Gea Casolaro nasce a Roma nel 1970, in una città che ha con la tradizione visiva un rapporto di densità e di stratificazione che non ha equivalenti altrove in Italia, quella città in cui secoli di pittura e di scultura e di architettura hanno prodotto un paesaggio visivo di straordinaria ricchezza che educa lo sguardo di chi vi nasce e vi cresce con una intensità e una continuità che nessuna formazione accademica potrebbe replicare. Roma è anche la città del cinema italiano, di quella tradizione visiva del Novecento che ha fatto dello sguardo sulla realtà quotidiana uno strumento di analisi e di trasformazione culturale con una ricchezza che non ha precedenti nella storia del cinema mondiale, e questa tradizione si ritrova in modo più o meno esplicito nel lavoro di Casolaro, in quella attenzione alla vita quotidiana come materia di indagine estetica e concettuale che è una delle caratteristiche più immediatamente riconoscibili della sua poetica.
La formazione di Casolaro è quella di un’artista visiva che ha attraversato la fotografia, il video e l’installazione con una libertà di movimento tra i media che riflette la sua concezione dell’arte come pratica di pensiero invece che come padronanza di uno strumento specifico. Ha studiato storia dell’arte, una formazione che le ha dato una conoscenza profonda delle tradizioni visive da cui il proprio lavoro prende le mosse e rispetto alle quali definisce la propria posizione, e ha completato la propria formazione attraverso residenze e programmi internazionali che le hanno permesso di confrontarsi con il dibattito critico contemporaneo in contesti diversi da quello italiano. Questa formazione composita si manifesta in modo molto diretto nella qualità concettuale del suo lavoro, in quella capacità di costruire progetti che hanno una struttura di pensiero precisa e articolata prima ancora che una qualità visiva immediata, anche se quella qualità visiva è sempre presente e sempre curata con una attenzione che riflette una sensibilità estetica di grande raffinatezza.
Il concetto di identità è il territorio centrale della sua ricerca, inteso però in un senso molto specifico e molto distante dalla psicologia dell’identità o dalla sociologia dell’identità che sono i contesti in cui quel concetto viene normalmente discusso. Per Casolaro l’identità è fondamentalmente una questione di sguardo, nel senso che siamo ciò che guardiamo tanto quanto ciò che siamo guardati, che l’identità si costruisce nella relazione tra lo sguardo proprio e lo sguardo altrui, tra ciò che scegliamo di vedere e ciò che scegliamo di non vedere, tra il campo visivo che apriamo e quello che chiudiamo. Questa concezione dello sguardo come pratica costitutiva dell’identità, che ha radici filosofiche profonde nella fenomenologia e nella psicoanalisi oltre che nella teoria dell’arte, si traduce nelle sue fotografie in una attenzione molto precisa a come le persone guardano, a dove guardano, a cosa rifiutano di guardare, a come la direzione dello sguardo rivela qualcosa di fondamentale sulla natura di chi guarda.

Il progetto “Do You Know Where You’re Going To”, con cui abbiamo aperto questo ritratto, è l’esempio più compiuto e più citato di questa poetica dello sguardo negato, ma è soltanto uno dei molti progetti in cui Casolaro ha esplorato le diverse dimensioni del problema. Un altro progetto fondamentale è “Sovrapposizioni”, in cui fotografie di luoghi diversi vengono sovrapposte in stampe multiple che mostrano contemporaneamente ambienti incompatibili, una spiaggia tropicale e un interno domestico nordeuropeo, una foresta pluviale e una stazione ferroviaria, producendo immagini che non corrispondono a nessun luogo reale ma che hanno la qualità di certi sogni o di certi ricordi in cui i luoghi si mescolano con una logica che non è quella della realtà geografica ma quella della memoria affettiva, quella logica che associa i luoghi non per la loro vicinanza fisica ma per la loro consonanza emotiva. Quelle sovrapposizioni non sono effetti speciali né trucchi fotografici: sono proposte di senso, modi di dire che la nostra esperienza dello spazio non è mai puramente geografica ma è sempre già filtrata dalla memoria, dal desiderio, dall’immaginazione, che i luoghi che abitiamo sono sempre anche i luoghi che ricordiamo e quelli che immaginiamo, e che la fotografia può rendere visibile questa complessità invece di fingere che lo spazio sia soltanto ciò che si vede.
La dimensione installativa del suo lavoro è un aspetto fondamentale che non può essere separato dalla dimensione fotografica senza perdere qualcosa di essenziale. Le fotografie di Casolaro non sono mai semplicemente fotografie appese a una parete: sono sempre inserite in contesti spaziali che le amplificano e le trasformano, in ambienti costruiti appositamente in cui la relazione tra le immagini e lo spazio fisico che le ospita è parte integrante del significato dell’opera. Le installazioni che ha prodotto nel corso degli anni hanno spesso una qualità di esperienza totale, quella qualità in cui lo spettatore non guarda l’opera dall’esterno ma la abita dall’interno, in cui la distinzione tra il corpo dello spettatore e lo spazio dell’opera si dissolve o almeno si mette in questione con una insistenza che non permette la distanza contemplativa ma richiede una forma di partecipazione corporea e emotiva oltre che intellettuale.
