Mario Dondero

Mario Dondero è stato il fotogiornalista italiano che ha rifiutato con maggiore coerenza l’idea stessa di carriera fotografica. Nato a Milano il 6 maggio 1928 e morto a Petritoli, nelle Marche, il 13 dicembre 2015, ha attraversato sessant’anni di storia europea con una Leica al collo, un taccuino mentale di nomi e di indirizzi e una diffidenza costante verso il mercato dell’arte, la stampa d’autore e la mitologia del reporter eroico. Il suo lavoro, disperso su decine di testate italiane e francesi, costituisce una delle testimonianze più ampie e umanamente accurate della seconda metà del Novecento, dalla Parigi degli intellettuali alle guerre di decolonizzazione, dalla provincia italiana ai margini urbani delle metropoli.

Indice dei Contenuti

In Sitesi

  • Mario Dondero, milanese del 1928, partecipa giovanissimo alla Resistenza e approda al giornalismo nell’immediato dopoguerra.
  • Lavora per Milano Sera, l’Unità e Il Giorno, formandosi in una redazione dove la fotografia era considerata parte integrante del racconto e non semplice illustrazione.
  • Nel 1954 si trasferisce a Parigi, dove risiede per decenni collaborando con testate francesi e italiane.
  • Nel 1959 realizza la celebre fotografia di gruppo degli scrittori del Nouveau Roman davanti alla sede delle Éditions de Minuit, immagine divenuta icona della storia letteraria europea.
  • Documenta l’Algeria indipendente, l’Africa della decolonizzazione, il Medio Oriente, l’Afghanistan, l’America Latina e i grandi movimenti sociali europei.
  • Ritrae scrittori, registi, artisti e intellettuali con un metodo basato sulla frequentazione e sulla conversazione, non sull’appuntamento fotografico.
  • Rifiuta sistematicamente la stampa in tiratura limitata, la firma sul retro e la logica collezionistica, considerando la fotografia un bene destinato alla pubblicazione.
  • Trascorre l’ultima parte della vita nelle Marche, continuando a fotografare e a incontrare studenti fino agli ultimi mesi.

Mario Dondero: biografia, formazione e definizione di un mestiere

Mario Dondero nasce a Milano nel 1928 in una famiglia di origine ligure, in un contesto culturalmente attrezzato che gli consente un accesso precoce alla letteratura e al dibattito politico. Adolescente durante l’occupazione tedesca, partecipa alla Resistenza nelle formazioni partigiane, esperienza che segna in modo permanente la sua concezione del mestiere. Da quel momento la fotografia sarà per lui una prosecuzione dell’impegno civile con altri strumenti, mai una professione neutra e mai una pratica estetica autosufficiente.

Il dopoguerra lo trova a Milano, in un ambiente giornalistico in ricostruzione e in fermento. Comincia come cronista, collaborando con Milano Sera, quotidiano della sinistra milanese, e successivamente con l’Unità. La macchina fotografica entra nella sua vita quasi per necessità pratica, come strumento complementare alla scrittura, e diventa progressivamente il mezzo principale. Determinante è il passaggio a Il Giorno, il quotidiano fondato nel 1956 che introdusse in Italia una concezione moderna del rapporto tra testo e immagine, affidando alla fotografia una funzione narrativa autonoma. In quella redazione Dondero incontra una generazione di giornalisti e scrittori che orienteranno la sua idea di reportage, fondata sulla prossimità e sul tempo lungo.

Nel 1954 si trasferisce a Parigi, città in cui vivrà per gran parte della vita e che diventerà la sua base operativa. La scelta non è occasionale: la capitale francese è allora il centro del dibattito culturale europeo, la sede delle grandi agenzie fotografiche, il luogo in cui si incrociano l’esistenzialismo, il cinema della Nouvelle Vague, la letteratura sperimentale e le questioni della decolonizzazione. Dondero vi conduce per anni una vita materialmente precaria, alloggiando in stanze modeste, collaborando con testate diverse, costruendo una rete di amicizie che comprende scrittori, registi, pittori e militanti politici. È da questa rete, e non da incarichi editoriali strutturati, che nascerà gran parte del suo lavoro più noto.

