Vincenzo Castella

Napoli torna in questo capitolo con Vincenzo Castella, ma è una Napoli radicalmente diversa da quella di Mimmo Jodice: non la città storica stratificata su se stessa, non il labirinto dei vicoli e la densità materica dei Quartieri, ma la metropoli contemporanea nella sua espansione caotica e irrefrenabile, quella periferia urbana che dilaga per decine di chilometri intorno al nucleo storico della città, risalendo le colline, scendendo lungo i litorali, riempiendo ogni interstizio disponibile con una vitalità edilizia che non conosce pianificazione né limite. Castella è il fotografo di questa Napoli smisurata e difficile da contenere in un’immagine, di questa metropoli del Sud che è anche, per certi aspetti, la metropoli più autentica d’Italia, quella in cui i processi di urbanizzazione accelerata del Novecento si sono manifestati nella propria forma più estrema e più priva di mediazione.

Nato a Napoli nel 1952, Castella studia architettura a Napoli e poi lavora come architetto prima di dedicarsi alla fotografia in modo sempre più esclusivo a partire dalla fine degli anni Settanta. Come per Basilico, la formazione architettonica lascia tracce profonde nel modo in cui guarda lo spazio urbano: quella capacità di leggere la città come sistema, di coglierne la logica organizzativa anche là dove sembra prevalere il caos, di trovare in ogni paesaggio urbano, per quanto apparentemente irrazionale, la struttura che lo sostiene e lo rende abitabile. Ma mentre Basilico porta nella fotografia una distanza analitica che tende verso il freddo, Castella porta una partecipazione emotiva che è specificamente meridionale, quella capacità di essere dentro e fuori allo stesso tempo, di guardare la propria città con amore e con dolore simultaneamente, con la consapevolezza di chi la conosce dall’interno e proprio per questo riesce a vederne le contraddizioni con maggiore chiarezza.

Vincenzo Castella
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Il grande formato è il formato che Castella sceglie per la propria ricerca fin dagli inizi: la fotocamera a banco ottico con lastre di otto per dieci pollici, o almeno di quattro per cinque, che consente una risoluzione di immagine tale da rendere visibili dettagli impercettibili nella visione diretta, da mostrare la texture delle superfici con una finezza che nessun formato minore avrebbe potuto raggiungere. Questa scelta tecnica ha conseguenze metodologiche precise: lavorare con il banco ottico è lento, richiede un treppiede pesante, la messa a fuoco sul vetro smerigliato sotto il panno nero, la preparazione della lastra, il controllo manuale di ogni parametro. Non è la fotografia dell’istante né quella del movimento spontaneo: è la fotografia della riflessione, della costruzione consapevole, della scena studiata prima di essere impressionata sulla lastra con quella definitività che non ammette la correzione successiva in modo radicale.

La serie dedicata a Napoli e alla sua area metropolitana, sviluppata nel corso degli anni Ottanta e Novanta, è il corpo di lavoro su cui si fonda la reputazione di Castella. Egli fotografa la città dall’alto, dai punti elevati che consentono visioni panoramiche sull’espansione urbana, ma anche dall’interno, dagli stessi spazi che documenta, cercando di catturare la qualità specifica della luce partenopea in relazione alle superfici costruite che la ricevono e la trasformano. La luce di Napoli è tra le più difficili da fotografare della penisola: intensa, quasi violenta nei mesi estivi, capace di bruciare le alte luci e di spingere le ombre verso il nero assoluto con una bruschezza che non lascia margine alla sfumatura intermedia. Castella la affronta con il grande formato e con la pellicola a bassa sensibilità che ha una latitudine di esposizione maggiore, cercando di contenere quei contrasti estremi senza però neutralizzarli, lasciando che la violenza luministica della città si manifesti ma all’interno di una struttura formale che la renda leggibile.

Il passaggio al colore, avvenuto intorno alla metà degli anni Ottanta, è per Castella un passaggio quasi obbligato dalla natura del soggetto che fotografa. La periferia napoletana ha nel colore una delle proprie qualità più specifiche: i palazzi dipinti con i colori vivaci e contrastanti che la tradizione costruttiva popolare del Sud preferisce, i panni stesi ad asciugare tra le finestre che colorano i prospetti degli edifici con una casualità festosa, i mercati ambulanti con le bancarelle coperte di frutta e verdura, i murales che decorano i sottopiani dei palazzi con colori fluo: tutto questo è inseparabile dal colore, perderne l’informazione cromatica significherebbe perdere una parte essenziale dell’identità visiva del luogo. Il colore di Castella è però sempre un colore controllato, mai quello saturo e pop della cartolina o della fotografia turistica: è un colore che porta in sé la traccia del grande formato, quella qualità di definizione e di profondità che trasforma anche i dettagli cromatici più ordinari in elementi di una composizione meditata.

La serie Cities, sviluppata a partire dagli anni Novanta e che porta Castella a fotografare metropoli di tutto il mondo, da Tokyo a Los Angeles, da Londra a Mumbai, mostra come il metodo sviluppato su Napoli si trasferisca con coerenza su realtà urbane radicalmente diverse. Castella porta in ogni città la stessa attrezzatura, lo stesso metodo di lavoro, la stessa pazienza nel costruire il punto di vista ottimale, la stessa cura nella gestione della luce e del colore. Il risultato è un atlante delle metropoli contemporanee che non ha l’ambizione sistematica di quello di Basilico né la carica concettuale di quello di Barbieri, ma possiede una qualità diversa e complementare: la capacità di restituire la densità sensoriale delle città, la loro presenza fisica, la qualità della vita nei loro spazi, con una immediatezza che non sacrifica la profondità formale.

Il contributo di Castella al dibattito sul Nuovo Paesaggio Italiano è quello di un testimone interno, di qualcuno che porta nella riflessione collettiva sul paesaggio urbano contemporaneo la voce del Sud, quella di una città e di una regione in cui i processi di modernizzazione si sono svolti con modalità e velocità diverse rispetto al Nord, producendo un paesaggio che ha le proprie leggi, la propria logica interna, la propria bellezza difficile e irriducibile ai canoni estetici elaborati a Milano o a Reggio Emilia. Questa voce è necessaria e insostituibile: senza di essa il Nuovo Paesaggio Italiano rischierebbe di essere una storia soltanto padana, soltanto della pianura nebbiosa e delle sue trasformazioni postindustriali, perdendo di vista quella metà del paese in cui il rapporto tra modernità e tradizione, tra sviluppo e arretratezza, ha assunto forme che il Nord non ha mai conosciuto e che la fotografia di Castella restituisce con una fedeltà e una profondità che nessun’altra voce avrebbe potuto offrire con la stessa autorità.

 

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Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.

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