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Martín Chambi

Martín Chambi (1891-1973) è il primo grande fotografo indigeno latinoamericano: ritratti di studio, reportage andini e Machu Picchu in circa 30.000 lastre di vetro, rivelate al mondo dalla mostra del MoMA nel 1979.

La Redazione di Storia della Fotografia 19 min di lettura

I Maestri della Fotografia

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Retrato_de_Martín_Chambi,_1956
By Martín Chambi - https://www.bellasartes.gob.ar/coleccion/obra/11828/, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=132361645

Martín Chambi nacque il 5 novembre 1891 a Coaza, un piccolo villaggio della regione di Puno, nel sud del Perù, da una famiglia contadina di lingua quechua e di condizioni modeste. Morì a Cusco il 13 settembre 1973. In mezzo ci sono più di cinquant’anni di fotografia: ritratti di studio per le famiglie dell’élite cusqueña, cartoline, reportage per i giornali, servizi sulle feste e sui mercati andini, le prime immagini sistematiche delle rovine inca dopo la scoperta di Machu Picchu. Chambi è considerato il primo grande fotografo indigeno dell’America Latina, perché il suo sguardo sulla propria gente cambia il rapporto tra chi fotografa e chi è fotografato.

Il suo archivio supera i trentamila negativi su lastra di vetro. Restò a lungo noto soltanto a livello locale e fu rivelato al mondo negli anni Settanta, quando il catalogo delle lastre, finanziato nel 1977, portò nel 1979 alla mostra del Museum of Modern Art di New York. Oggi le sue immagini stanno nei musei di Stati Uniti, Brasile ed Europa e ispirano le nuove generazioni di fotografi andini.

Retrato_de_Martín_Chambi,_1956
By Martín Chambi – https://www.bellasartes.gob.ar/coleccion/obra/11828/, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=132361645

In Sintesi

  • Martín Chambi (Coaza, Puno, 5 novembre 1891 – Cusco, 13 settembre 1973) è il primo grande fotografo indigeno latinoamericano, di madrelingua quechua.
  • Si forma ad Arequipa nello studio di Max T. Vargas, apre uno studio a Sicuani nel 1917 e si stabilisce a Cusco nel 1920 (alcune fonti indicano il 1923).
  • Il suo corpus comprende ritratti di studio, reportage di comunità andine, cartoline e il primo documento sistematico di Machu Picchu e dei siti inca.
  • L’archivio conta circa trentamila lastre di vetro, conservate dalla famiglia nell’Archivo Fotográfico Martín Chambi di Cusco.
  • Nel 1979 il MoMA gli dedicò la mostra «Projects: Martín Chambi and Edward Ranney», con una sessantina di fotografie.
  • Nel 1936 scrisse di sentirsi rappresentante della propria razza e di voler far parlare il suo popolo attraverso le fotografie.

Origini e formazione

Martín Jerónimo Chambi Jiménez cresce in un contesto rurale profondamente andino, dove il quechua è la lingua materna e la tradizione indigena segna ogni aspetto della giornata. Il nord del lago Titicaca è una delle zone più povere del paese. Intorno al 1905, quando ha quattordici anni, segue il padre nelle miniere d’oro di Carabaya, sulle rive del fiume Inambari. Alla miniera Santo Domingo, vicino a Coaza, lavora per una compagnia mineraria legata alla Inca Mining Company di Bradford, in Pennsylvania, e lì incontra per la prima volta la fotografia grazie al fotografo che documenta il lavoro dell’impresa. La voce spagnola di Wikipedia ricorda che i primi maestri furono fotografi inglesi al servizio della compagnia. Il giovane osserva, impara le nozioni di base e capisce che quel mestiere può portarlo lontano.

Nel 1908 si trasferisce ad Arequipa, città in cui la fotografia è già un mestiere sviluppato. Entra come apprendista nello studio di Max T. Vargas, uno dei primi fotografi peruviani e padre di Alberto Vargas, il futuro illustratore. Secondo la voce italiana di Wikipedia l’apprendistato dura circa nove anni, e non è soltanto un passaggio tecnico: in quello studio Chambi impara a governare la luce nel ritratto, a dosare le ombre, a costruire una posa, a gestire clienti di ceti diversi. Impara l’uso delle lastre di vetro, lo sviluppo, la stampa, l’illuminazione di studio, con una rapidità che lo rende presto autonomo. Nel 1917 espone per la prima volta al Centro Artístico di Arequipa.

