Un bicchiere che si frantuma, il battito d’ali di un colibrì, una goccia d’acqua che colpisce una superficie: azioni che durano frazioni di secondo e che il rallentatore dilata fino a rendere visibile ogni dettaglio. Lo slow motion cinematografico nasce in ripresa, perché la fotocamera registra più fotogrammi al secondo di quanti ne userà in riproduzione, e quando il materiale scorre alla velocità convenzionale ogni secondo di azione reale occupa più secondi sullo schermo. La formula si scrive in una riga. Realizzarla dentro una mirrorless nata per la fotografia statica, e diventata negli ultimi quindici anni uno strumento di ripresa video professionale, richiede sensori velocissimi, processori efficienti e una gestione attenta del calore.
In Sintesi
- Il vero slow motion in camera si ottiene registrando a cadenza elevata (per esempio 120 fps) e riproducendo a 24 o 25 fps: a 120 fps il rallentamento è di 5 volte.
- Più alta è la cadenza, più breve è il tempo di esposizione: con la regola dei 180° a 120 fps servono 1/240 di secondo, a 240 fps 1/480.
- Il limite tecnico principale è la velocità di lettura del sensore: per 120 fps l’intera area deve essere letta in meno di 8,3 millisecondi.
- I sensori stacked, con circuiti e memoria su strati separati, leggono molto più in fretta e hanno reso comune il 4K a 120 fps nelle mirrorless.
- Il calore resta il vincolo pratico: molti corpi compatti riducono risoluzione, applicano un crop o si fermano da soli, e alcuni modelli prevedono una ventola opzionale.
- Prima di girare conviene controllare crop, campionamento del colore, durata massima e luce disponibile della modalità HFR scelta.
I fondamenti: frame rate, fattore di rallentamento e otturatore
La riproduzione cinematografica usa 24 fotogrammi al secondo (fps) come standard storico, mentre la televisione e il video nelle aree che adottano lo standard PAL, Europa compresa, lavorano a 25 fps. Se una fotocamera registra a 120 fps e il filmato viene riprodotto a 24 fps, ogni secondo di azione reale diventa cinque secondi di proiezione, quindi il fattore di rallentamento è 5×. A 240 fps il fattore sale a 10×. A 1000 fps arriva a circa 41,7×, e mostra eventi che a velocità normale sfuggono all’occhio.
Il termine storico per questa tecnica è overcranking. Veniva dalle cineprese a manovella, dove l’operatore girava la manovella più in fretta del normale e faceva scorrere nel gate più pellicola al secondo. Il suo opposto, l’undercranking, riduceva la cadenza di ripresa e produceva un’accelerazione del movimento in proiezione, un effetto sfruttato dal cinema muto nelle scene comiche e d’inseguimento.

Il frame rate è legato in modo diretto all’esposizione. Il tempo massimo per ogni fotogramma coincide con la durata del fotogramma stesso: a 120 fps non si può superare 1/120 di secondo. La convenzione cinematografica del 180° di otturatore suggerisce di usare un tempo pari alla metà del periodo del fotogramma, cioè il doppio del frame rate al denominatore: a 120 fps si imposta 1/240 di secondo, a 240 fps 1/480, a 1000 fps 1/2000. La sfocatura di movimento risulta naturale e simile a quella a cui l’occhio è abituato. Tempi tanto brevi chiedono molta luce oppure ISO elevati, e in interni o con luce diffusa il rallentatore spinto diventa praticabile solo con illuminazione artificiale potente e diaframma molto aperto, a scapito della profondità di campo.
La percezione del movimento dipende dal contenuto. Il cinema ha stabilito per tradizione che 24 fps bastano alla maggior parte delle scene, e la scia del motion blur e l’effetto stroboscopico tipici della pellicola fanno parte dell’estetica filmica per molti spettatori. Il dibattito sull’HFR (High Frame Rate) come standard di proiezione si è acceso nel dicembre 2012 con Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato di Peter Jackson, il primo film a larga distribuzione girato e proiettato a 48 fps, con versioni a 24 fps nelle sale che non avevano l’impianto adatto. Molti spettatori e critici trovarono l’immagine troppo liscia e priva di quella temporalità discreta del cinema, un aspetto che richiama il cosiddetto soap opera effect, termine con cui si descrive anche l’interpolazione di fotogrammi dei televisori. Ang Lee proseguì con Billy Lynn (2016) e Gemini Man (2019) a 120 fps, mentre Avatar: La via dell’acqua (2022) ha adottato una frequenza variabile, con alcune scene a 48 fps e altre alla cadenza tradizionale.