L’immagine che ne fissa la reputazione internazionale risale al 1959. Incaricato di realizzare un ritratto collettivo degli autori raccolti attorno alle Éditions de Minuit, la casa editrice che aveva pubblicato i protagonisti del Nouveau Roman, Dondero li convoca sul marciapiede di rue Bernard-Palissy, davanti alla sede, e li fotografa in piedi, in una disposizione apparentemente casuale, con l’aria di un gruppo di persone uscite a prendere aria durante una riunione. Nell’immagine compaiono, tra gli altri, Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Nathalie Sarraute, Robert Pinget, Claude Mauriac, Claude Ollier, Samuel Beckett e l’editore Jérôme Lindon. La fotografia diventerà la rappresentazione canonica di un movimento letterario e uno dei ritratti di gruppo più riprodotti del Novecento, proprio perché rifiuta ogni solennità: non un pantheon, ma un gruppo di persone in strada.

Reportage, ritratto e rifiuto del mercato

Il lavoro di Mario Dondero si distribuisce su due grandi versanti che nella sua pratica non sono mai separati. Il primo è il reportage internazionale. Nel corso di decenni l’autore ha lavorato in Algeria negli anni immediatamente successivi all’indipendenza, nei paesi africani usciti dal dominio coloniale, dall’Angola alla Guinea, in Medio Oriente, in Afghanistan prima delle guerre che ne avrebbero cancellato il volto, in America Latina, nell’Europa dell’Est e nei Balcani. Il suo modo di lavorare era antitetico a quello dell’inviato di guerra: arrivava presto, restava a lungo, imparava qualche parola della lingua locale, si faceva presentare, evitava sistematicamente i luoghi dove si concentravano gli altri fotografi. Le sue immagini raramente mostrano il momento culminante di un evento; mostrano quasi sempre ciò che accade intorno, la vita ordinaria che prosegue accanto alla storia, i volti di chi resta.

Il secondo versante è il ritratto di scrittori, artisti e intellettuali. Dondero ha fotografato Pier Paolo Pasolini, Samuel Beckett, Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, Jean-Luc Godard, Roberto Rossellini, Anna Magnani, Gabriel García Márquez, Giorgio Strehler e decine di altre figure centrali della cultura europea e latinoamericana. Anche in questo caso il metodo è ciò che conta. L’autore non organizzava sedute fotografiche, non allestiva luci, non chiedeva pose: frequentava le persone, spesso per ragioni di amicizia, e fotografava nel corso di conversazioni, cene, spostamenti, prove teatrali. Il risultato è una galleria in cui le figure appaiono nella loro dimensione ordinaria, senza la costruzione monumentale tipica del ritratto d’autore, e proprio per questo con una immediatezza che le rende riconoscibili molto oltre la loro fama.

Accanto a questi due filoni corre un terzo, meno celebrato ma centrale nella sua produzione: il lavoro sull’Italia minore, la provincia, le periferie industriali, i paesi dell’Appennino, le fabbriche, le assemblee sindacali, le feste popolari, i mercati. Dondero ha percorso il paese per decenni con lo stesso metodo usato all’estero, restituendo un’immagine della trasformazione italiana che non passa attraverso i grandi eventi ma attraverso i cambiamenti nelle case, negli abiti, nei gesti del lavoro.

Sul piano tecnico l’autore fu di una semplicità programmatica. Usava fotocamere a telemetro di piccolo formato, quasi sempre Leica, con obiettivi normali o moderatamente grandangolari, pellicola in bianco e nero, luce disponibile. Non possedeva una camera oscura, affidava lo sviluppo e la stampa a laboratori esterni e non attribuiva alcun valore feticistico al negativo. Questa scelta, che a molti critici è parsa una rinuncia, era in realtà una posizione teorica: per Dondero la fotografia era un mezzo di comunicazione destinato alla pagina stampata, e il suo compimento era la pubblicazione, non l’esposizione in cornice. Di qui il rifiuto costante di produrre stampe in tiratura limitata, di numerarle, di firmarle sul retro o di entrare nella logica del mercato collezionistico, rifiuto che gli costò una collocazione istituzionale molto inferiore al suo peso reale.

La ricezione critica ha dovuto misurarsi con questa refrattarietà. Per decenni Dondero fu una figura notissima nel mondo giornalistico e culturale ma quasi assente dai circuiti museali, e la sua opera circolò essenzialmente attraverso le riviste. Dagli anni Ottanta e soprattutto dagli anni Novanta cominciarono mostre, retrospettive e volumi antologici, mentre le sue collaborazioni proseguivano con testate come Le Monde, Le Nouvel Observateur, Il Venerdì di Repubblica, Diario e numerose altre pubblicazioni italiane ed europee. Negli ultimi decenni della vita si stabilì nelle Marche, a Fermo e nei paesi vicini, senza smettere di viaggiare e mantenendo un’intensissima attività di incontro con studenti, redazioni e associazioni culturali. Continuò a fotografare fino agli ultimi mesi, morendo nel dicembre 2015.

