Eikoh Hosoe

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Eikoh Hosoe fu un fotografo, regista e docente giapponese, nato a Yonezawa, nella prefettura di Yamagata, il 18 marzo 1933 e morto a Tokyo il 16 settembre 2024. È considerato uno dei maggiori protagonisti della fotografia giapponese del dopoguerra, capace di trasformare il medium in una forma di teatro visivo, esplorando il corpo, l’erotismo, il mito, la morte, l’identità e l’inconscio. La sua opera si sviluppò in dialogo con le avanguardie artistiche del Giappone postbellico e con figure quali lo scrittore Yukio Mishima, il danzatore Tatsumi Hijikata e il pittore Tadanori Yokoo. Le serie Barakei, realizzata con Mishima, e Kamaitachi, nata dalla collaborazione con Hijikata, sono tra i capolavori più rilevanti della fotografia d’avanguardia giapponese.

Indice dei Contenuti

In Sintesi

  • Eikoh Hosoe nacque a Yonezawa nel 1933 e morì a Tokyo nel 2024.
  • Studiò al Tokyo College of Photography, oggi Tokyo Polytechnic University, diplomandosi nel 1954.
  • Entrò in contatto con il gruppo d’avanguardia Demokrato attraverso l’artista Ei-Q, sviluppando una visione personale e sperimentale dell’immagine.
  • Nel 1959 fondò con Shomei Tomatsu, Ikko Narahara, Kikuji Kawada e altri l’agenzia VIVO, contrapposta al realismo fotografico dominante.
  • La sua fotografia utilizza contrasti estremi, pose teatrali, corpi frammentati e composizioni simboliche.
  • Barakei, realizzato con Yukio Mishima tra 1961 e 1962, esplora eros, morte, maschera e costruzione dell’identità.
  • Kamaitachi, prodotto con Tatsumi Hijikata alla fine degli anni Sessanta, unisce fotografia, danza butoh, memoria rurale e mito popolare.
  • Hosoe fu anche regista, autore del cortometraggio sperimentale Navel and A-Bomb del 1960.
  • Dal 1975 insegnò fotografia e contribuì alla formazione di nuove generazioni di autori giapponesi.
  • La sua opera ha avuto un ruolo decisivo nel superamento della fotografia documentaria tradizionale nel Giappone del secondo dopoguerra.

Il Giappone del dopoguerra e la nascita di uno sguardo radicale

La vita e l’opera di Eikoh Hosoe coincidono con una delle stagioni più dense e contraddittorie della cultura giapponese contemporanea. Nato nel 1933 a Yonezawa, nel nord del Giappone, Hosoe attraversò da adolescente la fine della guerra, la sconfitta del paese, l’occupazione statunitense e la successiva ricostruzione economica e culturale. Il suo lavoro non documenta la devastazione bellica nel senso diretto del fotogiornalismo. Ne registra però le conseguenze profonde sul corpo, sull’immaginario, sull’identità e sulla possibilità stessa di costruire un linguaggio visivo nuovo.

Dopo avere frequentato il Tokyo College of Photography, dove si diplomò nel 1954, Hosoe entrò in contatto con l’artista Ei-Q e con il gruppo Demokrato. Questo ambiente fu decisivo. Demokrato non era una semplice scuola estetica, ma una rete di artisti orientata a superare le convenzioni accademiche e a difendere la libertà individuale di espressione. La biografia pubblicata dalla Taka Ishii Gallery ricorda che Hosoe, grazie a Ei-Q, maturò un atteggiamento critico verso le concezioni stabilite dell’arte e sviluppò un pensiero visivo dichiaratamente individualista.

Il giovane Hosoe si trovò a operare in un contesto fotografico ancora fortemente segnato dal dibattito sul realismo. Nel Giappone del dopoguerra, molti fotografi consideravano l’immagine come un mezzo per testimoniare la vita quotidiana, le disuguaglianze sociali, le ferite della guerra e la modernizzazione del paese. Hosoe non rifiutò il reale, ma rifiutò l’idea che il reale coincidesse con ciò che è immediatamente visibile. Per lui, la fotografia doveva rendere percepibili i desideri, le paure, gli impulsi e le tensioni nascoste dietro l’apparenza.

