Efrem Raimondi

Efrem Raimondi nasce a Bologna nel 1955 (morto il 16 Febbraio del 2021), in una città che ha una tradizione culturale e politica di grande solidità, una città in cui la qualità della vita intellettuale è alta e in cui il rapporto tra la cultura e la vita civile è più stretto che in molte altre realtà italiane. Bologna degli anni Sessanta e Settanta è anche una città universitaria di primo piano, attraversata dalle tensioni politiche di quella stagione con una intensità che produce una generazione di giovani particolarmente consapevoli del rapporto tra la cultura e il potere, tra la rappresentazione e la realtà, tra le immagini che circolano pubblicamente e le forze sociali e politiche che quelle immagini riflettono e producono. Raimondi cresce in questo contesto, assorbe quella consapevolezza, e la porta con sé nella propria pratica fotografica con una coerenza che si manifesta fin dalle prime opere mature.

La formazione fotografica avviene in modo composito, attraverso strade diverse che si incontrano e si potenziano reciprocamente. Raimondi studia, legge, guarda con una sistematicità che riflette la formazione bolognese, quella tradizione di rigore intellettuale che esige che ogni scelta pratica sia fondata su una riflessione teorica consapevole. Non si accontenta di imparare come si fa una buona fotografia: vuole capire cosa è una fotografia, cosa fa, come funziona come linguaggio, quali sono i meccanismi di costruzione del senso che operano in ogni immagine anche quando nessuno li ha esplicitamente progettati. Questa esigenza teorica lo porta a frequentare la semiotica, quella disciplina che negli anni Settanta era al centro del dibattito intellettuale italiano grazie alla scuola bolognese di Umberto Eco, e che fornisce strumenti concettuali preziosi per analizzare i meccanismi di significazione delle immagini.

L’influenza della semiotica sul suo lavoro fotografico non è quella diretta e meccanica di chi applica una teoria a una pratica, traducendo i concetti in immagini come un diagramma illustrativo. È un’influenza più sottile e più produttiva, quella di chi ha sviluppato attraverso lo studio teorico una consapevolezza dei propri strumenti che si manifesta nelle scelte fotografiche in modo naturale, senza bisogno di essere esplicitata. Le fotografie di Raimondi hanno una qualità di costruzione che è immediatamente riconoscibile: ogni elemento nell’inquadratura è lì per una ragione, ogni scelta di luce, di posizione, di distanza focale, risponde a una logica precisa che non è soltanto formale ma è anche semantica, che si interroga non soltanto su come appare l’immagine ma su cosa dice, su quali meccanismi di senso mette in moto nello spettatore.

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Il trasferimento a Milano, avvenuto nei primi anni Ottanta, lo porta nel centro del sistema della comunicazione visiva italiana, in quella città che è il cuore pulsante della pubblicità, della moda, dell’editoria, di tutti i settori in cui la fotografia svolge un ruolo commerciale e culturale insieme. A Milano Raimondi costruisce la propria carriera professionale lavorando per le maggiori agenzie pubblicitarie e per le riviste più importanti, ma lo fa sempre mantenendo una distanza critica rispetto alle convenzioni del settore, una capacità di interrogare dall’interno le regole del gioco professionale invece di accettarle come dati naturali. Questa posizione, che richiede una forza di carattere e una chiarezza di visione non comuni, produce nel corso degli anni un corpo di lavoro che è al tempo stesso dentro il sistema della comunicazione commerciale e profondamente critico rispetto ad esso, che usa gli strumenti e i formati del ritratto pubblicitario e editoriale per dire cose che quei formati non erano stati progettati per dire.

Il ritratto è il centro del suo lavoro, ma un ritratto inteso in modo molto specifico: non come documentazione dell’aspetto di una persona, non come costruzione di un’immagine pubblica, non come celebrazione di una bellezza o di una fama. Il ritratto come interrogazione, come forma di domanda visiva rivolta al soggetto, come modo di mettere sotto pressione l’identità pubblica di una persona per vedere cosa rimane quando la maschera cede, quando l’immagine costruita mostra le proprie crepe. Questa intenzione interrogativa si manifesta nelle sue fotografie in modi che sono a volte molto evidenti e a volte molto sottili: a volte attraverso scelte formali che sembrano contraddire le aspettative del soggetto, a volte attraverso la qualità della luce che rende visibile ciò che normalmente rimane nell’ombra, a volte semplicemente attraverso la durata dello sguardo, quella qualità di attenzione sostenuta che alla fine produce qualcosa di diverso da qualsiasi posa mantenuta con cura.

