HomeLibri di Storia (della Fotografia)Susan Sontag: Sulla Fotografia e l'Etica dello Sguardo

Susan Sontag: Sulla Fotografia e l’Etica dello Sguardo

Previous article
Next article

Susan Sontag è l’autrice che ha trasformato la riflessione sulla fotografia in una questione morale prima ancora che estetica. Nata a New York il 16 gennaio 1933 e morta nella stessa città il 28 dicembre 2004, intellettuale pubblica tra le più influenti del secondo Novecento americano, saggista, romanziera, regista e attivista, pubblica nel 1977 la raccolta di sei saggi Sulla fotografia, seguita quasi trent’anni dopo, nel 2003, da Davanti al dolore degli altri. I due libri, distanti nel tempo e diversi nel tono, costituiscono insieme la più influente indagine sull’etica dello sguardo fotografico mai scritta, e pongono una domanda che attraversa tutta la cultura visiva contemporanea: che cosa facciamo, moralmente, quando fotografiamo e quando guardiamo fotografie.

Indice dei Contenuti

In Sitesi

  • Susan Sontag, saggista e intellettuale newyorkese nata nel 1933 e morta nel 2004, pubblica nel 1977 Sulla fotografia, raccolta di sei saggi apparsi inizialmente sulla New York Review of Books.
  • Il libro descrive l’atto fotografico come una forma di predazione, un modo di appropriarsi simbolicamente della realtà senza possederla materialmente.
  • Introduce il concetto di grammatica dell’immagine, il modo standardizzato in cui la fotografia insegna a vedere e a ricordare.
  • Sostiene che l’accumulo di immagini produca un’anestesia della coscienza morale, un assuefarsi alla sofferenza mostrata che ne riduce la capacità di scuotere.
  • Analizza la fotografia come strumento di inventario del reale, legato al capitalismo dei consumi e al bisogno di certificare l’esperienza vissuta.
  • Nel 2003 pubblica Davanti al dolore degli altri, in cui rivede in parte le proprie tesi del 1977 sull’assuefazione, riconoscendo alle immagini un potere di scuotere ancora intatto in certe condizioni.
  • Distingue tra la fotografia come realtà mediata, che sostituisce l’esperienza diretta, e la fotografia come documento, capace di produrre conoscenza e responsabilità.
  • L’opera resta un riferimento imprescindibile per il dibattito sul fotogiornalismo di guerra, sulla fotografia umanitaria e sull’etica della rappresentazione della sofferenza.

Susan Sontag: biografia intellettuale e genesi di Sulla fotografia

Susan Sontag nasce a New York nel 1933 e trascorre l’infanzia tra Long Island, l’Arizona e la California del sud, in una famiglia segnata dalla morte prematura del padre, commerciante di pellicce scomparso quando lei aveva cinque anni. Bambina prodigio, legge precocemente Thomas Mann e la letteratura europea, si iscrive all’università di Chicago a quindici anni e prosegue gli studi ad Harvard, dove si dedica a filosofia e letteratura, per completare la formazione a Oxford e a Parigi tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta. Il soggiorno parigino è decisivo: la mette in contatto con l’esistenzialismo, con la Nouvelle Vague cinematografica, con gli ambienti dell’avanguardia intellettuale francese, e forgia il metodo saggistico che la renderà celebre, capace di muoversi con uguale disinvoltura tra letteratura, cinema, fotografia, malattia e politica.

Dai un occhio qui: Susan Sontag

Il debutto pubblico avviene nel 1964 con il saggio Notes on Camp, pubblicato sulla Partisan Review, che la impone immediatamente come una delle voci più originali della critica culturale americana. Negli anni successivi Sontag alterna narrativa, regia cinematografica, saggistica e un impegno politico dichiarato, che la porta a viaggiare nel Vietnam del Nord nel 1968 e più tardi a Sarajevo assediata negli anni Novanta, dove mette in scena Aspettando Godot durante l’assedio. Nel 1975 le viene diagnosticato un cancro al seno, esperienza da cui nasce nel 1978 Malattia come metafora, saggio sulle costruzioni retoriche che la cultura sovrappone alla patologia. La sua opera è dunque costantemente attraversata da un’attenzione al rapporto tra rappresentazione e realtà, tra linguaggio e corpo, che trova nella fotografia uno dei suoi terreni privilegiati.