L’anno 1917 segna anche l’inizio dell’attività autonoma. Chambi apre uno studio a Sicuani, tra Arequipa e Cusco, e in novembre pubblica le sue prime cartoline. Il formato è una novità nel Perù di allora e lui ne diventa il pioniere: il paesaggio andino, fino a quel momento raccontato soprattutto da stranieri, entra nel commercio delle immagini attraverso un fotografo del posto. Per capire il peso del passaggio basta ricordare che il turismo di massa è ancora lontano, ma che le cartoline avviano già un repertorio visivo di luoghi, monumenti e costumi, fenomeno che si legge anche nella storia della fotografia turistica.

Cusco, lo studio e il lavoro per i giornali

Nel 1920 Chambi si trasferisce a Cusco, l’antica capitale dell’impero inca, e apre un nuovo studio che diventa in pochi anni il più importante della città. Alcune fonti spostano l’arrivo al 1923. La scelta di Cusco ha motivi precisi. La città è il cuore della cultura quechua ed è il punto di partenza per i viaggi verso le rovine che archeologi e viaggiatori stranieri stanno cominciando a esplorare. Offre clientela ricca, un ambiente intellettuale vivace e un mercato di immagini in crescita. Chambi costruisce in poco tempo la reputazione di miglior fotografo del Perù meridionale, servendo clienti di ogni ceto.

Lo studio di Cusco, nella calle Marqués, ha persiane e imposte che permettono di regolare la luce naturale. Le persone indigene, in genere, vengono fotografate all’aperto, mentre i clienti benestanti posano all’interno, tra tendaggi e accessori. In questa bottega si fabbricano immagini di famiglia, nozze, gruppi, ritratti individuali, autoritratti. Chambi si ritrae spesso, con grande cura per l’abito e per la posa. Tra il 1918 e il 1930 lavora anche come fotoreporter per giornali e riviste come La Crónica, Variedades, Mundial e La Nación di Buenos Aires, in un periodo in cui il Perù del presidente Leguía investe nell’immagine di modernità. Il suo lavoro di cronista include il primo volo aereo di Velasco Astete a Cusco, uno scatto celebre che sta a metà tra reportage e racconto del progresso.

Nel corso degli anni Chambi viaggia nelle Ande, in Cile nel 1936, dove espone il suo lavoro, in Bolivia, con una mostra a La Paz nel 1925, e in Messico nel 1964, alla prima convenzione della Federazione Internazionale di Arte Fotografica. Nel 1938 apre una galleria annessa allo studio, nel 1938 pubblica sul National Geographic (numero di febbraio) e nel 1958 viene festeggiato con una mostra per i cinquant’anni di carriera. Dopo il terremoto che nel 1950 devasta Cusco e chiude l’epoca della cosiddetta scuola cusqueña, la sua attività diminuisce gradualmente.

Analisi storico-critica

L’opera di Martín Chambi occupa un posto singolare nella storia della fotografia latinoamericana e mondiale. È il primo fotografo indigeno, di lingua quechua e nato in una comunità rurale andina, a costruire un corpus di rilevanza artistica internazionale. Ribalta così il rapporto convenzionale tra fotografo occidentale e soggetto indigeno che aveva dominato la rappresentazione visiva delle Americhe dalla fine dell’Ottocento. Prima di lui le immagini dei quechua venivano prodotte soprattutto da fotografi francesi e americani. In Chambi il soggetto culturalmente non occidentale diventa il produttore dell’immagine e non il suo oggetto.

Nel 1936 scrisse una frase che riassume il suo progetto: sentiva di rappresentare la propria razza e di voler far parlare il suo popolo attraverso le fotografie. La riportano Hyperallergic, che ricorda come all’epoca non ci fossero altri fotografi indigeni in Perù, e la voce spagnola di Wikipedia. Il sito dell’archivio di famiglia lo definisce il primo fotografo di origine indigena a ritrarre la propria gente, fotogiornalista, documentarista della cultura nativa, ritrattista della buona società di Cusco, maestro di una generazione di fotografi.

