Davide Monteleone

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Davide Monteleone nasce a Venezia nel 1974, in una città che è essa stessa una riflessione permanente sul rapporto tra la forma e il tempo, tra la bellezza costruita dagli uomini e la sua progressiva dissoluzione nell’acqua, tra la persistenza della storia e la fragilità della materia. Venezia è una città in cui il passato non è mai davvero passato, in cui ogni pietra porta con sé strati di memoria che si sovrappongono senza annullarsi, in cui la luce ha una qualità particolare, quella luce riflessa dall’acqua dei canali che disfà i contorni delle cose e trasforma la realtà in qualcosa di leggermente onirico, di leggermente irreale. Crescere a Venezia significa sviluppare, quasi per osmosi, una sensibilità verso la stratificazione del tempo, verso la coesistenza di epoche diverse nello stesso spazio, verso quella qualità del passato che non passa mai del tutto ma continua a manifestarsi nel presente in modi che richiedono attenzione e pazienza per essere riconosciuti. Questa sensibilità si ritrova intatta nel lavoro fotografico di Monteleone, in quella capacità di vedere nelle situazioni contemporanee il peso della storia che le ha prodotte, di leggere nel presente i segni di un passato che continua a operare con tutta la propria forza.

La sua formazione fotografica avviene negli anni Novanta, in un momento in cui la fotografia italiana sta attraversando una fase di grande trasformazione. Il mercato editoriale tradizionale, basato sulle grandi riviste illustrate e sulle agenzie fotografiche, stava già mostrando i primi segni della crisi che il digitale avrebbe accelerato drasticamente nel decennio successivo, e i fotografi della generazione di Monteleone si trovavano a dover costruire la propria pratica in un contesto di riferimenti in rapida mutazione. La risposta di Monteleone a questo contesto incerto è stata quella di puntare sulla qualità e sulla profondità di visione come unica alternativa sostenibile alla logica dello scoop e dell’immagine usa e getta: costruire progetti di lungo periodo, lavorare su temi che richiedono anni di frequentazione, produrre fotografie che abbiano una qualità di resistenza al consumo rapido che le distingua dal flusso incessante di immagini ordinarie.

La Russia e i territori dell’ex Unione Sovietica diventano il centro della sua ricerca a partire dai primi anni Duemila, e questa scelta non è casuale né soltanto opportunistica. Monteleone si avvicina a quei luoghi con una curiosità intellettuale che va ben oltre il reportage di cronaca: lo interessa la transizione post-sovietica come fenomeno storico e antropologico di straordinaria complessità, quel processo di trasformazione radicale di una società che ha vissuto per settant’anni sotto un sistema politico, economico e culturale totalizzante e che si trova improvvisamente a dover reinventare se stessa senza le strutture ideologiche che ne avevano organizzato ogni aspetto. È un processo che non ha precedenti nella storia moderna, e che produce fenomeni sociali, culturali e psicologici di una ricchezza e di una contraddittorietà che sfidano qualsiasi schema interpretativo precostituito. Monteleone si immerge in quel processo con una disponibilità all’ascolto e all’apprendimento che è la qualità metodologica più importante del suo lavoro: non arriva con le risposte già pronte, non cerca di confermare tesi che aveva elaborato prima di partire, ma si lascia educare dai luoghi e dalle persone, accettando che la realtà sia sempre più complessa e più sorprendente di qualsiasi ipotesi preliminare.

A photo of photographer, visual artist Davide Monteleone wearing
A photo of photographer, visual artist Davide Monteleone wearing glasses with his arms crossed

La Cecenia è il territorio su cui questa immersione si manifesta nella sua forma più intensa e più prolungata. Monteleone frequenta la Cecenia per anni, tornando ripetutamente in una regione che ha attraversato due guerre devastanti contro la Russia tra il 1994 e il 2009 e che al momento dei suoi sopralluoghi si trova in quella fase ambigua e fragile della ricostruzione post-bellica, in cui la violenza aperta si è trasformata in un controllo politico opprimente e in cui la società cerca faticosamente di ricostruire le proprie strutture di normalità su fondamenta che la guerra ha reso instabili. Il lavoro ceceno di Monteleone, confluito nel libro “Red Thistle” pubblicato nel 2012, è uno dei contributi più importanti e più originali al documentario fotografico sulla crisi caucasica, un corpus di immagini che affronta il conflitto non attraverso la sua dimensione bellica spettacolare ma attraverso le sue conseguenze quotidiane, il modo in cui la guerra si è depositata nelle persone, negli spazi, nelle relazioni, nelle pratiche culturali di una società che cerca di sopravvivere alla propria storia.

