Carrie Mae Weems

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Carrie Mae Weems è probabilmente l’artista che più di ogni altra ha trasformato la fotografia americana degli ultimi quarant’anni in un dispositivo di interrogazione storica. Nata a Portland, in Oregon, il 20 aprile 1953, formatasi tra la danza, il teatro politico, il folklore accademico e la fotografia concettuale della costa occidentale, ha costruito un’opera che intreccia immagine fissa, testo, video, installazione e performance, mettendo al centro le questioni della razza, del genere, della classe e della costruzione del potere attraverso le immagini. La sua è una fotografia che raramente si limita a mostrare: quasi sempre chiede chi guarda, con quale diritto e a partire da quale archivio.

Indice dei Contenuti

In Sintesi

  • Carrie Mae Weems, nata a Portland nel 1953, è una delle voci più influenti della fotografia contemporanea statunitense e una figura chiave della riflessione critica sulla rappresentazione.
  • La sua formazione unisce la danza moderna, l’attivismo sindacale, gli studi al California Institute of the Arts, il master alla University of California San Diego e la specializzazione in folklore a Berkeley.
  • Family Pictures and Stories, realizzato tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, nasce come risposta critica alle letture patologizzanti della famiglia afroamericana.
  • La Kitchen Table Series del 1990 resta la sua opera più nota: venti immagini e quattordici pannelli di testo costruiti attorno a un unico tavolo e a un’unica lampada.
  • Con From Here I Saw What Happened and I Cried interviene sui dagherrotipi ottocenteschi di persone schiavizzate, riaprendo il dibattito sulla proprietà delle immagini d’archivio.
  • Le serie Roaming e Museums introducono la figura ricorrente della donna in abito nero di spalle, alter ego dell’artista e testimone silenziosa dei luoghi del potere.
  • Nel 2013 riceve la MacArthur Fellowship; nel 2014 il Solomon R. Guggenheim Museum le dedica una retrospettiva, prima artista afroamericana a ottenerla in quella sede.
  • Nel 2023 le viene conferito l’Hasselblad Award, il più prestigioso riconoscimento internazionale nel campo della fotografia.

Carrie Mae Weems: biografia, formazione e definizione di un metodo

La biografia di Carrie Mae Weems è di quelle che spiegano molto dell’opera. Nasce nel 1953 a Portland, in una famiglia originaria del Mississippi giunta nel nord-ovest lungo le rotte della grande migrazione afroamericana, in un contesto operaio e numeroso. L’adolescenza è segnata dalla maternità precoce e da un precoce contatto con il lavoro; la giovinezza dalla danza moderna, che studia a San Francisco anche con Anna Halprin, e dal teatro politico e dall’organizzazione sindacale, esperienze che le forniscono un vocabolario di analisi sociale destinato a rimanere attivo per tutta la carriera. La macchina fotografica entra nella sua vita nel 1973, come regalo di compleanno: un dono che l’artista ha sempre raccontato come una soglia, non come una vocazione improvvisa.

La formazione successiva è insolitamente strutturata per una fotografa della sua generazione. Studia al California Institute of the Arts, dove ottiene il Bachelor of Fine Arts nel 1981, quindi consegue il Master of Fine Arts alla University of California, San Diego, nel 1984, in un dipartimento allora attraversato dalle posizioni della fotografia concettuale e politicamente orientata di Allan Sekula, Fred Lonidier e Martha Rosler. È lì che assorbe l’idea che l’immagine non sia mai autosufficiente e che il testo, la serie e la struttura installativa siano parte integrante del significato. A questa base aggiunge un percorso poco comune: studi di folklore alla University of California, Berkeley, tra il 1984 e il 1987.

Il folklore le fornisce lo strumento decisivo, ovvero l’attenzione alla narrazione orale, ai proverbi, alle formule, alle storie tramandate come deposito di sapere collettivo. Da qui deriva la caratteristica più riconoscibile del suo metodo: la costruzione di serie in cui la voce narrante, spesso in prima persona e volutamente collettiva, si affianca alle immagini senza spiegarle.Il primo corpus significativo, Family Pictures and Stories, viene realizzato tra il 1978 e il 1984 e documenta la propria famiglia allargata tra Portland e il Mississippi. Il progetto nasce come reazione diretta a un documento politico degli anni Sessanta che aveva descritto la famiglia afroamericana come una struttura patologica e disfunzionale. Weems risponde con fotografie in bianco e nero di riunioni, cucine, matrimoni e ritratti, accompagnate da testi e da registrazioni audio, restituendo una rete di relazioni complessa e vitale. La strategia è già quella definitiva: non contrapporre una tesi a un’altra tesi, ma consegnare al pubblico un materiale narrativo abbastanza denso da rendere insostenibile la semplificazione precedente.

