HomeEditorialiC2PA e autenticità fotografica: perché la firma crittografica non certifica la verità

C2PA e autenticità fotografica: perché la firma crittografica non certifica la verità

C’è una promessa implicita che circola da almeno tre anni nei comunicati stampa dei produttori di fotocamere, nelle presentazioni delle coalizioni industriali e nei documenti regolatori europei, ed è una promessa che merita di essere smontata pezzo per pezzo. La promessa suona più o meno così: l’intelligenza artificiale generativa ha distrutto la fiducia nell’immagine fotografica, e la firma crittografica applicata al momento dello scatto gliela restituirà. È una narrazione ordinata, rassicurante, commercialmente efficace e sostanzialmente falsa. Non falsa nel senso che gli strumenti non funzionino, perché funzionano, ma falsa nel senso che descrive male il problema che dichiara di risolvere. La provenienza crittografica non certifica che una fotografia dica il vero. Certifica che un determinato file è stato prodotto da un determinato dispositivo in un determinato momento e non è stato alterato successivamente. Fra queste due proposizioni corre l’intera distanza che separa la storia della fotografia dalla storia dell’informatica, e ignorarla significa preparare per il decennio prossimo un disinganno più profondo di quello che stiamo attraversando adesso.

Indice dei Contenuti

In Sintesi

  • La fotografia non ha mai posseduto la trasparenza referenziale che le viene attribuita: la messa in scena documentaria è coeva al medium e attraversa tutta la sua storia, da Bayard nel 1840 a Fenton in Crimea, da Gardner a Gettysburg fino alle contestazioni contemporanee.
  • Un manifest C2PA attesta l’integrità di una catena di custodia digitale, non la corrispondenza fra l’immagine e il fatto: certifica il come e il quando, mai il che cosa significa.
  • La firma crittografica sposta l’oggetto della fiducia dall’immagine all’infrastruttura che emette e valida i certificati, introducendo una dipendenza istituzionale che la fotografia non aveva mai conosciuto.
  • Le liste di fiducia che stabiliscono quali firmatari sono attendibili costituiscono un punto di controllo concentrato in poche mani private e non elette.
  • L’etichetta rischia di produrre un effetto di verità implicita: se il pubblico impara che l’assenza di segnalazione equivale ad autenticità, ogni contenuto sintetico non marcato guadagna credibilità anziché perderne.
  • Lo scarto fra ciò che il certificato garantisce e ciò che il pubblico crede che garantisca è il vero rischio sistemico dei prossimi anni, molto più della qualità crescente dei modelli generativi.
  • Il fotogiornalismo aveva già sviluppato, nell’era analogica, una propria catena di custodia fatta di negativi, provini a contatto e archivi: la sua funzione era probatoria in senso professionale, non tecnologico.
  • Le regole del World Press Photo Contest dimostrano che la linea di demarcazione utile non passa fra strumenti consentiti e vietati, ma fra interventi che aggiungono informazione e interventi che non la aggiungono.
  • Nessun certificato può sostituire tre presidi: una didascalia sostanziale, la conservazione dei file sorgente e l’alfabetizzazione visiva del pubblico.
  • La domanda corretta non è se un’immagine sia autentica, ma chi la garantisce, con quale competenza e assumendosi quale responsabilità.

Una presunzione mai meritata: Autenticità fotografica prima dell’IA, l’età dell’oro dell’evidenza non è mai esistita

Il dibattito contemporaneo sull’autenticità delle immagini poggia quasi interamente su un presupposto storicamente insostenibile, quello secondo cui vi sarebbe stato un tempo in cui la fotografia era affidabile e un tempo successivo, il nostro, in cui ha smesso di esserlo. Chi ha frequentato gli archivi sa che quel tempo non è mai esistito, e che la manipolazione non è una degenerazione tardiva del medium ma una sua possibilità costitutiva, presente fin dai primissimi mesi della sua esistenza pubblica.

Nel 1840, appena un anno dopo l’annuncio ufficiale del dagherrotipo, Hippolyte Bayard produsse l’Autoritratto come annegato, mettendo in scena il proprio cadavere per protestare contro il mancato riconoscimento della propria invenzione. Sul retro della stampa scrisse che il corpo era rimasto esposto per giorni e che nessuno lo aveva reclamato. Era una finzione integrale, costruita con l’unico mezzo tecnico disponibile all’epoca, cioè il corpo dell’autore posto davanti all’obiettivo. La prima immagine consapevolmente falsa della storia della fotografia è coeva alla prima immagine vera, e questo dato dovrebbe bastare a raffreddare qualunque nostalgia.