Susan Sontag

Sulla fotografia nasce come raccolta di sei saggi pubblicati singolarmente sulla New York Review of Books tra il 1973 e il 1977, poi riuniti in volume nello stesso 1977. Il contesto americano è quello della piena maturità del fotogiornalismo di guerra, con le immagini del Vietnam entrate quotidianamente nelle case attraverso la stampa illustrata e la televisione, e quello dell’esplosione della fotografia amatoriale di massa, resa possibile dalla diffusione capillare delle macchine automatiche a basso costo. È in questo clima che Sontag pone la domanda centrale del libro: non che cosa sia bella o brutta una fotografia, ma che cosa faccia moralmente l’atto di fotografare, e che cosa produca nella coscienza di chi guarda un mondo sempre più saturo di immagini.

Il metodo del libro è dichiaratamente non sistematico. I sei saggi non costruiscono una teoria unitaria e progressiva ma procedono per accumulo di aforismi, esempi, affondi polemici, riferimenti letterari e filosofici che vanno da Platone a Walter Benjamin, da Diane Arbus a Marcel Proust. Sontag stessa definisce il proprio stile come un’opera in progresso di autocorrezione, e l’ultimo dei sei saggi, composto quasi interamente da citazioni di altri autori, mette in scena questa costruzione per accumulo come principio formale del libro.

La predazione, la grammatica dell’immagine e l’anestesia morale

Il nucleo argomentativo più celebre di Sulla fotografia è la caratterizzazione dell’atto fotografico come forma di predazione. Fin dalle prime pagine Sontag insiste su un campo lessicale mutuato dalla caccia e dalla violenza: fotografare qualcuno significa violarlo, vederlo come non si è mai visto, avere di lui una conoscenza che non potrà mai avere di se stesso, trasformarlo in un oggetto che può essere simbolicamente posseduto. Il linguaggio comune della fotografia, osserva, è pieno di questa metafora aggressiva: si carica, si punta, si spara una fotografia, esattamente come si carica, si punta e si spara un’arma. Non si tratta soltanto di un residuo linguistico casuale: per Sontag riflette una verità sostanziale sull’attività fotografica, che è insieme un’appropriazione dell’oggetto ripreso e una sublimazione di quell’appropriazione in forma innocua e socialmente accettata.

Da questa premessa discende una delle tesi più discusse del libro, quella secondo cui fotografare significhi assumere una posizione di distanza e di non intervento rispetto all’evento ripreso. Sontag cita l’episodio, divenuto proverbiale nella discussione sull’etica del fotoreportage, del fotografo che assiste a una scena drammatica e sceglie di fotografarla anziché intervenire, e ne ricava una riflessione più generale sul modo in cui l’atto fotografico trasforma chi lo compie in uno spettatore professionale della sofferenza altrui, strutturalmente incentivato a preferire la ripresa all’azione. È una tesi che il libro stesso, nella sua opera successiva, in parte correggerà, ma che nel 1977 viene formulata con estrema nettezza polemica.

Dai un occhio qui: Susan Sontag

Il secondo concetto fondamentale è quello di grammatica dell’immagine, o più precisamente il modo in cui la fotografia ha insegnato, nell’arco di un secolo e mezzo, un nuovo codice etico di visione. Per Sontag la fotografia non si limita a registrare il mondo secondo criteri neutrali: seleziona, inquadra, isola, e proprio attraverso questa selezione insegna al pubblico che cosa vale la pena guardare e come vada guardato. Le convenzioni della fotografia di guerra, del ritratto sociale, del fotogiornalismo umanitario diventano, ripetute su scala industriale, un vero e proprio alfabeto visivo che struttura la percezione collettiva della realtà, spesso ben prima che l’esperienza diretta possa correggerlo. In questo senso la fotografia produce ciò che Sontag chiama, riprendendo e radicalizzando intuizioni già presenti in Benjamin, una realtà surrogata, un mondo di immagini che tende a sostituirsi al mondo stesso come oggetto primario dell’esperienza.

