Elio Ciol

Elio Ciol appartiene a quella categoria rara di fotografi che hanno saputo essere insieme artisti e tecnici di documentazione, senza che le due funzioni si ostacolassero. Nato a Casarsa della Delizia, in provincia di Pordenone, il 2 gennaio 1929, cresciuto nella bottega fotografica paterna, ha costruito lungo sette decenni un corpus che unisce il paesaggio friulano, la documentazione del patrimonio artistico italiano e una ricerca formale sul bianco e nero di rara coerenza. Le sue immagini di Assisi, dei campi nebbiosi della pianura friulana e dei mosaici di Aquileia hanno circolato nelle principali istituzioni internazionali, imponendo un linguaggio fatto di essenzialità geometrica, silenzio e luce misurata.

Indice dei Contenuti

In Sintesi

 

  • Elio Ciol, nato a Casarsa della Delizia nel 1929, è tra i maggiori paesaggisti e documentaristi d’arte della fotografia italiana del Novecento.
  • Si forma nello studio fotografico del padre, apprendendo fin dall’infanzia le tecniche di ripresa, sviluppo e stampa.
  • Negli anni Cinquanta partecipa a esperienze cinematografiche legate all’ambiente culturale friulano, che ne affinano il senso della composizione e del montaggio.
  • Il paesaggio agrario del Friuli, con le sue nebbie, i filari, la neve e le geometrie dei campi, costituisce il tema che ne definisce la poetica.
  • La documentazione della Basilica di San Francesco ad Assisi, condotta per decenni, assume valore storico eccezionale dopo il terremoto del 1997.
  • Realizza campagne fotografiche sui mosaici di Aquileia, sui cicli affrescati e sui monumenti italiani, con criteri di rigore tecnico da fotografia di documentazione.
  • Il suo linguaggio si fonda su un bianco e nero contrastato, sulla riduzione degli elementi e su una costruzione geometrica quasi astratta.
  • Le sue opere sono conservate in numerose collezioni pubbliche internazionali e la sua attività prosegue in stretta collaborazione con lo studio di famiglia.

Elio Ciol: biografia, formazione e definizione di una poetica

La vicenda di Elio Ciol comincia dentro una camera oscura. Il padre, fotografo professionista, gestiva a Casarsa della Delizia uno studio che serviva la comunità locale con ritratti, cerimonie, documentazione e lavoro commerciale. Il figlio vi entra da bambino e apprende il mestiere nel modo più antico, per apprendistato quotidiano: la preparazione dei bagni, il caricamento delle lastre, il controllo dello sviluppo, la stampa a contatto e per ingrandimento, la valutazione della luce.

Questa formazione artigianale, precedente a qualunque ambizione autoriale, spiega una caratteristica costante della sua opera, ovvero il controllo tecnico assoluto, la capacità di ottenere esattamente il risultato immaginato in fase di ripresa.Il contesto è quello del Friuli occidentale, una terra di pianura e di risorgive, segnata da un’agricoltura di sussistenza, da una fortissima emigrazione e da una vita culturale che negli anni Quaranta conobbe un momento di eccezionale intensità. Casarsa era il paese materno di Pier Paolo Pasolini, che vi trascorse lunghi periodi e vi animò un cenacolo letterario dedicato alla lingua friulana. Ciol frequenta questo ambiente e negli anni Cinquanta partecipa a esperienze cinematografiche amatoriali e semiprofessionali sviluppate nella zona, occupandosi di ripresa.

È un passaggio meno noto della sua biografia ma decisivo, perché il lavoro sul film gli fornisce un senso della sequenza, del movimento e della costruzione per inquadrature che si rifletterà nella struttura dei suoi progetti fotografici.La ricerca personale prende forma nella seconda metà degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta, in parallelo all’attività professionale nello studio. Ciol comincia a fotografare il paesaggio agrario della propria terra, in un momento in cui il paesaggio non era ancora un genere legittimato nella fotografia italiana, dominata dal reportage sociale e dalla tradizione dei circoli. Le sue immagini si distinguono immediatamente per una radicale sottrazione: pochi elementi, ampie superfici vuote, orizzonti bassi o assenti, alberi isolati, filari che si perdono nella nebbia, tracce di aratura sulla neve. Non c’è la figura umana, o compare come segno minimo. Non c’è aneddoto. Non c’è pittoresco.Il risultato è una fotografia che sfiora l’astrazione pur restando rigorosamente descrittiva.

La nebbia, condizione atmosferica dominante nella pianura friulana per buona parte dell’anno, diventa lo strumento principale di questa riduzione: cancella lo sfondo, isola le forme, appiattisce la profondità, trasforma un campo arato in una successione di linee su fondo bianco. La neve svolge una funzione analoga. Ciol lavora sistematicamente in queste condizioni, che la maggior parte dei fotografi considerava sfavorevoli, e ne ricava una tavolozza di grigi altissimi e di neri puntuali che costituisce la sua firma tecnica.

