Jesús Abad Colorado è nato a Medellín, in Colombia, nel 1967 ed è considerato il principale fotografo del conflitto armato colombiano. Per più di venticinque anni ha fotografato massacri, sfollamenti, funerali, comunità in fuga e anche i gesti di resistenza e di ricostruzione di chi ha vissuto una delle guerre interne più lunghe e complesse del continente americano. Il suo lavoro, apparso su quotidiani colombiani e internazionali, è diventato con il tempo un archivio pubblico di memoria, esposto in mostre molto visitate e raccolto in libri che il paese ha discusso mentre cercava la via della pace.
Questo articolo ricostruisce la sua formazione, gli anni a El Colombiano, le principali serie e mostre, i premi documentati e le scelte formali che rendono riconoscibile il suo sguardo. Alla fine si trovano alcune domande frequenti e le fonti consultate.
In Sintesi
- Jesús Abad Colorado nasce a Medellín nel 1967, si forma in comunicazione e giornalismo all’Universidad de Antioquia e lavora come fotografo a El Colombiano dal 1992 al 2001.
- Documenta il conflitto armato colombiano per oltre vent’anni, privilegiando le conseguenze della violenza sui civili rispetto allo scontro armato.
- Le sue opere principali sono i volumi Relatos e imágenes (1997), Contra el olvido (1998), Mirar la vida profunda (2015) e la raccolta in quattro volumi El Testigo.
- La mostra El Testigo, con oltre cinquecento fotografie, è stata ospitata a Bogotá al Claustro de San Agustín, tra il 2018 e il 2019.
- Tra i riconoscimenti: Premio Simón Bolívar di giornalismo, Premio Caritas, CPJ International Press Freedom Award 2006, Premio Gabo alla carriera 2019.
- Lavora soprattutto in bianco e nero e rifiuta la spettacolarizzazione della violenza.
Origini e formazione
Colorado è nato a Medellín nel 1967 e, secondo alcune biografie, è cresciuto in una famiglia originaria di San Carlos, nell’Antioquia, trasferitasi in città. Sono gli anni in cui Medellín viveva la violenza del narcotraffico e le tensioni sociali che avrebbero alimentato il conflitto armato. In quell’ambiente si avvicinò alla fotografia e al giornalismo durante gli studi universitari, con un interesse precoce per la dimensione sociale e politica della realtà colombiana.
Si laureò in comunicazione sociale e giornalismo all’Universidad de Antioquia. Le fonti che ne tracciano il profilo ricordano che iniziò la carriera collaborando con media regionali e nazionali, poi entrò nella redazione del quotidiano di Medellín. Nel discorso con cui accettò un premio internazionale nel 2006 spiegò di aver cominciato a studiare giornalismo circa vent’anni prima e di considerare la fotografia, con parole riportate dal Committee to Protect Journalists, «il modo di scrivere la vita del mio paese».
Non esiste per lui una stagione di apprendistato in un’agenzia internazionale. La sua scuola fu la cronaca locale: macchina al collo, trasferte nei villaggi dell’Antioquia, strade sterrate, posti di blocco. Un profilo dedicato alla sua attività ricorda che all’inizio lavorava con una Contax, un apparecchio a pellicola da 35 mm, una scelta tipica del fotogiornalismo di quegli anni per portabilità e qualità ottica.
Gli anni a El Colombiano
Dal 1992 al 2001 Colorado fu fotografo del quotidiano El Colombiano di Medellín. Alcune biografie lo descrivono anche come redattore del giornale. In quel decennio costruì il nucleo del suo archivio: le immagini di cronaca locale diventarono rapidamente reportage sul conflitto, che il giornale pubblicava regolarmente e che numerose testate internazionali riprendevano.
Dopo il 2001 ha continuato come fotografo indipendente. Un articolo di Radio Nacional de Colombia, pubblicato in occasione della grande mostra di Bogotá, ricorda che lavora in modo autonomo da oltre diciassette anni. L’indipendenza ha un costo, perché significa scegliere da soli i temi e sostenere i viaggi, ma permette di tornare per anni negli stessi luoghi e di costruire relazioni con comunità e famiglie, condizione necessaria per il tipo di fotografia che ha scelto.
