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La fotografia brasiliana, dall’Impero alla foresta: il paese più fotografico del Sud del mondo

Vi sono paesi che entrano nella storia della fotografia come soggetto prima ancora che come tradizione. Il Brasile è uno di questi: un paese talmente vasto, talmente contraddittorio, talmente carico di bellezza e di violenza, di giungla e di megalopoli, di miseria e di carnevale, che i fotografi, brasiliani e stranieri, non hanno mai finito di fotografarlo. È il paese in cui l’Impero portoghese d’America si fece ritrarre con la stessa solennità delle corti europee, in cui immigrati italiani e tedeschi portarono le proprie tradizioni fotografiche mescolandole con la luce tropicale del Sud, in cui il modernismo degli anni Cinquanta costruì una delle tradizioni fotografiche più originali del mondo, e in cui Sebastião Salgado, nato nel Minas Gerais nel 1944, produsse nel corso di cinquant’anni di lavoro un’opera che non ha equivalenti nel fotogiornalismo mondiale per ampiezza di visione, qualità formale e capacità di far vedere al mondo ciò che preferisce non guardare.

Capire la fotografia brasiliana richiede capire il Brasile: la sua storia di colonia e di Impero, la sua diversità etnica e culturale senza uguali al mondo, la sua disuguaglianza sociale che è tra le più estreme del pianeta, la sua natura che è ancora, malgrado la deforestazione, la più vasta e la più biologicamente ricca della Terra. Tutte queste dimensioni si riflettono nella sua fotografia, che è al tempo stesso documento e interpretazione, denuncia e celebrazione, memoria e profezia.

L’Impero del Brasile e i pionieri della fotografia

La fotografia raggiunse il Brasile in modo straordinariamente rapido. Hercules Florence, pittore e inventore francese stabilitosi a Campinas, aveva sviluppato autonomamente, già nel 1833, un processo di fissazione dell’immagine luminosa che chiamò “photographie” sei anni prima che Daguerre annunciasse la propria invenzione a Parigi. Le sue fotografie, conservate nel Museu Paulista di São Paulo, sono tra le immagini fotografiche più antiche della storia.

Quando la notizia dell’invenzione di Daguerre raggiunse il Brasile nell’agosto del 1839, l’Imperatore Pedro II rimase immediatamente affascinato dalla nuova tecnica, diventando uno dei più appassionati fotografi amatori del XIX secolo e il primo capo di stato al mondo a fotografare sistematicamente. La sua collezione di fotografie, migliaia di stampe e negativi conservati nel Museu Imperial di Petrópolis, è uno degli archivi fotografici imperiali più importanti del mondo. Il fatto che il Brasile avesse un imperatore appassionato di fotografia non era un dettaglio irrilevante: permise alla fotografia di stabilirsi immediatamente nei circoli più alti della società brasiliana, attrarre fotografi di qualità e trovare una clientela colta disposta a investire nel mezzo.

Marc Ferrez, nato a Rio de Janeiro nel 1843 da genitori francesi, formatosi a Parigi, è il fotografo brasiliano più importante del XIX secolo. Per quasi cinquant’anni, dal 1860 alla fine del secolo, documentò il Brasile con la stessa metodicità che Atget applicava a Parigi: paesaggi dell’Amazzonia, fazendas del caffè, coste e baie, monumenti e strade di Rio, ritratti di ogni ceto sociale, documentazione delle grandi opere pubbliche, ferrovie, ponti, strade, che l’Impero stava costruendo. Le sue fotografie panoramiche di Rio de Janeiro, scattate con una macchina panoramica di grande formato, sono tra le immagini più belle della fotografia geografica del Novecento.

I fotografi italiani e la costruzione dell’archivio visivo brasiliano

Tra i pionieri della fotografia brasiliana, il contributo italiano è straordinario per quantità e qualità. L’immigrazione italiana, soprattutto nello stato di São Paulo, dove milioni di veneti, toscani, calabresi e siciliani arrivarono tra il 1880 e il 1930, portò con sé fotografi di talento che documentarono la nuova patria con gli occhi di chi stava costruendo qualcosa e voleva conservarne la memoria.

