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La fotografia svedese, dalla luce del Nord alla Luna: Hasselblad e la tradizione visiva scandinava

Vi sono paesi in cui la fotografia nasce come risposta al paesaggio. La Svezia è uno di questi: un paese di luce obliqua e scarsa per gran parte dell’anno, di estati bianche in cui il sole non tramonta mai, di inverni in cui la notte dura diciassette ore, di foreste, laghi, coste frastagliate e pianure agricole che cambiano colore di settimana in settimana con una rapidità senza uguali nell’Europa meridionale. Questa luce, così diversa dalla luce mediterranea netta e alta, così difficile da controllare con i mezzi fotografici dell’Ottocento e così affascinante per chi la sapeva aspettare, ha plasmato la fotografia svedese in modo profondo e persistente, dando alle sue espressioni migliori una qualità atmosferica, una sensibilità tonale e una pazienza contemplativa che si riconoscono come nordiche anche senza sapere chi le ha prodotte.

Indice dei Contenuti

In Sintesi

  • La luce obliqua e stagionale della Svezia ha plasmato profondamente l’estetica fotografica nazionale, generando una sensibilità tonale e un approccio contemplativo riconoscibili come nordici, che trovarono nella corrente pittorialista del primo Novecento la loro espressione più raffinata.
  • Victor Hasselblad, ornitologo e imprenditore di Göteborg, fondò nel 1943 la casa produttrice che avrebbe rivoluzionato la fotografia professionale mondiale, partendo da una commessa militare durante la Seconda guerra mondiale e arrivando, con la 500C del 1957, a costruire la reflex di medio formato più apprezzata della storia.
  • Nel 1962 la NASA adottò le fotocamere Hasselblad per le missioni spaziali: la 500EL documentò lo sbarco sulla Luna nel 1969, trasformando il brand svedese in simbolo globale di affidabilità meccanica assoluta.
  • Il fotografo svedese Lennart Nilsson rivoluzionò la fotografia biomedica con le sue immagini del feto in sviluppo pubblicate su Life Magazine nel 1965, vendendo quattro milioni di copie in pochi giorni in 49 paesi.
  • La Svezia ha costruito istituzioni fotografiche di eccellenza mondiale: la Hasselblad Foundation (1979) con il suo Premio — il “Nobel della fotografia” — e il Fotografiska di Stoccolma (2010), oggi uno dei musei fotografici più visitati al mondo, replicato a New York, Berlino, Tallinn e Mumbai.

La fotografia svedese, dalla luce del Nord alla Luna: Hasselblad e la tradizione visiva scandinava

Ma la Svezia non è soltanto paesaggio e luce: è anche, soprattutto nel Novecento, un paese che ha saputo costruire intorno alla fotografia istituzioni di eccellenza assoluta, la Hasselblad Foundation, il Fotografiska di Stoccolma, le scuole d’arte di Göteborg, e un’industria fotografica che ha prodotto lo strumento forse più importante della storia della fotografia del Novecento: la Hasselblad, la macchina fotografica che ha fotografato la Luna. Quella fotocamera, nata durante la Seconda guerra mondiale in un capannone di Göteborg, perfezionata nel corso di tre decenni fino a raggiungere una qualità meccanica e ottica senza precedenti, portata sulla Luna dagli astronauti dell’Apollo, è la sintesi di tutto ciò che la cultura tecnica svedese sa fare meglio: precisione assoluta, affidabilità testata all’estremo, semplicità di forme che non ammette nessun eccesso decorativo.

La storia di come un paese di nove milioni di abitanti abbia prodotto la fotocamera più famosa del mondo, e di come la cultura visiva che quella fotocamera esprimeva si inserisca in una tradizione fotografica nazionale di grande ricchezza, è la storia che questo articolo vuole raccontare.