Un episodio documentato mostra il rischio di questo mestiere. Nell’ottobre del 2000 guerriglieri dell’Esercito di liberazione nazionale (ELN) lo sequestrarono a un posto di blocco e lo trattennero per due giorni. Altre ricostruzioni parlano di un precedente sequestro da parte delle FARC nel 1997 e dell’incendio di un veicolo su cui viaggiava. Nel febbraio 2005 il suo reportage fotografico e giornalistico sul massacro di San José de Apartadó, pubblicato dal quotidiano nazionale El Tiempo, indicò responsabilità di militari e una stretta cooperazione fra esercito e paramilitari nella regione. L’unità per i diritti umani della procura generale approfondì l’indagine anche in seguito a quel lavoro.
Il conflitto armato colombiano e il suo lavoro
Dal 1992 Colorado cominciò a documentare con continuità il conflitto armato, uno dei più lunghi e complessi dell’intero continente. Opponeva lo Stato colombiano, le FARC, l’ELN, i gruppi paramilitari e le reti del narcotraffico, e produsse milioni di vittime civili tra morti, desaparecidos e sfollati. La documentazione di Colorado durò oltre vent’anni e abbracciò massacri, sfollamenti di massa, comunità devastate, ma anche tentativi di resistenza, di ricostruzione e di mantenimento della dignità nelle zone di guerra.
La sua scelta di campo fu precisa: fotografare i civili e i combattenti di grado basso, non i comandanti. Più di una fonte ricorda che fu spesso l’unico fotogiornalista a raggiungere i luoghi dei massacri e che si concentrò sulle conseguenze della violenza, più che sulle sue cause o sulle azioni di guerra. Descrisse il proprio metodo con un’espressione sintetica, quella di fotografare guardando le persone in faccia, per restituire un nome alle vittime.
Le fotografie dedicate ai massacri paramilitari degli anni Novanta, in particolare El Aro (1997) e La Granja (1996), e quelle dedicate alle comunità rurali dell’Urabá e del Chocó, sono documenti di valore storico primario. Hanno contribuito a costruire la memoria pubblica delle atrocità del conflitto e continuano a essere usate in tribunali, archivi e scuole. Le immagini delle comunità afrodiscendenti e indigene dello Chocó e dell’Amazzonia, spesso le più colpite dalla violenza di tutti gli attori armati, formano un archivio visivo di grande importanza per la storia sociale e culturale della Colombia.
Il numero delle fotografie scattate è enorme. Alcune ricostruzioni parlano di un archivio di oltre un milione di immagini prodotte durante il conflitto, mentre la stampa colombiana, in occasione della mostra di Bogotá, ha preferito indicare con prudenza «migliaia» di scatti tra il 1992 e il 2018. In entrambi i casi il dato conferma la dimensione quasi sistematica del suo lavoro, paragonabile a quella di un grande cronista della storia contemporanea.

Analisi storico-critica
L’opera di Jesús Abad Colorado pone con radicalità una questione centrale per il fotogiornalismo contemporaneo: quale responsabilità etica ha il fotografo che documenta la guerra civile nel proprio paese? Colorado arriva da dentro: figlio di quella terra, documenta il dolore del proprio popolo senza la distanza protettiva di uno straniero in zona di guerra, e si assume un peso morale e psicologico che pochi fotogiornalisti affrontano con altrettanta consapevolezza. Questa posizione, che ha tematizzato in numerose interviste e riflessioni pubbliche, dà alla sua opera una dimensione testimoniale che va oltre il fotogiornalismo tradizionale.
Il titolo della mostra principale, «El Testigo», è in questo senso programmatico. Colorado si presenta come testimone più che come reporter oggettivo, una categoria che implica una responsabilità personale verso ciò che si è visto e l’obbligo morale di trasmetterlo. Questa visione della fotografia come testimonianza ha radici profonde nelle tradizioni religiose del lutto e della sopravvivenza, e produce immagini in cui la presenza umana non è mai ridotta a dato statistico o a elemento di composizione. Al centro c’è sempre un’attenzione rispettosa e dolorosa.