Vincenzo Pastore, nato a Pisticci in Basilicata nel 1865, stabilitosi a São Paulo nel 1892, fu il più importante fotografo di strada del Brasile di fine Ottocento e inizio Novecento. Le sue fotografie di São Paulo nei primi anni del Novecento, venditori ambulanti, operai, immigrati nei cortiços, carri trainati da buoi che convivevano con i primi automobili, sono documenti di straordinaria vivacità visiva, unici per la qualità dell’osservazione e per la naturalezza con cui i soggetti vengono colti nella vita quotidiana. Gaetano Felici, fotografo di corte di Pedro II, e il bolognese Nicola Delgado, autore di alcune delle più belle vedute di Rio de Janeiro del secondo Ottocento, si inscrivono nella stessa tradizione italiana del Brasile imperiale, che mescolava competenza tecnica europea e sensibilità visiva formatasi nella cultura dell’immagine italiana.

Il Fotoclubismo e il modernismo fotografico brasiliano

Il contributo più originale del Brasile alla storia mondiale della fotografia, prima di Salgado, fu il movimento che il MoMA di New York ha battezzato “Fotoclubismo” nella grande mostra del 2021 “Fotoclubismo: Brazilian Modernist Photography, 1946–1964“: la tradizione di fotografia artistica prodotta dai fotoclubs di São Paulo e di Rio de Janeiro tra il 1946 e il 1964, che sviluppò un linguaggio modernista di straordinaria originalità mescolando la lezione del costruttivismo europeo con la luce, i colori e i soggetti del Brasile.

Il Foto Cine Clube Bandeirante di São Paulo, fondato nel 1939, fu il principale laboratorio di questa tradizione. Al suo interno, fotografi amatori di formazione diversa, ingegneri, architetti, medici, molti di origine italiana o tedesca, sperimentavano con angoli insoliti, composizioni geometriche, giochi di luce e ombra chiaramente influenzati dalle avanguardie europee della Neue Sehen e del costruttivismo, ma applicati a soggetti completamente diversi: la luce tropicale di São Paulo all’alba, le figure femminili sulle spiagge di Santos, i lavoratori nei cantieri dell’industria in espansione.

German Lorca, nato a São Paulo nel 1922 da genitori spagnoli, è il nome più importante di questa tradizione: le sue fotografie degli anni Cinquanta, con figure femminili fotografate dal basso o dall’alto in composizioni geometriche rigorose, con contrasti di luce tropicale che producevano pattern quasi astratti, sono opere di qualità eccellente senza equivalenti nella fotografia latinoamericana del periodo. Thomas Farkas, ungherese di origine, stabilitosi in Brasile, portò nel Fotoclubismo la tradizione costruttivista mitteleuropea, producendo fotografie dell’architettura modernista brasiliana, soprattutto i capolavori di Niemeyer a Brasília, che sono tra i migliori documenti visivi dell’architettura del Novecento.

Geraldo de Barros, pittore concreto oltre che fotografo, spinse il linguaggio fotografico verso l’astrazione più radicale con le sue “Fotoformas” del 1951: fotografie in cui l’immagine originale era trasformata attraverso sovrapposizioni, rotazioni e solarizzazioni fino a diventare forme pure, prive di qualsiasi riferimento figurativo. Le Fotoformas erano la risposta brasiliana ai fotogrammi di Man Ray e agli esperimenti di Moholy-Nagy, ma con un’energia e una libertà formale specificamente brasiliane: meno teoriche, più sensuali, più gioiose. Il MoMA dedicò a questo movimento nel 2021 la mostra “Fotoclubismo: Brazilian Modernist Photography, 1946–1964”, presentandolo per la prima volta al pubblico internazionale come uno dei contributi più originali e meno conosciuti alla storia della fotografia modernista mondiale.

Sebastião Salgado: la coscienza visiva del mondo

Sebastião Salgado, nato nel 1944 ad Aimorés, nel Minas Gerais, è il fotografo di reportage più influente degli ultimi quarant’anni, e il nome brasiliano più riconosciuto nella storia della fotografia mondiale. La sua opera, da “Lavoratori” a “Migranti”, da “Genesi” ad “Amazônia”, è analizzata in dettaglio nell’articolo monografico a lui dedicato su questo sito. Qui basta ricordare che Salgado non sarebbe comprensibile senza il Brasile: è un paese che ha formato la sua sensibilità politica, ha dato alla sua fotografia i soggetti più urgenti, ha ispirato il progetto Instituto Terra di rimboschimento dell’Amazzonia che lui e la moglie Lélia hanno costruito nella loro tenuta natale in Minas Gerais, un progetto che è al tempo stesso atto d’amore verso il paese d’origine e risposta pratica alla crisi ecologica che la sua fotografia aveva documentato per decenni.

