Dawoud Bey appartiene a quella ristretta categoria di fotografi che hanno saputo trasformare il ritratto in uno strumento di indagine storica senza mai rinunciare alla dimensione individuale del volto. Nato nel quartiere di Jamaica, nel Queens di New York, il 25 novembre 1953 con il nome di David Edward Smikle, ha attraversato mezzo secolo di fotografia americana passando dalla piccola macchina a telemetro al banco ottico Polaroid di grande formato, dal ritratto di strada ad Harlem alla rievocazione paesaggistica delle rotte della schiavitù. Il suo lavoro si fonda su un principio costante: la fotografia è una relazione prima di essere un’immagine, e la qualità di quella relazione determina la verità del risultato.
Indice dei Contenuti
- In Sintesi
- Dawoud Bey: biografia, formazione e nascita di un metodo
- Dalla scuola alla storia: Class Pictures, Birmingham e i paesaggi della memoria
- Le Opere principali
- Domande Frequenti su Dawoud Bey (FAQ)
- Fonti
In Sintesi
- Dawoud Bey, nato a New York nel 1953, è uno dei principali ritrattisti della fotografia americana contemporanea e un autore centrale nella riflessione sulla memoria storica afroamericana.
- La sua vocazione nasce dalla visita alla discussa mostra dedicata ad Harlem organizzata dal Metropolitan Museum of Art nel 1969, percepita come un racconto costruito dall’esterno sulla comunità.
- Harlem, U.S.A., realizzata tra il 1975 e il 1979 ed esposta allo Studio Museum in Harlem, è il suo esordio e il manifesto del suo metodo di prossimità.
- Dai primi anni Novanta adotta la fotocamera Polaroid 20×24, producendo ritratti a colori composti da più pannelli.
- Class Pictures documenta per oltre un decennio studenti delle scuole superiori statunitensi, accompagnando ogni ritratto con un testo scritto dal soggetto.
- The Birmingham Project commemora l’attentato del 1963 alla 16th Street Baptist Church accostando bambini dell’età delle vittime ad adulti che hanno l’età che le vittime avrebbero avuto cinquant’anni dopo.
- Night Coming Tenderly, Black traduce in paesaggi notturni volutamente sottoesposti il punto di vista di chi percorreva le rotte della Underground Railroad.
- Riceve la MacArthur Fellowship nel 2017; nel 2020 una grande retrospettiva itinerante ne consacra il percorso presso i principali musei americani.
Dawoud Bey: biografia, formazione e nascita di un metodo
L’origine della vocazione di Dawoud Bey ha una data e un luogo precisi. Nel 1969 il Metropolitan Museum of Art di New York inaugurò una mostra dedicata alla storia di Harlem che suscitò proteste durissime, sia da parte della comunità afroamericana sia da parte di artisti che denunciavano l’assenza quasi totale di autori neri nella costruzione della rassegna. Il giovane David Smikle, allora sedicenne, la visitò e ne uscì con due convinzioni destinate a diventare programma di lavoro: che quelle immagini raccontassero qualcosa di potente, e che chi le aveva scelte e ordinate parlasse di una comunità cui non apparteneva. La macchina fotografica arrivò come regalo di un padrino intorno al 1968; il resto fu una lunga elaborazione.
Negli anni successivi l’autore adottò il nome Dawoud Bey, segnando anche sul piano identitario il distacco dalla nomenclatura ereditata.
La formazione fu solo in parte accademica e in larga misura autodidatta e ambientale: la frequentazione dei circoli fotografici newyorchesi, il contatto con l’esperienza del Kamoinge Workshop e con autori come Roy DeCarava, l’osservazione del lavoro di ritrattisti storici della comunità come James Van Der Zee. Studiò poi alla School of Visual Arts di New York, conseguì il Bachelor of Fine Arts e successivamente un Master of Fine Arts alla Yale University School of Art, completando una traiettoria che lo avrebbe portato all’insegnamento universitario e a una lunga docenza al Columbia College di Chicago, città in cui risiede da decenni.
Il primo corpus organico nasce quasi come risposta diretta alla mostra del 1969. Tra il 1975 e il 1979 Bey lavora ad Harlem, U.S.A., una serie di ritratti in bianco e nero realizzati per strada, nei negozi, davanti alle chiese e sulle scale d’ingresso dei palazzi. Il metodo è già quello definitivo: nessuna immagine rubata, nessun teleobiettivo, nessun anonimato del soggetto. L’autore si presenta, spiega il proprio progetto, chiede il permesso, torna con le stampe da consegnare. La macchina di piccolo formato consente prossimità fisica e tempi rapidi, ma la struttura delle immagini rimanda alla ritrattistica formale, con soggetti frontali, consapevoli, spesso in posa scelta da loro stessi.
