HomeLa Storia della FotografiaStoria della fotografia nel mondoFotografia e cultura: le tradizioni fotografiche nel mondo

Fotografia e cultura: le tradizioni fotografiche nel mondo

La fotografia è la più giovane delle grandi arti visive e la più universale: in meno di duecento anni dalla sua invenzione ha attraversato ogni cultura, ogni continente, ogni sistema politico, ogni tradizione visiva preesistente, trasformandosi in ciascuno di essi in qualcosa di diverso, di specifico, di irriducibile a qualsiasi altra esperienza fotografica. Non esiste una tradizione fotografica mondiale unica: esistono tante fotografie quante sono le culture che l’hanno praticata, ognuna con la propria storia, i propri maestri, i propri valori estetici e politici, i propri capolavori.

Eppure la fotografia è anche, e al tempo stesso, il primo linguaggio visivo veramente globale: un linguaggio che non appartiene a nessuna civiltà in particolare perché appartiene a tutte, che può essere praticato con gli stessi strumenti a Bamako e a Tokyo, a Buenos Aires e a New York, a Mosca e a Lagos, producendo risultati che si riconoscono immediatamente come parte della stessa conversazione pur essendo profondamente diversi tra loro. Capire le tradizioni fotografiche nel mondo significa capire questa doppia natura: universale e particolare, globale e locale, strumento di dominio e strumento di liberazione, spesso allo stesso tempo.

fotografia mondiale

La fotografia come espressione culturale

Ogni cultura ha prodotto una fotografia diversa perché ogni cultura aveva domande diverse a cui rispondere. La fotografia giapponese del dopoguerra nasce dal trauma di Hiroshima e dall’occupazione americana, e porta in sé quella ferita in ogni scelta visiva. La fotografia africana nasce dalla necessità di restituire alle popolazioni del continente un’immagine di sé che il colonialismo aveva sistematicamente falsificato. La fotografia sudamericana nasce in un continente di dittature e di desaparecidos, e diventa quasi inevitabilmente uno strumento di memoria e di resistenza politica. La fotografia europea porta il peso delle due guerre mondiali, della Shoah, del colonialismo, e non riesce a non riflettere su questo peso in ogni stagione della propria storia.

Questa relazione profonda tra fotografia e cultura di appartenenza è il filo che percorre tutta questa sezione. Non si tratta di ridurre la fotografia a documento storico o a specchio passivo della società: i grandi fotografi sono artisti con una visione propria, non semplici testimoni. Ma quella visione propria non nasce nel vuoto: nasce in un luogo, in un momento, in una cultura specifica, e capire quel luogo e quel momento significa capire le fotografie in modo più profondo, come risposte specifiche a domande specifiche.

Le tradizioni fotografiche in Europa

L’Europa non ha soltanto inventato la fotografia: l’ha pensata, teorizzata, contestata e reinventata con un’intensità che nessun’altra area geografica del mondo ha eguagliato. È il continente in cui, nel giro di pochi mesi tra il 1839 e il 1840, Francia, Inghilterra e Germania rivendicavano simultaneamente la paternità della nuova invenzione, ciascuna con argomenti propri; in cui la fotografia divenne in un decennio industria di massa, linguaggio artistico, strumento scientifico e mezzo di comunicazione politica; in cui ogni generazione di artisti e di intellettuali si è interrogata su cosa fosse la fotografia e cosa significasse per la rappresentazione del reale.

La tradizione fotografica europea è in realtà una molteplicità di tradizioni nazionali profondamente diverse tra loro: la fotografia francese con la sua eleganza intellettuale, quella tedesca con il peso del nazismo e della divisione del paese, quella britannica con la sua vocazione documentaria e giornalistica, quelle dell’Europa centrale e orientale con la memoria delle catastrofi del Novecento. Insieme formano la tradizione fotografica più ricca e più studiata del mondo, quella da cui tutte le altre hanno imparato e a cui tutte le altre continuano a rispondere.