Hasselblad
Photo by Jerry Zhang on Unsplash

I pionieri: la fotografia arriva in Svezia

La fotografia raggiunse la Svezia con la rapidità che caratterizzò la sua diffusione in tutta l’Europa del Nord. Già nella primavera del 1839 i giornali svedesi davano notizia dell’invenzione di Daguerre, e nell’autunno dello stesso anno i primi dagherrotipi erano stati prodotti a Stoccolma da fotografi itineranti che percorrevano l’Europa settentrionale portando la nuova tecnica di capitale in capitale. Il primo dagherrotipista documentato in Svezia fu lo svedese Per Leander Roos, che nel 1840 aprì a Stoccolma uno dei primi studi fotografici del paese.

La Svezia dell’epoca era un paese in transizione accelerata: la prima metà dell’Ottocento aveva portato l’abolizione dei privilegi nobiliari, l’avvio dell’industrializzazione, la crescita delle città e una riorganizzazione sociale profonda che stava creando una borghesia urbana in rapida espansione. Questa borghesia, mercanti, professionisti, funzionari, artigiani qualificati, era il pubblico naturale per la fotografia di ritratto: un servizio che permetteva di fissare la propria immagine con una precisione e un’accessibilità che la pittura di ritratto, prerogativa delle classi più ricche, non aveva mai potuto offrire.

Nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta, gli studi fotografici proliferarono nelle principali città svedesi, Stoccolma, Göteborg, Malmö, Uppsala, e la domanda di ritratti in carte de visite, introdotte in Svezia negli anni Sessanta, portò la fotografia nelle case della classe media con una velocità che non aveva precedenti nella storia delle immagini. Fotografi professionisti di buona qualità tecnica si stabilirono nelle città maggiori, costruendo carriere solide al servizio di una clientela sempre più ampia e diversificata.

Una delle figure più interessanti della fotografia svedese di fine Ottocento è Hilda Sjölin (1863–1927), una delle prime donne fotografe professioniste del paese, che aprì nel 1891 a Göteborg uno studio fotografico di grande successo e contribuì a definire i codici estetici del ritratto fotografico svedese di fine secolo. La Sjölin appartiene alla generazione di fotografe pioniere che in tutta l’Europa del Nord, da Emmy Callis in Danimarca a Gertrude Käsebier in America, aprirono uno spazio professionale alle donne in un settore che avrebbe altrimenti rischiato di rimanere prerogativa maschile. Il fatto che Göteborg producesse una delle più importanti fotografe professioniste del paese non era casuale: la città portuale, aperta agli scambi commerciali e culturali con l’Europa nordoccidentale, aveva una tradizione di relativa apertura sociale che le città più tradizionali del paese non possedevano nella stessa misura.

Product shot of Hasselblad 500 C/M
Photo by Diego Miranda on Unsplash

La luce del Nord e il pittorialismo svedese

La fotografia pittorialista trovò in Svezia un terreno particolarmente fertile nella prima decade del Novecento, quando la tradizione romantica del paesaggio nordico, che aveva i suoi maestri pittorici in Carl Larsson, Anders Zorn e Bruno Liljefors, si incontrò con l’estetica fotografica che cercava di trasformare la fotocamera in uno strumento di espressione artistica autonoma.

I pittorialisti svedesi, tra cui spiccano Henry B. Goodwin, fotografo di moda e di ritratto di straordinaria raffinatezza formale, e Heinrich Kühn, che pur essendo austriaco trascorse periodi significativi in Scandinavia, lavoravano con stampe a gomma bicromatizzata e a carbone, con ritocchi pittorici sulla stampa, con composizioni che deliberatamente evocavano la pittura di paesaggio romantica. Questa fotografia non era imitazione servile della pittura: era un tentativo di costruire per la fotografia un linguaggio estetico degno del mezzo, capace di giustificarne la presenza nelle mostre d’arte e nei musei accanto alla pittura e alla scultura.

