perché sente che il fotografo sa già chi è.
Dal punto di vista culturale, la scelta di fotografare gli intellettuali italiani in un momento in cui la cultura italiana stava attraversando una delle proprie fasi più ricche e più contraddittorie riflette una sensibilità storica precisa: Bruneau capisce di essere in un posto importante in un momento importante, che ciò che sta accadendo intorno a lui nella vita culturale italiana merita di essere documentato con la stessa cura con cui i fotografi francesi avevano documentato la vita intellettuale parigina del dopoguerra, e che lui ha la posizione, le competenze e le relazioni necessarie per farlo. Questa consapevolezza storica non è arroganza né vanità: è il riconoscimento lucido di una opportunità che ha il dovere di cogliere, di un lavoro che lui è in grado di fare meglio di chiunque altro perché combina la formazione parigina con la conoscenza italiana, lo sguardo dello straniero con la familiarità dell’abitante, la distanza critica con la partecipazione emotiva.
Il metodo che Bruneau ha sviluppato nel corso degli anni per fotografare gli scrittori e gli intellettuali è quello di non avere un metodo nel senso procedurale del termine, ma di avere invece una disposizione, un modo di essere presente che crea le condizioni in cui le fotografie migliori possono accadere. Quella disposizione si articola su alcuni principi molto semplici nella loro enunciazione e molto difficili nella loro pratica. Il primo è la conversazione: Bruneau non arriva con la macchina fotografica pronta a scattare, arriva come qualcuno che vuole parlare, che ha domande reali da porre, che è genuinamente interessato a ciò che il proprio interlocutore pensa e dice. La macchina fotografica entra in gioco soltanto dopo, quando la conversazione ha già creato quella qualità di presenza e di apertura in cui il soggetto ha smesso di pensare a come apparirà nelle fotografie e ha ricominciato a pensare alle proprie idee.
Il secondo principio è il tempo: Bruneau non lavora mai in fretta, non accetta le sessioni fotografiche di un’ora con orario prefissato che i grandi editori e le agenzie impongono ai fotografi che lavorano per loro. Ha sempre cercato e spesso ottenuto di avere il tempo necessario, che può essere un pomeriggio o un’intera giornata, per costruire quella qualità di relazione da cui nascono le fotografie che cerca. Questa esigenza di tempo lungo lo ha costretto spesso a rinunciare a commissioni redditizie e a lavorare in condizioni economiche più incerte di quanto la qualità del suo lavoro avrebbe meritato, ma è una scelta che ha mantenuto con una coerenza che riflette la chiarezza della propria visione: sa cosa vuole produrre, sa come produrlo, e sa che non c’è scorciatoia.
Il terzo principio è quello della casa: Bruneau fotografa quasi sempre nelle case dei propri soggetti, non negli studi, non negli spazi neutrali che alcune riviste preferiscono per ragioni di uniformità stilistica. La casa è il luogo in cui una persona è più se stessa, in cui i propri oggetti, i propri libri, i propri quadri, il disordine o l’ordine dello spazio raccontano una storia che si legge in profondità soltanto sapendo come leggere. Bruneau sa leggere quelle storie, e le include nelle proprie fotografie come elementi di senso, come dettagli che aggiungono al ritratto del volto il ritratto dello spazio che quel volto abita e che ha contribuito a formare.
La qualità della luce nelle sue fotografie riflette questa preferenza per gli spazi domestici e per la naturalezza dei contesti. Bruneau lavora quasi sempre con la luce naturale delle stanze, quella luce che entra dalle finestre con una qualità diversa a ogni ora del giorno, che modella i volti con una morbidezza e una specificità che nessuna luce artificiale può replicare perfettamente. Sa aspettare la luce giusta, sa riconoscere il momento in cui la luce nell’appartamento di uno scrittore romano assume quella qualità particolare che fa di un volto una fotografia invece che una semplice documentazione. Questa pazienza luminosa, che è anche una pazienza relazionale, produce fotografie che hanno una qualità atmosferica molto precisa, quella di un momento della giornata e di una stagione dell’anno e di una qualità dell’aria che è specifica di quel luogo e di quel tempo e che non si ripeterà mai esattamente uguale.