Ha fotografato un numero straordinario di personaggi pubblici nel corso di quarant’anni di carriera: musicisti come Frank Zappa, Miles Davis, Lou Reed, Keith Richards, figure la cui immagine pubblica era già così costruita e così codificata da rappresentare una sfida quasi insormontabile per qualsiasi fotografo che non volesse semplicemente riprodurre l’iconografia esistente. La risposta di Raimondi a questa sfida è sempre la stessa: non cercare di aggirare o di rompere la maschera pubblica, non tentare la sorpresa o il momento di debolezza, ma affrontare quella maschera direttamente, con la stessa intensità e la stessa determinazione con cui il soggetto la costruisce e la mantiene, e vedere cosa succede quando due sguardi ugualmente forti si incontrano senza che nessuno dei due ceda per primo.

La qualità della luce nelle sue fotografie è forse l’elemento tecnico più immediatamente riconoscibile, quello che identifica il suo stile con la stessa certezza con cui la firma identifica la scrittura di una persona. Raimondi usa quasi sempre una luce dura, diretta, che non concede sfumature né morbidezze, che modella i volti con una precisione quasi scultorea, rivelando ogni piega, ogni ruga, ogni irregolarità della superficie cutanea con una chiarezza che può sembrare crudele ma che è in realtà una forma di rispetto, la convinzione che la verità del volto sia nella sua fisicità concreta e non nella sua versione idealizzata. Questa luce dura ha radici nella tradizione della fotografia americana di ritratto, in particolare in certi lavori di Richard Avedon e di Irving Penn, che Raimondi conosce e rispetta, ma la usa in modo diverso, con una intenzione diversa: non la perfezione formale che Avedon e Penn perseguivano, ma quella qualità di verità fisica quasi violenta che è la sua firma specifica.

Il bianco e nero è il formato in cui ha lavorato per la maggior parte della carriera, anche se ha prodotto lavori importanti anche a colori. Nel bianco e nero i suoi ritratti hanno una qualità quasi monumentale, una densità visiva che li rende immediatamente distinguibili dalla grande massa della fotografia di ritratto contemporanea. I contrasti sono forti, i neri molto profondi, le alte luci spesso bruciate in modo deliberato per creare zone di pura luminosità che bilanciano la pesantezza delle ombre. È una fotografia che non teme il rischio, che è disposta a perdere informazione tonale nelle zone estreme della scala per guadagnare in forza espressiva, che privilegia l’impatto visivo immediato sulla completezza documentaria.

Nel corso degli anni ha sviluppato anche un lavoro parallelo di riflessione teorica sulla fotografia, producendo testi e conferenze che dimostrano la stessa qualità di pensiero rigoroso e di scrittura precisa che caratterizza le sue immagini. Questa doppia capacità, di produrre immagini di grande forza visiva e di riflettere su quelle immagini con strumenti concettuali sofisticati, lo colloca in una tradizione italiana di fotografi-pensatori che ha in Ugo Mulas il proprio riferimento più alto, e che comprende anche Ghirri, Basilico, Fontana, tutti coloro che hanno sentito l’esigenza di non separare la pratica dalla teoria, di non lasciare che il fare fotografico rimanga muto di fronte alle domande che esso stesso pone.

La sua influenza sulla generazione successiva di fotografi italiani è stata significativa, non soltanto attraverso le fotografie ma anche attraverso l’insegnamento, che ha praticato in diverse istituzioni nel corso degli anni. I propri studenti riconoscono in lui quella rara qualità del maestro che non insegna il proprio stile ma insegna a pensare, che non fornisce soluzioni ma insegna a formulare domande, che trasmette non una tecnica ma un’attitudine, una disposizione verso il proprio mestiere che è al tempo stesso critica e appassionata, rigorosa e libera.

Guardando al suo lavoro nel suo complesso, ciò che emerge con forza è una coerenza di postura intellettuale che attraversa decenni di produzione senza cedere né alle mode né alle pressioni del mercato. Raimondi ha fatto per tutta la vita la stessa cosa: ha messo di fronte all’obiettivo le persone che la cultura pubblica aveva trasformato in icone, e ha cercato con ogni mezzo a sua disposizione, la luce, la distanza, il tempo, la propria presenza fisica e psicologica, di raggiungere al di là di quelle icone la persona reale che le abitava. A volte ci è riuscito, producendo immagini che rimarranno come documenti essenziali di una certa idea del ritratto fotografico come forma di conoscenza. A volte non ci è riuscito, e ha avuto la lealtà intellettuale di riconoscerlo, di accettare che il ritratto è sempre anche un fallimento parziale, che il volto dell’altro rimane in ultima istanza inaccessibile e che questa inaccessibilità è non soltanto un limite ma anche la condizione che rende il ritratto infinitamente necessario e infinitamente impossibile. È in questa tensione irrisolta, in questo oscillare tra la rivelazione e il mistero, che sta la qualità più profonda del suo lavoro e la ragione per cui continua a interrogare lo spettatore molto tempo dopo lo scatto.

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