Il suo stile visivo si distingue per una qualità tecnica altissima, alla quale si aggiunge una sensibilità compositiva che attinge a modelli europei senza perdere la propria specificità. I ritratti di studio che realizza per le famiglie dell’élite cusqueña mostrano una conoscenza precisa delle convenzioni della ritrattistica borghese europea dell’epoca: luce laterale di qualità pittorica, posa controllata, accessori come indicatori di status. Le persone ritratte portano però spesso nella fotografia tratti somatici e abiti che segnalano la mescolanza culturale del Perù andino del primo Novecento. Hyperallergic li definisce ritratti espressivi, di taglio pittorico, di una società diversificata.

Parallelamente al lavoro commerciale, Chambi conduce una ricerca documentaristica sistematica sulla vita delle popolazioni andine: contadini quechua, pastori dell’altopiano, mercati di paese, feste religiose sincretiche. La critica distingue nel suo lavoro un gruppo commerciale, fatto di ritratti su commissione, e un gruppo personale, più vicino al registro antropologico, con tradizioni locali, vedute urbane di Cusco e resti archeologici. Queste immagini non erano commissionate da clienti ma nascevano da una scelta personale. Chambi fotografava la propria gente con uno sguardo di piena dignità, senza l’esotismo pittoresco che segnava la fotografia etnografica dei fotografi stranieri di passaggio nelle Ande. Il confronto con le immagini di europei e americani sugli stessi soggetti è illuminante: dove questi vedono pittoresca alterità, Chambi vede persone familiari nella loro specificità culturale.

Jorge Heredia ha riassunto la doppia anima di questo lavoro: Chambi è stato fotografo dei bianchi che desideravano le sue immagini, ma anche degli indios e dei meticci. La frase, riportata nella voce spagnola di Wikipedia, ricorda che il suo studio era un luogo di incontro tra classi sociali che altrove restavano separate. Una parte della critica ha visto in questa doppiezza il segno di una ricerca di legittimazione, un’altra la prova di un’intelligenza professionale che sapeva servire il mercato senza rinunciare al progetto personale.

La tecnica: dalla lastra al negativo

Dal punto di vista tecnico Chambi lavora con negativi su lastra di vetro, in formati che vanno da 18 x 24 centimetri a 9 x 12, e in seguito con pellicola in rullo e 35 millimetri, come risulta dalla descrizione dell’archivio data dal Gorman Museum dell’Università della California a Davis. Il vetro è il supporto dominante nella prima parte della carriera e conferisce alle stampe la finezza dei dettagli e la ricchezza tonale che i critici notano da sempre. Le lastre alla gelatina sono un’innovazione relativamente recente quando Chambi inizia il mestiere: la prima formulazione dell’emulsione gelatino-bromuro è attribuita a Richard Leach Maddox nel 1871, e il suo uso commerciale si diffonde grazie alle macchine di Eastman, che nel 1879 mise a punto la stesura dell’emulsione sulle lastre e nel 1881 fondò una società dedicata.

La differenza con il collodio umido dei decenni precedenti è sostanziale. Il collodio richiedeva di sensibilizzare, esporre e sviluppare la lastra in poco tempo, con laboratorio portatile al seguito. La gelatina asciutta permette invece di scattare all’aperto e sviluppare più tardi, senza camera oscura mobile. È il progresso che rende possibili le lunghe escursioni di Chambi nelle Ande con l’attrezzatura al seguito: si espone sul campo, si sviluppa in studio. Questo spiega anche la possibilità di fotografare feste, processioni e mercati in condizioni non controllate, e di tornare a Cusco con lastre da stampare nei giorni successivi.