Il giudizio storico su Dondero si è consolidato attorno a un punto: la sua è una fotografia dell’ascolto. Dove il fotogiornalismo del secondo Novecento tendeva alla sintesi drammatica e all’immagine simbolo, lui praticava una descrizione paziente e affettuosa, in cui il soggetto non veniva mai ridotto a funzione narrativa. Il costo di questa scelta fu l’assenza di icone nel senso commerciale del termine, con la significativa eccezione della fotografia del 1959. Il guadagno è un archivio di decine di migliaia di immagini che restituisce un secondo Novecento europeo abitato da persone e non da eventi.

Le Opere principali

L’attività di Mario Dondero si misura più per campagne e per corpus tematici che per volumi, coerentemente con una pratica orientata alla pubblicazione periodica. Le seguenti costituiscono le tappe fondamentali del suo percorso.

  • Ritratto di gruppo degli scrittori del Nouveau Roman (Parigi, 1959). Fotografia realizzata davanti alla sede delle Éditions de Minuit, con Robbe-Grillet, Simon, Sarraute, Pinget, Beckett, Ollier, Mauriac e l’editore Lindon. È l’immagine più celebre dell’autore e uno dei ritratti collettivi più riprodotti del Novecento letterario.
  • Reportage nell’Algeria post-indipendenza (anni Sessanta). Documentazione della vita quotidiana, delle assemblee popolari e delle contraddizioni del nuovo stato algerino, realizzata con lunghi soggiorni e rapporti diretti con la popolazione.
  • Reportage africani della decolonizzazione. Lavori realizzati in numerosi paesi del continente nelle fasi di transizione dai regimi coloniali all’indipendenza, con particolare attenzione alle condizioni materiali e ai processi sociali piuttosto che agli scontri armati.
  • Reportage in Afghanistan (anni Settanta). Immagini del paese prima dei conflitti che ne avrebbero trasformato radicalmente il volto, oggi di rilevante valore documentario.
  • Galleria dei ritratti di scrittori e intellettuali. Corpus costruito nell’arco di sessant’anni, che comprende Pasolini, Beckett, Sartre, Foucault, García Márquez, Godard, Rossellini e decine di altre figure, sempre ripresi in situazioni ordinarie e non in posa.
  • Servizi per Il Giorno (dalla fine degli anni Cinquanta). Collaborazione con il quotidiano che introdusse in Italia una concezione moderna del fotogiornalismo, dove l’immagine assume funzione narrativa autonoma rispetto al testo.
  • Corpus sull’Italia della trasformazione. Lavori realizzati per decenni nelle fabbriche, nelle periferie, nei paesi dell’Appennino e nelle assemblee sindacali, che documentano il passaggio dal paese contadino a quello industriale e post-industriale.
  • Collaborazioni con la stampa francese. Servizi e ritratti pubblicati su Le Monde, Le Nouvel Observateur e altre testate parigine, frutto dei lunghi anni di residenza nella capitale francese.
  • Lavori nelle Marche e nell’Italia centrale (dagli anni Duemila). Produzione dell’ultima stagione, dedicata al territorio in cui l’autore scelse di stabilirsi, realizzata con la stessa metodologia adottata nei reportage internazionali.
  • Attività di incontro pubblico e di insegnamento informale. Serie ininterrotta di conferenze, lezioni e incontri con studenti e redazioni, attraverso cui Dondero ha trasmesso una concezione civile del mestiere fotografico.

TAG SEO: Mario Dondero, fotogiornalismo italiano, ritratto fotografico di scrittori, Nouveau Roman fotografia, reportage del Novecento

Long tail: fotografia degli scrittori del Nouveau Roman di Mario Dondero, metodo di lavoro di Mario Dondero con la Leica

Meta description: La vita e il lavoro di Mario Dondero, dalla Resistenza alle redazioni milanesi, dagli anni parigini alla celebre fotografia del Nouveau Roman, tra reportage internazionali, ritratti di intellettuali e un rifiuto radicale del mercato della fotografia d’autore.

Domande Frequenti su Mario Dondero (FAQ)

Chi era Mario Dondero?

