Francesco Zizola

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Francesco Zizola nasce a Roma nel 1962, in una città che porta ancora nei propri tessuti urbani le tracce di storie stratificate, di epoche diverse sovrapposte con quella disorganica magnificenza che è una delle caratteristiche più affascinanti della capitale italiana. Roma, diversamente da Milano, non è mai stata una città funzionale nel senso moderno del termine: è sempre stata un luogo in cui il passato non passa mai del tutto, in cui le contraddizioni convivono senza risolversi, in cui la miseria e la grandezza si toccano a distanza ravvicinata. Crescere a Roma significa sviluppare, quasi per osmosi, una certa tolleranza per la complessità, una capacità di tenere insieme elementi contraddittori senza la fretta di ricondurli a un’unica narrativa coerente. Questa qualità si ritrova intatta nel lavoro di Zizola: le sue fotografie non semplificano mai, non indicano mai un unico colpevole, non offrono mai la consolazione di una soluzione chiara a situazioni che sono per definizione oscure e intricate.

La sua formazione fotografica avviene nei primi anni Ottanta, in un contesto romano in cui la fotografia di reportage ha una tradizione solida e un ambiente professionale attivo. Zizola inizia a lavorare come fotografo freelance, costruendo lentamente un portafoglio di lavori che attirano l’attenzione delle principali agenzie e riviste internazionali. È una formazione lenta, priva dei colpi di fortuna precoce che caratterizzano certi percorsi biografici nella fotografia, e forse proprio per questo produce una solidità metodologica e una coerenza di visione che risulteranno determinanti nella sua traiettoria successiva. Zizola impara il mestiere facendo il mestiere, sul campo, con una pazienza e una sistematicità che diventano col tempo le caratteristiche più riconoscibili del suo approccio.

L’Angola è il luogo in cui tutto questo converge in un lavoro di portata e di qualità eccezionali. Il contesto storico è quello di una delle guerre civili più lunghe e più devastanti della storia africana postcoloniale: il conflitto angolano, iniziato nel 1975 immediatamente dopo l’indipendenza dal Portogallo, ha opposto per quasi tre decenni il governo del MPLA alle forze dell’UNITA di Jonas Savimbi, producendo centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, e una contaminazione del territorio da parte delle mine antiuomo che ha reso coltivabili zone enormi del Paese per generazioni. È in questo contesto che Zizola lavora a partire dai primi anni Novanta, costruendo un reportage che non si limita alla documentazione degli eventi bellici ma si concentra sulle conseguenze umanissime e quotidiane di quella guerra senza fine.

Il tema delle mine antiuomo è centrale nel suo lavoro angolano, e non per caso: le mine rappresentano la forma più perversa e più vile della guerra moderna, quella che continua a uccidere e a mutilare molto dopo che il conflitto si è formalmente concluso, che non distingue tra soldati e civili, tra adulti e bambini, che trasforma il territorio stesso in un’arma permanente contro la popolazione che lo abita. Fotografare le vittime delle mine significa fotografare non la guerra come evento ma la guerra come condizione strutturale, come elemento che si è incorporato nel paesaggio fisico e umano di un Paese e che ne condizionerà il futuro per decenni. Zizola comprende questa dimensione temporale con una chiarezza che pochi fotografi di reportage della sua generazione possono vantare, e costruisce il suo lavoro angolano non come una serie di istantanee di momenti culminanti ma come una riflessione prolungata sulle forme di vita che si sviluppano dentro e nonostante la mutilazione.

Il bambino senza gambe che sorride è l’immagine più nota di questo lavoro, ma sarebbe riduttivo isolarla dal corpus che la circonda, dal contesto di immagini dentro cui acquista il suo significato più pieno. In quel corpus ci sono centri di riabilitazione dove i superstiti delle mine imparano a usare protesi rudimentali, ci sono fisioterapisti che lavorano con risorse quasi inesistenti, ci sono famiglie che si riorganizzano intorno a un membro mutilato con una creatività e una forza che smentisce qualsiasi narrativa dell’Africa come continente passivo e vittimizzato. C’è, in sintesi, la vita che continua, che trova le proprie forme di resistenza e di adattamento, che non si esaurisce nella tragedia anche quando la tragedia è reale e documentata e inaccettabile. Questa capacità di vedere la vita dentro la catastrofe, senza per questo minimizzare la catastrofe, è forse la qualità più rara e più preziosa del lavoro di Zizola.