La luce svedese, quella luce bassa e laterale che nei mesi invernali non si alza mai sopra l’orizzonte, quella luce d’estate che non tramonta mai del tutto, era al tempo stesso una sfida tecnica e un’opportunità estetica per i fotografi del primo Novecento. Le emulsioni fotografiche dell’epoca erano ortochromatiche: non sensibili al rosso, tendevano a schiarire i colori freddi e ad oscurire quelli caldi, producendo con la luce svedese effetti di contrasto che nei climi meridionali sarebbero stati impossibili. I pittorialisti svedesi più capaci seppero sfruttare queste caratteristiche tecniche per produrre immagini in cui la nebbia mattutina sui laghi, la brina sulle foreste, la luce invernale sulle facciate di pietra assumevano una qualità quasi onirica, al confine tra il documento e la visione.

Victor Hasselblad: un uccello, una scommessa, una fotocamera

La storia di Hasselblad comincia con gli uccelli. Victor Hasselblad, nato a Göteborg nel 1906, erede di una famiglia di commercianti di materiale fotografico, era prima di tutto un appassionato ornitologo, ed era la fotografia degli uccelli selvatici che lo aveva portato a sviluppare una sensibilità tecnica fuori dal comune per i problemi della fotocamera. Fotografare uccelli in volo richiedeva velocità, affidabilità meccanica assoluta e qualità ottica sufficiente a fissare il dettaglio del piumaggio in condizioni di luce variabile: le fotocamere disponibili sul mercato degli anni Trenta non soddisfacevano pienamente questi requisiti, e Hasselblad cominciò a interrogarsi su come una fotocamera ideale avrebbe dovuto essere costruita.

Hasselblad

Gli anni che trascorse a Dresda e poi a New York, dove lavorò per il rappresentante Eastman Kodak, gli permisero di conoscere dall’interno il mercato fotografico mondiale, di capire cosa mancava nell’offerta disponibile, di sviluppare contatti nel mondo dell’industria fotografica internazionale che avrebbero avuto importanza decisiva nel suo futuro. Tornato in Svezia nel 1937, si inserì nell’azienda di famiglia come responsabile del settore importazioni, continuando a pensare alla fotocamera ideale che avrebbe voluto costruire.

Fu la Seconda guerra mondiale a trasformare questa visione personale in un progetto industriale concreto. Il governo svedese, preoccupato dalla necessità di dotarsi di capacità di ricognizione aerea autonome in un contesto geopolitico sempre più minaccioso, si rivolse nel 1940 a Victor Hasselblad con una richiesta precisa: era in grado di replicare una fotocamera aerea tedesca che l’intelligence svedese aveva recuperato? Hasselblad rispose di sì, con la disinvoltura di chi sa che la risposta giusta, in quel momento, era affermare.

In un capannone di Göteborg, lavorando di sera con un meccanico del garage confinante, Hasselblad progettò e costruì la HK7, la fotocamera aerea militare che il governo svedese aveva commissionato. La HK7 fu completata nel 1941 e consegnata all’Aeronautica svedese: funzionava, era affidabile, era costruita con una precisione meccanica che le forze armate svedesi avevano ragione di apprezzare. Il governo ordinò dozzine di esemplari, e la piccola officina di Göteborg diventò improvvisamente un’azienda vera, con commesse pubbliche significative e la necessità di strutturarsi in modo professionale.

Nel 1943, Victor prese il controllo della F.W. Hasselblad & Co, l’azienda commerciale fondata dal nonno Friedrich Wilhelm Hasselblad nel 1841 come importatore di materiali fotografici, e la Hasselblad Fotografiska AB, incorporando in un’unica struttura la tradizione commerciale della famiglia e la nuova capacità produttiva. Aveva trentasette anni e aveva appena fondato quella che sarebbe diventata la principale casa produttrice di fotocamere di medio formato del mondo.