EIKOH HOSOE, TOKYO N-89
Di Sally Larson, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16842697

Nel 1956 realizzò la sua prima personale, intitolata An American Girl in Tokyo. La mostra rivelava un interesse precoce per il corpo, per la presenza fisica e per l’incontro tra culture nella capitale giapponese del dopoguerra. Il titolo è già indicativo di una tensione che avrebbe attraversato il suo lavoro: il rapporto tra modernizzazione occidentale e tradizione giapponese, tra desiderio di apertura e trauma della subordinazione politica e culturale. Nel 1957 partecipò alla mostra The Eyes of Ten, organizzata dal critico Tatsuo Fukushima. In quell’occasione conobbe Kikuji Kawada, Akira Sato, Akira Tanno, Shomei Tomatsu e Ikko Narahara.

Da questi incontri nacque nel 1959 l’agenzia VIVO, attiva fino al 1961. Il nome, tratto dall’esperanto e associato all’idea di vita, esprimeva il desiderio di elaborare una fotografia vitale, personale e libera da codici illustrativi rigidi. VIVO riunì autori con poetiche differenti, ma accomunati dalla ricerca di nuove forme di soggettività. Hosoe, Tomatsu e Narahara non proponevano un manifesto unico. Condividevano piuttosto la convinzione che la fotografia giapponese dovesse uscire dalla pura registrazione e confrontarsi con la complessità dell’esistenza contemporanea.

La fotografia giapponese del dopoguerra trovò in VIVO uno dei propri laboratori più influenti. Il gruppo contribuì a spostare l’attenzione dal documento sociale alla visione individuale, dal fatto alla percezione, dalla descrizione alla costruzione simbolica. Questa svolta non era una fuga dalla storia. Al contrario, era una risposta al trauma storico. Dopo Hiroshima e Nagasaki, dopo l’occupazione e davanti a una modernizzazione rapida e spesso disorientante, il linguaggio fotografico tradizionale appariva insufficiente per rappresentare il disordine dell’esperienza.

Hosoe iniziò a costruire immagini nelle quali la realtà è sottoposta a una forte elaborazione. Il corpo viene isolato, ingrandito, ridotto a frammento, messo in scena contro fondali neri o in spazi artificiali. Le figure assumono pose scultoree, aggressive, erotiche o perturbanti. Il contrasto netto tra bianco e nero non è soltanto una scelta formale. Serve a trasformare la fotografia in un luogo di tensione fra luce e ombra, visibile e nascosto, desiderio e morte.

In questo senso, Eikoh Hosoe si distingue da molti fotografi contemporanei. La sua immagine non vuole convincere lo spettatore di avere assistito a un evento. Vuole coinvolgerlo in un’esperienza. Il fotografo non si comporta come un testimone invisibile. Organizza l’inquadratura, dirige il corpo, stabilisce un ritmo, usa la collaborazione e costruisce una scena. La fotografia d’avanguardia giapponese assume così un carattere intermediale, dialogando con teatro, danza, letteratura, cinema, grafica e performance.

Un esempio precoce di questa direzione è la serie Man and Woman, presentata nel 1960. Il progetto gli valse il Newcomer’s Award della Japan Photo Critics Association. Le immagini affrontavano il rapporto tra i sessi attraverso forme contrastate, corpi ravvicinati e composizioni lontane dalla fotografia sentimentale o documentaria. Il corpo non appare come un oggetto rassicurante. È una presenza ambigua, desiderante, conflittuale e vulnerabile.

Lo stesso anno Hosoe realizzò il cortometraggio Heso to genbaku, noto in inglese come Navel and A-Bomb. L’opera cinematografica rifletteva sulle trasformazioni dell’arte sperimentale giapponese dopo le bombe atomiche e mostrava come Hosoe non considerasse la fotografia un territorio chiuso. Cinema, immagine fissa, corpo e montaggio appartenevano a una medesima ricerca.

