Lisetta Carmi

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Lisetta Carmi nasce a Genova nel 1924 (morta a  Cisternino, 5 luglio 2022), in una famiglia ebrea di origine tedesca che si era stabilita in Italia nel corso dell’Ottocento e che si era integrata pienamente nella vita culturale e professionale della città ligure. Il padre è un imprenditore colto e sensibile, la madre una donna di grande intelligenza e di solida formazione culturale, e l’ambiente familiare è quello di una borghesia ebraica italiana che coltiva la musica, la letteratura, il teatro con una serietà e una continuità che distinguono quella cultura dalla superficialità mondana di una certa borghesia non ebrea coeva. Lisetta cresce in questo ambiente, assorbe quella cultura con naturalezza, e sviluppa molto presto una sensibilità musicale che si rivela straordinaria: studia pianoforte con insegnanti di alto livello, dimostra un talento che va ben oltre il normale, e si avvia verso una carriera concertistica che sembra promettere risultati di grande rilievo.

Poi arrivano le leggi razziali del 1938, e tutto cambia. Lisetta ha quattordici anni quando il regime fascista pubblica il Manifesto della razza e le successive disposizioni legislative che escludono gli ebrei italiani dalla vita pubblica, dalle scuole, dalle professioni, dal servizio militare, da ogni forma di partecipazione alla vita collettiva del Paese. È un trauma di proporzioni difficili da misurare per chi non lo ha vissuto: non soltanto la perdita di diritti concreti, non soltanto la scoperta improvvisa di essere considerati stranieri nel proprio Paese, ma qualcosa di più profondo e di più destabilizzante, la rivelazione che l’integrazione di generazioni, quel processo lungo e laborioso attraverso cui la famiglia Carmi aveva costruito la propria appartenenza italiana, poteva essere revocata in un momento, con un decreto, sulla base di una distinzione biologica che nessuno aveva mai considerato rilevante prima. L’identità, che sembrava solida e acquisita, si rivela improvvisamente fragile, contingente, esposta alla violenza della storia.

Durante la guerra, la famiglia è costretta a nascondersi e a spostarsi continuamente per sfuggire alle deportazioni. È un periodo di paura, di clandestinità, di sopravvivenza che richiede una costante dissimulazione, un continuo nascondersi per poter esistere. Questa esperienza dell’esistenza nascosta, del vivere nell’ombra per sopravvivere, del dover sopprimere la propria identità per evitare la persecuzione, lascia in Lisetta Carmi una traccia che è impossibile non riconoscere nel lavoro fotografico che farà vent’anni dopo, quando sceglierà di fotografare altre persone costrette a nascondersi, altre identità condannate all’invisibilità, altri esseri umani che la società vuole tenere fuori dalla luce.

Lisetta Carmi
Lisetta Carmi

Dopo la guerra, la carriera pianistica riprende con una forza che riflette sia il talento autentico sia la necessità di ricominciare, di ricostruire una vita normale dopo gli anni della clandestinità. Lisetta si perfeziona con Arturo Benedetti Michelangeli, uno dei pianisti più grandi del Novecento, un musicista di un rigore e di una profondità interpretativa che esigevano dai propri allievi lo stesso livello di impegno totale che egli stesso portava alla musica. Studiare con Michelangeli significa imparare che la perfezione tecnica non è un fine ma un mezzo, che la padronanza dello strumento è la condizione necessaria ma non sufficiente per dire qualcosa di vero sulla musica, che tra la nota scritta sulla partitura e il suono prodotto dallo strumento c’è uno spazio di interpretazione che è lo spazio della soggettività dell’artista, della sua capacità di portare nella musica qualcosa di irriducibilmente suo. Questa lezione, che Lisetta assorbe in anni di studio intenso, si trasferirà in modo diretto nella sua pratica fotografica: anche nella fotografia, come nel pianoforte, la tecnica è necessaria ma non sufficiente, e lo spazio che conta davvero è quello dell’interpretazione, quello in cui la macchina fotografica smette di essere uno strumento di registrazione e diventa uno strumento di espressione.

