Gustave Le Gray (Villiers-le-Bel, 30 agosto 1820 – Il Cairo, 30 luglio 1884) è il fotografo che più di ogni altro ha portato nella fotografia francese dell’Ottocento la mentalità del pittore e quella dello sperimentatore. Allievo di Paul Delaroche, mise a punto una variante del negativo su carta cerata, scrisse trattati che per un decennio furono i manuali di riferimento, partecipò alla Mission Héliographique del 1851 e, tra il 1856 e il 1858, realizzò sulle coste della Manica, del Mediterraneo e della Bretagna le marine che gli hanno dato fama universale. La sua carriera ebbe una parabola romanzesca: lo studio più elegante di Parigi, i clienti dell’Impero, i debiti, la partenza precipitosa con Alexandre Dumas, un viaggio nel Mediterraneo in pieno Risorgimento e poi vent’anni in Egitto, dove morì quasi dimenticato dalla stampa francese, che lo ricordò con un breve avviso sotto il nome di «Legray».
In Sintesi
- Le Gray (1820-1884) si forma come pittore con Delaroche e passa alla fotografia alla fine degli anni Quaranta, con dagherrotipi già nel 1847.
- Pubblica nel 1850 un trattato che descrive il negativo su carta cerata, variante del calotipo di Talbot, e ne aggiorna le edizioni nel 1851, 1852 e 1854.
- Nel 1851 è tra i cinque fotografi della Mission Héliographique e tra i fondatori della Société héliographique, da cui discende la Société française de photographie.
- Tra il 1856 e il 1858 realizza le marine combinando due negativi, uno per il cielo e uno per il mare: «La Grande Vague, Sète» (1857) ne è l’esempio più celebre.
- Lo studio di boulevard des Capucines, aperto nel 1855, si carica di debiti: nel 1860 Le Gray parte con Dumas, fotografa Garibaldi a Palermo e finisce in Egitto.
- Muore al Cairo nel 1884; nel 1999 una sua marina supera le 500.000 sterline da Sotheby’s, e nel 2011 un’altra marina stabilisce un record a 917.000 euro.
Origini e formazione di un pittore
Gustave Le Gray nasce a Villiers-le-Bel, nell’attuale Val-d’Oise, alle porte di Parigi, figlio unico di un merciaio. I genitori lo immaginavano impiegato presso un notaio, lui voleva fare l’artista. Secondo la ricostruzione più diffusa, la famiglia finanziò gli studi di pittura e un periodo di formazione tra Svizzera e Italia. A Parigi frequentò l’atelier di Paul Delaroche, l’allievo di Gros diventato uno dei pittori storici più celebri del suo tempo. L’insegnamento di Delaroche lasciò un’impronta profonda: l’attenzione per la composizione, per il controllo della luce e per l’effetto drammatico sarebbe rimasta nelle immagini fotografiche di Le Gray, anche quando il soggetto non aveva più nulla di accademico. Le Gray ebbe accanto altri allievi che sarebbero diventati fotografi, tra cui Charles Nègre e Henri Le Secq, con i quali condivise la convinzione che la fotografia potesse avere ambizioni artistiche autonome.
Dopo che Delaroche chiuse lo studio e partì per l’Italia nel 1843, Le Gray lo seguì, e visse in Italia fino al 1846 dipingendo ritratti e paesaggi. Tornato in Francia espose al Salon libre del 1848 e, per quanto riguarda la pittura, ancora al Salon del 1853. Quell’attività non fu mai marginale: negli anni successivi Le Gray continuò a considerarsi un artista in senso pieno, e la sua stessa pratica di studio a Parigi si servì di collaboratori che erano pittori. Il passaggio alla fotografia si colloca alla fine degli anni Quaranta, quando il medium si trovava ancora in fase sperimentale e ogni fotografo doveva essere insieme chimico, ottico e artista. Le Gray realizzò i primi dagherrotipi almeno dal 1847 e nel 1848 cominciò a lavorare sulla carta.

Il negativo su carta cerata
La prima grande innovazione tecnica di Le Gray riguarda il negativo su carta cerata, un perfezionamento del calotipo di Fox Talbot. Nel procedimento originale di Talbot il negativo era un foglio di carta sensibilizzato, e la struttura delle fibre lasciava un segno visibile in stampa. Le Gray proponeva di trattare la carta con cera prima della sensibilizzazione: il foglio diventava più trasparente, il dettaglio più fine e la resa più nitida. Nel suo trattato del 1850 spiegò il metodo e sostenne che «tutto il futuro della fotografia» stava sulla carta. Alcune biografie parlano di un brevetto del 1851, mentre nella maggior parte delle ricostruzioni il metodo compare come procedimento descritto e diffuso nei manuali.