Nella seconda metà degli anni Ottanta l’artista affronta esplicitamente il linguaggio dello stereotipo con Ain’t Jokin’, serie in cui accosta ritratti fotografici a barzellette razziste circolanti nella cultura popolare americana. L’effetto è deliberatamente sgradevole: lo spettatore si trova a leggere una battuta mentre guarda negli occhi la persona che ne è bersaglio, e la struttura del pregiudizio si rivela nel momento stesso in cui viene enunciata. In parallelo lavora a Colored People, dove ritratti di giovani afroamericani vengono virati con tinte monocrome accompagnate da aggettivi tratti dal lessico coloniale della gradazione dell’incarnato. La riflessione sulla politica della rappresentazione raggiunge qui una formulazione matura, che l’artista non abbandonerà più.

Kitchen Table Series, archivi e la donna in nero

Nel 1990 Carrie Mae Weems realizza l’opera che ne definirà per sempre il profilo pubblico. La Kitchen Table Series è composta da venti fotografie in bianco e nero e quattordici pannelli di testo, girate interamente attorno a un tavolo da cucina illuminato da una singola lampada a sospensione. La macchina fotografica non si sposta mai. Cambiano i personaggi: la protagonista, interpretata dalla stessa Weems, un uomo, una bambina, alcune amiche, e infine la solitudine. Cambia la relazione. Il tavolo diventa un palcoscenico teatrale e insieme un dispositivo di misurazione dei rapporti di forza domestici, mentre i testi, scritti in una prosa che deve molto alla tradizione orale e al blues, costruiscono una biografia collettiva femminile. La forza dell’opera sta nel suo doppio registro.

Da un lato è un lavoro sulla vita affettiva di una donna afroamericana negli Stati Uniti degli anni Novanta, con la sua rete di amicizie, la maternità, il desiderio e l’abbandono. Dall’altro è un’operazione formale rigorosissima, che dimostra come una sola inquadratura fissa possa generare una narrazione complessa attraverso la variazione minima degli elementi. L’artista occupa il proprio spazio come autrice e come soggetto, sciogliendo l’opposizione tra chi guarda e chi è guardato che aveva dominato la fotografia sulle donne nere fino a quel momento. La serie è entrata nelle collezioni dei principali musei internazionali ed è oggi uno dei riferimenti più citati nei corsi universitari dedicati alla fotografia contemporanea.

La seconda direttrice fondamentale del suo lavoro riguarda l’archivio.

Con From Here I Saw What Happened and I Cried, realizzata a metà degli anni Novanta, Weems riprende fotograficamente i dagherrotipi commissionati nel 1850 dal naturalista Louis Agassiz a Joseph T. Zealy, immagini di uomini e donne schiavizzati nelle piantagioni della Carolina del Sud realizzate per sostenere teorie razziali pseudoscientifiche. L’artista ingrandisce quelle immagini, le vira in rosso sangue, le racchiude in cornici circolari e vi sovrappone su vetro un testo in prima persona che si rivolge direttamente ai soggetti ritratti. L’operazione trasforma reperti di un dispositivo di dominio in ritratti restituiti alla dignità dello sguardo, e ha sollevato una discussione giuridica e teorica sulla proprietà delle immagini d’archivio che è tuttora aperta, riemergendo nelle controversie legali degli anni recenti sulla titolarità di quei dagherrotipi.

Su un versante affine si colloca la Sea Islands Series, realizzata nei primi anni Novanta lungo le coste della Georgia e della Carolina del Sud, dove la cultura Gullah ha conservato tracce dirette di pratiche linguistiche e rituali africane. Qui Weems fotografa case, alberi, tombe e oggetti, associandoli a proverbi e formule tramandate oralmente, in un lavoro che deve moltissimo alla sua formazione folklorista. Con The Louisiana Project, del 2003, affronta invece la struttura sociale di New Orleans, il ballo mascherato, la piantagione, le stratificazioni di colore e classe, introducendo un uso sistematico della propria figura come presenza scenica.

