Dayanita Singh

Dayanita Singh (Nuova Delhi, 1961) è la fotografa indiana contemporanea di maggiore risonanza internazionale, autrice di una pratica artistica che trascende le categorie convenzionali del fotogiornalismo e del documentarismo per approdare a un territorio di riflessione sulla fotografia come oggetto, come archivio, come strumento di narrazione non lineare e come forma di libro d’artista. La sua opera occupa una posizione di frontiera nella fotografia mondiale contemporanea: riconosciuta e premiata nei principali contesti dell’arte contemporanea — dalla Biennale di Venezia alla Documenta di Kassel, dal MoMA di New York alla Tate Modern di Londra — Dayanita Singh mantiene al contempo un rapporto profondo e irriducibile con la specificità culturale e visiva dell’India, che non è solo il suo soggetto ma la struttura stessa del suo modo di vedere e di organizzare le immagini.

Nata a Nuova Delhi nel 1961, Singh si forma alla National Institute of Design di Ahmedabad, dove studia comunicazione visiva sviluppando la propria sensibilità verso il libro, il design editoriale e la relazione tra immagine e testo. Successivamente si specializza in fotografia all’International Center of Photography di New York, instaurando un rapporto con la tradizione fotografica occidentale che sarà sempre di dialogo critico piuttosto che di adesione passiva. Dopo il ritorno in India, inizia a lavorare come fotografa documentaria per riviste internazionali, producendo reportage di grande qualità che le garantiscono presto un riconoscimento nel circuito del fotogiornalismo internazionale.

Il punto di svolta più significativo della sua carriera è il lungo lavoro che porterà al libro “Myself Mona Ahmed” (2001), realizzato in collaborazione con Mona Ahmed, una hijra — appartenente alla tradizione delle persone transgender della cultura indiana — che Singh frequenta per anni, sviluppando un rapporto di profonda amicizia e fiducia che si traduce in fotografie di straordinaria intimità. La struttura narrativa del libro, che include fotografie, testi in prima persona di Mona Ahmed, lettere e riflessioni della fotografa, anticipa il metodo di costruzione di narrazioni complesse e multi-vocali che caratterizzerà l’intera produzione successiva.

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By Nomu420 – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32258315

I musei portatili e la fotografia come oggetto fisico

La svolta concettuale più radicale nell’opera di Dayanita Singh avviene con l’invenzione del File Room Museum, il primo di quella serie di installazioni che lei chiama “museum books” o “file room museums”: strutture fisiche in legno progettate per contenere fotografie stampate in grande formato che possono essere estratte, riorganizzate e ricombinate dallo spettatore in ordini diversi, trasformando la visione delle fotografie da esperienza passiva in partecipazione attiva alla costruzione del significato. Questi oggetti, a metà strada tra la scultura, il libro d’artista e l’installazione museale, rappresentano il contributo più originale di Dayanita Singh alla storia della fotografia contemporanea: la proposta di un’alternativa radicale sia alla mostra tradizionale che al libro fotografico convenzionale.

Il Museum of Chance, il Museum of Little Ladies, il Museum of Machines, il Museum of Kindness — i titoli evocativi di queste strutture rivelano la poetica che le anima: un’idea di museo come spazio di possibilità e di incontro imprevisto tra immagini, non come catalogo fisso e gerarchico. Ogni museum book contiene un insieme di fotografie che possono essere combinate in sequenze diverse, ognuna delle quali genera una narrazione differente: il significato non è dato dall’autrice ma costruito dalla relazione tra le immagini e dall’ordine in cui lo spettatore sceglie di disporle.

I soggetti privilegiati di Dayanita Singh sono quelli della vita interiore indiana: gli archivi e gli uffici burocratici con le loro montagne di pratiche e di fascicoli, le famiglie borghesi di Nuova Delhi nelle loro case, i musicisti classici indiani nel loro rituale di studio e di esecuzione, i lavoratori nelle fabbriche e negli spazi industriali. In tutti questi contesti, Singh cerca non la superficie spettacolare del dato visivo ma la sua struttura temporale nascosta: la maniera in cui il tempo si accumula negli oggetti, negli archivi, nei corpi, negli spazi abitati per anni. La fotografia, in questa prospettiva, è uno strumento di archeologia del presente.

Il soggetto del grande pianista Mian Kishori Amonkar, documentato in un lungo lavoro pubblicato nel libro “Sent a Letter” (2007), è uno degli esempi più eloquenti di questo approccio: Singh fotografa la musicista nel corso di anni, non nelle esibizioni pubbliche ma nella vita quotidiana, nella pratica domestica, nei silenzi tra una nota e l’altra, costruendo un ritratto che è al tempo stesso biografia intima e riflessione sulla musica come forma di esistenza temporale.

Dayanita Singh ha esposto alle più importanti istituzioni d’arte contemporanea del mondo e ha ricevuto numerosi premi internazionali, tra cui il Deutsche Börse Photography Foundation Prize nel 2014, uno dei più importanti riconoscimenti europei per la fotografia contemporanea. I suoi museum books sono entrati nelle collezioni permanenti del MoMA di New York, della Tate Modern di Londra, del Centre Pompidou di Parigi e del Museo Nacional Reina Sofía di Madrid.

Le Opere principali

  • Myself Mona Ahmed (2001, Scalo): Il libro fondamentale in collaborazione con Mona Ahmed, hijra di Nuova Delhi. Opera pionieristica nella costruzione di narrazioni fotografiche multi-vocali.
  • Privacy (2003, Steidl): Fotografie delle famiglie benestanti di Nuova Delhi negli interni domestici. Prima grande esplorazione della vita interiore borghese indiana.
  • Sent a Letter (2007, Steidl): Il lavoro sul pianista Mian Kishori Amonkar, meditazione sulla musica come forma di esistenza temporale.
  • File Room (2013, Steidl): Il primo grande museum book, che introduce la struttura portatile delle fotografie riorganizzabili.
  • Museum of Chance (2014): Installazione presentata alla Documenta di Kassel, prima grande esposizione internazionale del formato museum book.
  • Go Away Closer (2007, Steidl): Documentazione dell’industria cinematografica di Bollywood nelle sue strutture di produzione e di lavoro.
  • Deutsche Börse Photography Foundation Prize (2014): Il più importante riconoscimento europeo per la fotografia contemporanea.
  • Collezioni permanenti MoMA, Tate, Pompidou, Reina Sofía: I museum books di Singh nelle principali collezioni museali internazionali.

Fonti

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