Nel 1979 lo Studio Museum in Harlem espone il lavoro, ed è il primo passaggio istituzionale importante di una carriera costruita interamente sul principio della restituzione alla comunità fotografata.Il decennio successivo vede l’estensione di questo approccio ad altre città americane e la maturazione di una riflessione sul dispositivo tecnico. Negli anni Ottanta Bey lavora con una fotocamera di medio formato e sperimenta il colore, ma è nel 1991 che compie la scelta più radicale, cominciando a usare la Polaroid 20×24, apparecchio di grandi dimensioni, ingombrante, montato su ruote, che produce un positivo unico a colori di dimensioni notevoli. Il rovesciamento è totale: la macchina non insegue più il soggetto, è il soggetto che entra in uno spazio predisposto e accetta un tempo lungo di esposizione e di attesa. Il ritratto diventa un evento condiviso, quasi cerimoniale, e la restituzione immediata del positivo consente di consegnare al soggetto una copia sul momento, chiudendo simbolicamente lo scambio.
Dalla scuola alla storia: Class Pictures, Birmingham e i paesaggi della memoria
Nel corso degli anni Novanta e Duemila Bey sviluppa Class Pictures, uno dei progetti a lungo termine più significativi della fotografia americana contemporanea. Lavorando in istituti superiori pubblici e privati di numerose città degli Stati Uniti, realizza ritratti di studenti adolescenti in ambienti scolastici, quasi sempre seduti, in luce naturale, con un dettaglio cromatico ricchissimo. Ogni ritratto è accompagnato da un testo breve scritto direttamente dal ragazzo o dalla ragazza fotografata. La combinazione produce un effetto raro: l’immagine restituisce la presenza fisica, il testo introduce una voce che nessuna fotografia potrebbe contenere, e la distanza tra le due cose diventa lo spazio in cui il lettore incontra una persona reale invece che una categoria demografica.
La serie, che copre oltre un decennio, funziona anche come ritratto collettivo di una generazione attraversata da differenze di classe, provenienza e opportunità.Il passaggio successivo segna l’ingresso della storia nel lavoro dell’autore. Con The Birmingham Project, presentato nel 2013 in occasione del cinquantenario, Bey affronta l’attentato dinamitardo alla 16th Street Baptist Church di Birmingham, in Alabama, del 15 settembre 1963, in cui persero la vita quattro bambine, cui si aggiunsero due ragazzi uccisi nelle ore immediatamente successive. La soluzione formale è di una semplicità sconvolgente: l’autore fotografa abitanti di Birmingham secondo un principio di dittico. In ciascuna coppia compaiono un bambino o una bambina che ha esattamente l’età di una delle vittime al momento della strage e un adulto che ha l’età che quella vittima avrebbe avuto cinquant’anni dopo. Nessuna ricostruzione, nessun documento d’archivio, nessuna immagine di rovine. Solo due volti affiancati e la voragine temporale che li separa, che è precisamente la vita interrotta. Il progetto, esposto al Birmingham Museum of Art e successivamente in numerose sedi internazionali, è oggi considerato uno degli esempi più efficaci di come la fotografia contemporanea possa affrontare un evento traumatico senza mostrarlo.
La ricerca sulla memoria prosegue con un cambio di genere radicale. Con Night Coming Tenderly, Black, del 2017, Bey abbandona il ritratto per il paesaggio, fotografando nell’Ohio settentrionale i luoghi attraversati dalla Underground Railroad, la rete clandestina che conduceva le persone in fuga dalla schiavitù verso il lago Erie e il Canada. Le immagini sono grandi stampe in bianco e nero volutamente scurissime, che riproducono la percezione notturna di chi si muoveva senza luce, distinguendo appena il profilo di un albero, la linea di una staccionata, la massa di una casa lontana. Il titolo deriva da un verso di Langston Hughes, e il riferimento alla tradizione della stampa a toni bassi di Roy DeCarava è dichiarato dall’autore stesso.