La radicalità di Hosoe non consisteva dunque nell’adozione di un solo stile riconoscibile. Consisteva nella volontà di fare della fotografia uno spazio di metamorfosi. La macchina fotografica non doveva limitarsi a raccogliere il mondo. Doveva contribuire a generare un mondo visivo capace di esprimere ciò che nella vita sociale e interiore resta normalmente represso o indicibile.

Barakei, Yukio Mishima e il corpo come teatro

La serie Barakei, il cui titolo viene generalmente tradotto come Ordeal by Roses o Calvario di rose, rappresenta il punto più celebre dell’opera di Eikoh Hosoe. Realizzata tra il 1961 e il 1962 con Yukio Mishima come protagonista, costituisce una collaborazione eccezionale tra fotografia e letteratura. Mishima era già uno degli scrittori più discussi del Giappone contemporaneo, noto per il suo stile raffinato, per l’ossessione della bellezza, per il culto del corpo e per una visione politica sempre più radicale. Hosoe non si limitò a ritrarlo. Costruì con lui una sequenza di immagini teatrali, erotiche e simboliche nelle quali lo scrittore diventa attore di una mitologia personale.

Il titolo Barakei unisce il riferimento alle rose con quello del martirio e della prova. Le rose non sono semplici elementi decorativi. Sono simboli ambivalenti di bellezza, ferita, sensualità e morte. Nelle fotografie, Mishima appare nudo o parzialmente vestito, disteso, circondato da oggetti, maschere, stoffe, fiori, statue e figure femminili. Il corpo dello scrittore è reso come una superficie scultorea, ma anche come un luogo di conflitto. La posa richiama talvolta il martire cristiano, il guerriero classico, il narciso, l’attore kabuki o l’eroe decadente.

La forza di Barakei dipende dall’assenza di una narrazione univoca. Ogni immagine sembra appartenere a un dramma senza trama lineare. Lo spettatore riconosce elementi di seduzione, violenza, teatralità e desiderio, ma non riceve una spiegazione definitiva. Hosoe costruisce un’immagine aperta, dove la figura di Mishima può essere letta come autoritratto dell’autore, personaggio letterario, corpo erotico, icona della mascolinità o maschera culturale.

Toshihiro_Hosoe_cropped_1_Toshihiro_Hosoe_201011
By 文部科学省ホームページ, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=78125820

La collaborazione fu possibile perché Hosoe e Mishima condividevano un interesse per il corpo come forma di linguaggio. Mishima aveva trasformato la propria fisicità attraverso il culturismo e l’allenamento, facendo del corpo muscoloso un elemento centrale della sua autorappresentazione. Hosoe comprese che quella fisicità non era una semplice vanità personale. Era il teatro nel quale Mishima metteva in scena un’idea di bellezza fondata sulla disciplina, sulla vulnerabilità e sulla possibilità della distruzione.

Le fotografie non sono quindi ritratti convenzionali. Un ritratto tradizionale tende a offrire allo spettatore un’identità riconoscibile. Barakei fa il contrario. Moltiplica le identità di Mishima fino a renderle instabili. Lo scrittore è insieme soggetto e oggetto, attore e figura, uomo reale e personaggio immaginario. Il fotografo non cerca di svelarne l’essenza. Ne mette in crisi l’unità.

Dal punto di vista tecnico, la serie utilizza il bianco e nero ad alto contrasto, l’illuminazione artificiale, tagli ravvicinati e una composizione fortemente costruita. La fotografia d’avanguardia giapponese di Hosoe non cerca la spontaneità dello scatto rubato. Il suo linguaggio è orchestrato. I fondali, gli accessori, i corpi e le ombre vengono disposti con attenzione, come se ogni immagine fosse il fotogramma di una scena teatrale.

L’opera ebbe una ricezione intensa e controversa. La presenza di nudità, allusioni omoerotiche, simboli di morte e costruzioni sadomasochistiche sfidava apertamente la cultura visiva rispettabile del Giappone del primo dopoguerra. La biografia della Taka Ishii Gallery ricorda che Barakei suscitò una forte reazione e contribuì al conferimento a Hosoe dell’Artist Award della Japan Photo Critics Association. La controversia non fu un effetto secondario. Faceva parte della forza del progetto, che metteva in crisi confini consolidati tra fotografia, letteratura, erotismo e autorappresentazione.