Documentazione d’arte, Assisi e il rigore del bianco e nero

Il secondo grande versante dell’attività di Elio Ciol è la fotografia di documentazione del patrimonio artistico, ambito in cui ha operato per decenni con committenze pubbliche, ecclesiastiche ed editoriali. Si tratta di un lavoro tecnicamente esigente, che richiede la resa fedele di superfici, colori, rilievi e stati di conservazione, l’illuminazione controllata di ambienti architettonici complessi, la correzione delle deformazioni prospettiche e la capacità di operare su ponteggi e in condizioni logistiche difficili.Il caso più significativo è quello della Basilica di San Francesco ad Assisi. Ciol vi ha condotto campagne fotografiche ripetute lungo molti anni, documentando i cicli affrescati delle chiese superiore e inferiore, le vele, le volte e le decorazioni con un livello di dettaglio destinato allo studio scientifico.

Il 26 settembre 1997 un terremoto colpì l’Umbria e le Marche, provocando il crollo di porzioni della volta della basilica superiore e la distruzione di alcune vele affrescate. Le riprese realizzate in precedenza da Ciol assunsero in quel momento un valore documentario straordinario, diventando uno degli strumenti di riferimento per la ricostruzione e per lo studio delle parti perdute. È il caso più chiaro in cui la fotografia di documentazione, esercizio apparentemente ancillare, si rivela un atto di conservazione della memoria materiale.Analogo rilievo hanno le campagne condotte su Aquileia, con la documentazione dei mosaici pavimentali paleocristiani della basilica, uno dei complessi musivi più estesi del mondo occidentale, e su numerosi altri monumenti italiani, dai cicli affrescati alle architetture romaniche, dalle sculture ai complessi monastici.

In questi lavori Ciol adotta un approccio che rifiuta l’interpretazione soggettiva a favore della leggibilità, ma che non rinuncia mai alla qualità formale: le sue riprese di dettaglio architettonico hanno una tensione compositiva evidente anche quando il fine è puramente descrittivo.La coesistenza dei due versanti, quello autoriale e quello documentario, è la chiave della sua opera. Il rigore appreso nella documentazione d’arte alimenta la precisione delle immagini di paesaggio; l’attitudine compositiva sviluppata nel lavoro personale rende le riprese di monumenti qualcosa di più di un rilievo. Ciol ha sempre respinto la gerarchia che considera la fotografia di documentazione un’attività subalterna, sostenendo che la differenza risieda nella committenza e non nella qualità dello sguardo.Sul piano tecnico l’autore ha lavorato con banco ottico di grande formato per la documentazione e con apparecchi di medio formato per il paesaggio, mantenendo per tutta la carriera una fedeltà quasi esclusiva al bianco e nero. Le sue stampe, realizzate personalmente o sotto la sua diretta supervisione, si caratterizzano per una gamma tonale che privilegia i valori alti, con bianchi ampi e strutturati e neri concentrati in aree ridotte, spesso ridotti a segni grafici.

È una scelta che colloca la sua opera in una posizione singolare rispetto alla fotografia italiana del suo tempo, distante tanto dal realismo narrativo quanto dalla saturazione lirica del colore allora dominante nell’editoria.La circolazione internazionale della sua opera è stata ampia. Le immagini di Ciol sono state esposte in numerose istituzioni europee, americane e asiatiche ed entrate in collezioni pubbliche di primo piano, mentre le sue campagne di documentazione hanno alimentato volumi d’arte pubblicati da editori italiani e stranieri. Il riconoscimento critico si è consolidato progressivamente, sostenuto anche dall’interesse crescente per la fotografia di paesaggio italiana e per il tema del rapporto tra immagine e conservazione del patrimonio.Un elemento distintivo della sua vicenda è la dimensione familiare del lavoro. Lo studio di Casarsa, ereditato dal padre, è rimasto il centro della sua attività, e i figli hanno proseguito nel medesimo ambito, occupandosi di ripresa, archivio e valorizzazione. Ne è derivata una continuità di bottega che rappresenta un modello ormai raro, in cui la trasmissione delle competenze avviene per pratica condivisa e in cui l’archivio resta vivo e consultabile anziché disperdersi. Elio Ciol ha continuato a fotografare e a seguire il proprio archivio ben oltre l’età in cui la maggior parte dei professionisti si ritira, mantenendo una presenza costante nel dibattito sulla fotografia italiana.

Le Opere principali

L’opera di Elio Ciol si distribuisce tra la ricerca personale sul paesaggio e le grandi campagne di documentazione del patrimonio artistico, condotte parallelamente per oltre sessant’anni.