Il vantaggio pratico era ancora più importante di quello estetico. I negativi su carta cerata potevano essere preparati con anticipo, esposti anche a distanza di giorni dalla sensibilizzazione e sviluppati a posteriori. Per chi viaggiava, e per chi doveva documentare monumenti lontani da una camera oscura, era una libertà nuova. La cera, inoltre, consentiva una conservazione dei fogli sensibili molto superiore a quella dei calotipi tradizionali. Il metodo fu adottato rapidamente da numerosi fotografi in Francia e all’estero: Roger Fenton, secondo una ricostruzione riportata anche in questo sito, imparò il calotipo su carta cerata a Parigi, probabilmente proprio da Le Gray. La grande stagione della documentazione architettonica e di paesaggio degli anni Cinquanta, dai monumenti medievali francesi alle vedute di viaggio, si appoggia in larga misura su questa variante, tanto che opere celebri come i bastioni di Carcassonne e il «Salon del 1852» sono stampe da negativi su carta cerata, come registra il catalogo del Metropolitan Museum.
Trattati, collodio e la cultura fotografica francese
Le Gray fu anche un autore di manuali, e il trattato conobbe quattro edizioni, nel 1850, 1851, 1852 e 1854. L’edizione del 1850 fu tradotta in inglese a Londra con il titolo «A practical treatise on photography, upon paper and glass», e nel 1853 uscì a Londra anche «Photographic manipulation: the waxed paper process of Gustave Le Gray». Nell’edizione del 1852 Le Gray scrisse che la fotografia doveva essere «inclusa tra le arti». Quella frase riassume una battaglia culturale che a Parigi si combatteva in quegli anni, tra gli ambienti dell’Accademia e i primi circoli di fotografi.
Il tema del collodio merita una precisazione. La tecnica del collodio umido su vetro viene attribuita a Frederick Scott Archer, che la mise a punto nel 1848 e la pubblicò nel marzo del 1851 sulla rivista The Chemist. Le Gray aveva pubblicato nel 1850 un metodo al collodio, che però, secondo molte ricostruzioni, restò sul piano teorico. Resta il fatto che Le Gray fu tra i primi a portare il vetro collodionato a livelli di qualità ottica e di ricchezza tonale elevatissimi: le immagini degli anni 1856-1858 sono il risultato di una padronanza pratica prima ancora che di una priorità inventiva. Chi voglia seguire la storia del procedimento può leggere la scheda sul collodio, dove la sequenza di Archer è ricostruita nel dettaglio.
Il laboratorio di Le Gray era anche una scuola. Il Metropolitan Museum ricorda che il fotografo fondò uno studio, insegnò fotografia a circa cinquanta allievi noti, tra cui Nadar, Charles Nègre e Henri Le Secq, e offrì servizi di stampa per i negativi di altri fotografi. Altre fonti aggiungono tra gli allievi Olympe Aguado e Maxime Du Camp. Quest’ultimo, giornalista senza esperienza fotografica, imparò il mestiere da Le Gray poco prima di partire per il viaggio in Egitto e nel Vicino Oriente compiuto con Gustave Flaubert, come racconta anche la scheda del sito sulla fotografia archeologica.
La Mission Héliographique e le prime società
Nel 1851 la Commission des monuments historiques affidò a cinque fotografi, tra cui Le Gray e Henri Le Secq, insieme a Édouard Baldus, Hippolyte Bayard e Auguste Mestral, la Mission Héliographique, una campagna di documentazione del patrimonio monumentale francese. È considerata la prima commissione governativa di un’indagine fotografica sistematica sull’architettura, e di essa si parla anche nella storia della fotografia di architettura e in quella della fotografia topografica. Le Gray viaggiò con Mestral nel sud-ovest del paese, a partire dai castelli della Loira, quindi lungo le chiese sul cammino di Santiago di Compostela e infine a Carcassonne, poco prima che Viollet-le-Duc mettesse mano al restauro delle fortificazioni. Le fotografie delle architetture romaniche e gotiche, alcune delle quali realizzate sui negativi di carta cerata, hanno oggi un valore di fonte storica proprio perché precedono molti interventi di restauro.