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Photo by Declan Sun on Unsplash

La 1600F e la 500C: costruire la perfezione

A guerra finita, con le commesse militari in rapido declino, Hasselblad doveva reinventarsi come produttore civile. La domanda che guidava la progettazione era semplice nella formulazione ma enormemente impegnativa nella risposta: era possibile costruire una fotocamera di medio formato, con la qualità d’immagine superiore che il 6x6cm garantiva rispetto al 35mm, che fosse al tempo stesso maneggevole, rapida nell’uso e costruita con gli standard meccanici che il lavoro militare aveva insegnato?

A guerra finita, con le commesse militari in rapido declino, Hasselblad doveva reinventarsi come produttore civile. La domanda che guidava la progettazione era semplice nella formulazione ma enormemente impegnativa nella risposta: era possibile costruire una fotocamera di medio formato, con la qualità d’immagine superiore che il 6x6cm garantiva rispetto al 35mm, che fosse al tempo stesso maneggevole, rapida nell’uso e costruita con gli standard meccanici che il lavoro militare aveva insegnato?

La risposta fu la Hasselblad 1600F, presentata nel 1948: una fotocamera reflex monobiettivo in formato 6×6, con obiettivo intercambiabile, magazzino pellicola intercambiabile e un otturatore tra le lamelle nel corpo da 1/1600 di secondo che era, per l’epoca, semplicemente il più veloce del mondo per una fotocamera di quella classe. La 1600F era bella da vedere, il cubo di metallo nero con le proporzioni quasi perfette, l’obiettivo Carl Zeiss che sporgeva dal corpo con la sua promessa di qualità assoluta, e funzionava bene, anche se l’otturatore nel corpo si rivelò meccanicamente complesso e soggetto a malfunzionamenti.

Fu la versione successiva, la 500C, presentata nel 1957, a diventare lo strumento definitivo. Abbandonando l’otturatore nel corpo in favore di otturatori nei singoli obiettivi, la 500C guadagnò in affidabilità meccanica assoluta ciò che perdeva in velocità di otturazione massima. Ma la scelta più importante della 500C fu il sistema di obiettivi: la partnership con Zeiss, che forniva ottiche progettate appositamente per Hasselblad, il Planar 80mm f/2.8, lo Distagon grandangolare, il Sonnar teleobiettivo, garantiva una qualità ottica che non aveva uguali nel settore delle fotocamere reflex di medio formato.

La 500C divenne rapidamente lo standard di riferimento della fotografia professionale di studio: i fotografi di moda, i ritrattisti di alto livello, i fotografi pubblicitari che avevano bisogno della massima qualità d’immagine si convertirono alla Hasselblad con una decisione che spesso si trasformava in fedeltà permanente. La meccanica modulare, corpo, obiettivo e magazzino pellicola intercambiabili in modo indipendente, permetteva una flessibilità operativa senza precedenti: si poteva cambiare obiettivo senza perdere il rullo, si poteva portare in studio magazzini carichi di pellicole diverse e cambiarli in metà fotogramma, si poteva passare da 12 a 24 scatti per rullo semplicemente cambiando il magazzino.

La NASA e la Luna: quando una fotocamera diventa simbolo

Nel 1962, la NASA cominciò a usare fotocamere Hasselblad nelle missioni spaziali, a partire dal programma Mercury. La scelta non fu casuale né automatica: la NASA valutò diverse fotocamere e scelse Hasselblad per la combinazione di qualità ottica, affidabilità meccanica e flessibilità operativa che nessun altro produttore sapeva offrire allo stesso livello. Le modifiche richieste dalla NASA, versioni speciali per l’uso in tuta spaziale, con comandi ingranditi che permettessero la manipolazione con i guanti pressurizzati, e magazzini da 70mm per aumentare il numero di fotogrammi disponibili per ogni missione, furono sviluppate da Hasselblad in stretta collaborazione con gli ingegneri della NASA.