È in Roaming, del 2006, che questa presenza assume la forma definitiva. Ripresa a Roma e nei suoi dintorni monumentali, la serie mostra una figura femminile in lungo abito nero, sempre di spalle, immobile davanti a palazzi, scalinate, obelischi e architetture del potere. La donna, interpretata dall’artista, non è un personaggio ma una funzione: è la testimone, la sentinella, la figura che misura la distanza tra un corpo e l’ordine simbolico che lo esclude. La stessa figura ritorna nella serie Museums, dove si colloca davanti alle grandi istituzioni culturali europee e americane, dal Louvre alla Tate Modern, ponendo silenziosamente la questione di chi sia ammesso a decidere che cosa entra in un museo.

Con Constructing History, del 2008, l’artista lavora con studenti universitari alla ricostruzione teatrale di immagini iconiche degli anni Sessanta, mentre negli anni successivi progetti come Grace Notes affrontano il tema della violenza e del lutto attraverso una forma sempre più vicina al teatro musicale.La ricezione critica dell’opera si è consolidata progressivamente. Dopo un lungo periodo in cui il suo lavoro circolava soprattutto nei circuiti universitari e nelle mostre dedicate all’arte femminista e afroamericana, il riconoscimento pieno è arrivato con la MacArthur Fellowship del 2013 e, l’anno successivo, con la retrospettiva del Solomon R. Guggenheim Museum di New York, che la rese la prima artista afroamericana a ottenere una personale antologica in quella sede.

Nel 2023 la Hasselblad Foundation le ha assegnato il proprio premio internazionale, mentre negli stessi anni istituzioni europee di primo piano le hanno dedicato ampie rassegne. Parallelamente Weems ha svolto un intenso lavoro di insegnamento e di costruzione di reti collettive, promuovendo incontri e programmi dedicati al rapporto tra arte, giustizia sociale e salute pubblica.

Le Opere principali

L’opera di Carrie Mae Weems si organizza per serie autonome, ciascuna dotata di una propria architettura di immagini e testi. Le seguenti costituiscono i nuclei essenziali.

  • Family Pictures and Stories (1978-1984). Ritratti in bianco e nero della famiglia dell’artista tra Portland e il Mississippi, accompagnati da testi e registrazioni sonore. Nasce come replica diretta alle letture sociologiche che descrivevano la famiglia afroamericana come struttura disfunzionale.
  • Ain’t Jokin’ (1987-1988). Ritratti fotografici accostati a battute razziste di circolazione popolare. La serie mette lo spettatore nella posizione scomoda di chi legge lo stereotipo mentre osserva la persona che ne è oggetto.
  • Colored People (1989-1990). Ritratti di giovani afroamericani virati in monocromie diverse e associati ad aggettivi tratti dal lessico storico della classificazione dell’incarnato, per mostrare come il linguaggio produca gerarchie interne alla comunità.
  • Kitchen Table Series (1990). Venti fotografie e quattordici pannelli di testo costruiti attorno a un tavolo e a una lampada, con inquadratura fissa. Opera più celebre dell’artista e uno dei riferimenti canonici della fotografia contemporanea sul rapporto tra intimità, genere e potere.
  • Sea Islands Series (1991-1992). Immagini di luoghi, case e oggetti della cultura Gullah lungo le coste della Georgia e della Carolina del Sud, associate a proverbi e formule orali. È il progetto in cui la formazione folklorista dell’autrice emerge con maggiore chiarezza.
  • From Here I Saw What Happened and I Cried (1995-1996). Rielaborazione dei dagherrotipi ottocenteschi di persone schiavizzate realizzati per Louis Agassiz, virati in rosso e sovrastampati con un testo in prima persona. Ha riaperto in modo permanente la discussione sulla proprietà e sull’uso etico degli archivi coloniali.
  • The Louisiana Project (2003). Fotografie e video sulla società di New Orleans, tra piantagioni, maschere e gerarchie cromatiche, realizzati in occasione del bicentenario dell’acquisto della Louisiana.
  • Roaming (2006). Serie romana in grande formato con la figura femminile in abito nero di spalle davanti alle architetture del potere. Definisce l’alter ego visivo che accompagnerà l’artista nella produzione successiva.
  • Museums (dal 2006). Prosecuzione del dispositivo di Roaming davanti alle grandi istituzioni culturali internazionali, dal Louvre alla Tate Modern, per interrogare i criteri di inclusione ed esclusione del canone artistico.
  • Constructing History: A Requiem to Mark the Moment (2008). Progetto realizzato con studenti universitari che ricostruiscono teatralmente immagini iconiche della storia americana degli anni Sessanta, riflettendo sul modo in cui la fotografia produce memoria pubblica.
  • Grace Notes: Reflections for Now (dal 2016). Opera di teatro musicale e video che affronta la violenza razziale contemporanea e il lutto collettivo, segnando l’espansione del lavoro dell’artista oltre i confini della fotografia da parete.