Nello stesso 1851 Le Gray partecipò, secondo la voce francese dedicata, alla fondazione della Société héliographique, la prima associazione fotografica al mondo, e della rivista La Lumière. Da questa società derivò nel 1854 la Société française de photographie, di cui Le Gray è ricordato tra i fondatori. Questi fatti dicono qualcosa di importante sulla sua posizione: non era solo un tecnico isolato, ma una figura di collegamento tra la ricerca chimica, il mondo dell’arte e le istituzioni nascenti della fotografia.
Fontainebleau e i pittori di Barbizon
La foresta di Fontainebleau è il banco di prova del Le Gray paesaggista. Nelle immagini realizzate tra il 1849 e il 1855 circa, su carta e poi su vetro, il fotografo studia querce, rocce e sottobosco con una sensibilità che deve molto alla pittura della Scuola di Barbizon, dove quegli stessi luoghi erano lavorati dai pittori all’aperto. Secondo la tradizione critica, Le Gray lavorò accanto ai pittori che frequentavano la foresta, e le sue fotografie testimoniano un dialogo fecondo tra pittura di paesaggio e fotografia nascente. Il Metropolitan Museum conserva un «Oak Tree and Rocks, Forest of Fontainebleau» del 1849-1852 stampato da negativo su carta, e un «Tree Study» di circa il 1856 da negativo su vetro: due date che mostrano il passaggio dal supporto cartaceo al vetro nel corso del decennio.
Il mercato conferma il giudizio dei critici. Nell’ottobre 1999, da Sotheby’s a Londra, il «Beech Tree, Fontainebleau» fu venduto per 419.500 sterline, allora un primato per una singola fotografia all’asta. Un’opera diversa, fatta di luce e di aria più che di architettura, aveva raggiunto prezzi che per l’epoca erano riservati ai quadri.
Lo studio di boulevard des Capucines
Nell’autunno 1855 Le Gray fondò la società «Gustave Le Gray et Cie», finanziata con 100.000 franchi dal marchese de Briges. Lo studio sorgeva al numero 35 di boulevard des Capucines, nel cuore mondano della capitale, e fu allestito con un lusso notevole: la sede sarebbe poi diventata lo studio di Nadar e il luogo della prima mostra impressionista. Vi si ritraevano, secondo le biografie, personaggi della vita culturale e politica del Secondo Impero, e i resoconti più diffusi citano tra i clienti nomi come Alexandre Dumas, Rossini e Delacroix, oltre a ufficiali dell’esercito imperiale. Fotografo ufficiale di corte, Le Gray fu anche chiamato a registrare la nascita del principe imperiale nel 1856 e i viaggi della corte in Bretagna e in Normandia, e si guadagnò il titolo di fotografo di Napoleone III.
La gestione economica fu però disastrosa. Le spese di costruzione e di arredo dello studio produssero debiti ingenti, e i finanziatori lamentarono prelievi personali eccessivi, interessi non pagati e il rifiuto di aprire i libri contabili. Un altro elemento di pressione fu la diffusione della carte de visite, il ritratto a basso costo di Disdéri, che minacciava il commercio dei ritratti di prestigio. La società fu sciolta il 1° febbraio 1860, dopo che alla fine del 1859 Le Gray aveva chiuso lo studio.
Le marine e il collodio: un apice tecnico e artistico
Il contributo più celebre di Gustave Le Gray alla storia della fotografia sono le fotografie del mare, le cosiddette marines, realizzate tra il 1856 e il 1858 sulle coste normanne, mediterranee e bretoni, in particolare a Sète e in Normandia. Sono opere di straordinaria bellezza e di eccezionale difficoltà tecnica. Il problema della fotografia di paesaggio marino a metà Ottocento era la differenza di luminosità tra il cielo e l’acqua: le emulsioni dell’epoca, sensibili soprattutto alla luce blu, tendevano o a bruciare il cielo, riducendolo a una massa bianca uniforme, o a sottoesporre il mare, che finiva per risultare scuro e privo di dettaglio.
Le Gray risolse il problema con la tecnica che nella letteratura francese si chiama «ciel rapporté», cioè il cielo aggiunto. Esponeva due negativi separati, uno per il mare e uno per le nuvole, e li combinava in due passaggi di stampa su una sola immagine di equilibrio tonale mai visto prima. La stessa idea ricorre nelle storie della fotografia come uno dei primi esempi di quello che oggi chiameremmo fotomontaggio o tecnica ad alta gamma dinamica: chi voglia seguire il confronto con le soluzioni successive può leggere la storia del bracketing espositivo, dove le marine di Le Gray sono citate, oppure la guida alla doppia esposizione in camera. Un confronto utile riguarda anche Henry Peach Robinson, che negli stessi anni in Gran Bretagna univa più negativi per costruire le sue fotografie di composizione.