Il terzo cardine argomentativo, forse il più controverso, è la tesi dell’anestesia morale. Sontag sostiene che l’esposizione ripetuta a immagini di sofferenza, atrocità e orrore, lungi dal produrre una crescente sensibilizzazione, tenda a produrre l’effetto opposto: un’assuefazione che riduce progressivamente la capacità delle immagini di scuotere, indignare, mobilitare. Il primo incontro con una fotografia di atrocità, scrive nelle pagine più citate del libro, può avere una carica rivelatoria enorme; il secondo, il decimo, il centesimo, appartenenti a un flusso ininterrotto di immagini simili, finiscono per attenuare quella carica fino a renderla quasi inavvertibile. La fotografia, in questa lettura, non educa la coscienza morale ma la consuma, trasformando l’orrore in uno dei tanti spettacoli disponibili nel grande magazzino delle immagini.

A questa tesi si affianca una riflessione sulla natura antropologica dell’atto fotografico, condotta nel saggio che apre il volume. Fotografare, per Sontag, è primariamente un modo di certificare l’esperienza: si fotografa per avere la prova di essere stati in un luogo, per trasformare un evento vissuto in un oggetto posseduto, per placare l’ansia di lasciar sfuggire il tempo. Questa funzione, che Sontag lega esplicitamente alla struttura del capitalismo dei consumi e al bisogno turistico di accumulare esperienze sotto forma di immagini, spiega perché la macchina fotografica accompagni sistematicamente i viaggi, le vacanze, i riti familiari, in un rapporto strettissimo tra fotografia e ideologia del tempo libero e del consumo.

Il libro affronta anche la questione dello status epistemologico dell’immagine fotografica, riprendendo e complicando l’idea benjaminiana della fotografia come traccia. Sontag riconosce alla fotografia un potere di attestazione che nessun’altra forma di rappresentazione possiede, poiché è prodotta da un processo fisico e chimico che coinvolge direttamente l’oggetto ripreso. Ma insiste sul fatto che questa oggettività tecnica non elimina affatto la soggettività della scelta: ogni fotografia, per quanto meccanicamente fedele, è il risultato di una decisione, di un’inquadratura, di un momento scelto tra infiniti altri possibili, e quindi porta sempre con sé un punto di vista, un’interpretazione implicita del mondo che pretende soltanto di registrare.

Davanti al dolore degli altri: la revisione critica del 2003

Ventisei anni dopo Sulla fotografia, Susan Sontag torna sul tema con Davanti al dolore degli altri, pubblicato nel 2003, l’anno prima della sua morte. Il libro nasce in un contesto storico profondamente mutato: le guerre balcaniche, che Sontag aveva vissuto direttamente a Sarajevo, l’attentato dell’11 settembre 2001, la crescente centralità delle immagini nei conflitti mediatizzati contemporanei. È un testo più breve e più concentrato del precedente, costruito attorno a un interlocutore ideale, Virginia Woolf, il cui saggio pacifista Le tre ghinee viene ripreso e discusso pagina dopo pagina come termine di confronto sulla domanda se la visione della guerra possa davvero rendere chi guarda contrario alla guerra stessa.

Il tratto più significativo del libro è la revisione esplicita di alcune tesi centrali del 1977. Sontag ammette apertamente di aver formulato in modo troppo assoluto la tesi dell’assuefazione, riconoscendo che l’idea di una saturazione generalizzata e definitiva della coscienza morale davanti alle immagini di atrocità era essa stessa una generalizzazione eccessiva, forse specchio di una particolare condizione storica e generazionale più che una legge universale del funzionamento della fotografia. Sostiene ora che la capacità di un’immagine di scuotere dipenda in modo determinante dal contesto in cui viene incontrata, dalla cornice narrativa che l’accompagna, dalla predisposizione politica e culturale di chi guarda, e che non esista un effetto automatico e uniforme dell’esposizione ripetuta.