Lo stile di luce del suo studio si sposa con questa tecnica. Con persiane e imposte per modulare la luce naturale, Chambi costruisce ritratti dal modellato morbido e dai toni ricchi, in cui il bromuro d’argento rende i passaggi dalle alte luci alle ombre con grande delicatezza. Per i soggetti indigeni preferisce l’aperto, dove la luce andina, limpida e dura, delinea volti, tessuti e paesaggio con un nitore che diventa una delle sue firme.

Machu Picchu e le rovine inca

Il lavoro sulle rovine inca, in particolare su Machu Picchu, sul Qorikancha e sui numerosi siti archeologici della regione di Cusco, è di primaria importanza. La cittadella, costruita intorno al 1450 e occupata tra il 1420 e il 1530 secondo le datazioni al radiocarbonio, si trova a circa ottanta chilometri a nord-ovest di Cusco e a più di mille metri più in basso della città. Fu portata all’attenzione internazionale da Hiram Bingham, lo storico americano che la raggiunse il 24 luglio 1911 guidato da Melchor Arteaga e che nel 1912 tornò con il sostegno di Yale e della National Geographic Society. Le fotografie di Bingham uscirono nel Geographical Journal nel dicembre 1911 e nel National Geographic Magazine nell’aprile 1912, e gli archeologi e i viaggiatori stranieri cominciarono a esplorare sistematicamente la zona. Il sito entrò nel patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1983.

In questo clima Chambi fu tra i primi a documentare in modo sistematico il patrimonio inca dopo la scoperta, con una sensibilità che andava oltre il turismo culturale. Hyperallergic lo definisce il primo a fotografare i panorami di Machu Picchu dopo Bingham, e tra le sue immagini più riconosciute compare un Panorama di Machu Picchu del 1925. Il museo SFMOMA conserva vedute come Terraces of Machu Picchu (1938), Torre de Machu Picchu (1945) e Double Machu Picchu, oltre a una veduta del muro di Qolcampata, a Cusco, datata 1925, e alla Piedra de los doce ángulos. Esiste anche un celebre ritratto del 1939 di Chambi stesso sulla vetta dell’Huayna Picchu. L’attenzione è per il rapporto tra i monumenti e il paesaggio andino, tra le rovine e le comunità che le abitavano nei dintorni.

Queste immagini costituiscono oggi un documento di valore storico per comprendere lo stato dei siti prima degli interventi di restauro del Novecento. Il Qorikancha, il tempio del Sole dei sovrani inca sul quale sorge il convento di Santo Domingo, mostra nelle sue fotografie il sovrapporsi di epoche diverse nella città. Per un fotografo che poteva contare solo su lastre e luce naturale, la precisione con cui le architetture inca sono restituite resta una prova di mestiere.

Opere principali

L’opera di Chambi si articola in tre grandi filoni tematici che si sviluppano in parallelo per tutta la carriera. I ritratti di studio, che coprono tutte le classi sociali, dalla piccola nobiltà criollo-meticcia ai contadini quechua, sono la parte più ampia del corpus e la più varia stilisticamente. Tra le immagini più note c’è il celebre ritratto del «Gigante di Paruro», un uomo di statura straordinaria fotografato insieme ad amici di altezza normale, in una composizione di commovente semplicità. La data oscilla: molte presentazioni indicano il 1925, mentre una scheda del SFMOMA, che conserva una stampa successiva, la colloca al 1929. Il museo di San Francisco cita anche Wedding of Don Julio Gadea (1926 nella scheda museale, 1930 secondo Hyperallergic) e Marriage of Convenience (1926), due immagini tra le più riprodotte dell’opera di studio. Appartiene al filone anche la serie di ritratti di lottatori e atleti andini, che mostrano corpi in posture di orgoglio fisico raramente rappresentate nella fotografia peruviana dell’epoca.

I reportage di comunità (mercati, feste patronali, processioni religiose, scene di vita contadina) costituiscono il secondo filone e sono per molti critici la parte più originale dell’opera. Il museo SFMOMA elenca Familia Arce y Cosecha de Papas (circa 1930) e immagini come Cuzco lady in typical Indian dress (1932) e Indian woman with llama (1944). Hyperallergic ricorda Triunfo Street, Cusco (1924), Two Giants from Cusco (1925) e un’immagine dell’organista della cappella di Tinta a Sicuani, del 1935. Il terzo filone è il lavoro sui siti archeologici descritto sopra. Insieme formano un racconto unitario: società, persone, territorio.