Sul piano formale le fotografie di Colorado si distinguono per una composizione molto matura, che non si arrende alla facilità dell’immagine d’impatto immediato. I lavori migliori evitano la spettacolarità esplicita del fotoreportage di guerra convenzionale, con i corpi insanguinati, le esplosioni, le armi in primo piano, e scelgono di fotografare le conseguenze: le comunità sfollate che cercano rifugio, le famiglie che attendono notizie dei dispersi, i funerali nei villaggi devastati, i bambini che tentano di mantenere una parvenza di normalità tra le rovine. La scelta estetica è anche morale. Rifiuta la pornografia della violenza e chiede allo spettatore un impegno visivo più difficile e più autentico.
Il suo lavoro si inserisce in una tradizione specifica della fotografia latinoamericana di conflitto, che comprende figure come Sebastião Salgado, Susan Meiselas e Donna Ferrato, ma sviluppa una voce propria. La Colombia rurale delle sue fotografie, con le verdi montagne andine, le comunità afrodiscendenti delle coste e i villaggi indigeni dell’Amazzonia, è un soggetto visivo di straordinaria bellezza che il conflitto ha trasformato in teatro di orrore. La tensione tra questa bellezza naturale e la violenza che la attraversa è una delle costanti estetiche più forti della sua opera.
Un’altra qualità riguarda la durata. Colorado torna sui luoghi, riconosce i volti, aggiorna le storie. Una fotografia presa in un villaggio nel 1997 può avere una risposta in un’altra del 2010, e il confronto fa emergere cosa sia sopravvissuto e cosa no. Questa dimensione temporale lo avvicina alla logica del documentario di lungo periodo, in cui il reportage è un’indagine che si costruisce per sedimentazione. Per capire dove si colloca nella cultura visiva del continente, può essere utile leggere il nostro quadro generale sulla fotografia sudamericana tra rivoluzione e memoria.
Opere principali, libri e mostre
Il primo libro è Relatos e imágenes: el desplazamiento forzado en Colombia (1997), scritto in collaborazione con altri autori, che si concentra sulle persone costrette a lasciare le proprie terre. Nel 1998 uscì Contra el olvido, una raccolta di fotografie del conflitto firmata da lui. Seguì Desde la prisión, realidades de las cárceles en Colombia, dedicato alle carceri del paese. A questi si aggiungono numerosi contributi a volumi sui diritti umani.
Nel 2015 comparve Mirar la vida profunda. Alcune biografie collocano nello stesso anno una prima mostra antologica itinerante e un volume di circa duecento fotografie, indicato da certe schede come edito da Icono Editorial. Nel 2018 uscì il volume El Testigo, in occasione della grande mostra di Bogotá. Il volume raccoglie immagini scelte da un archivio molto più vasto e le dispone non in ordine cronologico ma per temi emotivi e visivi: la fuga, il lutto, la resistenza, la dignità, la speranza. Questa struttura narrativa non lineare trasforma la raccolta in un’opera organica, capace di parlare alla coscienza collettiva in modo diretto.
Nell’ottobre del 2022 è stata presentata negli Stati Uniti l’edizione in quattro volumi di El Testigo, 1.372 pagine che sintetizzano più di trent’anni di lavoro. La presentazione colombiana è avvenuta al decimo Festival Gabo, a Bogotá, dal 21 al 23 ottobre 2022.
La mostra «El Testigo» è la sistematizzazione più ampia del suo lavoro. Allestita a Bogotá al Claustro de San Agustín dell’Universidad Nacional de Colombia a partire dall’ottobre 2018, rimase aperta fino al 28 aprile 2019 con oltre cinquecento fotografie selezionate da una squadra curatoriale guidata da María Belén Sáenz. Era divisa in quattro sale: lo sfollamento, la sparizione forzata, la violenza contro i civili, gli sforzi di pace e di ricostruzione sociale. Alcune biografie riferiscono che l’esposizione ha superato, nelle diverse tappe, i settecentomila visitatori in Colombia e in altri paesi latinoamericani, mentre per Bogotá si cita un afflusso di circa 280.000 persone. Fu un evento culturale di rilievo, e accompagnò il dibattito pubblico sul processo di pace tra il governo e le FARC culminato negli accordi del 2016.