Dopo l’Angola, Zizola lavora in altri contesti di crisi, ma è il progetto sul Mediterraneo, sviluppato a partire dalla fine degli anni Novanta e ancora in corso, a rappresentare il contributo più importante e più originale della sua maturità. Il Mediterraneo come luogo di passaggio, come spazio di frontiera in cui si gioca una delle partite più drammatiche della storia contemporanea, quella dell’emigrazione di massa dalle coste africane e mediorientali verso l’Europa, è diventato negli ultimi due decenni uno dei temi più fotografati al mondo. Ci sono centinaia, forse migliaia di fotografi che hanno documentato gli sbarchi sulle coste italiane e greche, i barconi sovraffollati, i corpi annegati, i campi di accoglienza. In questo contesto di saturazione visiva, distinguersi non è semplice, e la tentazione di ricorrere all’immagine più drammatica, al gesto più estremo, alla sofferenza più evidente è una tentazione sempre presente e raramente resistita.

Zizola la resiste, e lo fa attraverso una scelta metodologica precisa che è anche una posizione etica: il tempo lungo. Mentre la maggior parte dei fotografi arriva durante un’emergenza, documentano l’immediato e ripartono, Zizola torna sugli stessi luoghi a distanza di mesi e di anni, segue le storie individuali nel loro sviluppo, fotografa gli stessi volti in momenti diversi della propria trasformazione. Questo approccio produce un tipo di immagine radicalmente diverso da quello del reportage di emergenza: produce fotografie in cui la dimensione temporale è percepibile, in cui si sente il peso del prima e si intravede la possibilità di un dopo, in cui le persone non sono ridotte al momento più acuto della propria crisi ma sono restituire nella loro continuità biografica. Fotografare qualcuno sul barcone che arriva, e poi fotografare quella stessa persona sei mesi dopo in un quartiere di Palermo o di Berlino, dice qualcosa che nessuna delle due fotografie isolate potrebbe dire: dice che la vita continua, che le persone si trasformano, che la catastrofe non è mai l’ultima parola.

Dal punto di vista tecnico, Zizola lavora prevalentemente a colori, con una palette che varia significativamente in base ai contesti geografici e tematici dei diversi progetti. Nel lavoro africano, i colori hanno una saturazione e una calore che riflettono la qualità della luce equatoriale, quella luce diretta e senza sfumature che non lascia ombre morbide ma produce contrasti netti e colori quasi abbaglianti. Nel lavoro mediterraneo, la palette si fa più complessa, più sfumata, con una tendenza verso i toni della luce marina, quella luminosità diffusa che caratterizza le coste italiane e che ha una qualità quasi pittorica, quasi veneziana nel senso della tradizione coloristica della Serenissima. Queste non sono scelte consapevoli e programmatiche nel senso di un calcolo estetico freddo: sono il risultato naturale di un fotografo che si lascia educare dalla luce dei luoghi in cui lavora, che non impone al contesto una propria visione prestabilita ma si lascia modificare dal contesto, adattando il proprio sguardo alle condizioni specifiche di ogni situazione.

La scelta delle focali è altrettanto significativa. Zizola usa prevalentemente ottiche di lunghezza focale media, tra i 35 e i 50 millimetri, che producono un’angolatura visiva vicina a quella dell’occhio umano naturale e che richiedono al fotografo di stare fisicamente vicino ai soggetti, a una distanza che non permette la comodità del teleobiettivo, quella distanza di sicurezza che trasforma il fotografo in osservatore protetto. Lavorare con ottiche corte significa esporsi, essere presenti, essere visibili ai soggetti che si fotografano. Significa che il rapporto tra fotografo e soggetto è sempre un rapporto di prossimità fisica reale, che la fotografia è il risultato di un incontro vero e non di una osservazione distaccata. Questo ha conseguenze dirette sulla qualità delle immagini: i volti nelle fotografie di Zizola hanno una presenza e una specificità che derivano proprio da questa prossimità, da questo aver guardato davvero in faccia le persone prima di fotografarle.