Le tradizioni fotografiche in Asia

L’Asia è il continente che ha reinventato la fotografia con più originalità e più radicalità. Il Giappone del periodo Meiji accolse la macchina fotografica con la stessa curiosità intellettuale con cui aveva sempre guardato alle tecnologie straniere, ibridandola con la propria tradizione visiva dell’ukiyo-e e costruendo nel dopoguerra, con il gruppo Provoke e con fotografi come Daido Moriyama e Nobuyoshi Araki, una delle rivoluzioni linguistiche più radicali della storia del mezzo. La Cina portò nella fotografia il peso di una tradizione pittorica millenaria e di una storia politica totalitaria, producendo con Long Chin-san una fotografia radicata nell’estetica classica cinese e con la generazione contemporanea di Wang Qingsong e Ai Weiwei una fotografia di resistenza di straordinaria forza.

Le tradizioni fotografiche asiatiche dimostrano meglio di qualsiasi altra che la fotografia non è un linguaggio neutro e universale ma un mezzo che ogni cultura trasforma profondamente in base ai propri valori estetici e alla propria storia. La fotografia di paesaggio giapponese non è la fotografia di paesaggio europea con soggetti diversi: è qualcosa di radicalmente altro, costruito su premesse filosofiche e visive che vengono da una tradizione millenaria di pittura, poesia e buddhismo che l’occhio europeo fatica persino a riconoscere come tali.

Le tradizioni fotografiche in Oceania

L’Oceania occupa un posto singolare nella storia delle tradizioni fotografiche mondiali: è il continente in cui la fotografia è arrivata relativamente tardi rispetto all’Europa e alle Americhe, ma in cui ha trovato soggetti di straordinaria originalità visiva e culture indigene che hanno posto alla macchina fotografica domande che nessuna altra tradizione del mondo doveva affrontare con la stessa urgenza. Lafotografia australiana nasce nel paesaggio estremo dell’Outback, in quella luce bianchissima e in quella vastità desertica che non assomiglia a nulla di europeo e che ha costretto i fotografi a inventare un linguaggio visivo proprio. La tradizione fotografica aborigena, con la sua relazione profonda tra immagine, territorio e identità spirituale, ha prodotto una delle riflessioni più originali sul significato del fotografare come atto culturale. In Nuova Zelanda, la fotografia maori ha funzionato fin dall’Ottocento come strumento di preservazione culturale e di resistenza all’assimilazione coloniale britannica. La scena contemporanea di Sydney e Melbourne è oggi tra le più vivaci dell’emisfero australe, con fotografi e artisti visivi che lavorano sul rapporto tra paesaggio, colonialismo e identità con una profondità che il resto del mondo ha cominciato soltanto di recente a riconoscere.

Le tradizioni fotografiche in Nordamerica

Il Nordamerica è il continente che ha trasformato la fotografia in industria culturale di massa e in strumento di costruzione dell’identità nazionale con una sistematicità e una potenza che non hanno equivalenti altrove (vedi l’articolo sulla fotografia americana). Gli Stati Uniti in particolare hanno prodotto alcune delle tradizioni fotografiche più influenti della storia del mezzo: la fotografia del West e dei nativi americani di fine Ottocento, il documentarismo sociale della Grande Depressione con Dorothea Lange e Walker Evans, la fotografia di strada della New York degli anni Cinquanta con Robert Frank e Garry Winogrand, la rivoluzione concettuale degli anni Settanta con Cindy Sherman e Richard Prince, fino alla scena contemporanea di Los Angeles e New York che continua a definire gli standard estetici del mercato fotografico internazionale. Il Canada ha sviluppato una tradizione fotografica propria, meno conosciuta ma di grande qualità, profondamente segnata dal rapporto con il paesaggio nordico e con le culture delle Prime Nazioni. Il Messico, già trattato in questa sezione nel suo articolo dedicato, porta nella tradizione nordamericana una voce radicalmente diversa, costruita sulla Rivoluzione, sul muralismo e su una cultura visiva indigena che trasforma la fotografia in qualcosa di irriducibile a qualsiasi modello anglosassone.

Le tradizioni fotografiche in Africa

La tradizione fotografica africana è la storia di un continente che si è ripreso la propria immagine con determinazione e con creatività, trasformando lo strumento della propria oppressione visiva in mezzo di liberazione e di autorappresentazione. Per oltre un secolo, l’Africa fu fotografata quasi esclusivamente da europei che costruivano del continente un’immagine radicalmente falsa, basata sulle categorie dell’esotico, del primitivo e del pittoresco che il colonialismo aveva bisogno di produrre per giustificare a se stesso la propria violenza.