La fotografia «La Grande Vague, Sète» (1857) è considerata una delle immagini più importanti della storia del medium: un’onda che si infrange in controluce sotto un cielo carico di nuvole drammatiche, con una qualità di luce che compete con la pittura romantica sul suo terreno. Il Metropolitan Museum conserva una versione stampata all’albumina da negativo su vetro, e lo stesso museo ha in raccolta «Brig on the Water» del 1856 e «La Reine Hortense, yacht de l’empereur, Le Havre», dello stesso anno. Una recensione del 1857 citava ordini di marine per 50.000 franchi. Le marine, vendute a prezzi molto elevati ai collezionisti parigini e in tirature limitate, procurarono a Le Gray una notorietà che superò i confini della Francia.
Il giudizio sul valore tecnico di queste fotografie non è cambiato. Un secolo e mezzo dopo, un fotografo che lavori in digitale con un esposimetro a matrice sa quanto sia difficile tenere insieme un cielo e una distesa d’acqua nello stesso scatto, e comprende meglio che cosa abbia significato risolvere quel problema con un materiale che reagiva solo al blu.
Châlons, la corte e i ritratti
Nel 1857 Le Gray fotografò le manovre militari del campo di Châlons, un’operazione legata all’ambiente di Napoleone III e della corte. Il Metropolitan Museum conserva una «Cavalry Maneuvers, Camp de Châlons» del 1857, stampata all’albumina da negativo su vetro. Le immagini sono considerate tra i primi reportage fotografici militari e anticipano la tradizione del fotogiornalismo di guerra, che si svilupperà dai tempi della Crimea con Roger Fenton fino ai grandi conflitti del Novecento.
Secondo il Getty Museum, nel 1857 fu Napoleone III in persona a commissionargli la documentazione del campo estivo di addestramento dell’esercito, con particolare attenzione al reggimento degli zuavi. Il lavoro di Le Gray con la corte comprende anche un ritratto dell’imperatrice Eugenia in preghiera del 1856, stampato all’albumina da negativo al collodio su vetro, ed è uno dei pochi casi in cui il Metropolitan Museum specifica con precisione che il negativo è al collodio. Il ritratto di personalità, come testimonia anche il museo con il ritratto di Louis-Napoléon del 1852, è una componente stabile della sua produzione.
La fuga, Dumas e Garibaldi
Alla fine del 1859 Le Gray chiuse lo studio. Aveva quarant’anni, e secondo il Metropolitan Museum lasciò la moglie e i figli e fuggì dai creditori. Il 9 maggio 1860 salpò da Marsiglia con Alexandre Dumas padre, a bordo di uno yacht, in un viaggio che nei piani doveva essere di piacere e di scoperta. Dumas deviò per sostenere Garibaldi, e Le Gray fotografò Garibaldi e le strade barricate di Palermo dopo la presa della città, in immagini che circolarono in tutta Europa durante la spedizione dei Mille. Dopo circa due mesi di viaggio il fotografo fu lasciato a Malta, in seguito a un dissidio personale con Dumas.
Da Malta Le Gray proseguì per il Libano e la Siria. Nel 1860-1861 lavorò come reporter di guerra per Le Monde illustré, seguendo gli spostamenti dell’esercito francese in Siria, e, secondo le ricostruzioni, allestì uno studio tra le rovine di Baalbek; in Siria rimase ferito. Il percorso proseguì verso l’Egitto: nel 1861 si trovava ad Alessandria, dove fotografò, secondo altre ricostruzioni, esponenti della nobiltà europea in visita, tra cui il futuro Edoardo VII.
Egitto e ultimi anni
Nel 1864 Le Gray si stabilì al Cairo, sostenuto da Ismail Pascià. Visse di una modesta attività di docente di disegno, anche per i figli del pascià, e mantenne una piccola bottega fotografica. Nel 1867 inviò fotografie all’Esposizione universale di Parigi, ma l’accoglienza fu tiepida. Tra le immagini egiziane il Metropolitan Museum conserva il «Tempio di Edfu» del 1867, stampato da negativo su carta. Rimase in Egitto una ventina di anni, produsse poco, non tornò mai in Francia e morì al Cairo il 30 luglio 1884, pochi mesi dopo il ritiro. La stampa francese gli dedicò un breve avviso con un nome sbagliato.