  • Corpus sul paesaggio agrario friulano (dagli anni Cinquanta). Nucleo centrale della ricerca personale, dedicato alla pianura di Casarsa e del Friuli occidentale, con nebbie, filari, campi arati, neve e alberi isolati, costruito attraverso una radicale sottrazione degli elementi.
  • Serie sulla nebbia. Insieme di immagini realizzate sistematicamente in condizioni di visibilità ridotta, in cui l’atmosfera cancella lo sfondo e trasforma il paesaggio in una composizione di linee e superfici prossima all’astrazione.
  • Serie sulla neve. Corpus complementare al precedente, in cui la copertura nevosa riduce il paesaggio a segni grafici essenziali su fondo chiaro, con una gamma tonale spostata verso i valori alti.
  • Campagne fotografiche sulla Basilica di San Francesco ad Assisi. Documentazione pluridecennale dei cicli affrescati delle chiese superiore e inferiore, divenuta strumento di riferimento per lo studio e la ricostruzione dopo il terremoto del 1997.
  • Documentazione dei mosaici di Aquileia. Riprese del complesso musivo pavimentale paleocristiano della basilica, tra i più estesi del mondo occidentale, realizzate con criteri di rigore scientifico.
  • Campagne sui monumenti e sui cicli affrescati italiani. Ampia serie di documentazioni condotte su architetture romaniche e gotiche, complessi monastici, sculture e apparati decorativi, per committenze pubbliche, ecclesiastiche ed editoriali.
  • Esperienze cinematografiche degli anni Cinquanta. Attività di ripresa svolta nell’ambito di produzioni amatoriali e semiprofessionali legate all’ambiente culturale friulano, che ne affinò il senso della sequenza e del montaggio.
  • Serie sugli alberi e sulle strutture vegetali. Studi ravvicinati su tronchi, rami e filari, in cui la lettura grafica della forma naturale raggiunge il massimo grado di essenzialità.
  • Volumi d’arte e monografie. Pubblicazioni realizzate per editori italiani e stranieri, in cui le campagne documentarie confluiscono in opere destinate allo studio e alla divulgazione del patrimonio artistico.
  • Archivio dello studio di Casarsa. Fondo costruito lungo tre generazioni familiari, mantenuto attivo e consultabile, che costituisce un modello raro di continuità di bottega nella fotografia italiana.

Domande Frequenti su Elio Ciol (FAQ)

Chi è Elio Ciol?

Un fotografo italiano nato a Casarsa della Delizia nel 1929, tra i maggiori paesaggisti e documentaristi del patrimonio artistico della fotografia italiana del Novecento.

Come si è formato?

Nello studio fotografico del padre, apprendendo fin dall’infanzia le tecniche di ripresa, sviluppo e stampa attraverso un apprendistato quotidiano di bottega.

Che rapporto ha avuto con il cinema?

Negli anni Cinquanta partecipò come operatore a esperienze cinematografiche amatoriali e semiprofessionali dell’ambiente culturale friulano, che ne affinarono il senso della sequenza e della composizione.

Qual è il tema centrale della sua ricerca personale?

Il paesaggio agrario del Friuli occidentale, colto attraverso nebbie, campi arati, filari, neve e alberi isolati, con una riduzione radicale degli elementi presenti nell’inquadratura.

Perché fotografa così spesso nella nebbia?

Perché la nebbia cancella lo sfondo, isola le forme e appiattisce la profondità, trasformando il paesaggio in una composizione di linee e superfici vicina all’astrazione pur restando descrittiva.

Che cosa rende importanti le sue fotografie di Assisi?

Documentano i cicli affrescati della Basilica di San Francesco prima del terremoto del 1997, che provocò il crollo di porzioni della volta, e sono divenute uno strumento di riferimento per lo studio e la ricostruzione.

Che cos’è la documentazione dei mosaici di Aquileia?

Una campagna fotografica sul complesso musivo pavimentale paleocristiano della basilica, uno dei più estesi del mondo occidentale, realizzata con criteri di rigore tecnico e scientifico.

Lavora in bianco e nero o a colori?

Il bianco e nero domina in modo quasi esclusivo la sua ricerca personale, con una gamma tonale spostata verso i valori alti e neri concentrati in aree ridotte.

Che differenza c’è tra la sua fotografia d’autore e quella di documentazione?

Secondo l’autore la differenza riguarda la committenza e non la qualità dello sguardo: il rigore appreso nella documentazione alimenta il lavoro personale e viceversa.

Che attrezzatura utilizza?

Banco ottico di grande formato per la documentazione del patrimonio artistico e apparecchi di medio formato per il paesaggio, con stampa realizzata personalmente o sotto diretta supervisione.

Che ruolo ha la famiglia nel suo lavoro?

Lo studio di Casarsa, ereditato dal padre, è rimasto il centro dell’attività e i figli hanno proseguito nel medesimo ambito, garantendo una continuità di bottega e la conservazione attiva dell’archivio.

Fonti

 

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Sono Marco Sollazzi, ricercatore e collaboratore nel campo della storia della fotografia, con una formazione che unisce analisi tecnica e approccio storico-scientifico. Dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria e aver seguito percorsi specialistici in storia della tecnologia, ho maturato un'esperienza decennale nell'analisi critica dei processi produttivi e delle innovazioni che hanno plasmato il mondo della fotografia.

La mia passione nasce dal desiderio di svelare i retroscena tecnici del medium fotografico, esaminandone il funzionamento e l'evoluzione nel tempo: ritengo che la fotografia sia il risultato di un complesso intreccio tra innovazione tecnologica, scienza dei materiali e ingegneria di precisione. Su storiadellafotografia.com mi occupo della storia della fotografia con un approccio che privilegia la dimensione tecnica e scientifica, raccontando come ogni innovazione abbia trasformato non solo gli strumenti ma il linguaggio visivo stesso.

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