La restituzione dello sguardo cominciò negli anni Cinquanta e Sessanta con la tradizione dello studio di ritratto dell’Africa Occidentale: Seydou Keïta a Bamako, Malick Sidibé nei quartieri popolari della stessa città, Samuel Fosso nella Repubblica Centrafricana costruirono una fotografia di ritratto di straordinaria qualità che mostrava gli africani come soggetti con una propria dignità e una propria identità. La fotografia sudafricana di David Goldblatt documentò l’Apartheid nella sua dimensione strutturale quotidiana, mentre la scena contemporanea di Lagos, Johannesburg e Nairobi produce oggi alcune delle fotografie più originali e più necessarie del mondo.

Le tradizioni fotografiche in Sudamerica

Il Sudamerica ha prodotto una delle tradizioni fotografiche più politicamente consapevoli e più coraggiose del mondo, cresciuta in un continente di contraddizioni estreme, di paesaggi grandiosi e di violenza politica sistematica. Da Martín Chambi che fotografava le comunità andine di Cusco negli anni Venti, al fotogiornalismo di conflitto colombiano di Jesús Abad Colorado, dai ritratti culturali di Sara Facio nell’Argentina della dittatura alle fotografie di Paz Errázuriz nel Cile di Pinochet: la fotografia sudamericana ha sempre saputo che le immagini hanno conseguenze politiche reali e ne ha fatto una forza invece che un limite.

Le tradizioni fotografiche sudamericane, incluse quelle brasiliane,  si distinguono per una caratteristica che poche altre tradizioni del mondo condividono con la stessa intensità: la consapevolezza collettiva del valore politico della fotografia, espressa nei Coloquios Latinoamericanos de Fotografía degli anni Settanta, nella rete di festival e di istituzioni che attraversa il continente, e nella capacità dei fotografi sudamericani di costruire archivi visivi della propria storia che resistono all’oblio che i regimi autoritari cercavano di imporre.

I fotografi che hanno costruito la storia

Le tradizioni fotografiche nel mondo sono costruite dal lavoro concreto di fotografi specifici, uomini e donne di ogni cultura e di ogni continente che hanno usato la macchina fotografica per rispondere alle domande che il proprio tempo e il proprio luogo ponevano loro. Seydou Keïta e Malick Sidibé in Africa, Daido Moriyama e Hiroshi Sugimoto in Giappone, Martín Chambi e Sebastião Salgado in Sudamerica, Henri Cartier-Bresson e David Goldblatt nella tradizione europea e sudafricana: ognuno di questi nomi è una risposta visiva a un contesto culturale e storico irripetibile.

Conoscere le biografie e le opere di questi fotografi significa capire le tradizioni fotografiche che rappresentano in modo molto più profondo di quanto qualsiasi storia dell’arte fotografica possa fare in astratto. Le fotografie nascono da vite vissute, da scelte estetiche e etiche precise, da relazioni con le persone ritratte e con le culture attraversate. Questa sezione dedica a ciascuno di questi fotografi un articolo monografico che ne ricostruisce la vita, l’opera e il contesto, per restituire alle fotografie la profondità storica e culturale che meritano.

Perché le tradizioni fotografiche culturali contano

Studiare le tradizioni fotografiche nel mondo significa studiare il modo in cui gli esseri umani si sono rappresentati, hanno rappresentato gli altri, hanno conservato la memoria del passato e costruito l’immagine del presente. Non c’è cultura del pianeta che non abbia prodotto fotografi degni di attenzione; non c’è domanda importante sulla relazione tra immagine, potere, memoria e identità che la storia delle tradizioni fotografiche mondiali non contribuisca a illuminare.

Le fotografie che i lettori trovano in questa sezione sono più di semplici immagini belle o interessanti. Sono documenti di come il mondo è stato visto, da chi, con quali occhi, con quali intenzioni, in quali circostanze storiche e culturali. Sono testimonianze di vite vissute, di culture in trasformazione, di conflitti politici e di resistenze civili. Conoscere queste tradizioni significa diventare lettori di immagini più consapevoli e attrezzati, capaci di vedere nelle fotografie non solo la superficie visiva ma la storia culturale e umana che le ha prodotte.

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