La documentazione di guerra offre la casistica più istruttiva. Roger Fenton, in Crimea nel 1855, produsse due versioni della celebre veduta della valle battuta dall’artiglieria russa: in una le palle di cannone giacciono nei fossati laterali, nell’altra costellano la carreggiata. Il dibattito storiografico sulla sequenza delle due esposizioni ha impegnato studiosi per decenni, ma su un punto non vi è controversia: qualcuno spostò quegli oggetti, e nessuna tecnologia di certificazione avrebbe potuto rilevarlo, perché l’intervento avvenne davanti all’obiettivo e non dopo. Otto anni più tardi, a Gettysburg, Alexander Gardner e i suoi collaboratori trasportarono materialmente il cadavere di un soldato per una quarantina di metri, lo collocarono in una posizione compositivamente più efficace e gli appoggiarono accanto un fucile che non era il suo, producendo l’immagine nota come Home of a Rebel Sharpshooter. Il negativo è autentico. La scena è costruita. Un sistema di provenienza crittografica applicato a quella lastra avrebbe attestato, con perfetta correttezza formale, che l’immagine era stata acquisita in quel luogo, in quel giorno, senza alterazioni successive.

C2PA e autenticità fotografica: perché la firma crittografica non certifica la verità

Il Novecento non ha fatto che moltiplicare i casi. La rimozione sistematica dei dissidenti dalle fotografie ufficiali sovietiche costituì una vera e propria industria del ritocco, condotta con pennello, aerografo e bisturi da tecnici la cui perizia era superiore a quella richiesta oggi da qualunque strumento di riempimento generativo. Il Bacio davanti all’Hôtel de Ville di Robert Doisneau, per decenni assunto come emblema dell’istante rubato, si rivelò nel 1993 una scena recitata da due modelli ingaggiati per l’occasione. Le contestazioni sollevate nel 2016 attorno ad alcune immagini di Steve McCurry, con elementi rimossi o duplicati in postproduzione, hanno mostrato che il problema attraversa indenne il passaggio dall’analogico al digitale.

Che cosa la fotografia ha realmente garantito

Se la trasparenza referenziale non è mai stata una proprietà del medium, occorre chiedersi che cosa la fotografia abbia effettivamente garantito per centottant’anni, perché qualcosa ha garantito, e quel qualcosa merita di essere nominato con precisione.

Ha garantito un vincolo di presenza. Perché esistesse una fotografia occorreva che qualcuno fosse stato fisicamente in un luogo, in un momento determinato, con un apparecchio, e che la luce riflessa da oggetti reali avesse impressionato una superficie sensibile. Questo vincolo non impediva la messa in scena, come si è visto, ma imponeva un costo. Costruire una scena costa tempo, denaro, complicità, accesso. Il costo agiva da filtro statistico: la maggior parte delle fotografie non era messa in scena perché mettere in scena era faticoso e il fotogiornalismo aveva bisogno di quantità.

L’immagine sintetica azzera esattamente quel costo. Non introduce la falsificazione, che esisteva già; ne abbatte il prezzo unitario portandolo a un valore prossimo allo zero, e nel farlo distrugge il filtro statistico che rendeva ragionevole, in assenza di indizi contrari, presumere l’autenticità. La crisi contemporanea non è una crisi di veridicità del medium. È una crisi di economia della falsificazione, ed è per questo che nessuna risposta puramente tecnica può risolverla.

L’errore categoriale che stiamo per commettere

Da questa diagnosi discende una conseguenza che il dibattito pubblico continua a mancare. Se il problema è il collasso del costo della falsificazione, la certificazione della provenienza affronta un problema adiacente ma diverso: consente di distinguere le immagini prodotte da un apparecchio da quelle prodotte da un modello. È utile, ed è molto meglio di niente. Ma non ripristina alcun filtro sulla veridicità, perché le immagini messe in scena davanti a un obiettivo continuano a passare indenni attraverso qualunque firma crittografica, e continueranno a farlo per sempre, in virtù di una limitazione che non è implementativa ma logica.

Chi voglia misurare la profondità di questa continuità, e comprendere quanto la storia del medium sia stata scandita da errori, mediazioni, aggiustamenti e imperfezioni assunte a linguaggio, troverà nella riflessione su l’errore fotografico e l’estetica dell’imperfetto un contrappunto utile all’ottimismo tecnologico corrente. La fotografia non è mai stata una finestra. È sempre stata un dispositivo, con un operatore, un’intenzione e un margine di errore.