Quello che distingue immediatamente le fotografie di Monteleone da quelle della maggior parte dei fotografi di reportage che hanno lavorato in Cecenia è la loro qualità cromatica. Monteleone fotografa a colori, e i suoi colori non sono i colori del fotoreportage convenzionale, quella tavolozza neutra e desaturata che simula la sobrietà documentaria e si adatta a qualsiasi contesto editoriale. I suoi colori hanno una qualità pittorica precisa, una ricchezza e una specificità che riflettono la qualità della luce dei luoghi in cui fotografa: i verdi cupi e i grigi metallici del Caucaso in inverno, i colori autunnali delle foreste cecene, quella palette che oscilla tra il bruciato e il ferroso che sembra riflettere la qualità emotiva di una regione che porta sulla propria pelle le cicatrici di una storia violenta. Questi colori non sono scelti in laboratorio, non sono il risultato di manipolazioni in post-produzione che impongono una tonalità predeterminata alle immagini: sono il risultato di una sensibilità visiva che sa riconoscere e valorizzare la luce specifica di ogni luogo, quella luce irriproducibile che appartiene soltanto a quel contesto geografico e climatico in quel momento della giornata e dell’anno.

Il riferimento alla tradizione pittorica che Monteleone porta nel proprio lavoro non è quello del reportage anglosassone né quello della fotografia documentaria americana, ma quello della pittura dell’Europa orientale, in particolare quella tradizione di realismo russo dell’Ottocento che aveva trovato nei paesaggi e nei volti della steppa e delle foreste boreali una bellezza malinconica e severa che non assomigliava a nessuna bellezza occidentale. I pittori del gruppo dei Peredvizhniki, i Girovaghi, che avevano portato l’arte russa a documentare la vita reale del popolo russo con una attenzione e un rispetto che la pittura accademica non aveva mai praticato, sono una presenza silenziosa ma riconoscibile nella qualità visiva delle fotografie di Monteleone. Non come citazione consapevole e dichiarata, ma come affinità profonda di sguardo, come condivisione di una postura etica verso i soggetti che si raffigurano, quella postura che mette la dignità della persona al centro di ogni scelta formale.

Il progetto sul Caucaso si estende ben oltre la Cecenia, abbracciando la Georgia, l’Armenia, l’Azerbaigian, quei territori in cui la dissoluzione dell’Unione Sovietica ha prodotto conflitti etnici e politici di grande complessità, in cui le identità nazionali si sono ricostruite faticosamente su basi culturali e storiche che il regime sovietico aveva tentato di cancellare o di neutralizzare. Monteleone fotografa queste società in transizione con la stessa attenzione alla quotidianità che aveva portato in Cecenia: fotografa i mercati, le chiese, le feste popolari, le case, i volti degli anziani che portano ancora nella propria fisicità i segni di decenni di vita sovietica e che guardano il presente con una miscela di sollievo e di disorientamento che è uno dei segni più caratteristici di quelle generazioni di mezzo che hanno vissuto la transizione da adulti.

La Russia stessa, nella sua vastità geografica e nella sua complessità culturale, è uno dei grandi temi del suo lavoro. Monteleone ha fotografato la Russia dalla Siberia agli Urali, dalle grandi città alle comunità rurali più remote, cercando di costruire un ritratto che non si pieghi né all’esotismo pittoresco né alla demonizzazione politica che spesso caratterizza la rappresentazione occidentale della Russia. Il suo interesse è per la vita reale delle persone reali, per la Russia che non appare nei summit diplomatici né nelle analisi geopolitiche, quella Russia di province e di villaggi, di fabbriche in dismissione e di chiese ortodossi riaperte dopo decenni di chiusura forzata, di giovani che ascoltano la musica occidentale e di vecchi che rimpiangono la certezza materiale dell’era sovietica. È un ritratto composito e contraddittorio, che rifiuta ogni semplificazione e che richiede allo spettatore la stessa disponibilità alla complessità che Monteleone porta nel proprio lavoro.