È membro di Noor Images, l’agenzia fotografica fondata nel 2007 da un gruppo di fotografi di reportage internazionali con l’intenzione di creare una struttura cooperativa che garantisse agli autori il controllo sui propri progetti, e questa affiliazione dice qualcosa di preciso sul suo modo di intendere il rapporto tra fotografia e strutture editoriali. Zizola ha sempre rifiutato la logica del lavoro su commissione, quella fotografia prodotta in risposta a una richiesta editoriale specifica con tempi e parametri predefiniti, preferendo costruire i propri progetti con il tempo che richiedono e poi trovare le modalità di pubblicazione e di distribuzione più adatte. Questo approccio ha un costo economico reale, non sempre facile da sostenere in un mercato editoriale che ha drasticamente ridotto i budget destinati al fotogiornalismo di approfondimento, ma produce una qualità e una coerenza di visione che il lavoro su commissione raramente permette.

Ha ricevuto il World Press Photo Award in più occasioni, il premio Canon per la fotografia umanitaria, e i suoi lavori sono stati esposti in festival e istituzioni di tutto il mondo. Ma la misura più autentica della sua importanza sta altrove, in qualcosa di meno immediatamente quantificabile. Sta nella capacità che il suo lavoro ha dimostrato nel corso degli anni di produrre effetti reali sulla percezione pubblica di certi fenomeni, di contribuire a costruire quella che si potrebbe chiamare una cultura visiva della complessità, un modo di guardare le immagini che non cerca la risposta semplice e non si accontenta della narrazione univoca. In un’epoca di produzione e di consumo di immagini che non ha precedenti nella storia umana, in cui ogni giorno vengono scattate e pubblicate miliardi di fotografie che producono un rumore di fondo sempre più assordante, la capacità di fare immagini che si fermano, che resistono all’oblio immediato, che continuano a interrogare lo spettatore anche dopo che si è smesso di guardarle, è una capacità rara e preziosa. Francesco Zizola la possiede in misura piena, e questo è sufficiente a collocarlo tra i fotografi italiani più significativi della propria generazione.

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Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.

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Francesco Zizola nasce a Roma nel 1962, in una città che porta ancora nei propri tessuti urbani le tracce di storie stratificate, di epoche diverse sovrapposte con quella disorganica magnificenza che è una delle caratteristiche più affascinanti della capitale italiana. Roma, diversamente da Milano, non è mai stata una città funzionale nel senso moderno del termine: è sempre stata un luogo in cui il passato non passa mai del tutto, in cui le contraddizioni convivono senza risolversi, in cui la miseria e la grandezza si toccano a distanza ravvicinata. Crescere a Roma significa sviluppare, quasi per osmosi, una certa tolleranza per la complessità, una capacità di tenere insieme elementi contraddittori senza la fretta di ricondurli a un’unica narrativa coerente. Questa qualità si ritrova intatta nel lavoro di Zizola: le sue fotografie non semplificano mai, non indicano mai un unico colpevole, non offrono mai la consolazione di una soluzione chiara a situazioni che sono per definizione oscure e intricate.

La sua formazione fotografica avviene nei primi anni Ottanta, in un contesto romano in cui la fotografia di reportage ha una tradizione solida e un ambiente professionale attivo. Zizola inizia a lavorare come fotografo freelance, costruendo lentamente un portafoglio di lavori che attirano l’attenzione delle principali agenzie e riviste internazionali. È una formazione lenta, priva dei colpi di fortuna precoce che caratterizzano certi percorsi biografici nella fotografia, e forse proprio per questo produce una solidità metodologica e una coerenza di visione che risulteranno determinanti nella sua traiettoria successiva. Zizola impara il mestiere facendo il mestiere, sul campo, con una pazienza e una sistematicità che diventano col tempo le caratteristiche più riconoscibili del suo approccio.