Anatomia di una garanzia mal compresa: che cosa firma davvero un manifest C2PA

Per discutere seriamente dei limiti della provenienza crittografica occorre conoscerne il funzionamento con qualche precisione, perché gran parte dei fraintendimenti nasce da una rappresentazione approssimativa dell’architettura. Lo standard promosso dalla Coalition for Content Provenance and Authenticity, nato nel 2021 dalla convergenza fra la Content Authenticity Initiative e il progetto Project Origin, non opera sui pixel. Opera su un contenitore di asserzioni.

Il meccanismo si articola in tre livelli. Al livello inferiore si colloca l’asserzione, un’affermazione strutturata su un aspetto del contenuto: il modello di apparecchio che lo ha acquisito, le coordinate di scatto se disponibili, la marca temporale, l’elenco delle operazioni di modifica applicate. Le asserzioni vengono raccolte in una claim, che ne calcola l’impronta digitale mediante una funzione di hash crittografico, tipicamente SHA-256. La claim viene infine sottoscritta con la chiave privata di un firmatario, producendo il manifest che accompagna il file.

C2PA e autenticità fotografica: perché la firma crittografica non certifica la verità

La verifica procede in senso inverso. Il validatore ricalcola l’hash del contenuto e delle asserzioni, lo confronta con quello memorizzato nella claim e verifica la firma mediante la chiave pubblica del firmatario. Se i valori coincidono e la firma è valida, il sistema conclude che il contenuto non è stato alterato dopo l’apposizione della firma e che il firmatario è quello dichiarato. La solidità matematica di questo passaggio è fuori discussione: la resistenza alle collisioni di una funzione di hash a 256 bit rende la probabilità di trovare due contenuti distinti con la stessa impronta praticamente nulla, poiché per un insieme di n elementi vale approssimativamente

P_{\mathrm{collisione}} \approx 1 - e^{-\frac{n^2}{2 \cdot 2^{L}}}

dove L = 256 rappresenta la lunghezza dell’impronta in bit. Anche generando miliardi di miliardi di contenuti al secondo per l’intera età dell’universo, la probabilità resterebbe trascurabile. Il problema, dunque, non è qui.

La differenza fra integrità, autenticità e veridicità

Il punto critico si annida in una confusione terminologica che il marketing di settore alimenta con costanza. La crittografia distingue con nettezza tre proprietà che il linguaggio comune tende a sovrapporre.

L’integrità è la proprietà per cui un contenuto non è stato modificato dopo un dato istante. È esattamente ciò che il manifest garantisce, ed è una garanzia forte. L’autenticità è la proprietà per cui il contenuto proviene effettivamente dal soggetto dichiarato. Anche questa è garantita, ma con una limitazione decisiva: è garantita nella misura in cui la chiave privata del firmatario non sia stata compromessa e il firmatario sia realmente chi afferma di essere, il che dipende interamente dall’autorità che gli ha rilasciato il certificato. La veridicità, cioè la corrispondenza fra ciò che l’immagine mostra e ciò che è accaduto, non è garantita in alcun modo, né lo sarà mai, perché nessuna proprietà computabile del file può stabilire una relazione con il mondo esterno al file.

Questa terza limitazione non è un difetto dell’implementazione corrente, superabile con una versione successiva dello standard. È una conseguenza di ciò che la crittografia è. Le funzioni crittografiche operano su sequenze di bit e producono affermazioni su sequenze di bit. Il passaggio dall’affermazione sui bit all’affermazione sul mondo richiede un testimone, e il testimone è sempre umano.

La catena di custodia e i suoi anelli deboli

Un secondo ordine di limitazioni riguarda la trasmissione. Il manifest vive nei segmenti di metadati del file, e tali segmenti sono la prima cosa che le piattaforme di distribuzione rimuovono per ottimizzare la banda. Uno screenshot, gesto che una parte crescente del pubblico compie decine di volte al giorno, azzera integralmente la catena. Una ricompressione aggressiva la conserva soltanto se l’applicazione che la esegue è stata scritta per preservarla. Il risultato pratico è che l’ecosistema si divide fra un circuito ristretto, quello delle redazioni professionali e degli archivi strutturati, dove la catena sopravvive, e la circolazione di massa, dove evapora nel giro di due o tre passaggi.

Esiste inoltre un limite di copertura temporale che nessuno può eliminare. I Content Credentials funzionano dal momento della loro apposizione in avanti. Non possono certificare retroattivamente la provenienza di immagini acquisite con dispositivi non compatibili, il che significa che l’intero patrimonio fotografico prodotto prima dell’adozione dello standard, cioè la quasi totalità delle immagini esistenti, resta fuori dal sistema in modo permanente. Gli archivi storici, i fondi documentari, le collezioni museali: nulla di tutto questo può essere portato dentro la catena di custodia crittografica se non attraverso una digitalizzazione che certificherebbe soltanto l’atto della digitalizzazione stessa, non l’originale.

