Mario De Biasi

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Ci sono destini che si formano nel modo più imprevedibile, in circostanze che nessuna logica avrebbe potuto anticipare, e che tuttavia rivelano, a posteriori, una loro coerenza profonda, come se la vita si divertisse a seminare le proprie rivelazioni nei luoghi meno probabili. Il destino fotografico di Mario De Biasi nasce tra le macerie di Norimberga nel 1945, nella città che il Terzo Reich aveva eletto a teatro delle proprie liturgie di massa e che gli Alleati avevano ridotto a un cumulo di rovine. De Biasi era arrivato lì non da turista né da soldato, ma da deportato: giovane operaio bellunese, era stato prelevato durante la guerra e trasportato in Germania per il lavoro coatto, come milioni di altri italiani e europei che il sistema concentrazionario nazista utilizzava come forza-lavoro nei propri complessi industriali. In quell’universo di costrizione e di paura, in cui la sopravvivenza era questione quotidiana e non garantita, un giorno egli inciampa in qualcosa che cambierà la sua vita per sempre: tra le macerie di un edificio bombardato trova una macchina fotografica e un manuale di fotografia.

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È un gesto di pura sopravvivenza culturale, quello di raccogliere quei due oggetti. In un momento in cui tutto attorno a lui è distruzione, morte e umiliazione, De Biasi si aggrappa a uno strumento di conoscenza del mondo visibile, a un oggetto che promette di restituire un senso alla visione, di trasformare il caos in forma, l’inferno in immagine. Il manuale lo studia di nascosto, con la concentrazione disperata di chi cerca non solo una tecnica ma una via di uscita da una realtà insopportabile. Quando nel 1945 torna in Italia, a Milano, la città che diventerà la sua adozione definitiva, porta con sé questa formazione improbabile e urgente, costruita tra le bombe e la paura, e comincia a praticarla nelle strade della città ancora ferite dalla guerra, tra i mercati neri, i cantieri di ricostruzione, i cinema che riaprono, le fabbriche che riprendono a fumare. Quella Milano del dopoguerra immediato è uno dei soggetti più ricchi che un fotografo potesse trovare: una città che aveva perso molto, che stava cercando se stessa nel frastuono della ripartenza, in cui la miseria e la speranza convivevano gomito a gomito, in cui ogni strada era un teatro di umanità in movimento.

I primi anni della carriera milanese di De Biasi sono anni di doppia vita: di giorno lavora come radiotecnico per guadagnarsi da vivere, la sera e nei fine settimana fotografa le strade della città, porta i rullini esposti a stampar da sé in una camera oscura improvvisata in bagno, costruisce un archivio di immagini che cresce con la cura maniacale di chi sa che sta documentando qualcosa di irripetibile. Nel 1948 ha già abbastanza materiale per organizzare la sua prima mostra personale, che viene accolta con sorpresa e interesse dalla critica milanese. Sono fotografie di strada nel senso più letterale del termine: la vita quotidiana di Milano nei suoi aspetti più ordinari e più straordinari, i bambini che giocano sui sanpietrini bagnati, le donne che stendono il bucato tra le finestre dei cortili, gli operai alla pausa pranzo davanti alle fabbriche, i vecchi che prendono il sole sui sedili di pietra dei giardini pubblici. C’è in queste immagini giovanili una qualità che è già pienamente matura: la capacità di trovare la composizione giusta nell’istante, di organizzare lo spazio dell’immagine secondo criteri formali precisi senza perdere la spontaneità del momento catturato.