Nel 1963 Hosoe pubblicò una prima versione di Barakei. Il progetto venne poi ampliato e rielaborato nell’edizione del 1971, progettata graficamente da Tadanori Yokoo. Il fotolibro non va considerato un semplice contenitore delle fotografie. La sequenza, la grafica, l’ordine delle immagini e il rapporto tra pagina e corpo costruiscono un’esperienza autonoma. La fotografia acquisisce qui una dimensione editoriale piena, diventando un oggetto da sfogliare e attraversare.

La rilevanza di Eikoh Hosoe e Yukio Mishima in Barakei risiede proprio in questa fusione di linguaggi. Lo scrittore non viene illustrato. Il fotografo non usa Mishima come semplice modello. Entrambi contribuiscono alla costruzione di una figura che appartiene contemporaneamente alla letteratura, alla performance, alla fotografia e alla storia culturale giapponese. La morte di Mishima nel 1970, avvenuta dopo il fallito tentativo di mobilitare le Forze di autodifesa giapponesi e il suicidio rituale, aggiunse alla serie una dimensione retrospettiva quasi profetica. Sarebbe però scorretto leggere Barakei come una previsione biografica. Le fotografie non anticipano un evento specifico. Esplorano piuttosto l’intreccio, già presente nella sua immagine pubblica, fra eros, disciplina, spettacolo e morte.

Kamaitachi, butoh e mito rurale

Se Barakei è un’opera di interni, corpi scolpiti e teatralità controllata, Kamaitachi sposta la ricerca di Eikoh Hosoe verso il paesaggio rurale e la dimensione del mito. Il progetto fu realizzato alla fine degli anni Sessanta, in un villaggio agricolo della prefettura di Akita, con il danzatore Tatsumi Hijikata, fondatore della danza butoh insieme a Kazuo Ohno. L’opera fu pubblicata nel 1969 e premiata nel 1970 con l’Arts Encouragement Prize del Ministero dell’Istruzione, della Scienza e della Cultura giapponese.

Il titolo rimanda al kamaitachi, creatura del folclore giapponese spesso descritta come una donnola demoniaca capace di ferire rapidamente le persone con lame invisibili. La figura folklorica non viene illustrata letteralmente. Diventa una chiave per comprendere l’apparizione di Hijikata nel villaggio. Il danzatore attraversa campi, strade, case e cortili come un essere estraneo, ambiguo, insieme umano e animale, comico e minaccioso, erotico e infantile.

La danza butoh costituiva un interlocutore ideale per Hosoe. Nata nel Giappone del dopoguerra, la butoh rifiutava le forme armoniche e disciplinate della danza classica. Il corpo butoh è spesso lento, deformato, tremante, contorto, esposto a una fisicità estrema. Non celebra il controllo, ma mette in scena il disordine, la memoria, la morte e la trasformazione. Hijikata portava nel progetto una presenza capace di alterare il paesaggio. Hosoe, a sua volta, trasformava questa presenza in una sequenza fotografica sospesa tra documentazione e leggenda.

Le fotografie di Kamaitachi non sono state concepite come un reportage etnografico sul Giappone rurale. Il villaggio di Akita non è uno sfondo neutro. È un luogo nel quale memoria personale, tradizione popolare e performance contemporanea si incontrano. Hijikata era originario di quella regione e il ritorno al contesto rurale ha quindi una forte dimensione autobiografica. Il danzatore non interpreta soltanto un personaggio. Torna in un mondo di gesti, spazi e memorie che appartengono alla propria formazione.

Hosoe fotografa case di legno, campi, bambini, anziani e contadini, ma non cerca l’immagine idilliaca del villaggio tradizionale. L’ambiente appare reale, concreto, talvolta povero, ma viene attraversato da una figura che ne rompe l’ordine. Hijikata può essere visto dai bambini, inseguito, accolto, osservato o ignorato. In ogni caso, modifica la percezione dello spazio. La fotografia diventa una scena in cui il quotidiano si apre al perturbante.