Un fotogiornalista italiano nato a Milano nel 1928 e morto nelle Marche nel 2015, autore di un corpus vastissimo di reportage internazionali e di ritratti di intellettuali realizzati nell’arco di sessant’anni.

Qual è la sua fotografia più celebre?

Il ritratto di gruppo degli scrittori del Nouveau Roman, realizzato a Parigi nel 1959 davanti alla sede delle Éditions de Minuit, con Robbe-Grillet, Simon, Sarraute, Beckett e l’editore Jérôme Lindon.

Perché quella fotografia è così importante?

Perché ha fissato l’immagine canonica di un movimento letterario evitando ogni solennità celebrativa, presentando gli autori come un gruppo di persone incontrate per strada anziché come un pantheon.

Quali quotidiani e riviste hanno pubblicato il suo lavoro?

Tra le testate principali figurano Milano Sera, l’Unità, Il Giorno, Le Monde, Le Nouvel Observateur, Il Venerdì di Repubblica e numerose altre pubblicazioni italiane ed europee.

Che attrezzatura utilizzava?

Fotocamere a telemetro di piccolo formato, quasi sempre Leica, con obiettivi normali o moderatamente grandangolari, pellicola in bianco e nero e luce disponibile, senza flash né allestimenti.

Perché non stampava personalmente le proprie fotografie?

Perché non attribuiva valore feticistico al negativo né alla stampa. Considerava la fotografia un mezzo di comunicazione il cui compimento era la pubblicazione sulla pagina stampata.

Perché rifiutava il mercato collezionistico?

Riteneva che la tiratura limitata, la numerazione e la firma trasformassero un bene comunicativo in oggetto di speculazione. Questa posizione gli costò un riconoscimento museale molto inferiore al suo peso reale.

In quali paesi ha lavorato?

Tra i molti, Algeria, Angola, Guinea, Afghanistan, paesi del Medio Oriente, America Latina, Europa dell’Est e Balcani, oltre a una lunghissima attività in Francia e in Italia.

Che metodo seguiva nei reportage?

Arrivava in anticipo, restava a lungo, evitava i luoghi affollati di fotografi e privilegiava la relazione personale con le persone, fotografando la vita ordinaria che scorre accanto agli eventi.

Quali intellettuali ha ritratto?

Tra gli altri Pier Paolo Pasolini, Samuel Beckett, Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, Jean-Luc Godard, Roberto Rossellini, Anna Magnani e Gabriel García Márquez.

Dove ha trascorso gli ultimi anni?

Nelle Marche, tra Fermo e i paesi vicini, continuando a viaggiare, a fotografare e a incontrare studenti e redazioni fino agli ultimi mesi di vita.

 

 

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Sono Marco Sollazzi, ricercatore e collaboratore nel campo della storia della fotografia, con una formazione che unisce analisi tecnica e approccio storico-scientifico. Dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria e aver seguito percorsi specialistici in storia della tecnologia, ho maturato un'esperienza decennale nell'analisi critica dei processi produttivi e delle innovazioni che hanno plasmato il mondo della fotografia.

La mia passione nasce dal desiderio di svelare i retroscena tecnici del medium fotografico, esaminandone il funzionamento e l'evoluzione nel tempo: ritengo che la fotografia sia il risultato di un complesso intreccio tra innovazione tecnologica, scienza dei materiali e ingegneria di precisione. Su storiadellafotografia.com mi occupo della storia della fotografia con un approccio che privilegia la dimensione tecnica e scientifica, raccontando come ogni innovazione abbia trasformato non solo gli strumenti ma il linguaggio visivo stesso.

Curo gli approfondimenti fotografici dedicati ai generi fotografici, analizzando ritratto, paesaggio, reportage, fotografia scientifica e tutti gli altri filoni in cui il medium si è sviluppato nel corso della sua storia. Gestisco la rubrica L'esperto risponde, dove metto la mia formazione ingegneristica al servizio dei lettori che cercano risposte precise e documentate su questioni tecniche, storiche e pratiche legate alla fotografia.

Curo inoltre le appendici del sito, gli strumenti di approfondimento e i riferimenti documentali che completano e arricchiscono i contenuti principali. Ho collaborato con istituzioni accademiche e centri di ricerca, partecipando a progetti sull'impatto delle tecnologie fotografiche sullo sviluppo della comunicazione visiva, e continuo a condividere le mie ricerche attraverso conferenze, pubblicazioni e workshop.