Gli ultimi anni di Le Gray sono stati ricostruiti anche attraverso i documenti d’archivio. Si era sposato nel 1844 con Palmira Maddalena Gertrude Leonardi, da cui ebbe sei figli, due dei quali sopravvissero all’età adulta; nel 1862 la moglie tornò a Roma e chiese un sostegno economico. Nel 1883 una nuova relazione generò un figlio, ma l’atto di nascita fu annullato perché la morte della moglie non era provata, e l’erede designato fu Alfred, l’unico figlio sopravvissuto del primo matrimonio.
Le opere principali
Tra le opere di riferimento la prima è «La Grande Vague, Sète» del 1857, la più celebre delle marine, con esemplari nelle principali collezioni del mondo. Accanto a questa si colloca l’insieme delle marine di Normandia, Mediterraneo e Bretagna del 1856-1858, realizzate con la tecnica del cielo aggiunto, che comprende «Brig on the Water», «Cloudy Sky, Mediterranean Sea» e le vedute del Havre, tra cui «Bateaux quittant le port du Havre» (1856-1857). A questo gruppo si affiancano la Mission Héliographique del 1851, con le vedute di Carcassonne, di Aubeterre e delle chiese del sud-ovest, e il campo di Châlons del 1857, reportage militare legato alla corte di Napoleone III.
La serie della foresta di Fontainebleau, nel periodo 1849-1856, documenta il dialogo con i pittori di Barbizon e comprende il «Beech Tree» e gli studi di querce e rocce. I ritratti di boulevard des Capucines, realizzati tra il 1856 e il 1860 e tra cui si ricordano quelli dei personaggi del Secondo Impero, completano il quadro delle opere parigine. Del periodo mediterraneo restano le fotografie di Palermo del 1860, mentre dell’ultima fase egiziana sono noti il «Cammello che trasporta artiglieria, Egitto» del 1866 e «Back from the Fountain, Cairo» del 1873.
Le stampe originali di Le Gray si trovano, tra le altre, al Metropolitan Museum of Art e al MoMA di New York, al Getty Museum, al Musée d’Orsay, alla National Gallery of Art di Washington, all’Art Institute of Chicago, al Städel Museum e al Victoria and Albert Museum di Londra, dove nel 1868 Chauncy Hare Townshend donò un’intera raccolta di marine, conservata in cartelle e ancora in buono stato. Anche al Castello di Compiègne e alla Bibliothèque nationale de France sono presenti suoi lavori.
Eredità, collezioni e mercato
Nel 1859, mentre il ritratto in studio era già in crisi, Le Gray realizzò una serie di vedute di Parigi, e dopo il suo arrivo in Egitto la veduta della sala ipostila di Karnak divenne un esempio celebre della fotografia ottocentesca. Il Getty Museum, che nel 2002 presentò a Los Angeles più di cento fotografie realizzate tra gli anni Cinquanta dell’Ottocento e il 1867, definisce Le Gray «il più importante fotografo francese dell’Ottocento» e ricorda il suo ruolo di maestro di altri fotografi. La mostra, la più ampia mai dedicata a Le Gray negli Stati Uniti, derivava da una rassegna allestita alla Bibliothèque nationale de France nella primavera del 2002. Tra le opere conservate al George Eastman Museum compaiono, oltre a «La Grande Vague, Sète» del 1857, «The Breaking Wave» (1857), «Solar effects in the clouds and ocean» (1856), la veduta del foro di Pompei del 1855 circa e la scala del castello di Blois del 1851. Il Victoria and Albert Museum custodisce il «Bas-Bréau, Forest of Fontainebleau», fotografato nel 1851 e stampato verso il 1855 da un negativo su carta cerata, nel lascito di Chauncey Hare Townshend del 1868.
La riscoperta moderna di Le Gray comincia con le grandi mostre e con il mercato. Nell’ottobre 1999 da Sotheby’s «La Grande Vague, Sète» fu venduta a 507.500 sterline, circa 840.000 dollari, un nuovo primato per una fotografia all’asta, acquistata, secondo i resoconti, da Sheik Saud Al-Thani del Qatar. Il record fu superato nel maggio 2003 con un dagherrotipo di Girault de Prangey. Nel 2002 il Getty Museum organizzò la mostra «Gustave Le Gray, 1820-1884», aperta dal 9 luglio al 29 settembre, e quello stesso anno il catalogo curato da Sylvie Aubenas per la Bibliothèque nationale de France e Gallimard, di 450 pagine, diventò il riferimento bibliografico principale. Nel 2007 uno dei dieci album del 1857 fu venduto a 696.730 euro, e nel 2011 «Bateaux quittant le port du Havre» (1856-1857) raggiunse a Vendôme il record di 917.000 euro, indicato nel 2016 come la fotografia ottocentesca più cara mai battuta all’asta.
