Mustafa Sabbagh nasce a Genova nel 1971, da padre giordano di origine palestinese e madre italiana, e questa doppia origine, che attraversa due culture, due religioni, due tradizioni visive profondamente diverse, non è un dettaglio biografico ma una condizione costitutiva del suo modo di vedere e di lavorare. Crescere tra due mondi significa sviluppare quella qualità di sguardo doppio che è, come si è già osservato a proposito di altri autori di questo capitolo, una delle condizioni più favorevoli per certi tipi di pratica artistica, ma nel caso di Sabbagh quella doppiezza ha una qualità specifica e più intensa, perché le due culture tra cui si muove non sono semplicemente diverse ma sono anche in tensione storica, politica, religiosa, una tensione che attraversa il suo corpo come attraversa la propria identità e che si manifesta nel lavoro come una qualità di energia irrisolta che non cerca la sintesi né la pacificazione ma che abita la tensione come condizione permanente e generativa.
Genova è la città in cui cresce, e questa città portuale, affacciata sul Mediterraneo con quella qualità di apertura verso l’altrove che i porti producono nelle persone che vi nascono, contribuisce alla formazione di una sensibilità verso il movimento, verso lo spostamento, verso quella condizione di soglia tra luoghi e culture che è una delle matrici profonde del suo lavoro. Genova è anche una città con una storia industriale e sociale molto precisa, quella storia di operai e di migrazioni e di lotte sociali che ha plasmato il tessuto urbano e che si ritrova in modo più o meno esplicito nella qualità di attenzione verso il corpo come oggetto di lavoro e di fatica che attraversa certi momenti della sua produzione.
La formazione di Sabbagh è quella di un autodidatta nel senso più autentico del termine, qualcuno che ha imparato fotografando e guardando e riflettendo senza il supporto di una istituzione formativa specifica, costruendo la propria competenza tecnica e la propria visione estetica attraverso un percorso di ricerca personale che riflette la qualità della propria curiosità intellettuale e della propria sensibilità visiva. Questo percorso autodidatta ha una conseguenza precisa sul suo stile: non porta con sé le convenzioni di nessuna scuola fotografica specifica, non ha modelli formativi espliciti da seguire o da rifiutare, è libero di sviluppare un linguaggio che è il risultato di una ricerca genuinamente personale, quella ricerca che parte da ciò che si vede e da ciò che si sente invece che da ciò che si è insegnato a vedere e a sentire.
Il corpo è il territorio esclusivo e inesauribile del suo lavoro, il soggetto unico attorno a cui tutta la sua produzione si organizza con una coerenza e una profondità che non hanno molti equivalenti nella fotografia italiana contemporanea. Non è il corpo come pretesto estetico né il corpo come strumento di denuncia sociale: è il corpo come luogo in cui si manifestano e si scontrano tutte le forze che attraversano l’esistenza umana, il desiderio e il dolore, la bellezza e la vulnerabilità, il potere e la resistenza, la storia collettiva e l’esperienza individuale. Questa concezione del corpo come campo di forze invece che come oggetto di contemplazione produce fotografie che hanno una qualità di tensione molto specifica, quella tensione che nasce quando si guarda qualcosa che non si lascia ridurre a una sola interpretazione, che produce simultaneamente risposte diverse e in parte contraddittorie, che resiste alla categorizzazione con la stessa ostinazione con cui i corpi reali resistono alle categorie che la cultura tenta di imporvi.
La luce è lo strumento principale con cui costruisce quella tensione, e il suo uso della luce è forse l’elemento tecnico più immediatamente riconoscibile del suo stile, quello che distingue le sue fotografie da quelle di qualsiasi altro fotografo del corpo della propria generazione. Non usa la luce per illuminare il corpo nel senso convenzionale del termine, per renderlo visibile nella propria interezza con quella qualità di chiarezza totale che la fotografia di moda o quella medica richiedono. Usa la luce per scolpire il corpo, per creare zone di ombra e di luce che trasformano la superficie cutanea in un paesaggio, in qualcosa che ha rilievi e profondità, che non è soltanto una superficie da guardare ma una topografia da esplorare. Quelle zone di ombra che coprono parti del corpo non sono lacune nella documentazione ma scelte semantiche precise, modi di dire che il corpo ha una parte visibile e una parte invisibile, che ciò che si mostra non esaurisce ciò che è, che la luce rivela sempre al costo di nascondere qualcos’altro.
Il progetto “De/Generazione”, sviluppato nel corso di diversi anni e esposto in numerose istituzioni italiane e internazionali, è forse il più ambizioso e il più compiuto del suo corpus, quello che mostra con maggiore chiarezza la profondità concettuale del suo approccio al corpo. Il progetto affronta il tema della generazione e della degenerazione nel senso biologico del termine, quello del corpo che si produce e si consuma nel tempo, che nasce e cresce e invecchia e muore con quella inesorabilità che è la condizione fondamentale di ogni esistenza corporea, ma lo affronta con una qualità visiva e concettuale che lo sottrae alla banalità del tema per portarlo in un territorio di indagine che è al tempo stesso scientifico e poetico, documentario e speculativo. Le fotografie di corpi in diverse fasi della vita, dall’infanzia alla vecchiaia, non sono una celebrazione della vita né una meditazione sulla morte ma qualcosa di più preciso e di più difficile da nominare, quella qualità di attenzione verso la materialità dell’esistenza corporea che riconosce nella fragilità del corpo non una limitazione da superare ma una condizione da abitare con la consapevolezza e la dignità che merita.