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Mario Dondero è stato il fotogiornalista italiano che ha rifiutato con maggiore coerenza l’idea stessa di carriera fotografica. Nato a Milano il 6 maggio 1928 e morto a Petritoli, nelle Marche, il 13 dicembre 2015, ha attraversato sessant’anni di storia europea con una Leica al collo, un taccuino mentale di nomi e di indirizzi e una diffidenza costante verso il mercato dell’arte, la stampa d’autore e la mitologia del reporter eroico. Il suo lavoro, disperso su decine di testate italiane e francesi, costituisce una delle testimonianze più ampie e umanamente accurate della seconda metà del Novecento, dalla Parigi degli intellettuali alle guerre di decolonizzazione, dalla provincia italiana ai margini urbani delle metropoli.

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In Sitesi

  • Mario Dondero, milanese del 1928, partecipa giovanissimo alla Resistenza e approda al giornalismo nell’immediato dopoguerra.
  • Lavora per Milano Sera, l’Unità e Il Giorno, formandosi in una redazione dove la fotografia era considerata parte integrante del racconto e non semplice illustrazione.
  • Nel 1954 si trasferisce a Parigi, dove risiede per decenni collaborando con testate francesi e italiane.
  • Nel 1959 realizza la celebre fotografia di gruppo degli scrittori del Nouveau Roman davanti alla sede delle Éditions de Minuit, immagine divenuta icona della storia letteraria europea.
  • Documenta l’Algeria indipendente, l’Africa della decolonizzazione, il Medio Oriente, l’Afghanistan, l’America Latina e i grandi movimenti sociali europei.
  • Ritrae scrittori, registi, artisti e intellettuali con un metodo basato sulla frequentazione e sulla conversazione, non sull’appuntamento fotografico.
  • Rifiuta sistematicamente la stampa in tiratura limitata, la firma sul retro e la logica collezionistica, considerando la fotografia un bene destinato alla pubblicazione.
  • Trascorre l’ultima parte della vita nelle Marche, continuando a fotografare e a incontrare studenti fino agli ultimi mesi.

Mario Dondero: biografia, formazione e definizione di un mestiere

Mario Dondero nasce a Milano nel 1928 in una famiglia di origine ligure, in un contesto culturalmente attrezzato che gli consente un accesso precoce alla letteratura e al dibattito politico. Adolescente durante l’occupazione tedesca, partecipa alla Resistenza nelle formazioni partigiane, esperienza che segna in modo permanente la sua concezione del mestiere. Da quel momento la fotografia sarà per lui una prosecuzione dell’impegno civile con altri strumenti, mai una professione neutra e mai una pratica estetica autosufficiente.

Il dopoguerra lo trova a Milano, in un ambiente giornalistico in ricostruzione e in fermento. Comincia come cronista, collaborando con Milano Sera, quotidiano della sinistra milanese, e successivamente con l’Unità. La macchina fotografica entra nella sua vita quasi per necessità pratica, come strumento complementare alla scrittura, e diventa progressivamente il mezzo principale. Determinante è il passaggio a Il Giorno, il quotidiano fondato nel 1956 che introdusse in Italia una concezione moderna del rapporto tra testo e immagine, affidando alla fotografia una funzione narrativa autonoma. In quella redazione Dondero incontra una generazione di giornalisti e scrittori che orienteranno la sua idea di reportage, fondata sulla prossimità e sul tempo lungo.

Nel 1954 si trasferisce a Parigi, città in cui vivrà per gran parte della vita e che diventerà la sua base operativa. La scelta non è occasionale: la capitale francese è allora il centro del dibattito culturale europeo, la sede delle grandi agenzie fotografiche, il luogo in cui si incrociano l’esistenzialismo, il cinema della Nouvelle Vague, la letteratura sperimentale e le questioni della decolonizzazione. Dondero vi conduce per anni una vita materialmente precaria, alloggiando in stanze modeste, collaborando con testate diverse, costruendo una rete di amicizie che comprende scrittori, registi, pittori e militanti politici. È da questa rete, e non da incarichi editoriali strutturati, che nascerà gran parte del suo lavoro più noto.