Domande Frequenti sulla Kitchen Table Series di Carrie Mae Weems (FAQ)

Chi è Carrie Mae Weems? Un’artista statunitense nata a Portland nel 1953, che utilizza fotografia, testo, video e installazione per indagare le questioni di razza, genere, classe e potere nella cultura visiva americana.

Che cos’è la Kitchen Table Series? Una serie del 1990 composta da venti fotografie in bianco e nero e quattordici pannelli di testo, tutte realizzate attorno a un unico tavolo da cucina illuminato da una lampada a sospensione, con la macchina fotografica sempre nella stessa posizione.

Perché la Kitchen Table Series è considerata così importante? Perché unisce un’indagine sulla vita affettiva e sociale di una donna afroamericana a un rigore formale estremo, dimostrando che una sola inquadratura fissa può generare una narrazione articolata, e perché l’artista è insieme autrice e soggetto dell’opera.

Weems compare nelle proprie fotografie? Sì, molto spesso. Nella Kitchen Table Series interpreta la protagonista, mentre nelle serie Roaming e Museums è la figura femminile in lungo abito nero ripresa di spalle.

Che cosa rappresenta la donna in abito nero di spalle? Non è un personaggio narrativo ma una funzione simbolica: una testimone che misura con la propria presenza la distanza tra il corpo individuale e le architetture del potere politico, religioso e culturale.

Che cos’è From Here I Saw What Happened and I Cried? Un’opera della metà degli anni Novanta in cui l’artista rielabora i dagherrotipi ottocenteschi di persone schiavizzate commissionati da Louis Agassiz, virandoli in rosso e sovrapponendovi un testo che si rivolge direttamente ai soggetti ritratti.

Quale ruolo ha avuto il folklore nella sua formazione? Gli studi di folklore a Berkeley le hanno fornito l’attenzione alla narrazione orale, ai proverbi e alle storie tramandate, che nelle sue serie diventano il contrappunto testuale delle immagini.

Quali sono i suoi riferimenti nella fotografia concettuale? Il master alla University of California San Diego la mise in contatto con l’ambiente di Allan Sekula, Fred Lonidier e Martha Rosler, da cui deriva l’uso sistematico di serie, testi e strutture installative.

Quali riconoscimenti ha ricevuto? Tra i principali figurano la MacArthur Fellowship del 2013, la retrospettiva del Guggenheim Museum di New York del 2014 e l’Hasselblad Award del 2023.

Il suo lavoro è solo fotografico? No. Weems ha realizzato video, installazioni sonore, opere teatrali e progetti performativi, considerando la fotografia una delle molte possibili forme del racconto storico.

Dove si possono vedere le sue opere? Sono conservate nelle collezioni di numerose istituzioni internazionali, tra cui il Museum of Modern Art e il Whitney Museum di New York, lo Studio Museum in Harlem, la Tate e il San Francisco Museum of Modern Art.

Fonti

 

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Sono Marco Sollazzi, ricercatore e collaboratore nel campo della storia della fotografia, con una formazione che unisce analisi tecnica e approccio storico-scientifico. Dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria e aver seguito percorsi specialistici in storia della tecnologia, ho maturato un'esperienza decennale nell'analisi critica dei processi produttivi e delle innovazioni che hanno plasmato il mondo della fotografia.

La mia passione nasce dal desiderio di svelare i retroscena tecnici del medium fotografico, esaminandone il funzionamento e l'evoluzione nel tempo: ritengo che la fotografia sia il risultato di un complesso intreccio tra innovazione tecnologica, scienza dei materiali e ingegneria di precisione. Su storiadellafotografia.com mi occupo della storia della fotografia con un approccio che privilegia la dimensione tecnica e scientifica, raccontando come ogni innovazione abbia trasformato non solo gli strumenti ma il linguaggio visivo stesso.

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