La fotografia entra nella vita di Lisetta Carmi alla fine degli anni Cinquanta, durante un viaggio in Sardegna che ha qualcosa di casuale e di provvidenziale insieme. Acquista una macchina fotografica quasi d’impulso, senza una precisa intenzione artistica, e comincia a fotografare i sardi, i loro volti, le loro feste, il paesaggio dell’isola, con quella stessa attenzione totale che portava alla musica. Scopre quasi subito che la fotografia le permette un tipo di contatto con la realtà che la musica non le dava nello stesso modo: la musica è un’arte che si svolge nel tempo, che richiede preparazione e ripetizione, che si produce in uno spazio separato dalla vita quotidiana, il palcoscenico, la sala da concerto. La fotografia è un’arte del presente, dell’istante, dell’incontro diretto con il mondo, e questa immediatezza produce in Lisetta una sensazione di libertà e di pienezza che la convince a dedicarle sempre più tempo ed energie.

Nel corso degli anni Sessanta, mentre continua l’attività pianistica, Lisetta Carmi sviluppa la propria pratica fotografica con una sistematicità crescente, lavorando su diversi fronti contemporaneamente. Fotografa i musicisti e i compositori che frequenta attraverso la sua carriera musicale: Luigi Nono, Luciano Berio, Bruno Maderna, i grandi protagonisti della musica contemporanea italiana ed europea che conosce personalmente e che fotografa non nel contesto formale dei concerti ma nella dimensione privata della creazione, nella quotidianità del lavoro compositivo. Questi ritratti di musicisti hanno una qualità di intimità rara, quella che si ottiene soltanto quando il soggetto si fida del fotografo, quando abbassa la guardia che normalmente si mantiene di fronte all’obiettivo e si lascia fotografare nella propria vulnerabilità creativa.

Fotografa anche Genova, la città in cui è nata e in cui vive, con una attenzione che va verso i quartieri più periferici, verso il porto, verso le zone della città che il turismo e la rappresentazione ufficiale tendevano a ignorare. Il porto di Genova negli anni Sessanta è un luogo di grande vitalità e di grande miseria insieme, un crocevia di culture, di lingue, di storie di migrazione che si incontrano e si scontrano in uno spazio urbano denso e contraddittorio. È lì che Lisetta Carmi incontra per la prima volta le persone che diventeranno il soggetto del suo lavoro più importante, quelle che lei, con il linguaggio dell’epoca, chiama i travestiti, e che oggi si definirebbero più correttamente donne transgender o persone con identità di genere non conforme.

L’incontro è casuale, come molti incontri che cambiano la vita. Lisetta si trova nel quartiere del porto di notte, con la macchina fotografica, e incontra un gruppo di queste persone. Non ha paura, non è disturbata, non prova il disagio che molti dei suoi contemporanei avrebbero provato in quella situazione. Prova invece curiosità, e poi qualcosa di più profondo che riconosce come affinità, come risonanza tra la propria storia di persona costretta a nascondersi e la storia di queste persone costrette a vivere nell’ombra, a esistere ai margini, a pagare un prezzo altissimo per il fatto di essere ciò che sono in una società che non sa come gestire la propria alterità. Chiede se può fotografarle. Le persone accettano, con una disponibilità che riflette in parte il desiderio di essere viste, di esistere anche nella dimensione pubblica della rappresentazione visiva, non soltanto nell’ombra della clandestinità.

Il lavoro si sviluppa nel corso di diversi anni, con una pazienza e una continuità che riflettono il metodo di Giaccone, anche se in un contesto completamente diverso. Lisetta non fotografa come un reporter che documenta un fenomeno sociale da fuori: fotografa come qualcuno che ha stabilito relazioni personali reali con i propri soggetti, che conosce i loro nomi, le loro storie, le loro speranze e le loro delusioni. Fotografa gli spogliatoi dove si truccano e si vestono, le strade dove lavorano di notte, i momenti di riposo e di convivialità, la vita quotidiana in tutta la sua complessità e in tutta la sua ordinarietà. Le sue fotografie non spettacolarizzano mai, non cercano il dettaglio morboso o sensazionale che avrebbe soddisfatto una certa curiosità voyeuristica del pubblico borghese: cercano invece la persona, la singolarità irriducibile di ogni esistenza, quella qualità dell’essere umano che persiste anche nelle condizioni di marginalità più estrema.