Altre mostre hanno portato il suo lavoro lontano dalla Colombia. Tra il 2003 e il 2005 Memoria: la guerra olvidada en Colombia è stata mostrata nel Parlamento svizzero e alle Nazioni Unite a Ginevra. In totale le sue fotografie sono state esposte in più di trenta mostre in America Latina, Europa, Canada e Stati Uniti.
Al cinema e in televisione è dedicato il documentario El Testigo, Caín y Abel, diretto da Kate Horne e prodotto da Caracol Televisión, disponibile su Netflix dal giugno 2019. Ne ha parlato la stampa colombiana come di un modo per portare il suo lavoro oltre i circuiti delle mostre.
Premi e riconoscimenti
Il Premio Nacional de Periodismo Simón Bolívar gli è stato assegnato tre volte, secondo le fonti nel 2000, nel 2001 e nel 2003. Nel 2006 ha ricevuto il Premio Caritas in Svizzera, per l’impegno a favore della giustizia sociale attraverso le immagini, e l’International Press Freedom Award del Committee to Protect Journalists, che per la prima volta andava a un fotogiornalista. Nel 2009 è stato inserito nella shortlist del Prix Pictet.
Nel 2014 ha ricevuto l’Orden de Caballero del Congreso de la República e il Bastón de Mando delle Madres de la Candelaria. Nel 2019 il Premio Gabo di giornalismo gli ha assegnato il Reconocimiento a la Excelencia, annunciato a settembre e consegnato a Medellín in occasione del festival intitolato a Gabriel García Márquez, con la motivazione che ne riconosce l’etica, il rispetto dei diritti umani, l’integrità e l’impegno per un giornalismo di servizio pubblico. Alcune biografie riportano inoltre che nel 2019 sarebbe stato nominato membro onorario di un’accademia fotografica internazionale.
Per il lettore italiano può essere utile un confronto: i grandi premi del fotogiornalismo come il World Press Photo hanno premiato spesso lavori di conflitto, ma nel caso di Colorado i riconoscimenti più significativi vengono dal mondo del giornalismo indipendente, delle organizzazioni per la libertà di stampa e dalle fondazioni latinoamericane, a dimostrazione di un’autorevolezza costruita sul campo più che sui concorsi.
Metodo, bianco e nero e fotografie simbolo
Colorado lavora soprattutto in bianco e nero. Secondo alcune ricostruzioni lo considera una scelta più rispettosa verso le vittime, perché il colore in una scena di violenza tende ad attirare lo sguardo in modo troppo vistoso. Il bianco e nero concentra l’attenzione sui volti, sulle mani, sui gesti e sugli spazi, e rende le fotografie più leggibili nel tempo.
Una delle sue immagini più note mostra una bambina che guarda attraverso il foro di un proiettile in una vetrata, una metafora spontanea della resistenza dell’infanzia. Un’altra ritrae una sposa che attraversa la porta di una chiesa accanto a una scritta che invoca la pace, con la frase «La guerra, la perdemos todos», cioè «la guerra la perdiamo tutti». Sono scene in cui la quotidianità e il conflitto convivono, e che per questo hanno circolato molto oltre la Colombia.
Le sue interviste insistono sulla funzione civile dell’immagine. Un titolo della stampa colombiana riporta una sua dichiarazione che riassume bene l’intenzione: lasciare una memoria che combatta l’oblio. La fotografia diventa così uno strumento di giustizia e di riconoscimento, adatto a essere usato dalle commissioni per la verità, dai musei della memoria e dai familiari delle vittime. Il fotografo rimane lontano dalla retorica dell’eroe di guerra e insiste piuttosto sul debito verso le persone che gli hanno aperto la porta di casa.