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Di Paolo Monti – Disponibile nella biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC.L’immagine proviene dal Fondo Paolo Monti, di proprietà BEIC e collocato presso il Civico Archivio Fotografico di Milano., CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48078416

Nel 1953, con un passo che segna la svolta professionale definitiva, viene assunto dalla redazione di «Epoca», il grande settimanale illustrato della Mondadori che Arnoldo Mondadori aveva fondato nel 1950 sul modello americano di «Life». È la prima volta in assoluto che un fotografo italiano ottiene un contratto fisso di lavoro da una rivista, diventando così il capostipite di una figura professionale che in Italia non aveva ancora avuto pieno riconoscimento istituzionale: quella del fotografo di redazione, non semplice collaboratore esterno ma membro strutturato dell’organico, con uno stipendio, una scrivania e una missione precisa. Enzo Biagi, che in quegli anni dirigeva la redazione e avrebbe poi diretto la testata stessa, capisce immediatamente il valore di De Biasi: è un fotografo duttile e versatile, capace di passare con eguale competenza dal ritratto al reportage di guerra, dalla fotografia di moda alla documentazione della natura, dalla celebrazione del personaggio famoso all’inchiesta sociale sulle condizioni del Mezzogiorno. Quella versatilità non è superficialità: è la manifestazione di una curiosità intellettuale autentica, di un interesse genuino per la molteplicità della realtà, di un approccio al mestiere inteso non come specializzazione settoriale ma come pratica di conoscenza del mondo nella sua interezza.

I servizi sull’Italia sconosciuta, pubblicati a puntate su «Epoca» con i titoli Viaggio in Italia e L’Italia che non conosciamo, rivelano la dimensione più impegnata e socialmente consapevole della sua fotografia. De Biasi percorre le regioni più remote del Paese, quelle che il miracolo economico stava cominciando a lambire senza ancora trasformare, e porta sulle pagine patinate di un settimanale borghese le facce, le case, i lavori, le speranze e le miserie di una popolazione che la grande stampa italiana ignorava sistematicamente. La Calabria dei braccianti, la Sardegna dei pastori, la Lucania dei cafoni di Leviana memoria: De Biasi vi arriva con la stessa disponibilità all’immersione totale che aveva imparato nelle strade di Milano, cercando il dettaglio rivelatore, la scena che condensa in sé un intero mondo, la faccia che porta scritta la storia di una condizione. Non è la fotografia militante di chi vuole cambiare il mondo con le proprie immagini; è la fotografia di un testimone che crede nel diritto del lettore a sapere, a vedere, a riconoscere la propria nazione in tutte le sue componenti, comprese quelle che la retorica del boom economico preferiva non mostrare.

Il 23 ottobre 1956 è il giorno che consegna Mario De Biasi alla storia della fotografia mondiale. Enzo Biagi, allora direttore di «Epoca», lo manda a Budapest in tutta fretta, con pochi minuti di preavviso, mentre dalla capitale ungherese arrivano le prime notizie confuse di tumulti, di studenti in piazza, di un’insurrezione popolare contro il regime comunista filosovietico. De Biasi raggiunge Budapest in modo «fortunoso», come diranno i cronisti, probabilmente attraverso la Jugoslavia di Tito, l’unico paese del blocco orientale che manteneva allora una politica estera relativamente autonoma rispetto a Mosca. Ciò che trova appena varcata la frontiera non è la rivolta nell’accezione moderata che i comunicati ufficiali stavano lasciando intendere: è una rivoluzione in senso pieno, violenta e disperata, nella quale i giovani ungheresi stanno prendendo le armi contro uno degli eserciti più potenti del mondo.

De Biasi è, insieme al fotografo austriaco Erich Lessing, uno dei pochissimi fotografi occidentali presenti in quei giorni a Budapest. Fotografa l’ingresso dei carri armati sovietici per le strade della città, il fumo degli edifici in fiamme, i corpi dei funzionari della polizia segreta linciati dalla folla e appesi ai lampioni con una violenza che non è brutalità gratuita ma rabbia storica accumulata in anni di repressione sistematica. Fotografa i giovani insorti con le loro armi improvvisate, le donne che portano rifornimenti ai combattenti, i vecchi alle finestre con gli occhi pieni di una speranza che dura già da troppo pochi giorni. Rimane ferito durante i combattimenti, ma non smette di fotografare: è questa la misura della sua professionalità, intesa non come freddo distacco ma come impegno totale verso la testimonianza, verso la convinzione che documentare ciò che accade sia un atto necessario, un servizio che il fotografo deve alla storia e alla memoria collettiva anche quando il prezzo è il proprio sangue.