Il watermark statistico e la simmetria delle fragilità

L’approccio alternativo, quello del watermarking statistico rappresentato da SynthID, presenta un profilo di fragilità speculare. Incorporando la marcatura nel segnale anziché nei metadati, sopravvive allo screenshot e alla ricompressione moderata, ma trasporta un’informazione minima, sostanzialmente binaria, e non dice chi, quando o con quale strumento. Soprattutto, il rilevatore è proprietario: la verifica dipende dalla disponibilità e dall’onestà di un soggetto privato, e la trasparenza dell’ecosistema informativo viene affidata a un’infrastruttura chiusa.

Nessuno dei due approcci, isolatamente, produce ciò che il pubblico crede di ottenere. La combinazione dei due migliora la copertura, ma non modifica di un millimetro il limite logico: entrambi rispondono alla domanda su come un file è stato prodotto, nessuno risponde alla domanda su che cosa quel file rappresenti.

Il trasferimento della fiducia: dall’immagine all’infrastruttura che la certifica

Il passaggio meno discusso, e a giudizio di chi scrive il più gravido di conseguenze, riguarda lo spostamento dell’oggetto della fiducia. Per centottant’anni il pubblico ha creduto, a torto ma con una certa efficacia pratica, all’immagine in quanto tale. Il sistema di provenienza crittografica chiede di credere non più all’immagine ma alla catena di soggetti che la certificano, e questa catena è composta da entità private, concentrate e non sottoposte ad alcun mandato pubblico.

Il funzionamento di qualunque infrastruttura a chiave pubblica dipende da una trust list, un elenco dei firmatari considerati attendibili. Un manifest tecnicamente valido, firmato da un soggetto non presente nella lista, viene mostrato al verificatore come non attendibile. Ne consegue che il potere reale nel sistema non risiede in chi firma, ma in chi decide chi può firmare. Quella decisione è oggi nelle mani di un consorzio industriale a cui aderiscono i grandi produttori di software e di hardware fotografico, e la sua governance non prevede alcuna forma di rappresentanza degli utilizzatori finali, dei fotografi indipendenti o del pubblico.

Le implicazioni non sono teoriche. Un fotoreporter che operi in un contesto in cui l’identificazione del firmatario costituisce un rischio personale si trova davanti a un dilemma inedito: firmare significa rendere verificabile la provenienza, ma anche rendere tracciabile l’autore. La certificazione della provenienza è, per costruzione, una tecnologia di attribuzione, e l’attribuzione in certi contesti equivale all’esposizione. Il fotogiornalismo ha storicamente protetto le proprie fonti e talvolta se stesso attraverso l’anonimato; un ecosistema in cui l’immagine non firmata è per default sospetta erode quella possibilità in modo strutturale.

Un punto di controllo che la fotografia non aveva mai avuto

Vale la pena misurare l’entità del cambiamento. Nell’ecosistema analogico, la credibilità di un’immagine dipendeva dalla reputazione del fotografo, da quella dell’agenzia e da quella della testata, cioè da una pluralità di soggetti in concorrenza fra loro, con criteri diversi e verificabili attraverso il tempo. Nessuno di questi soggetti poteva impedire a un altro di pubblicare. La verifica era distribuita, lenta e imperfetta, ma non aveva un centro.

Un sistema fondato su liste di fiducia introduce un centro. Chi controlla la lista controlla, in ultima istanza, quali immagini appariranno come attendibili nei visualizzatori conformi. Non si tratta di ipotizzare intenzioni malevole, che non sono in discussione, ma di osservare che una capacità di questo tipo, una volta costruita, esiste indipendentemente da chi la eserciti e da quali garanzie oggi la circondino. La storia delle infrastrutture di certificazione digitale, dalle autorità di certificazione web ai negozi di applicazioni, mostra con una certa regolarità che i punti di controllo tecnici diventano prima o poi punti di controllo politici.

La rincorsa asimmetrica fra marcatura e rimozione

Un ulteriore argomento di prudenza riguarda la dinamica competitiva fra chi marca e chi rimuove. La rigenerazione di un’immagine attraverso un modello di diffusione, operazione oggi alla portata di chiunque disponga di una scheda grafica di fascia media, ricostruisce il segnale integralmente e cancella qualunque watermark incorporato, restituendo un’immagine percettivamente equivalente e priva di marcatura. Sul fronte dei metadati la rimozione è ancora più banale, richiedendo una singola istruzione da riga di comando.