L’immagine che ne fissa la reputazione internazionale risale al 1959. Incaricato di realizzare un ritratto collettivo degli autori raccolti attorno alle Éditions de Minuit, la casa editrice che aveva pubblicato i protagonisti del Nouveau Roman, Dondero li convoca sul marciapiede di rue Bernard-Palissy, davanti alla sede, e li fotografa in piedi, in una disposizione apparentemente casuale, con l’aria di un gruppo di persone uscite a prendere aria durante una riunione. Nell’immagine compaiono, tra gli altri, Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Nathalie Sarraute, Robert Pinget, Claude Mauriac, Claude Ollier, Samuel Beckett e l’editore Jérôme Lindon. La fotografia diventerà la rappresentazione canonica di un movimento letterario e uno dei ritratti di gruppo più riprodotti del Novecento, proprio perché rifiuta ogni solennità: non un pantheon, ma un gruppo di persone in strada.

Reportage, ritratto e rifiuto del mercato

Il lavoro di Mario Dondero si distribuisce su due grandi versanti che nella sua pratica non sono mai separati. Il primo è il reportage internazionale. Nel corso di decenni l’autore ha lavorato in Algeria negli anni immediatamente successivi all’indipendenza, nei paesi africani usciti dal dominio coloniale, dall’Angola alla Guinea, in Medio Oriente, in Afghanistan prima delle guerre che ne avrebbero cancellato il volto, in America Latina, nell’Europa dell’Est e nei Balcani. Il suo modo di lavorare era antitetico a quello dell’inviato di guerra: arrivava presto, restava a lungo, imparava qualche parola della lingua locale, si faceva presentare, evitava sistematicamente i luoghi dove si concentravano gli altri fotografi. Le sue immagini raramente mostrano il momento culminante di un evento; mostrano quasi sempre ciò che accade intorno, la vita ordinaria che prosegue accanto alla storia, i volti di chi resta.

Il secondo versante è il ritratto di scrittori, artisti e intellettuali. Dondero ha fotografato Pier Paolo Pasolini, Samuel Beckett, Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, Jean-Luc Godard, Roberto Rossellini, Anna Magnani, Gabriel García Márquez, Giorgio Strehler e decine di altre figure centrali della cultura europea e latinoamericana. Anche in questo caso il metodo è ciò che conta. L’autore non organizzava sedute fotografiche, non allestiva luci, non chiedeva pose: frequentava le persone, spesso per ragioni di amicizia, e fotografava nel corso di conversazioni, cene, spostamenti, prove teatrali. Il risultato è una galleria in cui le figure appaiono nella loro dimensione ordinaria, senza la costruzione monumentale tipica del ritratto d’autore, e proprio per questo con una immediatezza che le rende riconoscibili molto oltre la loro fama.

Accanto a questi due filoni corre un terzo, meno celebrato ma centrale nella sua produzione: il lavoro sull’Italia minore, la provincia, le periferie industriali, i paesi dell’Appennino, le fabbriche, le assemblee sindacali, le feste popolari, i mercati. Dondero ha percorso il paese per decenni con lo stesso metodo usato all’estero, restituendo un’immagine della trasformazione italiana che non passa attraverso i grandi eventi ma attraverso i cambiamenti nelle case, negli abiti, nei gesti del lavoro.

Sul piano tecnico l’autore fu di una semplicità programmatica. Usava fotocamere a telemetro di piccolo formato, quasi sempre Leica, con obiettivi normali o moderatamente grandangolari, pellicola in bianco e nero, luce disponibile. Non possedeva una camera oscura, affidava lo sviluppo e la stampa a laboratori esterni e non attribuiva alcun valore feticistico al negativo. Questa scelta, che a molti critici è parsa una rinuncia, era in realtà una posizione teorica: per Dondero la fotografia era un mezzo di comunicazione destinato alla pagina stampata, e il suo compimento era la pubblicazione, non l’esposizione in cornice. Di qui il rifiuto costante di produrre stampe in tiratura limitata, di numerarle, di firmarle sul retro o di entrare nella logica del mercato collezionistico, rifiuto che gli costò una collocazione istituzionale molto inferiore al suo peso reale.

La ricezione critica ha dovuto misurarsi con questa refrattarietà. Per decenni Dondero fu una figura notissima nel mondo giornalistico e culturale ma quasi assente dai circuiti museali, e la sua opera circolò essenzialmente attraverso le riviste. Dagli anni Ottanta e soprattutto dagli anni Novanta cominciarono mostre, retrospettive e volumi antologici, mentre le sue collaborazioni proseguivano con testate come Le Monde, Le Nouvel Observateur, Il Venerdì di Repubblica, Diario e numerose altre pubblicazioni italiane ed europee. Negli ultimi decenni della vita si stabilì nelle Marche, a Fermo e nei paesi vicini, senza smettere di viaggiare e mantenendo un’intensissima attività di incontro con studenti, redazioni e associazioni culturali. Continuò a fotografare fino agli ultimi mesi, morendo nel dicembre 2015.