Dal punto di vista tecnico, la sua evoluzione nel corso degli anni dice qualcosa di interessante sulla sua concezione della fotografia come pratica in continuo divenire. Nei primi lavori ha usato la pellicola con grande rigore, sviluppando una sensibilità per la granatura e per i toni del negativo a colori che si ritrova nelle stampe di quella stagione. Con il passaggio al digitale, avvenuto come per tutti i fotografi della sua generazione nel corso degli anni Duemila, Monteleone non ha semplicemente sostituito uno strumento con un altro, ma ha ripensato le proprie scelte tecniche in funzione delle nuove possibilità offerte dal mezzo digitale, mantenendo quella qualità cromatica pittorica che è il marchio distintivo del suo sguardo ma adattandola alle caratteristiche specifiche dei sensori digitali e dei software di elaborazione. Questa capacità di adattamento tecnico senza perdita di identità visiva è una delle qualità meno visibili ma più importanti di un fotografo maturo: la tecnica cambia, la visione rimane.

Le focali che preferisce sono medie o leggermente lunghe, tra i 35 e gli 85 millimetri, che producono una prospettiva vicina a quella dell’occhio umano naturale senza la distorsione del grandangolo né la schiacciatura del teleobiettivo. Questa scelta produce fotografie in cui la relazione spaziale tra i soggetti e il loro ambiente è percepita in modo naturale, senza enfatizzazioni né riduzioni: il paesaggio è presente con la stessa importanza del ritratto, lo sfondo ha lo stesso peso visivo del primo piano. In questo equilibrio tra figura e contesto si riflette una posizione intellettuale precisa: Monteleone non crede che le persone si capiscano isolate dall’ambiente che le ha formate, e le sue fotografie costruiscono sempre un dialogo tra il volto e il paesaggio, tra la storia individuale e la storia collettiva che quella storia individuale ha plasmato.

È membro dell’agenzia VII Photo, una delle agenzie di fotografia di reportage più importanti del mondo, fondata nel 2001 da un gruppo di fotografi che condividevano la volontà di costruire una struttura cooperativa che garantisse agli autori il controllo sui propri progetti. Questa affiliazione riflette una posizione etica e professionale coerente con l’intero suo approccio: la convinzione che la fotografia di reportage di qualità richieda strutture che proteggano il tempo lungo, la profondità di indagine, la libertà di costruire progetti che non si piegano alle esigenze del mercato editoriale immediato.

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il World Press Photo Award, il premio W. Eugene Smith per la fotografia umanitaria, e il Visa d’Or al festival di Perpignan, che è considerato uno dei riconoscimenti più prestigiosi nel campo del fotogiornalismo europeo. I suoi libri, oltre a “Red Thistle”, includono “Il Confine” sulla frontiera russo-caucasica e diversi altri volumi che documentano aspetti specifici della sua ricerca geografica e tematica. Le sue fotografie sono state esposte in mostre personali e collettive in tutto il mondo, e fanno parte di collezioni pubbliche e private di primo piano.

Guardando all’insieme del suo lavoro, ciò che emerge con maggiore chiarezza è una qualità che si potrebbe definire fedeltà alla complessità: quella disposizione rara a non semplificare mai, a non cedere alla tentazione della narrativa facile anche quando la narrativa facile sarebbe quella più immediatamente comprensibile e più facilmente pubblicabile. Monteleone ha costruito nel corso di vent’anni un corpus di lavoro sulla Russia e sul Caucaso che non ha equivalenti nella fotografia italiana contemporanea per profondità, continuità e articolazione, un corpus che è insieme documento storico, analisi culturale e opera d’arte visiva, senza che nessuna di queste dimensioni prevalga sulle altre o le annulli. È, in questo senso, il fotografo che più compiutamente realizza nella propria pratica quella sintesi tra rigore documentario e sensibilità artistica che è stata la tensione produttiva di tutta la fotografia italiana di reportage nel corso del secondo Novecento, da Cagnoni a Lucas, da Pellegrin a Majoli, da Zizola a Giaccone, da Carmi a Cerati. È figlio legittimo di quella tradizione, e al tempo stesso porta in essa qualcosa di nuovo: una qualità pittorica del colore, una sensibilità per il paesaggio come soggetto autonomo e non soltanto come sfondo, una disponibilità a lavorare sulle periferie geografiche e culturali del mondo contemporaneo con la stessa serietà e la stessa profondità che altri avevano dedicato ai centri del potere e del conflitto. Il risultato è un lavoro che resiste al tempo, che continua a interrogare lo spettatore anche a distanza di anni dallo scatto, e che ha contribuito in modo significativo a ridefinire i confini di ciò che la fotografia italiana di reportage può essere e può fare.

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Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.

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