Il risultato è una fotografia che non documenta un luogo ma ricostruisce una condizione percettiva, chiedendo allo spettatore di assumere per qualche istante il punto di vista del fuggitivo.Su questa linea si colloca In This Here Place, sviluppato tra il 2019 e il 2021 nelle piantagioni della Louisiana. Bey fotografa in bianco e nero i campi di canna da zucchero, le file di alloggi degli schiavizzati, gli alberi e gli interni, restituendo un paesaggio in cui l’assenza di figure umane produce una presenza più densa di qualsiasi ritratto. La stampa, ancora una volta, lavora su una gamma bassa e sul dettaglio che emerge lentamente. Negli stessi anni l’autore ha esteso la propria pratica al video, con installazioni a più canali che traducono in tempo dilatato le stesse questioni affrontate nelle immagini fisse.La ricezione critica di Dawoud Bey è cresciuta costantemente.
Alla lunga militanza espositiva presso istituzioni dedicate alla cultura afroamericana si è affiancata dagli anni Duemila una piena consacrazione museale, culminata nella MacArthur Fellowship del 2017 e nella grande retrospettiva itinerante inaugurata nel 2020, che ha ricostruito quarant’anni di attività attraverso le principali sedi museali statunitensi. Accanto alla pratica artistica, Bey ha svolto un ruolo importante come autore di testi critici e come docente, contribuendo in modo determinante al dibattito sul rapporto tra fotografia, comunità e responsabilità dell’autore. La sua posizione, ribadita in numerosi scritti, è che il fotografo non abbia diritti sull’immagine di una persona ma solo la possibilità di guadagnarsi un accesso, e che tale accesso vada restituito sotto forma di opera condivisa.
Le Opere principali
Il percorso di Dawoud Bey si legge come una successione di progetti a lungo termine, ciascuno con un proprio dispositivo tecnico e concettuale.
- Harlem, U.S.A. (1975-1979). Serie di ritratti in bianco e nero realizzati nel quartiere di Harlem e presentata allo Studio Museum in Harlem nel 1979. Definisce il metodo di prossimità, consenso e restituzione che l’autore manterrà per tutta la carriera.
- Ritratti di strada delle città americane (anni Ottanta). Estensione del metodo di Harlem a Brooklyn, Rochester, Syracuse e altre città, con il progressivo passaggio al medio formato e le prime sperimentazioni cromatiche.
- Ritratti con Polaroid 20×24 (dal 1991). Ritratti a colori di grandi dimensioni, spesso composti da più pannelli affiancati che scompongono la figura in punti di vista leggermente sfalsati. Il positivo unico viene consegnato al soggetto, trasformando la sessione in uno scambio paritario.
- Class Pictures (1992-2006). Ritratti di studenti delle scuole superiori statunitensi accompagnati da testi autografi dei soggetti. Costituisce insieme un lavoro sull’adolescenza e una radiografia delle disuguaglianze del sistema scolastico americano.
- The Birmingham Project (2012-2013). Dittici che accostano bambini dell’età delle vittime dell’attentato del 1963 alla 16th Street Baptist Church e adulti dell’età che quelle vittime avrebbero raggiunto cinquant’anni dopo. Opera fondamentale sulla rappresentazione indiretta del trauma storico.
- Night Coming Tenderly, Black (2017). Paesaggi notturni in bianco e nero realizzati in Ohio lungo i percorsi della Underground Railroad, stampati a toni bassissimi per riprodurre la percezione visiva di chi fuggiva nel buio. Il titolo cita un verso di Langston Hughes.
- In This Here Place (2019-2021). Fotografie delle piantagioni della Louisiana, tra campi di canna da zucchero, alloggi e interni, in cui l’assenza della figura umana costruisce il senso stesso dell’immagine.
- Retrospettiva An American Project (dal 2020). Grande rassegna itinerante organizzata dal San Francisco Museum of Modern Art e dal Whitney Museum of American Art, che ha ricostruito per la prima volta l’intero arco della produzione dell’autore.
- Scritti critici e testi teorici. Raccolta di saggi e interventi sul ritratto, sulla responsabilità del fotografo e sulla storia della fotografia afroamericana, che ha reso Bey una voce influente anche sul piano della riflessione teorica.
Domande Frequenti su Dawoud Bey (FAQ)
Chi è Dawoud Bey? Un fotografo statunitense nato a New York nel 1953, noto per i ritratti realizzati in stretta relazione con le comunità fotografate e per i progetti dedicati alla memoria storica afroamericana.