Più dei prezzi, conta il modo in cui Le Gray ha cambiato l’idea di che cosa una fotografia potesse essere. Prima di lui il paesaggio fotografico era in gran parte una registrazione, ben fatta ma priva di pretese compositive; dopo di lui fu possibile pensare a una fotografia costruita, in cui il fotografo decide la luce, il momento e perfino la combinazione di più riprese per ottenere un effetto. La domanda di fondo che pose, se il fotografo sia un pittore con altri mezzi o un tecnico con ambizioni, continua a riproporsi ogni volta che una nuova tecnica entra nell’uso, dal fotoritocco alla fotografia computazionale. Chi lavora oggi con la gamma dinamica estesa o con la fusione di scatti ripercorre, in forma digitale, la strada tracciata dalle marine del 1856.
Sul piano della storia delle istituzioni, Le Gray è un nodo importante. Fu protagonista di una stagione in cui la fotografia francese si organizzava, con una società, una rivista e una committenza pubblica, e il suo studio fu una scuola informale per una generazione di fotografi. La sua parabola personale, che dal successo parigino conduce all’isolamento del Cairo, resta uno dei casi più studiati di un artista che inventa un linguaggio e non riesce a trarne una stabilità economica.
Domande frequenti
Quando e dove nacque Gustave Le Gray?
Nacque il 30 agosto 1820 a Villiers-le-Bel, a nord di Parigi, in una famiglia di commercianti. Morì al Cairo il 30 luglio 1884.
Che cos’è il negativo su carta cerata?
È una variante del calotipo di Talbot in cui la carta viene impregnata di cera prima della sensibilizzazione. Il foglio risulta più trasparente, l’immagine più nitida e la preparazione può essere fatta con anticipo, cosa utile in viaggio. Le Gray lo descrisse nel trattato del 1850.
Le Gray inventò il collodio umido?
No, il procedimento al collodio umido su vetro è attribuito a Frederick Scott Archer, che lo pubblicò nel 1851. Le Gray aveva pubblicato nel 1850 un metodo al collodio rimasto teorico, ma fu tra i fotografi che portarono il vetro collodionato a un livello altissimo di qualità.
Come realizzava le marine?
Usava due negativi, uno per il mare e uno per il cielo, combinati in due passaggi di stampa su un’unica immagine. Così evitava che il cielo risultasse bianco e uniforme o che il mare diventasse scuro e privo di dettaglio.
Che cos’è la Mission Héliographique?
Fu una campagna del 1851, promossa dalla Commission des monuments historiques, per documentare i monumenti storici della Francia. Vi parteciparono cinque fotografi: Le Gray, Le Secq, Baldus, Bayard e Mestral.
Perché Le Gray lasciò la Francia?
Lo studio di boulevard des Capucines si era riempito di debiti, e la società fu sciolta nel febbraio 1860. Le Gray lasciò la famiglia e i creditori e partì da Marsiglia il 9 maggio 1860 con Alexandre Dumas.
Che cosa fotografò in Italia?
A Palermo, dopo la presa della città da parte di Garibaldi, nel 1860 fotografò il condottiero e le strade barricate. Le immagini ebbero larga circolazione in Europa.
Dove si vedono le sue fotografie?
Sono conservate, tra gli altri, al Metropolitan Museum e al MoMA di New York, al Getty Museum, al Musée d’Orsay, alla National Gallery of Art di Washington e al Victoria and Albert Museum di Londra.
Per altri profili si può consultare l’indice I grandi fotografi della storia, che raccoglie autori e autrici di ogni epoca.
Fonti
- Metropolitan Museum of Art, Heilbrunn Timeline of Art History: Gustave Le Gray (1820-1884)
- J. Paul Getty Museum: Gustave Le Gray, Photographer (mostra del 2002)
- Encyclopaedia Britannica: Gustave Le Gray
- Wikipedia in inglese: Gustave Le Gray
- Wikipedia in francese: Gustave Le Gray, cronologia e opere
- Wikipedia in italiano: Gustave Le Gray
- Victoria and Albert Museum: Bas-Bréau, Forest of Fontainebleau
- George Eastman Museum: opere di Gustave Le Gray in collezione
Aggiornato Ottobre 2026



