Giacomo Brunelli

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Giacomo Brunelli nasce a Perugia nel 1977, in una città umbra di media grandezza che ha una tradizione artistica e culturale solida, inserita in quel tessuto dell’Italia centrale che produce con una certa regolarità figure di grande sensibilità visiva, come se ci fosse in quella luce particolare dell’Umbria, quella luce che i pittori medievali e rinascimentali avevano catturato con una precisione che non ha equivalenti altrove in Italia, qualcosa che educa lo sguardo di chi vi cresce con una qualità di attenzione verso la forma e verso la luce che è difficile acquisire in altri contesti. Perugia è anche una città universitaria, attraversata da giovani provenienti da tutta Italia e da diversi paesi stranieri, con quella qualità di fermento intellettuale e di apertura culturale che le città universitarie italiane producono in misura variabile e che nel caso di Perugia ha una specificità legata alla presenza dell’Università per Stranieri, quella istituzione che ha fatto della città un luogo di incontro tra culture diverse con una continuità e una intensità che si ritrova nel tessuto urbano come una qualità di cosmopolitismo tranquillo e quotidiano.

La formazione fotografica di Brunelli avviene in parte in Italia e in parte in Inghilterra, dove si trasferisce nei primi anni Duemila completando la propria formazione al London College of Communication, una delle istituzioni più importanti per la fotografia nel contesto anglosassone. Questa formazione inglese è un elemento fondamentale della sua traiettoria, non soltanto per le competenze tecniche e teoriche che gli fornisce ma per la qualità dello sguardo che contribuisce a formare, quella qualità britannica di attenzione verso la vita quotidiana, verso gli spazi urbani ordinari, verso quelle situazioni e quei personaggi che la tradizione fotografica anglosassone, da Bill Brandt a Tony Ray-Jones, da Martin Parr a Don McCullin, ha sempre guardato con una qualità di ironia affettuosa e di attenzione antropologica che non ha equivalenti nella tradizione fotografica italiana. Brunelli porta quella tradizione in Italia senza imitarla meccanicamente, innestando quello sguardo anglosassone sulla sensibilità visiva italiana che la propria formazione umbra e il proprio DNA culturale gli hanno trasmesso, producendo qualcosa che è né inglese né italiano ma specificamente suo, il risultato di una ibridazione che arricchisce entrambe le tradizioni senza appartenere completamente a nessuna delle due.

Gli animali sono il soggetto ricorrente e quasi ossessivo di tutto il suo lavoro, ma è necessario capire immediatamente che quegli animali non sono il soggetto nel senso in cui normalmente si intende quel termine nella fotografia di animali, quel genere che produce immagini destinate a celebrare la bellezza o la potenza o la curiosità del mondo animale per un pubblico che cerca in quelle immagini una conferma della propria attrazione verso la natura. Gli animali di Brunelli non sono belli né potenti né rassicuranti: sono presenze, nel senso più fisico e più inquietante del termine, corpi dotati di una qualità di vita che la fotografia normalmente fatica a catturare perché quella qualità di vita non si lascia congelare in un istante perfetto ma esiste soltanto nel movimento, nell’energia, in quella tensione tra il corpo e lo spazio che circonda che la fotografia deve in qualche modo restituire se vuole essere fedele alla propria esperienza. Brunelli ha trovato il modo di restituire quella tensione attraverso le proprie scelte tecniche, attraverso quella grana e quel contrasto esasperati che non sono filtri estetici sovrapposti alla realtà ma strumenti di rivelazione, modi di fare emergere nell’immagine quella qualità di energia che la ripresa tecnicamente perfetta avrebbe invece neutralizzato.

Il bianco e nero è la sua scelta costante e assoluta, e questa scelta non è mai stata messa in discussione né ha mai mostrato segni di cedimento verso il colore con la stessa coerenza con cui certi maestri della generazione precedente, Mario Giacomelli in primo luogo, avevano fatto del bianco e nero non una limitazione tecnica ma una visione del mondo, un modo di ridurre la realtà ai propri elementi fondamentali di luce e di ombra, di forma e di materia, liberandola dalla seduzione superficiale del colore per rivelare le strutture profonde che il colore spesso nasconde. Brunelli condivide quella scelta con la stessa consapevolezza e la stessa convinzione, sapendo che il bianco e nero non è un’opzione tra le altre ma il linguaggio specifico che corrisponde alla sua visione, che le fotografie che cerca non esisterebbero nel colore o esisterebbero come oggetti completamente diversi con un senso completamente diverso.