La prefazione che Pier Paolo Pasolini scrive per il libro nel 1972 è uno dei testi più belli e più lucidi che il poeta abbia prodotto in quegli anni, e vale la pena soffermarsi su cosa vi riconosce, perché ciò che Pasolini vede nel lavoro di Lisetta dice qualcosa di importante non solo su quel libro specifico ma sull’intera natura della sua fotografia. Pasolini riconosce in quelle immagini qualcosa che era affine alla propria poetica: la celebrazione degli esclusi non come vittime da compiangere né come simboli di una causa politica da difendere, ma come esseri umani nella loro piena, irriducibile singolarità, con la loro bellezza e la loro miseria, con la loro capacità di gioia e la loro vulnerabilità alla sofferenza. Pasolini capisce che Lisetta non fotografa i travestiti perché sono travestiti, come rappresentanti di una categoria sociale o di una condizione psicologica, ma perché sono persone, e come tali meritano lo stesso sguardo attento e rispettoso che si deve a qualsiasi essere umano.

Il libro genera scandalo, come era prevedibile. Siamo nel 1972, in un’Italia in cui l’omosessualità è ancora socialmente stigmatizzata e in cui l’identità transgender è semplicemente fuori dal campo di ciò che la cultura pubblica è disposta a considerare come questione legittima. Le reazioni vanno dall’ostilità aperta al silenzio imbarazzato, e soltanto una minoranza critica e intellettuale è capace di riconoscere immediatamente il valore e l’importanza di quel lavoro. Ma il libro sopravvive allo scandalo e al silenzio, e col tempo è diventato un riferimento non soltanto nella storia della fotografia italiana ma nella storia della rappresentazione visiva delle identità di genere non conformi in Europa, un testo fondamentale che ha anticipato di decenni dibattiti culturali e politici che sarebbero esplosi soltanto alla fine del Novecento e nei primi anni del nuovo millennio.

Dopo “I Travestiti”, Lisetta Carmi continua a fotografare, affrontando temi diversi ma sempre con la stessa qualità di attenzione e di rispetto verso i soggetti. Fotografa la Palestina, in un lavoro che porta con sé inevitabilmente la dimensione della propria storia di ebrea italiana, quella complessità di posizioni che rende impossibile qualsiasi semplificazione politica. Fotografa l’India, dopo un viaggio che diventa determinante per la sua evoluzione spirituale e che la porta a una progressiva trasformazione della propria vita, culminata nella scelta di ritirarsi in un ashram in Liguria dove ha vissuto per decenni in una condizione di semi-ritiro spirituale. Questa scelta, che molti hanno interpretato come un abbandono della fotografia, è in realtà una coerenza profonda: anche il ritiro spirituale è, per Lisetta Carmi, un modo di essere fedele a se stessa, di non piegarsi alle aspettative del mercato e del sistema dell’arte, di scegliere la propria vita con la stessa libertà con cui aveva scelto di fotografare i travestiti nel porto di Genova quando nessuno glielo chiedeva e molti glielo sconsigliavano.

La riscoperta del suo lavoro negli ultimi anni, con mostre retrospettive in Italia e all’estero e una rinnovata attenzione critica che ha finalmente riconosciuto la portata e l’originalità della sua opera, è arrivata tardi ma con una forza che riflette la qualità autentica di ciò che ha prodotto. Le fotografie di Lisetta Carmi resistono al tempo perché parlano di qualcosa che non invecchia: parlano del diritto di ogni essere umano a essere visto, a essere riconosciuto nella propria specificità irriducibile, a esistere nella luce invece che nell’ombra. È una lezione fotografica e umana insieme, e la sua urgenza non è diminuita di un grammo nel mezzo secolo che ci separa dagli scatti nel porto di Genova.

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Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
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Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.

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