La 500EL, la versione motorizzata della 500C, introdotta nel 1965 proprio come risposta alle esigenze NASA, permetteva l’avanzamento automatico della pellicola e il riarmo dell’otturatore, rendendo possibile la ripresa rapida in condizioni operative difficili. Era questo lo strumento che gli astronauti dell’Apollo portarono sulla Luna: una fotocamera che era stata progettata per fotografare gli uccelli in volo nelle paludi svedesi e si trovava a documentare il più grande passo dell’umanità nello spazio.

Le fotografie scattate sulla Luna con le Hasselblad sono forse le immagini più viste della storia della fotografia: il riflesso del paesaggio lunare nella visiera del casco di Buzz Aldrin, i campi di polvere grigia sotto il sole senza atmosfera, la Terra che si alza sull’orizzonte della Luna come un pianeta azzurro e fragile in un cielo nero assoluto. Nessuna fotocamera prima o dopo ha prodotto immagini così cariche di significato con così poca scenografia: solo la qualità ottica degli obiettivi Zeiss, la perfezione meccanica dei corpi Hasselblad e il silenzio assoluto di un luogo in cui la fotografia era l’unico modo di portare qualcosa a casa.

La pubblicità generata dall’uso Hasselblad nel programma Apollo fu, comprensibilmente, di proporzioni straordinarie. Il nome Hasselblad divenne sinonimo di qualità assoluta in un modo che nessuna campagna pubblicitaria avrebbe mai potuto ottenere: se era abbastanza buona per la Luna, era abbastanza buona per qualsiasi cosa. I fotografi professionisti di tutto il mondo che già usavano Hasselblad videro la propria scelta confermata nel modo più spettacolare immaginabile; quelli che non la usavano avevano ora una ragione in più per riconsiderare.

La Hasselblad Foundation e il Premio Hasselblad

Una delle eredità più significative di Victor Hasselblad, scomparso nel 1978, è la fondazione che porta il suo nome e che ha trasformato Göteborg in uno dei centri mondiali di eccellenza per la fotografia d’arte. La Hasselblad Foundation fu creata nel 1979, un anno dopo la morte del fondatore, con la missione esplicita di promuovere la fotografia come arte e come mezzo di documentazione culturale, sostenere la ricerca fotografica e riconoscere i contributi più importanti alla fotografia mondiale attraverso il Premio Hasselblad.

Il Premio Hasselblad, istituito nel 1980 e assegnato annualmente a un fotografo di riconosciuto valore internazionale, è diventato nel corso dei decenni il più prestigioso riconoscimento del mondo fotografico, il Nobel della fotografia per come viene comunemente definito. Tra i vincitori figurano Henri Cartier-Bresson (1982), Ansel Adams (1981), Dorothea Lange (1985, postumo), Sebastião Salgado (1989), Robert Frank (1996), Josef Koudelka (1998), Cindy Sherman (1999), Lee Friedlander (2005), William Eggleston (2011), Zanele Muholi (2021), una lista che è in sé stessa una mappa dell’eccellenza fotografica mondiale degli ultimi quarant’anni.

La Hasselblad Foundation gestisce anche il Hasselblad Center nel Gothenburg Museum of Art, uno spazio espositivo dedicato alla fotografia che ospita mostre di fotografi di fama internazionale accanto alle mostre di studenti e giovani artisti svedesi. Questa combinazione, eccellenza internazionale e attenzione alla scena locale, è la caratteristica che distingue le migliori istituzioni fotografiche dalle semplici gallerie di lusso: la capacità di essere al tempo stesso finestre sul mondo e specchi della cultura nazionale.

Lennart Nilsson: rendere visibile l’invisibile

Accanto a Hasselblad, la fotografia svedese del Novecento ha prodotto altri nomi di rilievo internazionale, tra cui spicca Lennart Nilsson, nato a Strängnäs nel 1922, che ha portato la fotografia in territori che nessun fotografo aveva mai esplorato prima. Fotografo biomedico oltre che artista visivo, Nilsson sviluppò nel corso di vent’anni di ricerca le tecniche di microfotografia endoscopica che gli permisero di fotografare l’interno del corpo umano, il feto in sviluppo nell’utero, il sistema circolatorio, i batteri e i virus visti da vicino quanto nessun occhio umano aveva mai guardato, con una qualità estetica che trasformava la documentazione scientifica in opera d’arte.