Dalle cineprese ad alta velocità alle mirrorless
La storia delle riprese ad alta velocità comincia con la scienza, ben prima del digitale. Alla fine dell’Ottocento fisiologi e fisici avevano bisogno di vedere ciò che l’occhio non coglie, e inventarono strumenti per scomporre il movimento. Étienne-Jules Marey, fisiologo francese e pioniere della cronofotografia, costruì nel 1882 il suo fucile fotografico, che impressionava una serie di immagini in rapida successione su una lastra circolare in rotazione, pensato per studiare il volo degli uccelli e capace di dodici esposizioni al secondo, e negli anni successivi passò a supporti di pellicola. Negli stessi anni Eadweard Muybridge metteva a punto un sistema di fotocamere allineate lungo una pista e scattate in sequenza da fili che il cavallo spezzava passando: le immagini del galoppo del 1878 dimostrarono che a un certo istante tutti gli zoccoli sono sollevati da terra, e la raccolta Animal Locomotion (1887) mise insieme centinaia di lastre. I due percorsi, l’esposizione rapida successiva su un unico supporto e la sequenza di fotocamere sincronizzate, indicarono le due strade della ripresa veloce.
Nel cinema commerciale le prime cineprese professionali con meccanismi a intermittenza, tra cui le Debrie Parvo, permettevano di sovravelocizzare la ripresa entro limiti modesti rispetto a quelli di oggi: negli anni Venti e Trenta le Debrie Parvo in versione overcranking raggiungevano 64-96 fps, con meccanismi a croce di Malta via via perfezionati. Per superare le poche centinaia di fotogrammi al secondo occorrevano soluzioni diverse: meccanismi con avanzamento continuo della pellicola e un sistema ottico rotante, a prisma o a specchio, che compensava lo spostamento della pellicola durante l’esposizione. Con questo principio lavoravano le Fastax americane su pellicola da 16mm, capaci di molte migliaia di fotogrammi al secondo e usate per studi industriali, balistici e scientifici. Strumenti di questo tipo richiedevano motori ad altissima velocità e pellicole lunghe da far scorrere in frazioni di secondo. Le Fastax e le Wollensak americane degli anni Quaranta arrivarono a 16.000 fps su pellicola da 16mm, e le Hycon militari usate per documentare i test nucleari degli anni Cinquanta spinsero la soglia oltre i 50.000 fps, con sistemi ottici di compensazione del moto di grande precisione.
L’elettronica cambiò il paradigma. Nei sistemi broadcast di rallentatore degli anni Novanta e Duemila, i sensori CCD e poi CMOS ad alta velocità lavoravano con buffer di memoria locali, e i filmati a cadenza elevata venivano letti più lentamente dopo la ripresa. Il costo di quei sistemi li riservava a studi e eventi sportivi importanti. Le cineprese digitali ad alta velocità, per esempio quelle della linea Phantom di Vision Research, hanno poi portato a livello scientifico e cinematografico cadenze di diverse migliaia di fotogrammi al secondo, di solito a risoluzione ridotta. La democratizzazione del rallentatore è arrivata con i sensori CMOS a lettura rapida e con memorie sempre più capienti ed economiche, che dagli anni Duemila hanno portato funzioni slow motion nelle fotocamere di fascia consumer.
La Casio Exilim EX-F1, del 2008, aprì la strada tra le compatte offrendo registrazione a 1200 fps, ma a una risoluzione di poche centinaia di pixel di larghezza. Nel 2015 la Sony RX100 IV portò una modalità super slow motion fino a 1000 fps (960 nello standard NTSC) con una qualità molto più utilizzabile, grazie al sensore con memoria integrata. Per il formato mirrorless professionale il momento di svolta è stato il 2020 con la Sony A7S III: sensore full-frame da 12 megapixel e registrazione in 4K a 120 fps, anche se, come ha misurato DPReview, il 4K a 120 fps si ottiene con un crop di circa 1,1× perché la lettura a tutta larghezza risulta troppo lenta per quella cadenza.