Il libro insiste inoltre sulla differenza tra guardare immagini di sofferenza lontana da una posizione di sicurezza e viverla in prima persona, distinguendo con più cura di quanto avesse fatto nel 1977 tra lo spettatore comodamente installato nella propria casa e il fotoreporter o il testimone diretto esposto al medesimo pericolo dei soggetti fotografati. Sontag riconosce che le fotografie di guerra e di atrocità, pur non potendo mai sostituire la comprensione politica e storica necessaria a interpretare un conflitto, possono comunque svolgere una funzione insostituibile: fissare nella memoria collettiva ciò che altrimenti verrebbe dimenticato, fornire prove che nessun resoconto verbale può fornire con la stessa forza, e costituire un appello alla coscienza che, per quanto insufficiente da solo, resta necessario.

Un altro tema centrale del libro riguarda la composizione e la messa in scena delle fotografie di guerra, questione già toccata nel 1977 ma qui approfondita con maggiore precisione storica, a partire dalla discussione delle fotografie ottocentesche della guerra di Crimea e della guerra civile americana, in cui la ricostruzione delle scene, lo spostamento dei cadaveri e la costruzione deliberata dell’inquadratura erano prassi comuni e in larga parte accettate. Sontag ne trae la conclusione che la messa in scena non sia un tradimento moderno di un’originaria purezza documentaria, ma un tratto presente fin dalle origini del fotogiornalismo, e che la questione rilevante non sia se un’immagine sia stata costruita ma quale uso venga fatto della sua pretesa di verità.

Ricezione critica e attualità del dibattito sull’etica dello sguardo

Sulla fotografia vinse il National Book Critics Circle Award nel 1977 e divenne rapidamente un testo fondativo per gli studi sulla fotografia nelle università americane e internazionali, tradotto in numerose lingue e adottato in modo pressoché universale nei programmi di storia e teoria della fotografia. La sua influenza si estende ben oltre l’ambito specialistico, contribuendo a introdurre nel dibattito pubblico una consapevolezza critica sul potere e sui limiti dell’immagine fotografica che prima era patrimonio quasi esclusivo di ristretti circoli accademici.

Le obiezioni sono state numerose e spesso severe. La critica più ricorrente riguarda la tesi dell’anestesia morale, accusata di generalizzare eccessivamente a partire da osservazioni aneddotiche e di ignorare le condizioni storiche e politiche specifiche in cui una data immagine viene diffusa, ricevuta e utilizzata. Studiosi successivi, incluso lo stesso Allan Sekula, hanno sostenuto che l’effetto di un’immagine non dipenda da una proprietà intrinseca della ripetizione visiva ma dal contesto istituzionale, editoriale e politico della sua circolazione, e che attribuire alla fotografia in quanto tale un potere anestetizzante rischi di scagionare le responsabilità concrete di chi le immagini le produce, le seleziona e le distribuisce.

Una seconda linea di critica ha riguardato il presunto pessimismo tecnologico del libro, letto da alcuni come un’eco tardiva della critica francofortese all’industria culturale, poco attenta alle possibilità di uso critico, contro-informativo e politicamente attivo della fotografia praticate da autori e movimenti che proprio negli stessi anni stavano elaborando pratiche documentarie alternative. La stessa Sontag, come si è visto, riconoscerà parzialmente questa unilateralità nel libro del 2003.

Una terza discussione, più recente, riguarda l’applicabilità delle categorie sontaghiane all’ecosistema digitale contemporaneo, caratterizzato da una produzione e circolazione di immagini di ordini di grandezza superiori a quella disponibile negli anni Settanta. Se la tesi dell’anestesia era già controversa in un’epoca di fotogiornalismo su carta stampata, il suo status nell’era dei social media, dove miliardi di immagini di sofferenza, guerra e catastrofe scorrono quotidianamente in un flusso indistinto insieme a contenuti di intrattenimento, resta oggetto di dibattito aperto, ripreso e attualizzato da una nuova generazione di studiosi della cultura visiva digitale.