Dal punto di vista pratico il metodo si fonda sulla fiducia. Colorado ritorna nelle comunità, parla con le famiglie, a volte restituisce le stampe. Il tempo speso a conoscere le persone si vede nelle immagini: gli sguardi non sono di sfida né di timore, ma di consapevolezza di essere ritratti. Per un fotografo di cronaca nera locale, nato in una città che aveva conosciuto la violenza da vicino, questa prossimità è un tratto biografico oltre che stilistico.
Eredità e contesto
Colorado è descritto come uno dei primi fotogiornalisti ad aver lavorato in mezzo al conflitto colombiano e come un riferimento per le generazioni successive. Il suo archivio è diventato uno strumento di lavoro per storici e per i processi di giustizia transizionale, e la sua figura è stata portata nel dibattito pubblico, dalle scuole alle università. L’idea che la fotografia possa funzionare come una forma di testimonianza civile, e non solo come informazione, è una delle sue eredità più riconoscibili.
La sua opera si può leggere anche nel quadro più ampio del reportage latinoamericano, dove la memoria dei regimi autoritari e dei conflitti interni è stata al centro di tante carriere. Come in Argentina o in Cile, la fotografia ha accompagnato in Colombia un lungo lavoro di ricostruzione della verità, con un ruolo particolare per i fotografi che hanno documentato i luoghi dove i giornalisti arrivavano di rado.
Resta infine una questione aperta, che lo stesso Colorado ha posto più volte: che cosa significa guardare fotografie di guerra a distanza di decenni, in un paese che sta ancora cercando la riconciliazione. La sua risposta pratica è stata quella di rendere le immagini accessibili, con mostre gratuite o a basso costo, libri, documentari e iniziative nelle scuole. Per la storia della fotografia questa scelta è un esempio importante di come un archivio possa essere restituito alla società che ne ha fornito la materia prima. Tra i fotografi colombiani del Novecento, il nome più celebre resta quello di Leo Matiz.
Domande frequenti
Chi è Jesús Abad Colorado?
È un fotogiornalista colombiano nato a Medellín nel 1967, noto per aver documentato per oltre venticinque anni il conflitto armato del suo paese, con particolare attenzione ai civili e alle conseguenze della violenza.
Per quale giornale lavorò?
Fu fotografo del quotidiano El Colombiano di Medellín dal 1992 al 2001. In seguito ha lavorato come fotografo indipendente e ha collaborato con testate internazionali.
Che cos’è la mostra El Testigo?
È un’antologia di oltre cinquecento fotografie scattate in venticinque anni, allestita a Bogotá al Claustro de San Agustín dell’Universidad Nacional dall’ottobre 2018 all’aprile 2019 e articolata in quattro sale tematiche.
Quali premi ha ricevuto?
Tra i principali ci sono il Premio Simón Bolívar di giornalismo, il Premio Caritas del 2006, il CPJ International Press Freedom Award del 2006 e il Reconocimiento a la Excelencia del Premio Gabo 2019.
Perché lavora in bianco e nero?
Secondo le ricostruzioni, perché lo ritiene più rispettoso nelle situazioni di violenza: il colore rischia di essere troppo vistoso, mentre il bianco e nero porta l’attenzione su volti e gesti.
L’indice I grandi fotografi della storia riunisce gli altri profili di autori e autrici.
Fonti
- Wikipedia in inglese, voce Jesús Abad Colorado
- Wikipedia in spagnolo, voce Jesús Abad Colorado
- Committee to Protect Journalists, International Press Freedom Award 2006, Jesús Abad Colorado
- Tom Lantos Human Rights Commission, scheda biografica El Testigo
- El Espectador, Reconocimiento a la Excelencia del Premio Gabo 2019
- Radio Nacional de Colombia, la mostra El Testigo di Jesús Abad Colorado
- El Espectador, il nuovo Testigo in quattro volumi
- Never Such Innocence, scheda su Jesús Abad Colorado
Aggiornato Ottobre 2026