Il sensore stacked e la velocità di lettura
Il parametro che fissa il frame rate massimo a una data risoluzione è la velocità di lettura del sensore, cioè il tempo necessario al circuito di readout per scandire tutta l’area attiva e inviare i dati al processore. Il tempo di scansione totale, detto readout time, determina anche l’entità del rolling shutter, la deformazione che compare nei soggetti veloci perché le righe del sensore vengono lette una dopo l’altra. I costruttori hanno concentrato gli sforzi su questo valore, perché abbassarlo permette sia cadenze più alte sia meno distorsione.
Un sensore BSI-CMOS convenzionale (Back-Side Illuminated, cioè a illuminazione posteriore) legge le righe in sequenza dall’alto verso il basso. Se l’intera lettura richiede 30 millisecondi, il frame rate massimo teorico a piena risoluzione è di circa 33 fps. Per salire a 120 fps occorre leggere l’area in meno di 8,33 ms, per 240 fps in meno di 4,17 ms. Sono i numeri che spiegano perché tante mirrorless offrano il 4K a 120 fps solo con il crop: DPReview, per la A7S III, ha misurato 7,7 ms in 4K 120p con crop contro 8,7 ms nei modi a tutta larghezza a 60, 30 e 24 fps.
La soluzione adottata nei corpi più veloci è il sensore CMOS stacked, o sensore impilato. I fotodiodi stanno su uno strato di silicio e i circuiti di elaborazione e lettura su un secondo strato sovrapposto, unito al primo con un processo di wafer bonding. Il secondo strato può essere ottimizzato solo per la velocità, senza i vincoli della superficie che raccoglie la luce. Sony annunciò nell’agosto 2012 la serie Exmor RS per smartphone e tablet, presentata come il primo sensore CMOS stacked al mondo, e il principio è arrivato poi alle fotocamere dedicate, con una memoria DRAM integrata come terzo strato nelle versioni più avanzate. Il sensore stacked della Sony A1 (2021), da 50,1 megapixel, ha un chip di memoria sotto i pixel che accelera lo scarico dei dati e riduce il rolling shutter, e permette il 4K fino a 120p in 10 bit 4:2:2 e l’8K a 30p. La Canon EOS R5 Mark II usa un sensore full-frame stacked retroilluminato da 45 megapixel, con 4K fino a 120 fps e 8K RAW fino a 60p. La Fujifilm X-H2S adotta un sensore APS-C stacked da 26,1 megapixel, per il quale Fujifilm dichiara una velocità di lettura quadrupla rispetto al sensore precedente. La Nikon Z9 ha anch’essa un sensore stacked da 45,7 megapixel e riprende in 4K fino a 120p e in 8K. Come ordine di grandezza, il sensore stacked della Sony A9 (2017) legge l’intera area in circa 6 ms a 24 megapixel, quello della A1 in circa 4 ms a 50 megapixel e la Nikon Z9 raggiunge valori analoghi, contro i 30 ms di un BSI convenzionale come quello dell’esempio.

La memoria DRAM integrata ha un ruolo particolare nel super slow motion, le modalità a cadenza molto alta e di breve durata. A 1000 fps non è realistico scrivere i dati in tempo reale sulla scheda: il sensore li accumula in un buffer interno, velocissimo, e li trasferisce al codec con calma. Per questo le compatte e le bridge che offrono i 960 fps, tra cui la Sony RX10 IV e la Sony RX100 VI, producono sequenze di pochi secondi anziché una registrazione continua, con una risoluzione ridotta rispetto al normale Full HD.
Calore, dissipazione e limiti termici della ripresa continua
Il calore è la conseguenza fisica della velocità. Ogni pixel letto dal sensore dissipa energia nel circuito di lettura, ogni fotogramma elaborato scalda il processore, ogni dato scritto scalda il controller e la scheda di memoria. Quando si passa da 24 a 120 fps a parità di risoluzione, il volume di dati da leggere, elaborare e scrivere cresce di cinque volte e con esso il lavoro termico, e il corpo di una mirrorless compatta, che smaltisce il calore soprattutto per conduzione attraverso il telaio metallico e l’aria ferma interna, si trova presto al limite.