Nonostante queste obiezioni, l’eredità di Sontag rimane centrale in ogni discussione contemporanea sulla fotografia umanitaria, sul fotogiornalismo di conflitto, sull’etica delle immagini di catastrofe e sulla responsabilità di chi fotografa la sofferenza altrui. La sua domanda di fondo, se e come guardare le immagini della sofferenza altrui possa produrre comprensione anziché consumo, resta la formulazione più netta di un problema che ogni generazione di fotografi, editori e spettatori è costretta a porsi nuovamente.

Sontag e Diane Arbus: un caso di studio sulla responsabilità dello sguardo

Uno dei nuclei più discussi di Sulla fotografia è il saggio dedicato a Diane Arbus, in cui Sontag applica in modo concreto le proprie categorie generali a un corpus specifico. Arbus, celebre per i ritratti di persone ai margini della normalità sociale, nani, giganti, gemelli, travestiti, ospiti di istituti psichiatrici, viene letta da Sontag come il caso emblematico di una fotografia che trasforma la sofferenza e la differenza in materiale estetico, offrendo allo spettatore borghese la possibilità di guardare l’orrore da una posizione di sicurezza, senza il rischio di esserne coinvolto. Sontag rimprovera a questo tipo di sguardo un’implicita crudeltà, dissimulata sotto l’apparenza della simpatia documentaria, e ne fa l’esempio più netto della propria tesi sulla fotografia come strumento di distanza morale.

Questa lettura ha suscitato un dibattito lungo e tuttora aperto. Numerosi critici hanno osservato che Sontag tende a proiettare su Arbus intenzioni che le fotografie stesse non dichiarano in modo univoco, e che la stessa accusa di sfruttamento estetico della sofferenza può essere rivolta a una parte consistente della storia della fotografia documentaria, compresi autori che Sontag non sottopone alla medesima analisi critica. Resta il fatto che il confronto tra Sontag e Arbus costituisce un esempio paradigmatico di come la teoria sontaghiana funzioni meglio come strumento di interrogazione critica che come sistema di giudizio definitivo: pone domande scomode sulla posizione dello spettatore più di quante ne risolva sul valore delle singole opere.

L’eredità di Sontag nel dibattito sulla fotografia umanitaria contemporanea

La riflessione sontaghiana ha avuto un impatto particolarmente duraturo sul campo della fotografia umanitaria, cioè sulle immagini prodotte da organizzazioni non governative, agenzie internazionali e fotoreporter per documentare carestie, epidemie, catastrofi naturali e crisi dei rifugiati. Il dibattito su questo genere di immagini ruota costantemente attorno a domande che Sontag ha per prima formulato in modo sistematico: mostrare la sofferenza altrui serve davvero a mobilitare l’azione, o rischia di trasformare le vittime in oggetti di uno sguardo compassionevole ma sostanzialmente passivo? Che differenza c’è tra un’immagine che restituisce dignità al soggetto ritratto e una che lo riduce a icona della disgrazia collettiva?

Organizzazioni umanitarie, agenzie fotografiche e comitati etici dei musei hanno progressivamente elaborato codici di condotta per la rappresentazione della sofferenza che si richiamano esplicitamente, anche quando non la citano direttamente, alla lezione sontaghiana: l’attenzione al consenso del soggetto fotografato, la cura nella scelta delle didascalie, la preoccupazione di non ridurre la vittima a mero simbolo, il tentativo di restituire un contesto storico e politico che eviti la spettacolarizzazione fine a se stessa. In questo senso l’opera di Sontag ha avuto un’influenza che ha superato ampiamente i confini dell’accademia, contribuendo a plasmare pratiche professionali concrete nel giornalismo, nella cooperazione internazionale e nella comunicazione delle organizzazioni non governative.

Le Opere principali

La riflessione di Susan Sontag sulla fotografia si articola in due libri maggiori, integrati da saggi e interventi che ne costituiscono il contesto necessario.