Il lavoro sul tempo è un altro dei temi ricorrenti nella sua produzione, affrontato con la stessa qualità di attenzione concettuale che caratterizza il lavoro sullo sguardo e sull’identità. Ha prodotto serie fotografiche in cui la stessa persona viene fotografata a distanza di molti anni, mostrando il cambiamento fisico prodotto dal tempo con una fedeltà e una continuità che trasformano la serie di ritratti in una narrazione temporale, in qualcosa che assomiglia a un romanzo in immagini più che a una raccolta di fotografie. Quelle serie hanno una qualità emotiva molto alta, quella qualità che viene dal guardare il tempo depositarsi su un volto, dallo scoprire che il cambiamento è reale e inesorabile ma che qualcosa rimane costante attraverso di esso, quella qualità di nucleo identitario che persiste attraverso le trasformazioni fisiche con la stessa ostinazione silenziosa con cui certi edifici persistono attraverso i cambiamenti storici che li circondano.
Ha sviluppato anche un lavoro specifico sulla fotografia di famiglia, su quelle immagini private e informali che le famiglie producono di se stesse nel corso delle generazioni e che costituiscono un archivio visivo della propria storia collettiva e individuale. Casolaro raccoglie fotografie di famiglia, le proprie e quelle altrui, le analizza, le mette in relazione, costruisce con esse nuove narrazioni che rivelano nelle immagini private una dimensione pubblica e collettiva, una storia sociale e culturale che trascende la storia individuale delle singole famiglie. Questo lavoro sull’archivio fotografico familiare ha radici in una tradizione critica che include il lavoro di Roland Barthes sulla fotografia, in particolare quella sua analisi della fotografia della madre che è al centro di “La Camera Chiara”, e che Casolaro porta avanti con una libertà e una creatività che ne aggiornano i termini senza tradirne l’essenziale intuizione: che la fotografia di famiglia è uno dei luoghi in cui il rapporto tra la storia pubblica e la storia privata si manifesta con la massima intensità, in cui le grandi trasformazioni sociali e culturali lasciano le proprie tracce nei corpi e nelle posture e nelle espressioni delle persone più ordinarie.
La scrittura che accompagna il suo lavoro visivo, quella qualità di testo teorico e critico che produce per cataloghi, per convegni, per pubblicazioni di settore, mostra la stessa qualità di pensiero preciso e articolato che caratterizza le immagini. Non è la scrittura di un’artista che spiega le proprie opere per renderle accessibili: è la scrittura di qualcuno che usa la lingua come uno strumento di pensiero con la stessa serietà e la stessa esigenza di rigore con cui usa la fotografia e l’installazione, che non separa la pratica artistica dalla riflessione teorica ma le intende come due momenti dello stesso processo di interrogazione della realtà e della propria relazione con essa.
Ha insegnato in diverse istituzioni italiane e internazionali, portando in quel contesto la stessa qualità di attenzione critica e di esigenza intellettuale che caratterizza il proprio lavoro. I propri studenti riconoscono in lei quella qualità del maestro che non insegna una tecnica ma una disposizione, non trasmette un modo di fare immagini ma un modo di pensare le immagini, che interroga senza stancarsi la relazione tra la fotografia e la realtà, tra lo sguardo e ciò che lo sguardo produce, tra l’intenzione dell’artista e l’esperienza dello spettatore.
Il riconoscimento del suo lavoro è stato solido e progressivo, con esposizioni in istituzioni importanti in Italia e all’estero e la presenza in rassegne internazionali di arte contemporanea che confermano la rilevanza del suo contributo al dibattito critico sulla fotografia e sull’arte visiva. Questo riconoscimento non è soltanto un fatto istituzionale: è la conferma che le domande che il suo lavoro pone, sulla natura dello sguardo, sulla costruzione dell’identità attraverso le immagini, sul rapporto tra la fotografia e il tempo, sono domande che appartengono alla condizione umana generale e che il suo lavoro riesce a formulare in forma visiva con una precisione e una forza che le rendono capaci di attraversare i confini culturali e geografici senza perdere la propria specificità.
Guardando al suo lavoro nella sua interezza, quello che rimane con la forza di una evidenza necessaria è quella serie di figure di spalle, quegli sguardi rivolti verso qualcosa che non si mostra, quella tensione verso un fuori campo che rimane per sempre invisibile. Casolaro ha passato anni a costruire immagini che producono nello spettatore quella stessa tensione, quella stessa frustrazione produttiva, quel desiderio di vedere che non viene soddisfatto e che proprio per questo non si spegne ma continua a interrogare, a cercare, a chiedersi cosa ci sia oltre il bordo dell’immagine, oltre il limite di ciò che la fotografia ha scelto di mostrare. È una forma di arte che non si accontenta di essere guardata ma che vuole essere pensata, che non offre risposte ma costruisce domande con tanta precisione e tanta cura formale da renderle impossibili da ignorare. Ed è questa qualità di interrogazione aperta e inesauribile, questa capacità di usare la fotografia non come risposta ma come domanda, non come rivelazione ma come apertura verso ciò che non si può ancora vedere, a fare di Gea Casolaro una delle voci più originali e più necessarie della fotografia italiana contemporanea.
Fonti
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