Perché ha cambiato nome? Nato David Edward Smikle, ha adottato il nome Dawoud Bey nei primi anni della propria formazione, segnando anche sul piano identitario la distanza dalla nomenclatura ereditata.
Che cosa ha determinato la sua vocazione fotografica? La visita, nel 1969, a una mostra del Metropolitan Museum of Art dedicata ad Harlem, che gli apparve come un racconto costruito dall’esterno su una comunità priva di voce nella costruzione della rassegna.
Che cos’è Harlem, U.S.A.? La sua prima serie compiuta, realizzata tra il 1975 e il 1979 ed esposta allo Studio Museum in Harlem, composta da ritratti in bianco e nero di abitanti del quartiere fotografati con il loro consenso esplicito.
Perché ha scelto la Polaroid 20×24? Perché rovescia il rapporto di forza tra fotografo e soggetto: la macchina è immobile, richiede tempi lunghi e consapevolezza, e produce un positivo unico che può essere consegnato immediatamente alla persona ritratta.
Che cos’è Class Pictures? Un progetto sviluppato tra il 1992 e il 2006 nelle scuole superiori statunitensi, in cui ogni ritratto di studente è accompagnato da un testo scritto dal soggetto stesso.
Come funziona The Birmingham Project? Accosta in dittici un bambino dell’età di una delle vittime dell’attentato del 1963 e un adulto dell’età che quella vittima avrebbe avuto cinquant’anni dopo, rendendo visibile la vita interrotta senza mostrare la violenza.
Che cosa raccontano i paesaggi di Night Coming Tenderly, Black? Riproducono la percezione notturna di chi percorreva le rotte della Underground Railroad in Ohio verso il lago Erie, attraverso stampe volutamente scurissime in cui i dettagli emergono lentamente.
Che rapporto ha il suo lavoro con quello di Roy DeCarava? Bey ha riconosciuto apertamente il debito verso la pratica di stampa a toni bassi di DeCarava, ripresa e reinterpretata soprattutto nelle serie paesaggistiche più recenti.
Insegna fotografia? Sì, ha svolto una lunga attività didattica, in particolare presso il Columbia College di Chicago, ed è autore di numerosi testi critici sulla fotografia e sul ritratto.
Quali riconoscimenti ha ricevuto? Tra i più importanti la MacArthur Fellowship del 2017 e la retrospettiva itinerante avviata nel 2020 dal San Francisco Museum of Modern Art e dal Whitney Museum of American Art.
Fonti
- [Dawoud Bey, sito ufficiale dell’artista](https://www.dawoudbey.net/)
- [Whitney Museum of American Art, Dawoud Bey: An American Project](https://whitney.org/exhibitions/dawoud-bey)
- [San Francisco Museum of Modern Art, Dawoud Bey in collezione](https://www.sfmoma.org/artist/Dawoud_Bey/)
- [Art Institute of Chicago, opere di Dawoud Bey](https://www.artic.edu/artists/44944/dawoud-bey)
- [MacArthur Foundation, scheda del fellow Dawoud Bey](https://www.macfound.org/fellows/class-of-2017/dawoud-bey)
- [The Metropolitan Museum of Art, fotografie di Dawoud Bey in collezione](https://www.metmuseum.org/art/collection/search?q=Dawoud%20Bey)
- [The Studio Museum in Harlem, contesto espositivo di Harlem, U.S.A.](https://www.studiomuseum.org)
- [National Gallery of Art, Washington, opere di Dawoud Bey](https://www.nga.gov/collection-search-result.html?artist=Bey%2C%20Dawoud)
Sono Marco Sollazzi, ricercatore e collaboratore nel campo della storia della fotografia, con una formazione che unisce analisi tecnica e approccio storico-scientifico. Dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria e aver seguito percorsi specialistici in storia della tecnologia, ho maturato un'esperienza decennale nell'analisi critica dei processi produttivi e delle innovazioni che hanno plasmato il mondo della fotografia.
La mia passione nasce dal desiderio di svelare i retroscena tecnici del medium fotografico, esaminandone il funzionamento e l'evoluzione nel tempo: ritengo che la fotografia sia il risultato di un complesso intreccio tra innovazione tecnologica, scienza dei materiali e ingegneria di precisione. Su storiadellafotografia.com mi occupo della storia della fotografia con un approccio che privilegia la dimensione tecnica e scientifica, raccontando come ogni innovazione abbia trasformato non solo gli strumenti ma il linguaggio visivo stesso.
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