Sebastiao Salgado
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La fotografia brasiliana contemporanea

La scena fotografica brasiliana contemporanea è una delle più vivaci e più complesse dell’emisfero sud, e non potrebbe essere altrimenti: il Brasile del XXI secolo è un paese di 215 milioni di abitanti, con una delle più estreme disuguaglianze sociali del pianeta, una crisi ecologica in corso nell’Amazzonia che è anche una crisi politica e culturale, una democrazia che ha attraversato negli ultimi decenni prove durissime, dal ritorno alla democrazia dopo la dittatura militare, alla presidenza Lula, al governo Bolsonaro, al ritorno di Lula, e una scena artistica metropolitana, concentrata soprattutto a São Paulo e a Rio de Janeiro, che è tra le più internazionalizzate del mondo. Tutta questa complessità si riflette nella fotografia: non potrebbe non farlo.

Il São Paulo Art Biennial, la più antica biennale d’arte del mondo dopo Venezia, fondata nel 1951 da Ciccillo Matarazzo su modello della Biennale veneziana, ha sempre incluso la fotografia tra i linguaggi artistici privilegiati, contribuendo a formare generazioni di artisti visivi brasiliani consapevoli delle tradizioni fotografiche internazionali e capaci di elaborarle in chiave originale. La Biennale di São Paulo è da sempre uno degli spazi in cui la fotografia latinoamericana ha trovato visibilità internazionale e ha potuto dialogare con le tradizioni fotografiche europee, nordamericane e asiatiche su un piano di parità, rifiutando la posizione subalterna che il sistema dell’arte internazionale tende ad assegnare alle produzioni del Sud del mondo.

Claudia Andujar, svizzera di origine, naturalizzata brasiliana, nata nel 1931 da padre ungherese ebreo e madre svizzera, è una delle figure più straordinarie della fotografia latinoamericana del Novecento e del XXI secolo. Il suo lavoro con il popolo Yanomami dell’Amazzonia venezuelano-brasiliana dura da oltre cinquant’anni: arrivata in Brasile negli anni Cinquanta come fotografa freelance, Andujar incontrò gli Yanomami nel 1971 durante un servizio per la rivista Realidade e ne rimase trasformata. Da quel momento dedicò la propria vita a documentarli e a difenderli politicamente, diventando una delle principali attiviste per la demarcazione delle loro terre e cofondatrice della Commissione pela Criação do Parque Yanomami. Le sue fotografie degli Yanomami, scattate con obiettivi grandangolari e con una libertà tecnica che produceva immagini talvolta sfocate, mossse, quasi oniriche, non erano documentazione nel senso convenzionale del termine: erano tentativi di entrare nella visione del mondo yanomami, di fotografare la realtà come la vedevano loro, con le allucinazioni sciamaniche, i sogni, le visioni che per loro erano parte della realtà quotidiana tanto quanto la foresta e il fiume. La grande retrospettiva al MoMA di New York nel 2021 ha consacrato internazionalmente un’opera che il mondo della fotografia conosceva da decenni ma che il grande pubblico scopriva per la prima volta.

Miguel Rio Branco, nato a Gran Canaria nel 1946 da genitori brasiliani, formatosi tra il Brasile e gli Stati Uniti, è uno degli artisti visivi più originali del Brasile contemporaneo, capace di muoversi con la stessa facilità tra fotografia, pittura, installazione e cinema. Le sue fotografie, spesso di corpi, di pelle, di superfici consumate dal tempo, di colori saturi al limite dell’astrazione, hanno una qualità sensoriale intensa che le distingue da qualsiasi altra fotografia latinoamericana: sono immagini che si sentono oltre che si vedono, cariche di una fisicità e di una malinconia che ricordano certi film di Glauber Rocha o certi romanzi di João Guimarães Rosa. Rio Branco è membro della Magnum dal 1980, e la sua presenza nell’agenzia ha contribuito a dare alla fotografia brasiliana la visibilità internazionale che meritava.