La pellicola analogica, che continua a usare con una fedeltà che potrebbe sembrare anacronistica nel contesto della transizione digitale che ha investito la fotografia nel corso degli anni in cui ha sviluppato il proprio lavoro, è un altro elemento tecnico fondamentale della sua poetica, non per nostalgia né per estetismo ma per ragioni che ha articolato con chiarezza in diverse occasioni: la pellicola produce una qualità di immagine che il digitale non replica esattamente, non soltanto nella qualità della grana ma nel modo in cui risponde alla luce, nel modo in cui i toni si distribuiscono tra il bianco e il nero, nel modo in cui le ombre conservano una qualità di dettaglio che certe pellicole ad alta sensibilità rendono con una ricchezza che i sensori digitali equivalenti tendono ad appiattire. Ma la scelta della pellicola ha anche una dimensione processuale che è altrettanto importante: il numero limitato di fotogrammi per rullino, l’impossibilità di vedere immediatamente il risultato dello scatto, la necessità di sviluppare e stampare con una serie di passaggi fisici e chimici che richiedono tempo e competenza, tutto questo produce una qualità di relazione con il processo fotografico che il digitale tende a eliminare e che Brunelli considera fondamentale per il tipo di fotografia che vuole fare, quella fotografia che nasce da una attenzione totale al momento invece che dalla possibilità di scattare centinaia di fotografie e selezionare dopo.

Il progetto “The Animals” è il corpus più noto e più compiuto del suo lavoro, quello che ha ricevuto il riconoscimento critico più ampio e che ha stabilito la sua reputazione nel sistema della fotografia internazionale. Pubblicato nel 2008 dalla casa editrice Contrasto in Italia e da Trolley Books in Inghilterra, il libro raccoglie anni di lavoro su questo tema specifico con una qualità di visione coerente e di maturità formale che ha colpito la critica internazionale per la sua originalità e per la sua forza. Le fotografie di cani, gatti, uccelli, cavalli, maiali, e di tutti gli altri animali che popolano le strade e le campagne e i cortili dell’Italia che Brunelli ha fotografato negli anni, non sono mai immagini documetarie nel senso convenzionale, non cercano di mostrare come vivono gli animali in un determinato contesto sociale o geografico. Cercano qualcosa di più difficile e di più importante, quella qualità di alterità radicale che gli animali possiedono rispetto all’uomo, quella loro capacità di abitare il mondo con una intensità e una immediatezza che la coscienza umana ha in parte perduto nel processo di civilizzazione, e che la fotografia può restituire soltanto quando chi fotografa è disposto a rinunciare al controllo, a mettere la macchina fotografica là dove la vita degli animali lo porta invece di costruire la situazione in cui vuole che la vita si manifesti.

La qualità di questo lavoro ha attirato l’attenzione di critici e curatori internazionali con una rapidità che ha sorpreso anche gli osservatori più attenti del sistema fotografico italiano, che raramente vede un fotografo giovane raggiungere un riconoscimento internazionale così rapido e così solido. Esposizioni in gallerie importanti a Londra, Parigi, New York, Tokyo, la presenza in rassegne internazionali di fotografia contemporanea di primo piano, premi e riconoscimenti da istituzioni di diversi Paesi: tutto questo ha costruito nel giro di pochi anni una reputazione internazionale che pochi fotografi italiani della sua generazione hanno raggiunto con la stessa rapidità.