Le fotografie del feto in sviluppo pubblicate da Life Magazine nel 1965, “Drama of Life Before Birth”, furono una delle sensazioni editoriali più grandi della storia del fotogiornalismo, con quattro milioni di copie vendute in pochi giorni e la diffusione in quarantanove paesi in simultanea. Quelle immagini cambiarono il modo in cui il mondo vedeva la vita prima della nascita, non solo scientificamente ma anche filosoficamente ed emotivamente: per la prima volta, il pubblico di massa poteva vedere con i propri occhi ciò che prima era soltanto descritto dalla medicina.

Nilsson non fotografava solo il corpo umano: fotografava virus, batteri, cellule, il mondo microscopico che costituisce la struttura invisibile della vita, con la stessa attenzione alla forma e alla composizione che un fotografo di paesaggio dedica alle montagne o ai fiumi. La sua convinzione che la bellezza non fosse prerogativa del visibile a occhio nudo, ma fosse distribuita uniformemente a tutte le scale della natura, è una delle affermazioni più originali della fotografia scientifica del Novecento.

Il documentarismo svedese degli anni Settanta e la tradizione sociale

Negli anni Settanta, la fotografia svedese attraversò una stagione di forte impegno politico e sociale, in cui molti fotografi si dedicarono alla documentazione delle condizioni di lavoro, delle comunità immigrate, delle periferie industriali e delle lotte sindacali con un’attenzione e una sistematicità che riflettevano il clima politico della sinistra svedese di quel periodo.

Questa fotografia di impegno sociale aveva radici nella tradizione documentarista europea ma anche nella specificità del contesto svedese: un paese di stato sociale avanzato, in cui le contraddizioni del capitalismo erano teoricamente attenuate ma praticamente persistenti, e in cui una cultura politica di sinistra forte forniva ai fotografi sia un orientamento ideologico sia un mercato di pubblicazioni, sindacati e associazioni disposto a finanziare e a distribuire il loro lavoro. La fotografia svedese degli anni Settanta non era dunque solo espressione individuale: era parte di un progetto culturale collettivo che usava le immagini come strumento di consapevolezza sociale.

La fotografia svedese contemporanea e il Fotografiska

La scena fotografica svedese contemporanea è una delle più vivaci del Nord Europa, con una rete di istituzioni, festival e gallerie che fanno di Stoccolma e di Göteborg centri di riferimento internazionale per la fotografia d’arte e di documentazione. Il Fotografiska, aperto a Stoccolma nel 2010, è forse il museo della fotografia di maggior successo del mondo per numero di visitatori in rapporto alle dimensioni della città, con una programmazione espositiva che alterna grandi retrospettive di fotografi storici con mostre di artisti contemporanei e con progetti di giovani fotografi svedesi e internazionali.

Il Fotografiska ha saputo costruire un modello istituzionale originale, che combina la serietà del museo con l’accessibilità del centro culturale, il negozio di libri d’arte con il ristorante panoramico, la mostra permanente con gli eventi temporanei. Questo modello, che è stato replicato a New York, Berlino, Tallinn e Mumbai, dice qualcosa di tipicamente svedese: la capacità di fare cultura in modo professionale e accessibile, senza sacrificare la qualità alla popolarità né la popolarità alla qualità.

La Hasselblad contemporanea, venduta a investitori cinesi nel 2017 e oggi parte del gruppo DJI, il principale produttore mondiale di droni, ha mantenuto la propria sede a Göteborg e il proprio impegno verso la qualità di medio formato, sviluppando fotocamere digitali mirrorless come la X1D che portano nella nuova era tecnologica la stessa filosofia costruttiva che Victor Hasselblad aveva stabilito nel capannone della Göteborg del 1941: meno di tutto, meglio di tutto, costruito per durare.