L’asimmetria fra i costi è schiacciante. Marcare in modo robusto richiede ricerca, integrazione nella pipeline, verifica della qualità percettiva e coordinamento industriale. Rimuovere richiede un’operazione. In ogni contesto in cui esiste un incentivo alla rimozione, e nel caso della disinformazione l’incentivo è massimo, il sistema di marcatura verrà aggirato. Ne discende un esito paradossale: la marcatura funzionerà benissimo per gli usi legittimi, dove nessuno ha interesse a rimuoverla, e fallirà proprio negli usi malevoli per contrastare i quali è stata concepita.

Il valore residuo, che non è nullo

Nulla di quanto precede giustifica il rifiuto della tecnologia, e sarebbe un errore leggere questo ragionamento come un invito all’inerzia. Il valore della provenienza crittografica è reale ma va collocato correttamente: serve a proteggere chi opera in buona fede, non a smascherare chi opera in mala fede. Consente a un fotografo di dimostrare la paternità e l’integrità del proprio lavoro; consente a una redazione di documentare il proprio processo; consente a un archivio di tracciare la storia delle modifiche apportate a un fondo. Sono funzioni preziose, e nessuna di esse coincide con quella che il discorso pubblico attribuisce allo strumento.

L’icona come nuovo analfabetismo: quando l’etichetta prende il posto dello sguardo

Il rischio più insidioso non riguarda la tecnologia ma la psicologia collettiva che la accoglierà, e si può formulare con precisione. Se il pubblico impara che i contenuti generati artificialmente portano un’etichetta, dedurrà per contrapposizione che i contenuti privi di etichetta sono autentici. Questa inferenza è logicamente scorretta, poiché l’assenza dell’etichetta può dipendere dalla rimozione, dall’evasione dell’obbligo, dall’origine extraeuropea del contenuto o da un semplice malfunzionamento. Ma è psicologicamente irresistibile, ed è documentata dalla ricerca sulla disinformazione con il nome di effetto di verità implicita.

Il meccanismo si può descrivere in termini bayesiani. Sia A l’evento per cui un contenuto è autentico ed E l’evento per cui non reca etichetta di origine sintetica. La probabilità che interessa al lettore è

P(A \mid E) = \frac{P(E \mid A) \cdot P(A)}{P(E \mid A) \cdot P(A) + P(E \mid \neg A) \cdot P(\neg A)}

Il pubblico, in assenza di alfabetizzazione specifica, tende ad assumere P(E \mid \neg A) \approx 0, cioè a ritenere che un contenuto sintetico non etichettato sia un evento raro. Sotto quell’assunzione il rapporto tende a uno e l’assenza di etichetta viene letta come prova di autenticità. Il valore reale di P(E \mid \neg A) è però destinato a restare elevato per tutte le ragioni discusse nel capitolo precedente, il che significa che l’introduzione dell’etichetta produrrà un aumento netto della credibilità attribuita ai contenuti sintetici non marcati. In altri termini, un sistema di etichettatura parziale può risultare peggiore, sul piano dell’igiene informativa complessiva, di nessun sistema.

La sostituzione dell’euristica al giudizio

C’è un secondo effetto, meno quantificabile e più profondo. L’apparato di verifica automatica offre al lettore una scorciatoia cognitiva: invece di valutare la plausibilità dell’immagine, la coerenza con altre fonti, l’attendibilità della testata e la specificità della didascalia, il lettore controlla la presenza di un’icona. È un trasferimento di responsabilità dal giudizio all’euristica, e le euristiche sono precisamente ciò che chi vuole ingannare studia per aggirare.

Il fotogiornalismo aveva costruito, nell’arco di un secolo, un apparato di verifica che era sostanziale e non formale: il controllo incrociato delle fonti, la conoscenza diretta del fotografo, la verifica della coerenza fra didascalia e contesto, l’esperienza accumulata dei photo editor. Quell’apparato è costoso e non scala, ma funziona sui casi difficili, che sono gli unici che contano. Sostituirlo con un controllo automatico che funziona sui casi facili e fallisce su quelli difficili non è un progresso, è una redistribuzione del rischio verso i momenti in cui il rischio è massimo.

La lezione delle regole del World Press Photo

Chi cerchi un esempio di regolazione intelligente della materia farebbe bene a esaminare l’evoluzione del regolamento del World Press Photo Contest, che nel novembre 2023 compì una rapida marcia indietro rispetto all’apertura inizialmente concessa alle immagini generate nella categoria Open Format, escludendole poi da ogni categoria a seguito delle contestazioni sollevate dai fotoreporter.