  • Sulla fotografia (1977). Raccolta di sei saggi apparsi originariamente sulla New York Review of Books, che introduce le nozioni di predazione fotografica, grammatica dell’immagine, anestesia morale e fotografia come certificazione dell’esperienza. Vince il National Book Critics Circle Award e diventa il testo fondativo della disciplina.
  • In Plato’s Cave. Saggio d’apertura del volume del 1977, dedicato alla natura antropologica dell’atto fotografico e al suo legame con il consumo, il turismo e l’ansia di possedere il tempo vissuto.
  • America, Seen Through Photographs, Darkly. Saggio centrale della raccolta, incentrato sulla lettura dell’opera di Diane Arbus e sulla funzione della fotografia americana nel documentare gli aspetti marginali e disturbanti della vita sociale statunitense.
  • The Heroism of Vision. Saggio dedicato allo statuto estetico della fotografia e al modo in cui la pratica fotografica ha trasformato la nozione stessa di visione in un’attività eroica e selettiva.
  • Photographic Evangels. Saggio che ricostruisce le dispute storiche sulla natura artistica o meramente meccanica della fotografia, dalle origini ottocentesche fino al dibattito novecentesco.
  • The Image-World. Saggio conclusivo della raccolta, costruito in larga parte per citazioni di altri autori, che affronta la trasformazione della realtà in un insieme di immagini disponibili al consumo.
  • Malattia come metafora (1978). Saggio sulle costruzioni retoriche sovrapposte alla malattia, che pur non riguardando direttamente la fotografia condivide con Sulla fotografia l’interrogazione sul rapporto tra rappresentazione, linguaggio e corpo.
  • Davanti al dolore degli altri (2003). Ultimo libro dell’autrice, dedicato alla rappresentazione fotografica della guerra e della sofferenza, costruito in dialogo con Le tre ghinee di Virginia Woolf. Contiene una revisione esplicita della tesi dell’assuefazione morale formulata nel 1977.
  • Regarding the Torture of Others. Saggio pubblicato nel 2004 sulle fotografie del carcere di Abu Ghraib, applicazione diretta e conclusiva delle categorie sviluppate nei due libri maggiori a un caso storico determinato.

TAG SEO: Susan Sontag fotografia, Sulla fotografia Sontag, etica della fotografia, fotografia di guerra teoria, Davanti al dolore degli altri

Long tail: tesi dell’anestesia morale in Susan Sontag, differenze tra Sulla fotografia e Davanti al dolore degli altri

Meta description: Guida ai due libri con cui Susan Sontag ha fondato l’etica dello sguardo fotografico, tra la fotografia come predazione, l’anestesia morale di fronte all’orrore ripetuto e la revisione critica del 2003 in Davanti al dolore degli altri.

Domande Frequenti su Sulla Fotografia di Susan Sontag (FAQ)

Che cos’è Sulla fotografia di Susan Sontag?

Una raccolta di sei saggi pubblicata nel 1977, apparsa originariamente sulla New York Review of Books, che analizza l’atto fotografico come pratica sociale, antropologica e morale, ponendo la domanda di che cosa faccia eticamente fotografare e guardare fotografie.

Perché Sontag definisce la fotografia una forma di predazione?

Perché ritiene che fotografare qualcuno significhi appropriarsi simbolicamente di lui, vederlo come non si vede mai da sé, e perché nota come il linguaggio comune della fotografia condivida con quello delle armi verbi come caricare, puntare e sparare.

Che cos’è la grammatica dell’immagine?

Il modo standardizzato in cui la fotografia, ripetuta su scala industriale attraverso le sue convenzioni, insegna al pubblico che cosa guardare e come interpretarlo, arrivando spesso a precedere e a strutturare l’esperienza diretta della realtà.

In che cosa consiste la tesi dell’anestesia morale?

Nell’idea che l’esposizione ripetuta a immagini di sofferenza e atrocità produca assuefazione anziché sensibilizzazione, riducendo nel tempo la capacità delle immagini di scuotere e indignare chi le guarda.

Sontag ha mantenuto questa tesi per tutta la vita?

No. Nel 2003, in Davanti al dolore degli altri, ha rivisto esplicitamente questa posizione, riconoscendo che l’effetto di un’immagine dipende dal contesto, dalla cornice narrativa e dalla predisposizione dello spettatore, e non da una legge automatica dell’esposizione ripetuta.

Che cos’è Davanti al dolore degli altri?