Una parte del corpus è fatta di autoritratti, genere che Chambi pratica con ironia e con orgoglio professionale. L’Autoritratto del 1923, conservato in più stampe, ne è l’esempio più noto e mostra un uomo elegante, vestito con cura, che si presenta come pari alla clientela che serve. Per un fotografo di origine contadina nella società gerarchica del Perù di allora, il gesto ha un valore che va oltre il mestiere.

L’archivio, la riscoperta e la mostra del MoMA

L’archivio di Chambi conta circa trentamila lastre di vetro, secondo il Gorman Museum e secondo il nipote Teo Allain Chambi, che parla anche di dodici-quindicimila fotografie in rullo; Hyperallergic, riferendosi alla carriera complessiva, cita più di quarantamila negativi. Il materiale è custodito dalla famiglia nell’Archivo Fotográfico Martín Chambi di Cusco e, per una parte, in rapporto con la Pontificia Universidad Católica del Perú. La figlia Julia se ne è occupata fino alla sua scomparsa, nel 2006, e dopo di lei il nipote Teo. Chambi aveva classificato personalmente il materiale: tutto si conserva, ha raccontato il nipote, nelle scatole lasciate dal nonno, con la sua classificazione scritta a mano.

Il riconoscimento internazionale arriva dopo la morte, ma ha una data d’inizio precisa: nel 1977 l’Earthwatch Institute di Belmont, in Massachusetts, finanzia la prima catalogazione e il restauro dell’archivio. Edward Ranney, fotografo e studioso, e Víctor Chambi lavorano con i catalogatori di Earthwatch su circa seimila lastre. L’anno successivo Ranney e Víctor Chambi stampano le immagini che saranno esposte a New York. Il Museum of Modern Art dedica a Chambi, nel 1979, la mostra Projects: Martín Chambi and Edward Ranney, aperta dal 23 marzo al 3 maggio nelle sale del primo piano, con una sessantina di fotografie di Chambi accanto a opere di Ranney. L’iniziativa fu diretta da Betsy Jablow, Newhall Fellow del Dipartimento di fotografia, come risulta dal comunicato stampa del museo del marzo 1979. La mostra viaggiò poi in altre sedi e innescò altre esposizioni internazionali.

Chambi non fece in tempo a vedere questo successo. Morì il 13 settembre 1973 a Cusco, nel suo vecchio studio di calle Marqués, a ottantun anni. Le esposizioni in vita erano state almeno dieci, tra il Perù e l’estero, e un film del 1976 di José Carlos Huayhuaca, El arte fotográfico de Martín Chambi, aveva già cominciato a far conoscere il suo lavoro. Il riconoscimento postumo ha cambiato il posto di Chambi nella storia della fotografia: da maestro locale a figura centrale della fotografia latinoamericana.

Libri, film e mostre

La monografia di riferimento è Martín Chambi, Photographs 1920-1950, con testi di Margaret Sayers Peden, pubblicata in Spagna da Lunwerg nel 1990 e negli Stati Uniti dalla Smithsonian Institution Press nel 1993. Raccoglie una selezione delle immagini migliori con un apparato critico di buon livello. Segue il volume di Amanda Hopkinson, Martín Chambi, uscito da Phaidon nel 2001, e lo studio di Jorge Coronado, Photographs at the Edge: Martín Chambi and the Limits of Lettered Culture, del 2009. Lo scrittore Hugh Thomson dedica a Chambi un passaggio del libro The White Rock (2003), nel capitolo su Machu Picchu.