Rosângela Rennó, nata a Belo Horizonte nel 1962, è la più importante artista concettuale brasiliana che lavori con la fotografia, e una delle voci più originali della riflessione contemporanea sulla memoria fotografica e sulla sua fragilità. Il suo metodo è radicalmente diverso da quello di qualsiasi fotografo tradizionale: Rennó non scatta fotografie, ma lavora con fotografie trovate, archivi familiari, fotografie carcerarie, album di comunità scomparse, negativi abbandonati, immagini anonime recuperate nei mercatini delle pulci, trasformandole, ingrandendole, cancellandole parzialmente, sovrapponendole, collocandole in installazioni che interrogano il rapporto tra immagine, identità e oblio. La sua serie “Arquivo Universal”, un catalogo di notizie di giornale in cui la fotografia è assente ma descritta nel testo, è uno dei lavori concettuali più intelligenti degli ultimi trent’anni sull’impossibilità e sulla necessità dell’immagine fotografica.

Vik Muniz, nato a São Paulo nel 1961, residente a New York dal 1983, lavora al confine tra fotografia, scultura e arte concettuale, costruendo immagini elaborate con materiali inconsueti, cioccolato, filo spinato, spazzatura, zucchero, sangue, e fotografandole per trasformarle in stampe fotografiche che sono al tempo stesso oggetto artigianale e immagine pittorica. Il suo documentario “Waste Land” (2010), che lo seguiva in un progetto artistico con i catadores, i raccoglitori di materiale riciclabile della discarica di Jardim Gramacho a Rio de Janeiro, vinse il Sundance e divenne uno dei film d’arte più visti degli anni Dieci, portando la fotografia brasiliana a un pubblico di milioni di spettatori che non avrebbero mai visitato una galleria d’arte.

La fotografia documentaria e di reportage brasiliana contemporanea è dominata dalla necessità di raccontare un paese di contraddizioni estreme: le favelas di Rio de Janeiro e le ville dei condominios chiusi di São Paulo, la violenza della polizia nei confronti delle comunità nere e periferiche, la deforestazione accelerata dell’Amazzonia, i movimenti sociali, dal MST, il Movimento dei Senza Terra, agli indigeni in lotta per le proprie terre, che resistono alle pressioni dell’agrobusiness e dell’estrattivismo. Fotografi come Lalo de Almeida, vincitore di numerosi premi internazionali per i suoi reportage sull’Amazzonia e sulle comunità indigene, e Sebastián Liste, che ha documentato per anni la vita nelle favelas di São Paulo e di Salvador de Bahia con un rigore formale e una profondità umana di primo livello, mostrano la vitalità di una tradizione di fotogiornalismo di impegno civile che discende direttamente, anche se attraverso percorsi tortuosi, dalla lezione di Salgado.

La diffusione dei social media e della fotografia digitale ha trasformato in modo radicale anche la scena fotografica brasiliana, come ovunque nel mondo. Il Brasile è uno dei paesi con il più alto tasso di utilizzo di Instagram al mondo, e la cultura visiva che le piattaforme digitali hanno prodotto, selfie, fotografia di lifestyle, fotografia di cibo, fotografia di viaggio, ha una specificità brasiliana riconoscibile: più corporea, più colorata, più sensuosamente legata al corpo e al paesaggio di quanto accada nelle fotografie prodotte in Europa o in Nord America. Questa fotografia popolare non è il territorio dell’arte fotografica di ricerca, ma è la base culturale su cui la fotografia d’autore brasiliana si costruisce, il pubblico potenziale che istituzioni come l’Instituto Moreira Salles, con la sua straordinaria collezione di fotografia storica e contemporanea brasiliana e il suo programma di mostre e pubblicazioni di primo livello, cerca di formare e di educare a una visione fotografica più consapevole e più critica.

L’Instituto Moreira Salles, con sedi a São Paulo, Rio de Janeiro, Belo Horizonte e Poços de Caldas, è l’istituzione fotografica più importante del Brasile e una delle più significative dell’America Latina: conserva oltre ocho milioni di fotografie storiche, pubblica la rivista Zum, una delle più belle riviste di fotografia del mondo per qualità grafica e editoriale, e gestisce un programma di borse e residenze per fotografi che ha contribuito a formare molti dei nomi più importanti della scena brasiliana contemporanea. È la prova che il Brasile non ha solo una grande tradizione fotografica alle spalle, ma le strutture istituzionali per preservarla, studiarla e trasmetterla alle generazioni future.

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