Il punto interessante non è il divieto in sé, ma il criterio adottato per distinguere gli strumenti ammessi da quelli vietati. Sono consentiti gli interventi che non introducono informazione non presente nell’originale: la riduzione del rumore, le regolazioni di livelli, colore e contrasto, la selezione degli oggetti per il mascheramento. Sono vietati gli strumenti che informazione ne aggiungono, e vi rientrano esplicitamente il riempimento generativo e i sistemi di ingrandimento basati su super risoluzione, perché ricostruiscono dettaglio che il sensore non aveva registrato.

Questo criterio è tecnicamente più fine di qualunque etichetta binaria, perché non chiede se l’intelligenza artificiale sia stata usata, domanda ormai priva di senso in un ecosistema in cui l’apprendimento automatico è presente nel demosaicing e nell’autofocus, ma chiede se l’immagine finale contenga informazione che non proviene dalla scena. È la domanda giusta, ed è una domanda che nessun sistema di certificazione automatica pone, perché richiede un giudizio.

Vale la pena ricordare anche il gesto di Boris Eldagsen ai Sony World Photography Awards del 2023, che rifiutò il premio ottenuto con un’immagine generata dichiarando di aver voluto verificare quanti fra i giurati e il pubblico se ne sarebbero accorti. La risposta, allora, fu nessuno. Tre anni dopo, con modelli incomparabilmente più capaci, la risposta sarebbe la stessa, e l’esistenza di un’infrastruttura di certificazione non l’avrebbe modificata di una virgola, perché il problema non era la mancanza di uno strumento di verifica ma la mancanza dell’abitudine a verificare.

Il negativo, il provino e la busta d’archivio: ciò che la camera oscura sapeva già

Vi è una ironia storica in questa vicenda che merita di essere esplicitata, perché suggerisce una via d’uscita più praticabile di quella tecnologica. Il sistema di garanzia che l’industria sta costruendo a colpi di firme digitali riproduce, in forma automatizzata e concentrata, un apparato che la fotografia professionale possedeva già in forma manuale e distribuita.

Il negativo originale, conservato nella propria busta con l’indicazione del rullo, della data e del soggetto, costituiva una prova di primo grado: mostrava non soltanto il fotogramma pubblicato ma quelli che lo precedevano e lo seguivano, consentendo di ricostruire la sequenza dell’azione e di verificare che l’istante scelto non fosse stato isolato da un contesto che lo smentiva. Il provino a contatto, con le annotazioni a matita grassa del photo editor, documentava il processo di selezione e ne conservava traccia. L’archivio, con la propria numerazione progressiva e i propri registri di entrata, forniva una catena di custodia ispezionabile a distanza di decenni.

Questo apparato era esattamente una catena di custodia, e possedeva due proprietà che quella crittografica non possiede. La prima è che documentava il processo e non solo il prodotto: dal provino si capiva che cosa il fotografo aveva scelto di non mostrare, informazione spesso più significativa di quella contenuta nell’immagine pubblicata. La seconda è che era distribuita: nessuna autorità centrale decideva quali archivi fossero attendibili, e la verifica passava attraverso il confronto fra fondi conservati da soggetti diversi.

Che cosa si è perduto nella transizione digitale

La fotografia digitale ha smantellato quell’apparato senza sostituirlo. Il file RAW avrebbe potuto svolgere la funzione del negativo, e in parte la svolge, ma la pratica professionale corrente ne prevede spesso la cancellazione dopo la consegna, per ragioni di spazio e di costo. Il provino a contatto è stato sostituito da cataloghi software le cui basi di dati sono proprietarie, non standardizzate e destinate all’obsolescenza nell’arco di pochi cicli di versione. Gli archivi delle agenzie sono stati in molti casi dismessi, dispersi o venduti a soggetti che li trattano come giacimenti di licenze anziché come fondi documentari.

Il paradosso è evidente: nel momento in cui la verificabilità diventa il problema centrale del settore, il settore ha appena finito di dismettere l’infrastruttura che la garantiva. La firma crittografica viene proposta come soluzione a un vuoto che non era tecnologicamente necessario, e che è stato prodotto da scelte economiche.

Una tabella per distinguere ciò che ciascun presidio garantisce

Confrontare i tre modelli di garanzia con onestà richiede di specificare, per ciascuno, quale domanda sia in grado di soddisfare e quale no.

