Alejandro Cartagena (Santiago de los Caballeros, Repubblica Dominicana, 1977) è un fotografo di origine dominicana e formazione messicana, con base a Monterrey, la metropoli industriale del nord del Messico, autore di una pratica documentaria di grande originalità che affronta alcune delle questioni più urgenti della vita contemporanea nelle aree metropolitane del Messico settentrionale: l’espansione urbana incontrollata, le condizioni di lavoro nel settore dell’edilizia e dei servizi, la mobilità pendolare nelle periferie, il rapporto tra corpo e paesaggio urbano nella megalopoli del XXI secolo. La sua opera si inserisce nella tradizione della fotografia documentaria latinoamericana pur portando in essa strumenti concettuali e approcci visivi che riflettono la formazione contemporanea: Cartagena è un fotografo che conosce la storia del medium, dialoga con la fotografia documentaria internazionale e sviluppa un linguaggio visivo che è al tempo stesso radicato nella specificità geografica e culturale del nord del Messico e riconoscibile come contributo originale alla fotografia contemporanea globale.

Cartagena nasce nel 1977 a Santiago de los Caballeros e si trasferisce in Messico negli anni Novanta, stabilendosi a Monterrey dopo studi in fotografia in diverse istituzioni messicane e americane. La scelta di Monterrey come base operativa non è casuale: la città è il centro industriale e commerciale del nord del Messico, una megalopoli di quattro milioni di abitanti che incarna le contraddizioni più acute della modernizzazione messicana — ricchezza estrema e povertà estrema, alta tecnologia industriale e condizioni di vita precarie per larga parte della popolazione, espansione urbana accelerata e infrastrutture insufficienti. Questo contesto fornisce a Cartagena il materiale visivo e concettuale per una riflessione sistematica sulle condizioni di vita e di lavoro nella metropoli capitalistica contemporanea.
La prima grande serie di Cartagena che ottiene riconoscimento internazionale è “Carpoolers” (2011–2012), un corpus di fotografie scattate dall’alto di un cavalcavia autostradale che mostrano i lavoratori edili distesi sui pianali dei pick-up che li trasportano dai quartieri periferici di Monterrey ai cantieri del centro, all’alba, prima dell’inizio del lavoro. La prospettiva aerea — Cartagena è letteralmente sopra i veicoli — trasforma i corpi degli operai, raggomitolati su se stessi per proteggersi dal freddo o semplicemente distesi in attesa, in forme quasi astratte, figure geometriche distribuite sui pianali come oggetti inanimati trasportati piuttosto che come persone. Questa qualità quasi scultoreale e insieme profondamente umana delle immagini è la caratteristica più originale della serie: Cartagena mostra la disumanizzazione delle condizioni di lavoro attraverso una composizione visiva di grande eleganza formale, senza alcuna retorica di denuncia ma con la forza dell’evidenza.
Suburbia Mexicana e la periferia come soggetto fotografico
La serie “Suburbia Mexicana” (2006–2010) è il progetto più vasto e più sistematico di Alejandro Cartagena, realizzato nel corso di quattro anni di documentazione sistematica della crescita periferica di Monterrey e delle città del nord del Messico. Il progetto nasce dall’osservazione di un fenomeno urbanistico di proporzioni gigantesche: negli anni Duemila il governo messicano ha promosso un programma di costruzione di masse di abitazioni economiche nelle periferie delle città del nord, creando interi quartieri di case identiche costruite in serie su terreni privi di qualsiasi infrastruttura preesistente — senza scuole, senza ospedali, senza spazi pubblici, senza trasporti. Questi quartieri, abitati da lavoratori e dalle loro famiglie attratti dalle opportunità di lavoro nelle fabbriche delle zone industriali, sono spazi di desolante uniformità architettonica e di grande vitalità umana, in cui la vita quotidiana si svolge in contrasto stridente con l’artificialità e la povertà del contesto costruito.
Cartagena fotografa questi quartieri con una macchina di grande formato — spesso dall’alto, su edifici o su strutture che permettono una prospettiva aerea — producendo immagini in cui la ripetizione seriale delle case, dei tetti, delle strade identiche crea una qualità quasi astratta che è al tempo stesso documento urbanistico e critica implicita del modello di sviluppo. La fotografia aerea, che Cartagena usa sia in “Suburbia Mexicana” che in “Carpoolers”, non è una scelta meramente estetica: è uno strumento concettuale che permette di vedere le strutture che organizzano la vita delle persone — le strade, i quartieri, i tragitti di pendolarismo — in modo impossibile dal punto di vista del pedone, rivelando la logica spaziale del capitalismo metropolitano con una chiarezza che lo sguardo a terra non può produrre.
Cartagena ha anche prodotto una serie di libri d’artista di grande qualità grafica, in cui le fotografie sono integrate con testi, mappe e dati urbanistici che contestualizzano le immagini in un quadro interpretativo più ampio. Questa attenzione alla dimensione editoriale e libraria riflette una concezione della fotografia documentaria che non si esaurisce nell’immagine singola ma richiede la costruzione di narrazioni complesse e multistrato, in cui la fotografia dialoga con altri sistemi di conoscenza — urbanistica, sociologica, statistica — per produrre una comprensione più ricca e più critica della realtà documentata.
Il riconoscimento internazionale di Cartagena è cresciuto rapidamente grazie alla diffusione di “Carpoolers” e di “Suburbia Mexicana” nel circuito della fotografia documentaria internazionale. Le sue fotografie sono state pubblicate su National Geographic, The New York Times, Time, Le Monde e numerose altre testate internazionali, e le sue serie sono state esposte in festival fotografici di tutto il mondo — Visa pour l’Image a Perpignan, Photolucida a Portland, FORMAT Festival nel Regno Unito. Le sue opere sono entrate nelle collezioni della George Eastman House, del Houston Museum of Fine Arts e di altre istituzioni internazionali.
Le Opere principali
- Carpoolers (2011–2012): La serie più celebre, lavoratori edili ripresi dall’alto nei pick-up all’alba. Opera di consacrazione internazionale.
- Suburbia Mexicana (2006–2010): La documentazione sistematica della crescita periferica di Monterrey. Opera principale e contributo più duraturo alla fotografia urbana.
- A Small Guide to the Invisible (2013): La serie sugli spazi invisibili della città — spazi abbandonati, interstizi urbani, luoghi di transizione.
- Picturing Inequality (2014–2016): La riflessione visiva sulla disuguaglianza economica nella metropoli messicana.
- George Eastman House – collezione permanente: Il riconoscimento museale più importante della carriera.
- Visa pour l’Image Perpignan – partecipazione: Presenza nel principale festival fotografico europeo di fotogiornalismo.
- Pubblicazioni su National Geographic, NYT, Time: La diffusione internazionale attraverso le principali testate fotografiche mondiali.
- Libri d’artista (varie edizioni autoprodotte e editori): Il corpus editoriale che integra fotografia, testo e dati urbanistici.
Fonti
- Alejandro Cartagena – sito ufficiale
- George Eastman Museum – Cartagena Collection
- Visa pour l’Image – Alejandro Cartagena
- National Geographic – Alejandro Cartagena
- Houston Museum of Fine Arts – fotografia latinoamericana
- Centro de la Imagen México – Cartagena
FORMAT Festival UK – fotografia contemporanea
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
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Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