Il giudizio storico su Dondero si è consolidato attorno a un punto: la sua è una fotografia dell’ascolto. Dove il fotogiornalismo del secondo Novecento tendeva alla sintesi drammatica e all’immagine simbolo, lui praticava una descrizione paziente e affettuosa, in cui il soggetto non veniva mai ridotto a funzione narrativa. Il costo di questa scelta fu l’assenza di icone nel senso commerciale del termine, con la significativa eccezione della fotografia del 1959. Il guadagno è un archivio di decine di migliaia di immagini che restituisce un secondo Novecento europeo abitato da persone e non da eventi.

Le Opere principali

L’attività di Mario Dondero si misura più per campagne e per corpus tematici che per volumi, coerentemente con una pratica orientata alla pubblicazione periodica. Le seguenti costituiscono le tappe fondamentali del suo percorso.

  • Ritratto di gruppo degli scrittori del Nouveau Roman (Parigi, 1959). Fotografia realizzata davanti alla sede delle Éditions de Minuit, con Robbe-Grillet, Simon, Sarraute, Pinget, Beckett, Ollier, Mauriac e l’editore Lindon. È l’immagine più celebre dell’autore e uno dei ritratti collettivi più riprodotti del Novecento letterario.
  • Reportage nell’Algeria post-indipendenza (anni Sessanta). Documentazione della vita quotidiana, delle assemblee popolari e delle contraddizioni del nuovo stato algerino, realizzata con lunghi soggiorni e rapporti diretti con la popolazione.
  • Reportage africani della decolonizzazione. Lavori realizzati in numerosi paesi del continente nelle fasi di transizione dai regimi coloniali all’indipendenza, con particolare attenzione alle condizioni materiali e ai processi sociali piuttosto che agli scontri armati.
  • Reportage in Afghanistan (anni Settanta). Immagini del paese prima dei conflitti che ne avrebbero trasformato radicalmente il volto, oggi di rilevante valore documentario.
  • Galleria dei ritratti di scrittori e intellettuali. Corpus costruito nell’arco di sessant’anni, che comprende Pasolini, Beckett, Sartre, Foucault, García Márquez, Godard, Rossellini e decine di altre figure, sempre ripresi in situazioni ordinarie e non in posa.
  • Servizi per Il Giorno (dalla fine degli anni Cinquanta). Collaborazione con il quotidiano che introdusse in Italia una concezione moderna del fotogiornalismo, dove l’immagine assume funzione narrativa autonoma rispetto al testo.
  • Corpus sull’Italia della trasformazione. Lavori realizzati per decenni nelle fabbriche, nelle periferie, nei paesi dell’Appennino e nelle assemblee sindacali, che documentano il passaggio dal paese contadino a quello industriale e post-industriale.
  • Collaborazioni con la stampa francese. Servizi e ritratti pubblicati su Le Monde, Le Nouvel Observateur e altre testate parigine, frutto dei lunghi anni di residenza nella capitale francese.
  • Lavori nelle Marche e nell’Italia centrale (dagli anni Duemila). Produzione dell’ultima stagione, dedicata al territorio in cui l’autore scelse di stabilirsi, realizzata con la stessa metodologia adottata nei reportage internazionali.
  • Attività di incontro pubblico e di insegnamento informale. Serie ininterrotta di conferenze, lezioni e incontri con studenti e redazioni, attraverso cui Dondero ha trasmesso una concezione civile del mestiere fotografico.

TAG SEO: Mario Dondero, fotogiornalismo italiano, ritratto fotografico di scrittori, Nouveau Roman fotografia, reportage del Novecento

Long tail: fotografia degli scrittori del Nouveau Roman di Mario Dondero, metodo di lavoro di Mario Dondero con la Leica

Meta description: La vita e il lavoro di Mario Dondero, dalla Resistenza alle redazioni milanesi, dagli anni parigini alla celebre fotografia del Nouveau Roman, tra reportage internazionali, ritratti di intellettuali e un rifiuto radicale del mercato della fotografia d’autore.

Domande Frequenti su Mario Dondero (FAQ)

Chi era Mario Dondero?