Domanda a cui rispondereCatena di custodia analogicaProvenienza crittografica C2PAVerifica redazionale sostanziale
Il file è stato alterato dopo l’acquisizione?Parzialmente, per confronto con il negativoSì, con garanzia matematicaNo, se non per indizi
Chi ha prodotto l’immagine?Sì, tramite registri d’archivioSì, se il firmatario è in lista di fiduciaSì, tramite rapporto professionale
Che cosa è stato escluso dall’inquadratura?Sì, tramite provino a contattoNoParzialmente, tramite intervista al fotografo
La scena è stata messa in scena davanti all’obiettivo?NoNoSì, tramite verifica incrociata
La didascalia corrisponde ai fatti?NoNoSì, è la sua funzione propria
Il presidio sopravvive alla condivisione social?Non applicabileNoNon applicabile
Copre il patrimonio prodotto in passato?No
Dipende da un’autorità centrale?NoNo
Costo marginale per immagineElevatoProssimo a zeroElevato

La lettura della tabella conduce a una conclusione che l’entusiasmo corrente tende a rimuovere: le uniche domande che contano davvero per il lettore di un giornale, cioè le ultime due della sezione centrale, ricevono risposta soltanto dalla colonna più costosa e meno automatizzabile. La certificazione crittografica eccelle esattamente là dove il rischio informativo è minore.

Tre presidi che nessun certificato potrà sostituire

Da un’analisi critica ci si attende una proposta, e la proposta che discende da quanto precede non è tecnologica per la ragione già argomentata: il problema non è tecnologico. Riguarda invece la pratica professionale, e si articola in tre presidi che ogni fotografo, ogni agenzia e ogni redazione possono adottare senza attendere alcuno standard.

Il primo presidio è la didascalia sostanziale. Una didascalia che si limiti a nominare il soggetto e il luogo non svolge alcuna funzione probatoria. Una didascalia che specifichi le circostanze dell’accesso, la presenza o l’assenza di indicazioni da parte del soggetto, l’eventuale ricostruzione di una situazione e il rapporto fra il fotografo e la scena fornisce al lettore gli elementi per calibrare la propria fiducia. È il documento più antico e più trascurato del mestiere, e nella prospettiva degli obblighi di trasparenza europei diventa anche il luogo naturale in cui collocare la dichiarazione sull’eventuale impiego di strumenti generativi.

Il secondo presidio è la conservazione dei file sorgente. Mantenere i RAW originali, comprese le esposizioni scartate, ricostituisce l’equivalente del provino a contatto e restituisce al fotografo la capacità di dimostrare il proprio processo. Il costo di archiviazione, oggi, è irrisorio rispetto a quello di una contestazione non difendibile. Nei contratti di committenza giornalistica la disponibilità dei sorgenti dovrebbe diventare una clausola standard, con obblighi di conservazione definiti.

Il terzo presidio è l’alfabetizzazione visiva, ed è quello su cui il settore ha maggiori responsabilità e minore attivismo. Un pubblico che sappia leggere un’immagine, riconoscere le convenzioni del genere a cui appartiene, interrogarsi su chi l’abbia commissionata e su che cosa resti fuori dall’inquadratura è enormemente meno vulnerabile di un pubblico addestrato a cercare un’icona. Questa competenza non si costruisce con avvisi automatici; si costruisce con l’insegnamento, con la critica e con la pubblicazione sistematica del contesto delle immagini.

La domanda giusta da porre a un’immagine

Il quadro normativo europeo che entra in applicazione in questi giorni sposterà una parte considerevole dell’attenzione professionale sulla conformità formale, e la conformità è doverosa. Ma sarebbe un esito povero se l’intera energia del settore si consumasse nel verificare la presenza di un’etichetta.

La domanda che conta non è se un’immagine sia autentica, perché quella domanda, posta al file, non ha risposta e non l’ha mai avuta. La domanda che conta è chi garantisce quell’immagine, sulla base di quale competenza, con quale accesso alla scena e assumendosi quale responsabilità in caso di errore. È una domanda che riguarda persone e istituzioni, non algoritmi, ed è la stessa domanda che si poneva un direttore di giornale nel 1936 davanti a una fotografia arrivata dalla Spagna. La tecnologia ha cambiato tutto tranne questo, e chiunque prometta il contrario sta vendendo qualcosa.

Domande Frequenti sulla Provenienza Crittografica delle Immagini (FAQ)

Che cosa certifica esattamente un manifest C2PA? Certifica l’integrità del file dal momento della firma in avanti e l’identità del firmatario, purché quest’ultimo sia riconosciuto dalla lista di fiducia del verificatore. Non certifica in alcun modo che la scena rappresentata corrisponda a un evento realmente accaduto nei termini in cui appare.