L’Angola è il luogo in cui tutto questo converge in un lavoro di portata e di qualità eccezionali. Il contesto storico è quello di una delle guerre civili più lunghe e più devastanti della storia africana postcoloniale: il conflitto angolano, iniziato nel 1975 immediatamente dopo l’indipendenza dal Portogallo, ha opposto per quasi tre decenni il governo del MPLA alle forze dell’UNITA di Jonas Savimbi, producendo centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, e una contaminazione del territorio da parte delle mine antiuomo che ha reso coltivabili zone enormi del Paese per generazioni. È in questo contesto che Zizola lavora a partire dai primi anni Novanta, costruendo un reportage che non si limita alla documentazione degli eventi bellici ma si concentra sulle conseguenze umanissime e quotidiane di quella guerra senza fine.

Il tema delle mine antiuomo è centrale nel suo lavoro angolano, e non per caso: le mine rappresentano la forma più perversa e più vile della guerra moderna, quella che continua a uccidere e a mutilare molto dopo che il conflitto si è formalmente concluso, che non distingue tra soldati e civili, tra adulti e bambini, che trasforma il territorio stesso in un’arma permanente contro la popolazione che lo abita. Fotografare le vittime delle mine significa fotografare non la guerra come evento ma la guerra come condizione strutturale, come elemento che si è incorporato nel paesaggio fisico e umano di un Paese e che ne condizionerà il futuro per decenni. Zizola comprende questa dimensione temporale con una chiarezza che pochi fotografi di reportage della sua generazione possono vantare, e costruisce il suo lavoro angolano non come una serie di istantanee di momenti culminanti ma come una riflessione prolungata sulle forme di vita che si sviluppano dentro e nonostante la mutilazione.

Il bambino senza gambe che sorride è l’immagine più nota di questo lavoro, ma sarebbe riduttivo isolarla dal corpus che la circonda, dal contesto di immagini dentro cui acquista il suo significato più pieno. In quel corpus ci sono centri di riabilitazione dove i superstiti delle mine imparano a usare protesi rudimentali, ci sono fisioterapisti che lavorano con risorse quasi inesistenti, ci sono famiglie che si riorganizzano intorno a un membro mutilato con una creatività e una forza che smentisce qualsiasi narrativa dell’Africa come continente passivo e vittimizzato. C’è, in sintesi, la vita che continua, che trova le proprie forme di resistenza e di adattamento, che non si esaurisce nella tragedia anche quando la tragedia è reale e documentata e inaccettabile. Questa capacità di vedere la vita dentro la catastrofe, senza per questo minimizzare la catastrofe, è forse la qualità più rara e più preziosa del lavoro di Zizola.

Dopo l’Angola, Zizola lavora in altri contesti di crisi, ma è il progetto sul Mediterraneo, sviluppato a partire dalla fine degli anni Novanta e ancora in corso, a rappresentare il contributo più importante e più originale della sua maturità. Il Mediterraneo come luogo di passaggio, come spazio di frontiera in cui si gioca una delle partite più drammatiche della storia contemporanea, quella dell’emigrazione di massa dalle coste africane e mediorientali verso l’Europa, è diventato negli ultimi due decenni uno dei temi più fotografati al mondo. Ci sono centinaia, forse migliaia di fotografi che hanno documentato gli sbarchi sulle coste italiane e greche, i barconi sovraffollati, i corpi annegati, i campi di accoglienza. In questo contesto di saturazione visiva, distinguersi non è semplice, e la tentazione di ricorrere all’immagine più drammatica, al gesto più estremo, alla sofferenza più evidente è una tentazione sempre presente e raramente resistita.

Zizola la resiste, e lo fa attraverso una scelta metodologica precisa che è anche una posizione etica: il tempo lungo. Mentre la maggior parte dei fotografi arriva durante un’emergenza, documentano l’immediato e ripartono, Zizola torna sugli stessi luoghi a distanza di mesi e di anni, segue le storie individuali nel loro sviluppo, fotografa gli stessi volti in momenti diversi della propria trasformazione. Questo approccio produce un tipo di immagine radicalmente diverso da quello del reportage di emergenza: produce fotografie in cui la dimensione temporale è percepibile, in cui si sente il peso del prima e si intravede la possibilità di un dopo, in cui le persone non sono ridotte al momento più acuto della propria crisi ma sono restituire nella loro continuità biografica. Fotografare qualcuno sul barcone che arriva, e poi fotografare quella stessa persona sei mesi dopo in un quartiere di Palermo o di Berlino, dice qualcosa che nessuna delle due fotografie isolate potrebbe dire: dice che la vita continua, che le persone si trasformano, che la catastrofe non è mai l’ultima parola.