Il throttling termico, cioè la riduzione delle prestazioni o l’interruzione della registrazione decisa dal firmware quando la temperatura interna supera una soglia di sicurezza, è la manifestazione più fastidiosa del problema per chi gira professionalmente. La soglia dipende soprattutto dalla temperatura critica di sensore e processore: i semiconduttori moderni lavorano correttamente fino a temperature di giunzione di circa 85-100 °C, e il firmware pone il limite di interruzione con un margine di sicurezza di 15-20 gradi. La durata prima dello stop dipende dal modello, dal formato, dalla temperatura ambiente, dalla temperatura di partenza e dall’esposizione al sole, per cui non esiste un tempo valido per tutti i corpi. I produttori stessi lo dicono: Fujifilm precisa che le durate dichiarate per la X-H2S valgono a 25 °C da freddo e che la registrazione può interrompersi per surriscaldamento. Per la R5 Mark II Canon propone l’impugnatura con ventola opzionale CF-R20EP, che estende i tempi di registrazione. Sony, per la A1, dichiara oltre 30 minuti di 8K 30p, grazie anche a un dissipatore in grafite.
Le contromisure dei costruttori sono diverse e si sommano. La prima riguarda il corpo: leghe di magnesio che conducono bene il calore, dissipatori a contatto con il retro del sensore, percorsi interni che portano il calore verso il telaio esterno. Per la Sony A7S III, DPReview indica per il 4K 60p una registrazione di almeno un’ora a temperatura ambiente normale, e osserva che Sony non promette la stessa affidabilità di una fotocamera con ventola come la Panasonic S1H. Un corpo più grande ospita un dissipatore migliore: è la strada scelta da Nikon con la Z9 e da Canon e Fujifilm con le ventole opzionali, la FAN-001 della X-H2S o l’impugnatura CF-R20EP della R5 Mark II. Una ventola accessoria prolunga i tempi di registrazione alle alte temperature, ma aggiunge ingombro e un po’ di rumore da gestire in presa diretta.
La seconda strategia è la riduzione del carico. Molte fotocamere che registrano 4K a 24 o 30 fps passano a Full HD o applicano un crop quando si seleziona una cadenza alta. La Sony A7 IV, per esempio, registra 4K a 60p con un crop che porta la lettura da full-frame a un’area vicina al Super 35, mentre a 120 fps si ferma al Full HD. Il compromesso riduce dati e calore ma stringe il campo di ripresa e abbassa la qualità. La Canon EOS R6 Mark II (2022) è una delle mirrorless full-frame di fascia media che offre il 4K a 60p senza crop, grazie a un sensore e a un processore DIGIC X più efficienti dal punto di vista energetico.
Il sensore stacked aiuta anche sul piano termico. Un circuito che legge l’intera area in pochi millisecondi invece di decine resta attivo per meno tempo per ogni fotogramma, e a parità di corrente nei circuiti l’energia dissipata per ciclo di lettura diminuisce, perché l’energia totale dipende dall’integrale nel tempo della potenza e non solo dalla potenza di picco. Il vantaggio è reale ma non annulla il resto della catena: il processore e la scheda continuano a scaldarsi in funzione della quantità di dati.
Qualità d’immagine in HFR: rumore, crop e campionamento del colore
La registrazione ad alta cadenza comporta compromessi di qualità che conviene conoscere prima di pianificare una produzione. Il primo è il rumore. Tempi di esposizione brevissimi riducono la luce che raggiunge ogni pixel, quindi peggiora il rapporto segnale-rumore. Il rumore fotografico ha una componente legata al sensore e all’elettronica (il dark noise) e una componente variabile con la radice quadrata dei fotoni raccolti, il rumore di fotone o shot noise. Con pochi fotoni lo shot noise prevale, e il risultato è un’immagine visibilmente più rumorosa della stessa scena ripresa con un tempo normale.
Il secondo compromesso è il crop del sensore. Se la fotocamera non riesce a leggere tutta l’area alla cadenza richiesta, legge solo una parte del sensore, aumenta l’equivalenza di focale e restringe il campo. Un crop di 1,5× su una full-frame equivale a lavorare con un sensore APS-C, con conseguenze sulla profondità di campo e sull’angolo di campo. L’entità del crop cambia da modello a modello e talvolta da formato a formato, e nelle schede tecniche si trova di rado indicata nella prima pagina: va cercata nelle tabelle dei modi video. Sul campo il sintomo è semplice, perché un’inquadratura prevista con l’obiettivo grandangolare risulta più stretta del previsto quando si attiva l’HFR.
Il terzo compromesso è il campionamento del colore. Alcune fotocamere, in certe modalità ad alta cadenza, passano da 4:2:2 a 4:2:0 o da 10 a 8 bit per contenere dati e calore. Nella visione normale il cambiamento si nota poco, mentre pesa nel color grading impegnativo e nel keying su fondo verde. Anche i modelli più evoluti hanno differenze tra modi: la Sony A1, per citare un caso, registra il 4K in 10 bit 4:2:2 e l’8K in 10 bit 4:2:0. Conviene dunque leggere la tabella dei formati prima di decidere di girare tutto in HFR.