Dal punto di vista visivo, Kamaitachi conserva il contrasto forte tipico di Hosoe, ma rinuncia a molti degli artifici scenografici di Barakei. Il bianco e nero è più ruvido, il paesaggio più materico, il corpo meno scultoreo e più instabile. Le immagini sembrano catturate in un tempo incerto, che può appartenere al presente, al ricordo o al sogno. Questa ambiguità è una delle ragioni della loro potenza.

L’opera fu progettata come fotolibro, con un ruolo decisivo della grafica di Tadanori Yokoo. Il libro offre una struttura narrativa non lineare, nella quale le immagini funzionano come episodi di una leggenda. Il lettore non riceve una spiegazione razionale dell’azione. Segue una successione di apparizioni, gesti, sguardi e paesaggi. Il fotolibro diventa così un mezzo particolarmente adatto a tradurre la temporalità della danza e la frammentazione del mito.

La collaborazione tra Eikoh Hosoe e Tatsumi Hijikata in Kamaitachi è una delle più importanti nella storia dei rapporti tra fotografia e performance. La macchina fotografica non documenta semplicemente una coreografia già esistente. La performance nasce per la fotografia e attraverso la fotografia. Hijikata agisce in luoghi reali, ma i suoi gesti vengono organizzati in funzione dell’immagine. Hosoe non è un testimone laterale. È un autore che dirige la percezione, sceglie il tempo dello scatto, costruisce la sequenza e trasforma l’azione in mito visivo.

Negli anni successivi Hosoe proseguì l’attività di fotografo, insegnante e promotore culturale. Dal 1975 insegnò fotografia presso il Tokyo Polytechnic University e in altre istituzioni, contribuendo alla formazione di giovani autori. Il suo ruolo didattico non fu separato dalla sua pratica artistica. Hosoe trasmise l’idea che la fotografia potesse attraversare i confini disciplinari e collaborare con scrittori, danzatori, attori, grafici e musicisti.

La morte di Eikoh Hosoe nel settembre 2024 ha riportato l’attenzione sul suo contributo alla cultura giapponese del secondo dopoguerra. La sua opera continua a essere studiata non come una parentesi eccentrica, ma come uno dei momenti in cui la fotografia ha dimostrato di poter essere, nello stesso tempo, documento di un’epoca e dispositivo per inventare forme dell’invisibile.ilmanifesto+1

Le Opere principali

  • An American Girl in Tokyo, 1956 Prima mostra personale di Eikoh Hosoe. Il progetto segnò l’avvio pubblico della sua carriera e affrontò il rapporto tra corpo, identità e modernizzazione culturale nel Giappone del dopoguerra.

  • Man and Woman, 1960 Serie dedicata alla relazione fra i sessi e alla tensione del corpo. Le immagini utilizzano contrasto, prossimità e pose costruite, distaccandosi dal realismo documentario. La mostra valse a Hosoe il Newcomer’s Award della Japan Photo Critics Association.

  • Heso to genbaku, 1960 Cortometraggio sperimentale noto in inglese come Navel and A-Bomb. L’opera collega corpo, avanguardia e trauma atomico, dimostrando l’interesse di Hosoe per il cinema e per il montaggio come forme complementari alla fotografia.

  • Barakei, 1961–1962 Serie realizzata con Yukio Mishima. È uno dei capolavori della fotografia giapponese del dopoguerra e una riflessione sul corpo maschile, sull’erotismo, sul narcisismo, sulla teatralità e sul rapporto tra bellezza e morte.

  • Ordeal by Roses, edizioni 1963 e 1971 Fotolibro derivato da Barakei, con una versione ampliata e una progettazione grafica di Tadanori Yokoo nell’edizione del 1971. Il libro è centrale nella storia del fotolibro giapponese d’avanguardia.