Il libro pubblicato nel 2003, l’anno prima della morte dell’autrice, costruito in dialogo con Le tre ghinee di Virginia Woolf, dedicato alla rappresentazione fotografica della guerra e alla possibilità che vedere immagini di conflitto renda davvero contrari alla guerra.

Che cosa intende Sontag per fotografia come certificazione dell’esperienza?

L’idea che fotografare serva soprattutto a provare di essere stati in un luogo o di aver vissuto un evento, trasformando l’esperienza in un oggetto posseduto, in stretto legame con l’ideologia del consumo e del turismo.

La fotografia può davvero opporsi alla guerra secondo Sontag?

Non da sola. Nel libro del 2003 sostiene che le immagini di guerra non possano sostituire la comprensione politica e storica di un conflitto, ma possano comunque fissare nella memoria collettiva prove insostituibili e costituire un appello necessario, anche se non sufficiente, alla coscienza.

Le fotografie di guerra sono sempre spontanee?

No. Sontag documenta come fin dalle origini del fotogiornalismo, a partire dalla guerra di Crimea e dalla guerra civile americana, la messa in scena e la ricostruzione delle immagini fossero prassi diffuse, e sostiene che la questione rilevante sia l’uso fatto della pretesa di verità dell’immagine.

Quali critiche sono state mosse a Sulla fotografia?

Principalmente l’eccessiva generalizzazione della tesi dell’anestesia morale, il presunto pessimismo tecnologico ereditato dalla critica dell’industria culturale, e la scarsa attenzione alle condizioni istituzionali concrete che determinano l’effetto di una data immagine.

Perché il libro resta un riferimento nell’insegnamento universitario?

Perché ha introdotto per primo, in forma sistematica e accessibile, la domanda etica sull’atto fotografico, ed è tuttora il punto di partenza obbligato per ogni corso di storia e teoria della fotografia, di fotogiornalismo e di cultura visiva.

Le tesi di Sontag valgono anche per i social media?

È materia di dibattito aperto. La tesi dell’anestesia, già controversa negli anni Settanta, viene oggi riconsiderata alla luce di volumi di immagini enormemente superiori, in un flusso che mescola sofferenza e intrattenimento in modo ancora più indistinto.

Fonti

 

 

Non perderti la nostra offerta di benvenuto

Iscrivendoti alla nostra newsletter non solo avrai, una volta a settimana, il riassunto dei nostri articoli nella tua casella di posta, ma avrai diritto ad un codice sconto del 50% da impiegare nel nostro negozio* . Riceverai il codice

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

*Su una selezione di libri

Mi chiamo Maria Francia, ho 30 anni e la mia passione per la fotografia nasce da uno sguardo naturalmente attento al mondo: alle linee, alla luce, alla geometria nascosta delle cose. Questa sensibilità visiva mi ha portata ad approfondire la fotografia non solo come pratica ma come sistema di linguaggi, tecniche e culture che si sono evoluti nel tempo in modi straordinariamente diversi. Su storiadellafotografia.com mi occupo di tecniche fotografiche, raccontando come i diversi metodi di ripresa, esposizione e stampa abbiano influenzato il risultato estetico delle immagini nel corso della storia, dall'analogico al digitale, dalla camera oscura agli strumenti contemporanei.

Curo gli approfondimenti del sito e le appendici, strumenti di ricerca e documentazione che completano e arricchiscono i contenuti principali con dati, riferimenti storici e materiali di consultazione. Mi dedico in particolare alla storia della fotografia di moda, uno dei campi più affascinanti e meno esplorati del medium fotografico: un territorio in cui arte, industria, cultura visiva e storia del costume si incontrano, e dove alcune delle immagini più iconiche del Novecento sono state create.

Seguo con attenzione il mondo delle riviste e delle mostre fotografiche, perché è attraverso la pubblicazione e l'esposizione che la fotografia diventa cultura condivisa, patrimonio collettivo e memoria visiva. Il mio obiettivo è offrire approfondimenti rigorosi ma accessibili, con la stessa cura con cui si osserva un paesaggio: cercando sempre il dettaglio che trasforma una visione in racconto.

amazon

Hey, ciao! Piacere di Conoscerti

Articoli Recenti

Articoli correlati