Una fotografia firmata crittograficamente può essere ingannevole? Sì, e senza alcuna violazione tecnica. Qualunque messa in scena costruita davanti all’obiettivo produce un file autentico sotto ogni profilo verificabile. La firma attesta il processo di acquisizione, non l’onestà di ciò che è stato acquisito.

Perché si sostiene che l’etichettatura possa rendere più credibili i contenuti falsi? Perché il pubblico tende a interpretare l’assenza di etichetta come prova di autenticità. Poiché una quota rilevante di contenuti sintetici circolerà priva di marcatura, per rimozione o per evasione dell’obbligo, l’introduzione dell’etichetta trasferisce a quei contenuti una credibilità che prima non avevano. È il fenomeno noto come effetto di verità implicita.

Quanto è facile rimuovere una marcatura di provenienza? La rimozione dei metadati richiede una singola operazione. La cancellazione di un watermark incorporato nel segnale si ottiene rigenerando l’immagine con un modello di diffusione, procedura oggi accessibile con hardware di fascia media. L’asimmetria fra il costo di marcare e quello di rimuovere è strutturale.

Le mie fotografie d’archivio possono essere certificate a posteriori? No, non nel senso che interessa. È possibile firmare la scansione o il file odierno, ma la firma attesterà soltanto quell’operazione, non l’originale né la sua storia precedente. Il patrimonio fotografico prodotto prima dell’adozione dello standard resta strutturalmente fuori dal sistema.

La provenienza crittografica è quindi inutile? Al contrario, ma va collocata correttamente. Serve a proteggere chi opera in buona fede, consentendogli di dimostrare paternità e integrità del proprio lavoro, e serve alle redazioni per documentare il proprio processo. Non serve a smascherare chi opera in mala fede, perché costui rimuoverà la marcatura.

Chi decide quali firmatari sono attendibili? Le liste di fiducia sono gestite da consorzi industriali privati, la cui governance non prevede rappresentanza degli utilizzatori finali né dei fotografi indipendenti. Chi controlla la lista determina, in ultima istanza, quali immagini appariranno attendibili nei visualizzatori conformi.

La certificazione può costituire un rischio per il fotoreporter? Sì, in determinati contesti. La provenienza è per costruzione una tecnologia di attribuzione, e l’attribuzione può equivalere all’esposizione personale. Un ecosistema in cui l’immagine non firmata risulta per default sospetta erode le possibilità operative di chi lavora in condizioni di rischio.

Qual è il criterio più solido per distinguere gli interventi ammissibili da quelli inaccettabili? Non la presenza o l’assenza di intelligenza artificiale, ormai indistinguibile dal funzionamento ordinario di qualunque apparecchio, ma la questione se l’intervento aggiunga informazione non presente nella scena registrata dal sensore. È il criterio adottato dal regolamento del World Press Photo Contest, ed è tecnicamente il più fine disponibile.

Che cosa dovrebbe fare concretamente un fotografo professionista oggi? Tre cose, nessuna delle quali richiede attrezzatura nuova: redigere didascalie sostanziali che documentino le circostanze dell’accesso alla scena, conservare i file sorgente compresi gli scarti, e pretendere che i contratti di committenza disciplinino la conservazione e la trasmissione di tali materiali.

La normativa europea risolve il problema? Risolve un problema diverso e più circoscritto, cioè l’obbligo di dichiarare l’origine sintetica dei contenuti. È un intervento utile sul piano del patto informativo, ma non affronta né può affrontare la questione della veridicità di ciò che un’immagine autentica rappresenta.

Perché si insiste tanto sull’alfabetizzazione visiva? Perché è l’unico presidio che agisce sul lato del ricevente e non dipende dalla cooperazione di chi produce il contenuto. Un lettore capace di interrogare un’immagine sul suo committente, sul suo contesto e su ciò che resta fuori dall’inquadratura è meno vulnerabile di un lettore addestrato a cercare un’icona.

Fonti

Non perderti la nostra offerta di benvenuto

Iscrivendoti alla nostra newsletter non solo avrai, una volta a settimana, il riassunto dei nostri articoli nella tua casella di posta, ma avrai diritto ad un codice sconto del 50% da impiegare nel nostro negozio* . Riceverai il codice

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

*Su una selezione di libri

amazon

Hey, ciao 👋
Piacere di conoscerti.

Iscriviti per ricevere contenuti fantastici nella tua casella di posta, ogni mese.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Articoli Recenti

Categorie Principali

Articoli correlati