Sul fronte delle mostre, dopo il MoMA del 1979 si ricordano la presenza in una rassegna di fotografia latinoamericana a Zurigo nel 1981 e la mostra del Círculo de Bellas Artes di Madrid, nel 1990, accompagnata da un libro. Seguono Parigi (Istituto Cervantes, 2001), Madrid (Fondazione Telefónica, 2006) e Cadice (2012, «Perù. Martín Chambi-Castro Prieto»). Nel 2014 l’Instituto Moreira Salles di San Paolo ha presentato la mostra Face Andina, costruita sull’acquisizione di 88 immagini. Il documentario Martin Chambi and the Heirs of the Incas, prodotto per la BBC nel 1986 da Paul Yule e Andy Harries, ha portato la sua storia al pubblico televisivo. Il 5 novembre 2020 Google gli ha dedicato un Doodle per i centoventinove anni dalla nascita.

L’eredità di Chambi

La storia di Chambi è anche una storia di rappresentazione. In un continente in cui la fotografia era arrivata portata da stranieri, che fotografavano gli indigeni come tipi, come costumi, come paesaggio umano, un uomo nato in un villaggio quechua assume il controllo della macchina e dell’archivio. Questo cambio di posizione ha conseguenze che vanno oltre l’estetica. Le sue immagini restituiscono persone con nomi, famiglie, abiti scelti per l’occasione, sguardi diretti. La pagina dedicata alla fotografia sudamericana lo colloca tra i grandi che hanno fotografato la propria anima, e la rassegna sulle tradizioni fotografiche nel mondo lo cita accanto a Salgado e Keïta.

La sua influenza arriva fino ai progetti partecipativi contemporanei. L’artista Gea Casolaro, per esempio, ha realizzato a Lima un lavoro con gli studenti del Centro de la Imagen ispirato a Martín Chambi. La fotografia andina, da Cusco a Lima, riconosce in lui un fondatore.

Resta una questione critica, spesso discussa: quanto dell’opera di Chambi vada letto come documento e quanto come costruzione. I ritratti di studio sono immagini progettate, con pose, abiti, sfondi scelti. I reportage di comunità, pur nella loro apparente spontaneità, sono scelte di inquadratura e di tempo. Ma proprio questa consapevolezza, il sapere che l’immagine è una costruzione, lo allontana dall’ingenuità dell’etnografia coloniale e lo avvicina a un’idea moderna di autorialità. La sua fotografia mostra la gente andina come soggetto della propria storia e non come campione di un catalogo.

Domande frequenti

Chi era Martín Chambi?

Fu un fotografo peruviano di origine quechua, nato a Coaza (Puno) il 5 novembre 1891 e morto a Cusco il 13 settembre 1973. È considerato il primo grande fotografo indigeno dell’America Latina, autore di ritratti di studio, reportage sulla vita andina e fotografie dei siti inca.

Dove si formò come fotografo?

Imparò le basi alla miniera Santo Domingo, vicino a Coaza, poi nel 1908 si trasferì ad Arequipa come apprendista nello studio di Max T. Vargas. Aprì uno studio a Sicuani nel 1917 e si stabilì a Cusco nel 1920, anche se alcune fonti indicano il 1923.

Quando fu riscoperto a livello internazionale?

Nel 1977 la catalogazione dell’archivio, finanziata dall’Earthwatch Institute, avviò la riscoperta. Nel 1979 il Museum of Modern Art di New York presentò la mostra «Projects: Martín Chambi and Edward Ranney», dal 23 marzo al 3 maggio.

Quanti negativi ha lasciato?

L’archivio conta circa trentamila lastre di vetro, secondo il Gorman Museum e la famiglia, più migliaia di immagini su pellicola in rullo. Alcune fonti giornalistiche parlano di oltre quarantamila negativi complessivi nell’arco della carriera.

Che cosa fotografò a Machu Picchu?

Documentò le terrazze, le torri, i muri e i panorami della cittadella, dopo la scoperta di Hiram Bingham del 1911. Un suo panorama risale al 1925, e un celebre ritratto lo mostra sull’Huayna Picchu nel 1939.

Chi conserva oggi il suo archivio?

La famiglia lo custodisce nell’Archivo Fotográfico Martín Chambi di Cusco. Stampe e fondi sono presenti anche in musei come il SFMOMA e il Gorman Museum, che conserva una parte donata dalla famiglia.

Altri profili di autori e autrici sono raccolti nell’indice I grandi fotografi della storia.

Fonti

Aggiornato Ottobre 2026

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