Le fotografie di Budapest vengono pubblicate su «Epoca» e poi richieste da diciannove testate straniere in tutto il mondo. Sono immagini di una intensità sconvolgente: il bianco e nero è crudo, senza mediazioni estetiche, la composizione è spesso dettata dall’urgenza più che dalla riflessione, ma in quella urgenza c’è una verità formale che nessuna perfezione tecnica avrebbe potuto sostituire. La famosa fotografia del giovane rivoluzionario ungherese in piedi su un carro armato russo, con il cappotto svolazzante e lo sguardo rivolto verso un orizzonte che non vedrà a lungo, è entrata nell’iconografia del Novecento non perché sia tecnicamente perfetta ma perché ha catturato in un singolo fotogramma la condizione stessa dell’eroismo disperato, la bellezza tragica di una giovinezza che sceglie di opporre il proprio corpo alla potenza meccanica di uno Stato totalitario.

La carriera postuma al 1956 è quella di un fotografo che ha trovato nella rivolta ungherese la propria misura massima e che, consapevole di questo, non cerca di replicarla ma continua a esplorare la propria versatilità in direzioni diverse e complementari. La fotografia di natura, sviluppata con crescente intensità a partire dagli anni Settanta e culminata nei libri Natura d’autore e Racconti d’acqua e di vita, rivela una dimensione inaspettata: il fotografo di guerra e di strada che trova nella contemplazione del paesaggio naturale una forma di silenzio e di pace, un contrappeso necessario agli orrori che la storia gli ha messo davanti. I vulcani in eruzione, le distese artiche a meno sessantacinque gradi, i fondali marini fotografati con le prime attrezzature subacquee disponibili sul mercato: De Biasi porta in questi ambienti estremi la stessa metodologia che aveva applicato nelle strade di Budapest, quella disponibilità assoluta a mettere il proprio corpo in situazioni di pericolo pur di ottenere l’immagine che nessun altro aveva ancora ottenuto.

L’amicizia con Bruno Munari, il poliedrico artista e designer milanese che aveva la propria abitazione-studio a Cardina, dove De Biasi trascorreva periodi di lavoro, aggiunge un’ulteriore dimensione alla sua figura intellettuale. Munari, che è stato uno dei protagonisti del razionalismo visivo italiano, influenza in De Biasi la riflessione sul rapporto tra la fotografia e il progetto grafico, tra l’immagine e il suo contesto editoriale, tra la singola fotografia e la sequenza in cui trova il proprio significato più pieno. Non è una influenza che si manifesta in cambiamenti stilistici evidenti; è piuttosto un arricchimento del modo in cui De Biasi pensa al proprio lavoro, una consapevolezza più acuta della dimensione costruttiva dell’immagine fotografica, del fatto che ogni fotografia è anche un oggetto visivo con una propria sintassi, un proprio ritmo, una propria relazione con lo spazio della pagina o della parete.

Mario De Biasi muore a Milano il 27 maggio del 2013, novant’anni appena compiuti, dopo avere trascorso gli ultimi anni in una serenità operosa, circondato da un archivio di immagini che copre settant’anni di storia italiana e mondiale. Lascia un lavoro di dimensioni e qualità eccezionali, che è insieme documento storico, opera d’arte e testimonianza civile. La sua fotografia di Budapest, in particolare, appartiene a quella categoria rarissima di immagini che non invecchiano perché non appartengono soltanto al proprio tempo: appartengono a tutti i tempi in cui la libertà si scontra con il potere, in cui i corpi fragili degli uomini si oppongono alla macchina blindata della repressione. E in queste immagini, scattate da un giovane fotografo bellunese sotto il fuoco incrociato di una rivoluzione schiacciata nel sangue, vive qualcosa di essenziale nella storia del Novecento europeo.

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Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
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