Il corpus dei suoi ritratti di scrittori e intellettuali italiani, che comprende praticamente tutti i protagonisti della vita culturale italiana degli ultimi quarant’anni, è oggi riconosciuto come uno dei documenti visivi più importanti di quella stagione. Oltre a Moravia, ci sono Italo Calvino, fotografato in quella qualità di concentrazione serena che era il suo modo di stare nel mondo; Natalia Ginzburg, con quella qualità di sguardo diretto e senza compiacenza che rifletteva la qualità della sua scrittura; Leonardo Sciascia, fotografato in Sicilia tra i propri libri con una precisione di contesto che dice tutto sulla relazione tra l’uomo e la propria terra; Elsa Morante, in quello sguardo intenso e un po’ feroce che era la sua firma personale; Giorgio Manganelli, nel caos organizzato del proprio studio che era già esso stesso una forma di scrittura. Ci sono anche i pittori, i registi, i musicisti, i filosofi, tutti fotografati con la stessa qualità di attenzione e di rispetto che è la costante di tutto il suo lavoro.
La dimensione parigina della sua formazione si manifesta in quei ritratti in un modo che è interessante analizzare, perché dice qualcosa di importante non soltanto sulla sua fotografia ma sul dialogo tra le tradizioni culturali italiana e francese che attraversa tutta la sua carriera. Il ritratto letterario ha in Francia una tradizione lunghissima, che va da Nadar, il grande fotografo parigino che aveva ritrattato tutti i protagonisti della vita culturale francese dell’Ottocento, fino ai ritrattisti del Novecento che avevano documentato il circolo di Saint-Germain-des-Prés con una continuità e una sistematicità che non ha equivalenti in nessun’altra cultura europea. Bruneau porta quella tradizione in Italia, non come importazione meccanica di un modello esterno ma come innesto su un terreno culturale molto diverso che ha le proprie caratteristiche e le proprie resistenze, producendo qualcosa che è né francese né italiano ma specificamente suo, il risultato di una ibridazione che arricchisce entrambe le tradizioni.
La scrittura che accompagna spesso le sue fotografie, quella qualità di testo breve e denso che Bruneau produce per i propri libri e per le proprie mostre, rivela la dimensione letteraria del suo pensiero, quella formazione di lettore serio e appassionato che si manifesta anche fuori dalla fotografia come capacità di costruire con le parole la stessa qualità di attenzione precisa che costruisce con la macchina fotografica. Non è una scrittura da fotografo, nel senso di qualcuno che usa le parole come strumento ausiliario per spiegare le proprie immagini: è una scrittura che ha una propria qualità autonoma, che potrebbe esistere indipendentemente dalle fotografie che accompagna e che dice sul proprio autore qualcosa di importante, che riflette quella doppia formazione, fotografica e letteraria insieme, che è una delle specificità più interessanti della sua figura.
Guardando al suo lavoro nella sua interezza, quello che rimane con la persistenza di una evidenza è quella fotografia di Moravia con cui abbiamo aperto questo ritratto, l’uomo anziano vicino alla finestra nel pomeriggio, il pensiero che non ha ancora trovato le parole. Bruneau ha passato quarant’anni a cercare quel momento in cui una persona smette di essere il proprio personaggio pubblico e torna a essere semplicemente se stessa, con tutto il peso e la bellezza di una vita vissuta e pensata. Lo ha fatto con una delicatezza e una perseveranza che sono le forme più autentiche del rispetto verso l’altro, quella disposizione a non voler possedere ciò che si guarda ma a volerlo soltanto incontrare, a lasciare che si manifesti nella propria verità invece di costruire intorno a esso una rappresentazione che serve le proprie intenzioni invece delle sue. È quella qualità di incontro, al tempo stesso semplice e straordinariamente rara, a fare di Gerald Bruneau uno dei ritrattisti più onesti e più necessari che la fotografia italiana degli ultimi decenni abbia prodotto, e il fatto che sia arrivato a quella qualità attraverso una strada che non era quella di nessun altro, portando in Italia uno sguardo che era parzialmente francese e facendolo diventare qualcosa di completamente nuovo, è la misura più autentica di ciò che un artista può fare quando ha la fortuna di nascere tra due culture e l’intelligenza di non scegliere tra esse.
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Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