Questo riconoscimento ha anche una qualità specifica che vale la pena sottolineare: Brunelli è stato riconosciuto non come fotografo italiano che porta avanti una tradizione nazionale, non come erede di Giacomelli o di Scianna o di qualsiasi altro maestro italiano del bianco e nero, ma come voce originale del panorama fotografico internazionale, un artista la cui specificità non è quella di rappresentare una tradizione ma quella di avere trovato un linguaggio proprio che non si lascia classificare in nessuna categoria preesistente. Questo riconoscimento della sua originalità, di quella qualità di voce che non si lascia ridurre a nessun precedente pur portando con sé la memoria di tutti i predecessori che hanno contribuito a formarla, è la forma più autentica di riconoscimento critico che un artista visivo possa ricevere.

GiacomoBrunelli

Ha sviluppato nel corso degli anni anche un lavoro sulla figura umana che condivide con il lavoro sugli animali la stessa qualità di sguardo ravvicinato e la stessa qualità di luce e di grana, estendendo al corpo umano quella attenzione verso la qualità di vita nel senso più fisico e più animale del termine che caratterizza le fotografie degli animali. Quelle fotografie di persone, spesso persone comuni in contesti quotidiani, hanno una qualità di ritratto involontario, di cattura di un momento di esistenza pura che non sa di essere osservato, che produce nello spettatore la stessa qualità di incontro diretto con la vita che le fotografie degli animali producono ma con una complessità aggiuntiva che viene dalla condivisione della condizione umana, da quella qualità di riconoscimento reciproco tra fotografo e soggetto che nella fotografia degli animali è invece attraversata dalla discontinuità radicale tra le specie.

La relazione tra il suo lavoro e la tradizione del bianco e nero italiano è un aspetto che merita una analisi specifica, perché dice qualcosa di importante non soltanto sulla sua posizione rispetto a quella tradizione ma sulla natura più generale del rapporto tra le generazioni nella fotografia italiana contemporanea. Giacomelli è l’ombra più lunga su quel territorio, il maestro che ha portato il bianco e nero italiano alla propria espressione più radicale e più personale, producendo fotografie che rimangono insuperabili nella propria qualità di visione assoluta. Brunelli non cerca di superare Giacomelli né di imitarlo: cerca di trovare nel bianco e nero uno spazio che sia davvero il proprio, che sia la risposta alle proprie domande invece che la continuazione delle domande altrui. E quel spazio lo ha trovato negli animali, in quella qualità di vita irriducibile alla forma che il bianco e nero di Giacomelli aveva cercato nelle figure umane con la stessa intensità e la stessa ostinazione ma con esiti formali molto diversi, più astratti e più costruiti, meno immediati e più meditati. Il bianco e nero di Brunelli è più crudo e meno contemplativo di quello di Giacomelli, più fisico e meno spirituale, più disposto al caso e meno controllato formalmente, e queste differenze non sono giudizi di valore ma riconoscimenti di diversità: sono due modi diversi di usare lo stesso strumento per cercare cose diverse, e la qualità di entrambe le ricerche è sufficiente per giustificare la propria autonomia.

Guardando al suo lavoro nella sua interezza, quello che rimane con la forza di una presenza quasi corporea è quella fotografia del cane randagio con cui abbiamo aperto questo ritratto, quella qualità di vita trattenuta e pronta a esplodere, quella grana che non è difetto ma verità, quella luce che non illumina ma rivela. Brunelli ha passato anni a cercare quegli incontri, nelle strade e nei cortili e nelle campagne di un’Italia che non è quella delle cartoline né quella della critica sociale ma quella della vita ordinaria e irriducibile, la vita che accade negli spazi tra gli eventi, negli attimi tra i momenti decisivi, in quella zona della realtà che la fotografia normalmente attraversa senza fermarsi. Si è fermato in quella zona con una ostinazione e una coerenza che sono la forma più autentica della vocazione, quella disposizione a tornare sempre allo stesso problema cercando ogni volta la risposta più onesta, l’immagine più vera, il momento in cui la vita finalmente si mostra senza le mediazioni che normalmente la separano dallo sguardo di chi la cerca. È un lavoro che ha la qualità rara di tutte le cose necessarie, quella qualità di non poter essere fatto da nessun altro con lo stesso risultato, perché nasce da una combinazione di visione e di sensibilità e di tecnica e di disponibilità all’incontro che è specificamente sua e che le fotografie restituiscono allo spettatore con una generosità e una forza che non si dimenticano.

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Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.

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