  • Kamaitachi, 1965–1968 Serie realizzata con Tatsumi Hijikata in un villaggio della prefettura di Akita. L’opera unisce performance butoh, paesaggio rurale, folclore e fotografia, costruendo una leggenda visiva attorno alla figura del kamaitachi.

  • Kamaitachi, 1969 Pubblicazione in forma di fotolibro della serie con Hijikata. Il volume, progettato con il contributo di Tadanori Yokoo, trasformò le immagini in una narrazione frammentaria e mitica.

  • Embrace, 1971–1972 Serie in cui Hosoe sviluppa ulteriormente il tema dell’eros attraverso corpi ravvicinati e composizioni dinamiche. Le immagini esplorano la relazione tra desiderio, fusione e perdita dell’identità individuale.

  • Gaudí: Ce qui reste d’Eikoh Hosoe, 1977–1984 Progetto dedicato all’architettura di Antoni Gaudí a Barcellona. Hosoe interpreta gli edifici non come documenti architettonici neutrali, ma come organismi sensoriali e forme dinamiche.

  • Luna Rossa, 1990–1991 Serie dedicata alla figura femminile e all’immaginario teatrale. Il lavoro mantiene l’attenzione per il corpo e il simbolo, aggiornando la ricerca di Hosoe in una fase matura della sua carriera.

Domande Frequenti sul Eikoh Hosoe (FAQ)

Chi era Eikoh Hosoe? Eikoh Hosoe fu un fotografo, regista e docente giapponese, tra i protagonisti della fotografia d’avanguardia giapponese del dopoguerra.wikipedia+1

Quando e dove nacque Eikoh Hosoe? Nacque il 18 marzo 1933 a Yonezawa, nella prefettura di Yamagata, in Giappone.wikipedia+1

Quando morì Eikoh Hosoe? Morì a Tokyo il 16 settembre 2024, all’età di novantuno anni.internazionale+1

Perché Eikoh Hosoe è importante nella storia della fotografia? È importante perché ha ampliato il linguaggio della fotografia giapponese, utilizzando corpo, teatro, letteratura, danza e simbolismo per superare i limiti del documentario realistico.

Che cos’è Barakei? Barakei, noto anche come Ordeal by Roses, è una serie fotografica realizzata con lo scrittore Yukio Mishima. Le immagini esplorano eros, morte, mascolinità, maschera e autorappresentazione.

Qual era il rapporto tra Eikoh Hosoe e Yukio Mishima? Hosoe e Mishima collaborarono alla serie Barakei. Mishima agì come modello e coautore performativo, partecipando alla costruzione delle scene e della propria immagine simbolica.

Che cos’è Kamaitachi? Kamaitachi è una serie realizzata con il danzatore Tatsumi Hijikata in un villaggio rurale della prefettura di Akita. Unisce fotografia, danza butoh, memoria autobiografica e mito popolare giapponese.

Chi era Tatsumi Hijikata? Tatsumi Hijikata fu uno dei fondatori della danza butoh, linguaggio performativo giapponese nato nel dopoguerra e caratterizzato da una fisicità estrema, deformata e spesso perturbante.

Che cos’era VIVO? VIVO fu un’agenzia fotografica indipendente fondata nel 1959 da Hosoe e altri fotografi, tra cui Shomei Tomatsu, Kikuji Kawada e Ikko Narahara. Il gruppo promuoveva una fotografia più soggettiva e sperimentale.theguardian+1

Eikoh Hosoe lavorò anche nel cinema? Sì. Nel 1960 realizzò il cortometraggio sperimentale Heso to genbaku, noto come Navel and A-Bomb, dedicato al rapporto fra corpo, avanguardia e trauma atomico.

Quali sono le caratteristiche stilistiche della fotografia di Hosoe? Le caratteristiche principali sono il bianco e nero ad alto contrasto, la teatralità, i corpi frammentati o messi in posa, il simbolismo, l’erotismo e la collaborazione con artisti di discipline diverse.

Eikoh Hosoe insegnò fotografia? Sì. Dal 1975 insegnò fotografia presso il Tokyo Polytechnic University e in altre istituzioni, svolgendo un ruolo importante nella formazione di nuovi fotografi giapponesi.

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