C’è infine una questione di coerenza in montaggio. Le sequenze in HFR, con tempi di otturatore più brevi e talvolta con crop e rumore diversi, si accostano a quelle a cadenza normale con una resa non identica. Si attenua il problema scegliendo sensibilità ISO e profilo colore uguali nelle due modalità e lasciando al grading il compito di uniformare grana e contrasto.
Lo stato dell’arte nelle mirrorless contemporanee
Dal 2020 a oggi la fascia professionale ha fatto un salto netto: il 4K a 120 fps è disponibile in molti corpi, e in alcuni con un crop minimo o assente. Il merito è dei sensori stacked con letture più rapide e dei processori costruiti con processi litografici recenti, che a pari potenza di calcolo dissipano meno.
La Sony A1 registra 4K fino a 120p in 10 bit 4:2:2, una configurazione che fino al 2021 richiedeva cineprese professionali come la ARRI AMIRA o la RED KOMODO-X, e il costruttore dichiara oltre 30 minuti di registrazione in 8K 30p. La Sony FX3 e la FX30, della linea Cinema Line, portano la stessa filosofia in corpi pensati per il video, con ergonomia dedicata, dissipazione più generosa e ingressi audio professionali XLR. La Nikon Z8 e la Z9 usano sensori stacked da 45,7 megapixel e registrano 4K fino a 120p, con formati RAW interni come N-RAW. La Canon EOS R5 Mark II, del 2024, ha un sensore stacked da 45 megapixel con 4K a 120 fps e 8K RAW a 60p, e per i lavori lunghi il costruttore propone la ventola accessoria. La Fujifilm X-H2S, APS-C stacked da 26,1 megapixel, offre il 4K a 120p e la ventola opzionale FAN-001, e ha portato lo slow motion di qualità nella fascia più accessibile.
Le cadenze più estreme restano appannaggio di strumenti dedicati. Con il super slow motion a 960 fps delle compatte Sony e con le cineprese ad alta velocità si riesce a rallentare ulteriormente, ma a fronte di risoluzione ridotta, durata di pochi secondi o costi elevati. La direzione è chiara: velocità di lettura sempre maggiore, calore sempre meglio gestito, formati interni più ricchi. Resta però un punto fermo, valido da Marey in poi: la fisica detta il tempo di esposizione, e nessun sensore può raccogliere più luce di quella disponibile nel breve intervallo di ogni fotogramma. La frontiera verso cui si muove l’industria è il 4K a 240 fps nei corpi full-frame di fascia professionale, una cadenza che a 24 fps di riproduzione dà un rallentamento di 10×, sufficiente per quasi tutte le applicazioni creative e commerciali senza ricorrere alle cineprese ad alta velocità. I limiti residui, la velocità di lettura dei sensori stacked di grande formato e la gestione del calore nella scrittura su supporto, si assottigliano a ogni generazione. Lo slow motion di qualità, che ha impiegato oltre un secolo per passare dai meccanismi a manovella ai sensori impilati, sta diventando un parametro ordinario delle fotocamere di fascia media.
Come scegliere e usare l’alta cadenza in pratica
Scegliere la cadenza giusta significa partire dal risultato in montaggio. Per un rallentamento leggero e fluido, utile a rendere più elegante una camminata o un gesto, bastano 48 o 60 fps in una timeline a 24 o 25 fps, con un fattore di 2× circa. Per un rallentamento evidente su un movimento rapido, come un tuffo, un gesto sportivo o l’impatto di un oggetto, 120 fps portano il fattore a 5× e sono lo standard delle mirrorless attuali. Con 240 fps si arriva a 10×, ma quasi sempre a Full HD o con un crop marcato, e con una luce molto abbondante.
L’errore più comune è dimenticare la conformazione. Se il filmato a 120 fps viene inserito in una timeline a 120 fps, scorre a velocità normale. Occorre interpretare il materiale a 24 o 25 fps nel software di montaggio, oppure usare le funzioni «Slow & Quick» e simili che molte fotocamere mettono a disposizione e che marcano il file con la velocità di riproduzione corretta. L’audio, in molti modi HFR, non viene registrato o viene registrato a velocità normale, e va gestito a parte.