Un fotogiornalista italiano nato a Milano nel 1928 e morto nelle Marche nel 2015, autore di un corpus vastissimo di reportage internazionali e di ritratti di intellettuali realizzati nell’arco di sessant’anni.

Qual è la sua fotografia più celebre?

Il ritratto di gruppo degli scrittori del Nouveau Roman, realizzato a Parigi nel 1959 davanti alla sede delle Éditions de Minuit, con Robbe-Grillet, Simon, Sarraute, Beckett e l’editore Jérôme Lindon.

Perché quella fotografia è così importante?

Perché ha fissato l’immagine canonica di un movimento letterario evitando ogni solennità celebrativa, presentando gli autori come un gruppo di persone incontrate per strada anziché come un pantheon.

Quali quotidiani e riviste hanno pubblicato il suo lavoro?

Tra le testate principali figurano Milano Sera, l’Unità, Il Giorno, Le Monde, Le Nouvel Observateur, Il Venerdì di Repubblica e numerose altre pubblicazioni italiane ed europee.

Che attrezzatura utilizzava?

Fotocamere a telemetro di piccolo formato, quasi sempre Leica, con obiettivi normali o moderatamente grandangolari, pellicola in bianco e nero e luce disponibile, senza flash né allestimenti.

Perché non stampava personalmente le proprie fotografie?

Perché non attribuiva valore feticistico al negativo né alla stampa. Considerava la fotografia un mezzo di comunicazione il cui compimento era la pubblicazione sulla pagina stampata.

Perché rifiutava il mercato collezionistico?

Riteneva che la tiratura limitata, la numerazione e la firma trasformassero un bene comunicativo in oggetto di speculazione. Questa posizione gli costò un riconoscimento museale molto inferiore al suo peso reale.

In quali paesi ha lavorato?

Tra i molti, Algeria, Angola, Guinea, Afghanistan, paesi del Medio Oriente, America Latina, Europa dell’Est e Balcani, oltre a una lunghissima attività in Francia e in Italia.

Che metodo seguiva nei reportage?

Arrivava in anticipo, restava a lungo, evitava i luoghi affollati di fotografi e privilegiava la relazione personale con le persone, fotografando la vita ordinaria che scorre accanto agli eventi.

Quali intellettuali ha ritratto?

Tra gli altri Pier Paolo Pasolini, Samuel Beckett, Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, Jean-Luc Godard, Roberto Rossellini, Anna Magnani e Gabriel García Márquez.

Dove ha trascorso gli ultimi anni?

Nelle Marche, tra Fermo e i paesi vicini, continuando a viaggiare, a fotografare e a incontrare studenti e redazioni fino agli ultimi mesi di vita.

 

 

Sono Marco Sollazzi, ricercatore e collaboratore nel campo della storia della fotografia, con una formazione che unisce analisi tecnica e approccio storico-scientifico. Dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria e aver seguito percorsi specialistici in storia della tecnologia, ho maturato un'esperienza decennale nell'analisi critica dei processi produttivi e delle innovazioni che hanno plasmato il mondo della fotografia.

La mia passione nasce dal desiderio di svelare i retroscena tecnici del medium fotografico, esaminandone il funzionamento e l'evoluzione nel tempo: ritengo che la fotografia sia il risultato di un complesso intreccio tra innovazione tecnologica, scienza dei materiali e ingegneria di precisione. Su storiadellafotografia.com mi occupo della storia della fotografia con un approccio che privilegia la dimensione tecnica e scientifica, raccontando come ogni innovazione abbia trasformato non solo gli strumenti ma il linguaggio visivo stesso.

Curo gli approfondimenti fotografici dedicati ai generi fotografici, analizzando ritratto, paesaggio, reportage, fotografia scientifica e tutti gli altri filoni in cui il medium si è sviluppato nel corso della sua storia. Gestisco la rubrica L'esperto risponde, dove metto la mia formazione ingegneristica al servizio dei lettori che cercano risposte precise e documentate su questioni tecniche, storiche e pratiche legate alla fotografia.

Curo inoltre le appendici del sito, gli strumenti di approfondimento e i riferimenti documentali che completano e arricchiscono i contenuti principali. Ho collaborato con istituzioni accademiche e centri di ricerca, partecipando a progetti sull'impatto delle tecnologie fotografiche sullo sviluppo della comunicazione visiva, e continuo a condividere le mie ricerche attraverso conferenze, pubblicazioni e workshop.

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