Dal punto di vista tecnico, Zizola lavora prevalentemente a colori, con una palette che varia significativamente in base ai contesti geografici e tematici dei diversi progetti. Nel lavoro africano, i colori hanno una saturazione e una calore che riflettono la qualità della luce equatoriale, quella luce diretta e senza sfumature che non lascia ombre morbide ma produce contrasti netti e colori quasi abbaglianti. Nel lavoro mediterraneo, la palette si fa più complessa, più sfumata, con una tendenza verso i toni della luce marina, quella luminosità diffusa che caratterizza le coste italiane e che ha una qualità quasi pittorica, quasi veneziana nel senso della tradizione coloristica della Serenissima. Queste non sono scelte consapevoli e programmatiche nel senso di un calcolo estetico freddo: sono il risultato naturale di un fotografo che si lascia educare dalla luce dei luoghi in cui lavora, che non impone al contesto una propria visione prestabilita ma si lascia modificare dal contesto, adattando il proprio sguardo alle condizioni specifiche di ogni situazione.

La scelta delle focali è altrettanto significativa. Zizola usa prevalentemente ottiche di lunghezza focale media, tra i 35 e i 50 millimetri, che producono un’angolatura visiva vicina a quella dell’occhio umano naturale e che richiedono al fotografo di stare fisicamente vicino ai soggetti, a una distanza che non permette la comodità del teleobiettivo, quella distanza di sicurezza che trasforma il fotografo in osservatore protetto. Lavorare con ottiche corte significa esporsi, essere presenti, essere visibili ai soggetti che si fotografano. Significa che il rapporto tra fotografo e soggetto è sempre un rapporto di prossimità fisica reale, che la fotografia è il risultato di un incontro vero e non di una osservazione distaccata. Questo ha conseguenze dirette sulla qualità delle immagini: i volti nelle fotografie di Zizola hanno una presenza e una specificità che derivano proprio da questa prossimità, da questo aver guardato davvero in faccia le persone prima di fotografarle.

È membro di Noor Images, l’agenzia fotografica fondata nel 2007 da un gruppo di fotografi di reportage internazionali con l’intenzione di creare una struttura cooperativa che garantisse agli autori il controllo sui propri progetti, e questa affiliazione dice qualcosa di preciso sul suo modo di intendere il rapporto tra fotografia e strutture editoriali. Zizola ha sempre rifiutato la logica del lavoro su commissione, quella fotografia prodotta in risposta a una richiesta editoriale specifica con tempi e parametri predefiniti, preferendo costruire i propri progetti con il tempo che richiedono e poi trovare le modalità di pubblicazione e di distribuzione più adatte. Questo approccio ha un costo economico reale, non sempre facile da sostenere in un mercato editoriale che ha drasticamente ridotto i budget destinati al fotogiornalismo di approfondimento, ma produce una qualità e una coerenza di visione che il lavoro su commissione raramente permette.

Ha ricevuto il World Press Photo Award in più occasioni, il premio Canon per la fotografia umanitaria, e i suoi lavori sono stati esposti in festival e istituzioni di tutto il mondo. Ma la misura più autentica della sua importanza sta altrove, in qualcosa di meno immediatamente quantificabile. Sta nella capacità che il suo lavoro ha dimostrato nel corso degli anni di produrre effetti reali sulla percezione pubblica di certi fenomeni, di contribuire a costruire quella che si potrebbe chiamare una cultura visiva della complessità, un modo di guardare le immagini che non cerca la risposta semplice e non si accontenta della narrazione univoca. In un’epoca di produzione e di consumo di immagini che non ha precedenti nella storia umana, in cui ogni giorno vengono scattate e pubblicate miliardi di fotografie che producono un rumore di fondo sempre più assordante, la capacità di fare immagini che si fermano, che resistono all’oblio immediato, che continuano a interrogare lo spettatore anche dopo che si è smesso di guardarle, è una capacità rara e preziosa. Francesco Zizola la possiede in misura piena, e questo è sufficiente a collocarlo tra i fotografi italiani più significativi della propria generazione.

Fonti

Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.

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