Il secondo errore riguarda la luce. Con l’otturatore a 1/240 o 1/480 le sorgenti a corrente alternata possono produrre sfarfallio visibile, soprattutto con LED e fluorescenti a bassa qualità. In interni conviene usare fari a luce continua di qualità professionale o preferire una tempistica che non entri in battimento con la frequenza della rete elettrica, che in Europa è di 50 Hz. Alcune fotocamere offrono una funzione antiflicker dedicata, ma l’unica garanzia reale è una prova sul set.
Il terzo errore è sottovalutare i supporti. Il bitrate aumenta con la cadenza e con la risoluzione, e per i formati più pesanti servono schede veloci, di solito CFexpress o SD con classe adeguata, e un piano di scarico dei dati. Il quarto, infine, è la gestione del calore sul set: tenere il corpo all’ombra, spegnere lo schermo quando non serve, usare batterie cariche, valutare la ventola dove esiste e far raffreddare la fotocamera tra una ripresa e l’altra. Un’accortezza semplice, la ripresa in clip brevi, rende meno probabile lo stop improvviso e in più favorisce un montaggio più ordinato.
Per chi alterna foto e video con la stessa macchina, il consiglio operativo è girare l’HFR solo nei momenti in cui serve davvero, e il resto della scena a cadenza normale, in modo da risparmiare energia, memoria e tempo di montaggio. Lo slow motion riesce meglio quando è una scelta narrativa, applicata a pochi secondi chiave, anziché una modalità impostata per tutto il servizio.
Domande frequenti
Che differenza c’è tra slow motion in camera e slow motion in post?
Nello slow motion in camera la fotocamera registra più fotogrammi reali al secondo, e il rallentamento mostra informazioni vere. Nello slow motion in post il software rallenta un filmato girato a cadenza normale e inventa i fotogrammi mancanti con interpolazione o flusso ottico: funziona con movimenti semplici, ma produce artefatti quando ci sono sovrapposizioni, bordi netti o movimenti complessi.
Quanti fotogrammi al secondo servono per un buon rallentatore?
Dipende dal rallentamento desiderato. Per riproduzione a 24 o 25 fps, 50 o 60 fps danno un rallentamento di circa 2×, 120 fps di circa 5×, 240 fps di circa 10×. Per la maggior parte dei lavori creativi e commerciali 120 fps sono un buon punto di equilibrio tra effetto e qualità.
Perché a 120 fps molte fotocamere applicano un crop?
Perché il sensore deve essere letto in meno di 8,33 millisecondi, e un sensore non abbastanza veloce riesce a farlo solo leggendo una parte dell’area. DPReview ha misurato per la Sony A7S III un tempo di 7,7 ms in 4K 120p con crop, contro 8,7 ms nei modi a tutta larghezza. I sensori stacked riducono molto questo problema.
Perché la fotocamera si scalda di più in HFR?
Perché legge, elabora e scrive molti più dati al secondo, e il corpo smaltisce il calore soprattutto per conduzione. I produttori dichiarano in genere le durate di registrazione a 25 °C da freddo e avvertono che la registrazione può interrompersi per surriscaldamento. Ventole opzionali, dissipatori interni e riduzione di risoluzione servono a contenere il fenomeno.
Quale tempo di otturatore devo usare in slow motion?
La regola dei 180° indica un tempo pari a 1/(2 × frame rate di ripresa): 1/240 di secondo a 120 fps, 1/480 a 240 fps. Tempi più brevi danno movimento più nitido e più rumore, tempi più lunghi aumentano la sfocatura. In presenza di luci artificiali conviene fare una prova per evitare lo sfarfallio.
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Il quadro generale dell’evoluzione tecnica si trova nella sezione La tecnologia fotografica.
Fonti
- Wikipedia: Étienne-Jules Marey, cronofotografia e fucile fotografico
- Wikipedia: Eadweard Muybridge e la serie Animal Locomotion
- Wikipedia: High frame rate, dal Hobbit a Gemini Man e Avatar
- Wikipedia: Sony Exmor RS, il primo sensore CMOS stacked
- DPReview: Sony A7S III, recensione con rolling shutter e 4K 120p
- Canon Italia: EOS R5 Mark II, sensore stacked, 4K 120p e ventola CF-R20EP
- Fujifilm: X-H2S, sensore stacked, 4K 120p e ventola FAN-001
- B&H Explora: Sony Alpha 1, sensore stacked da 50 MP e video 4K 120p
Aggiornato Ottobre 2026