Dal capannone dove si costruivano fotocamere aeree militari ai moduli fotografici dell’Apollo, dalla luce bassa del Nord alla superficie della Luna: la storia di Hasselblad è, in piccolo, la storia di come la precisione artigianale svedese, quell’ossessione per il dettaglio, quella sfiducia nell’approssimazione, quella convinzione che una cosa fatta bene duri più di una fatta in fretta, abbia saputo trasformare un’idea in un’icona.

Domande Frequenti sulla Fotografia Svedese (FAQ)

Come ha influenzato la luce naturale svedese lo sviluppo della fotografia locale?

La luce svedese — obliqua, scarsa d’inverno e ininterrotta d’estate — ha interagito con i limiti delle prime emulsioni ortocromatiche dell’Ottocento, insensibili alle frequenze rosse dello spettro. Questa combinazione obbligava a forti contrasti e valorizzava i toni freddi, spingendo i fotografi svedesi a sviluppare una spiccata sensibilità tonale e un’attenzione alla resa atmosferica di elementi come nebbia, brina e luce radente, tratti che caratterizzano ancora oggi l’estetica fotografica nordica.

Chi furono i pionieri della fotografia in Svezia?

La fotografia raggiunse la Svezia già nell’autunno del 1839, poche settimane dopo l’annuncio parigino del dagherrotipo. Il primo dagherrotipista documentato fu Per Leander Roos, che nel 1840 aprì uno dei primi studi fotografici del paese a Stoccolma. Tra le figure più interessanti di fine Ottocento spicca Hilda Sjölin (1863–1927), una delle prime donne fotografe professioniste svedesi, che nel 1891 aprì a Göteborg uno studio di grande successo contribuendo a definire i codici estetici del ritratto fotografico nazionale.

Cos’era il pittorialismo svedese e chi ne furono i protagonisti?

Il pittorialismo svedese fiorì nel primo decennio del Novecento, quando la tradizione romantica del paesaggio nordico incontrò l’estetica fotografica che cercava di trasformare la fotocamera in strumento di espressione artistica autonoma. La figura centrale fu Henry B. Goodwin, fotografo di moda e ritratto di straordinaria raffinatezza formale. I pittorialisti lavoravano con stampe a gomma bicromatizzata e a carbone, costruendo composizioni che evocavano la pittura di paesaggio romantica sfruttando la luce obliqua svedese per effetti quasi onirici.

Chi era Victor Hasselblad e come nacque la sua azienda?

Victor Hasselblad (Göteborg, 1906) era prima di tutto un appassionato ornitologo. L’insoddisfazione per le fotocamere disponibili negli anni Trenta — inadeguate a fotografare uccelli in volo — lo spinse a concepire uno strumento ideale. Nel 1940 il governo svedese gli commissionò la replica di una fotocamera aerea militare tedesca: nacque la HK7 (1941). Nel 1943 Victor unificò la tradizione commerciale familiare e la nuova capacità produttiva fondando la Hasselblad Fotografiska AB, base dell’azienda che avrebbe ridefinito la fotografia professionale mondiale.

Qual è la differenza tra la Hasselblad 1600F e la 500C?

La 1600F, presentata nel 1948, era la prima reflex di medio formato 6×6 Hasselblad con obiettivo intercambiabile: impressionava per la velocità di otturazione (1/1600 s), ma l’otturatore nel corpo si rivelò meccanicamente fragile. La 500C del 1957 risolse il problema spostando l’otturatore a lamelle all’interno dei singoli obiettivi Carl Zeiss, guadagnando affidabilità meccanica assoluta. Questa scelta, combinata con il sistema modulare — corpo, obiettivo e magazzino pellicola intercambiabili indipendentemente — rese la 500C lo standard di riferimento della fotografia professionale di studio per decenni.

Perché la NASA scelse Hasselblad per le missioni spaziali?