Il lavoro sull’identità di genere e sulla sessualità è un altro dei territori centrali della sua produzione, affrontato con quella stessa qualità di complessità e di rifiuto della semplificazione che caratterizza tutto il suo approccio al corpo. Le fotografie di corpi che non si lasciano classificare nelle categorie binarie del genere, di identità sessuali che esistono negli spazi tra le categorie invece che dentro di esse, non hanno nella sua produzione la qualità della denuncia né quella della celebrazione: hanno la qualità dell’incontro, di un gesto di riconoscimento verso persone e corpi che la cultura dominante tende a rendere invisibili o a mostrare come eccezioni curiose invece che come varianti normali della condizione umana. Quella qualità di riconoscimento, che non giudica né categorizza ma semplicemente guarda e mostra con rispetto e con attenzione, è una delle dimensioni etiche più importanti del suo lavoro, quella che lo distingue da molti altri fotografi che hanno lavorato sugli stessi temi con una qualità di appropriazione invece che di incontro.
La dimensione installativa del suo lavoro, come per molti altri artisti di questa generazione, è un aspetto fondamentale che non può essere separato dalla dimensione fotografica senza perdere qualcosa di essenziale. Le installazioni che ha prodotto nel corso degli anni, in cui le fotografie vengono inserite in ambienti costruiti appositamente con una qualità di attenzione allo spazio fisico che riflette la sua concezione del corpo come presenza spaziale oltre che visiva, producono esperienze in cui lo spettatore è invitato a confrontarsi con le immagini non dalla distanza contemplativa della galleria convenzionale ma dalla prossimità corporea di uno spazio condiviso, in cui la propria fisicità è parte dell’esperienza invece di essere neutralizzata dall’architettura dell’esposizione.
Ha esposto in istituzioni importanti in Italia e all’estero, con una presenza internazionale che riflette la qualità universale dei temi che affronta e la forza visiva con cui li affronta. Il riconoscimento critico del suo lavoro è stato progressivo e solido, con una attenzione da parte della critica internazionale che ha confermato che la specificità della sua formazione italo-palestinese e la radicalità del suo approccio al corpo parlano a un dibattito che è globale, che attraversa le culture e le geografie con una pertinenza che non si perde nella traduzione.
Ha vinto il Premio Internazionale di Fotografia Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, uno dei riconoscimenti più importanti nel panorama della fotografia italiana contemporanea, un riconoscimento che ha contribuito a consolidare la sua posizione nel sistema dell’arte fotografica italiana e a portare il suo lavoro all’attenzione di un pubblico più ampio di quello che la natura del suo lavoro, non immediatamente accessibile né commercialmente ovvia, avrebbe altrimenti raggiunto.
La scrittura teorica che accompagna il suo lavoro visivo, quella qualità di riflessione sul corpo e sulla fotografia che produce in testi brevi e densi per cataloghi e pubblicazioni di settore, mostra una qualità di pensiero filosofico che non è comune tra i fotografi e che riflette la profondità della formazione intellettuale con cui ha approcciato il proprio lavoro fin dall’inizio. Non scrive per spiegare le fotografie né per renderle più accessibili: scrive per esplorare le stesse domande che le fotografie esplorano, con lo strumento diverso della lingua, producendo una riflessione parallela che illumina il lavoro visivo senza esaurirlo, che aggiunge al corpo delle fotografie un corpo di pensiero che le accompagna senza sostituirle.

La relazione tra il suo lavoro e la tradizione della fotografia di nudo italiana e internazionale è un aspetto che merita una riflessione specifica, perché dice qualcosa di importante sia sulla sua posizione rispetto a quella tradizione sia sulla natura del suo contributo alla sua evoluzione. La fotografia di nudo ha una storia lunghissima che include tradizioni molto diverse, dalla fotografia artistica di derivazione pittorialista alla fotografia di moda, dalla fotografia erotica alla fotografia medica, ciascuna delle quali costruisce il corpo nudo in modo diverso attraverso le proprie convenzioni estetiche e i propri sistemi di valori. Sabbagh si inserisce in quella storia con la consapevolezza di chi la conosce in profondità ma si rifiuta di essere contenuto in nessuna delle sue categorie, costruendo un linguaggio del corpo che è riconoscibilmente contemporaneo nella propria libertà formale e concettuale ma che porta con sé la memoria di tutte quelle tradizioni come uno strato di senso che arricchisce invece di appesantire.
Guardando al suo lavoro nella sua interezza, quello che rimane con la forza di una presenza fisica oltre che visiva è quella qualità di luce scolpita con cui abbiamo aperto questo ritratto, quelle ombre che non sono assenze ma spessori, quei corpi che non si offrono ma si propongono come domande. Sabbagh ha passato trent’anni a costruire uno spazio visivo in cui il corpo umano possa essere guardato davvero, senza le mediazioni del desiderio commerciale né quelle della denuncia politica, con quella qualità di attenzione pura che riconosce nel corpo la forma più concreta e più irriducibile dell’esistenza umana. È un lavoro che richiede coraggio oltre che talento, quella disponibilità a occuparsi di ciò che la cultura tende a rimuovere o a banalizzare, e il fatto che Sabbagh lo faccia con la coerenza e la profondità che attraversano tutta la sua carriera è la misura più autentica del valore del suo contributo alla fotografia e all’arte visiva italiana contemporanea. Il suo sguardo sul corpo è uno sguardo che restituisce al corpo la propria dignità di territorio inesauribile, di luogo in cui la storia e il desiderio e la vulnerabilità e la forza coesistono con quella complessità che nessuna semplificazione può ridurre senza tradire, e quella restituzione è forse il gesto artistico più necessario che un fotografo possa compiere in un’epoca che il corpo lo usa più di quanto lo abiti, lo mostra più di quanto lo riconosca, lo consuma più di quanto lo rispetti.
fonti
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