A partire dal 1962, con il programma Mercury, la NASA valutò diverse fotocamere e scelse Hasselblad per la combinazione ottimale di qualità ottica, affidabilità meccanica e flessibilità operativa. Vennero sviluppate versioni speciali con comandi ingranditi per l’uso con guanti pressurizzati e magazzini da 70mm per aumentare il numero di fotogrammi disponibili. La 500EL — versione motorizzata introdotta nel 1965 — fu lo strumento portato sulla Luna dagli astronauti dell’Apollo, producendo alcune delle immagini più iconiche della storia della fotografia.

Quali sono le fotografie più famose scattate con Hasselblad sulla Luna?

Le fotografie scattate durante le missioni Apollo sono tra le immagini più viste della storia: il riflesso del paesaggio lunare nella visiera del casco di Buzz Aldrin, i campi di polvere grigia sotto il sole senza atmosfera, la Terra che si alza sull’orizzonte della Luna come un pianeta azzurro in un cielo nero assoluto. Queste immagini, prodotte grazie alla qualità ottica degli obiettivi Zeiss e alla perfezione meccanica dei corpi Hasselblad, trasformarono il brand svedese in sinonimo mondiale di qualità assoluta.

Cos’è la Hasselblad Foundation e qual è il Premio Hasselblad?

La Hasselblad Foundation fu creata nel 1979, un anno dopo la morte di Victor Hasselblad, con la missione di promuovere la fotografia come arte e mezzo di documentazione culturale. Il Premio Hasselblad, istituito nel 1980, è considerato il riconoscimento più prestigioso del mondo fotografico — comunemente definito il “Nobel della fotografia”. Tra i vincitori figurano Henri Cartier-Bresson (1982), Ansel Adams (1981), Dorothea Lange (1985, postumo), Sebastião Salgado (1989), Robert Frank (1996), Cindy Sherman (1999) e Zanele Muholi (2021).

Chi era Lennart Nilsson e perché le sue fotografie sono storicamente importanti?

Lennart Nilsson (Strängnäs, 1922–2017) fu un fotografo biomedico svedese che sviluppò nell’arco di vent’anni tecniche di microfotografia endoscopica per fotografare l’interno del corpo umano. Le sue immagini del feto in sviluppo pubblicate su Life Magazine il 30 aprile 1965 nel servizio “Drama of Life Before Birth” furono una delle sensazioni editoriali più grandi della storia del fotogiornalismo: la rivista vendette quattro milioni di copie in pochi giorni in 49 paesi, cambiando il modo in cui il mondo vedeva la vita prima della nascita.

Cos’è il Fotografiska di Stoccolma e perché è considerato un modello globale?

Il Fotografiska, aperto a Stoccolma nel 2010 nello storico edificio della Dogana Reale (Stadsgårdshamnen 22), è uno dei musei della fotografia più visitati al mondo in rapporto alle dimensioni della città. Ha saputo costruire un modello originale che combina serietà museale e accessibilità culturale, mostre di fotografi storici e artisti emergenti, ristorante panoramico ed eventi. Questo modello è stato replicato con successo a New York, Berlino, Tallinn e Mumbai, diventando un riferimento internazionale per la fotografia contemporanea.

Cosa è successo a Hasselblad dopo la morte di Victor e come si è evoluta fino ad oggi?

Victor Hasselblad morì nel 1978. L’azienda continuò a produrre fotocamere di medio formato di alto livello, diventando riferimento assoluto per la fotografia professionale analogica. Nel 2017 Hasselblad fu acquisita dal gruppo DJI, il principale produttore mondiale di droni, mantenendo la sede a Göteborg. Sotto la nuova proprietà l’azienda ha sviluppato fotocamere digitali mirrorless di medio formato come la X1D, portando nella nuova era tecnologica la stessa filosofia costruttiva di Victor Hasselblad: meno di tutto, meglio di tutto, costruito per durare.

Fonti

Aggiornato Giugno 2026

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