Eugène Atget

Eugène Atget (Libourne, Gironda, 1857 – Parigi, 1927) è uno dei fotografi più singolari, più fecondi e più influenti della storia del medium, autore di un corpus di oltre ottomila fotografie di Parigi e dei suoi dintorni realizzato nell’arco di quasi trent’anni, dal 1897 fino alla morte, con una coerenza di intenti e una qualità di attenzione che non hanno precedenti nella storia della fotografia documentaria. La sua opera ha esercitato un’influenza profonda e duratura sulla fotografia del Novecento, ispirando generazioni di fotografi documentaristi e diventando uno dei riferimenti canonici della storia del medium, pur essendo stata riconosciuta e valutata nella sua piena importanza solo dopo la morte del suo autore, grazie all’instancabile lavoro di promozione di Berenice Abbott, la fotografa americana che aveva frequentato Atget negli ultimi anni della sua vita e che conservò e diffuse la sua opera dopo la morte.

Atget nasce nel 1857 a Libourne, in Gironda, da una famiglia di artigiani, e rimane orfano in tenera età, venendo cresciuto dagli zii materni a Bordeaux. La sua vita prima dell’incontro con la fotografia è quella di un uomo alla ricerca della propria vocazione: marinare, attore di teatro di provincia, pittore dilettante. Si avvicina alla fotografia intorno al 1892, a trentacinque anni, iniziando a vendere fotografie di architetture, scorci urbani e dettagli decorativi come documentazione di riferimento a pittori, scenografi teatrali, illustratori e artigiani che ne avevano bisogno come modelli per i propri lavori. È in questo contesto commerciale apparentemente umile che Atget costruisce il proprio straordinario archivio visivo di Parigi.

Atget non si è mai considerato un artista fotografico: si definiva un “commerciante di documenti” e vendeva le proprie fotografie principalmente a istituzioni come la Bibliothèque nationale de France, il Musée Carnavalet di Parigi e la Commission du Vieux Paris, che le acquistava sistematicamente come documentazione storica del patrimonio urbano in rapida trasformazione. Questa auto-definizione come documentarista privo di ambizioni artistiche è stata a lungo accettata dalla critica, che ha faticato a riconoscere nel suo lavoro la dimensione estetica che oggi appare evidente. Il paradosso atgetiano è che uno dei fotografi più significativi della storia ha operato con la dichiarata intenzione di non fare arte, producendo tuttavia immagini di straordinaria qualità estetica autonoma.

BNF_-_Portrait_d'Eugène_Atget_-_1890_-_001
By Unidentified photographer – http://expositions.bnf.fr/atget/grand/atget.htm, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=27036554

Il tempo sospeso: Parigi come soggetto totale

Il corpus fotografico di Eugène Atget è strutturato attorno a una serie di grandi progetti tematici che insieme coprono quasi ogni aspetto della vita parigina della Belle Époque e degli anni successivi alla Prima guerra mondiale: le vie e le piazze del centro storico, le botteghe artigiane con le loro insegne dipinte, i mercati ambulanti, i cortili interni degli hôtels particuliers, le vetrine dei negozi, i parchi e i giardini pubblici, le periferie e i sobborghi, i villaggi attorno alla capitale. Ogni soggetto viene fotografato più volte, in stagioni e condizioni di luce diverse, con una sistematicità che rivela un approccio quasi ossessivo alla documentazione esaustiva.

Le fotografie di Atget sono quasi sempre prive di figure umane: le strade e i cortili che documenta sono vuoti, o quasi. Questa assenza delle persone, che inizialmente potrebbe sembrare una limitazione tecnica — le lunghe esposizioni richieste dalla sua tecnica con lastre ortochromatiche e obiettivi di grande formato tendevano a rendere sfocate o invisibili le figure in movimento — diventa una delle caratteristiche estetiche più potenti e più cariche di significato della sua fotografia. Parigi senza i parigini è una città che appare sospesa nel tempo, accessibile solo alla fotografia che arriva prima che la vita quotidiana la riempia di nuovo. Questa qualità di presenza assoluta e di assenza umana simultanea è ciò che ha affascinato i surrealisti — Man Ray e André Breton tra i primi a riconoscerlo — che hanno visto nelle fotografie di Atget una dimensione onirica e inquietante che il loro autore non aveva certamente inteso ma che era intrinseca alla sua metodologia.

La tecnica fotografica di Atget è deliberatamente antiquata rispetto agli standard del suo tempo. Mentre i fotografi contemporanei adottavano le nuove emulsioni ortochromatiche e pancromatiche, le macchine fotografiche più compatte e le ottiche più moderne, Atget continua a usare per tutta la vita una macchina a lastre di grande formato (18×24 cm) con un obiettivo di concezione ottocentesca, montata su un pesante treppiede di legno che porta a spalla per le strade di Parigi ogni mattina. Questa scelta deliberatamente arretrata non è nostalgia o ignoranza tecnica: è una fedeltà coerente a uno strumento che produce le immagini che Atget vuole, con la qualità ottica del dettaglio e la resa tonale del bianco e nero che il suo occhio richiede.

La quantità e la sistematicità del corpus atgetiano — più di ottomila negativi in trent’anni, classificati in serie tematiche con una metodologia quasi bibliotecaria — lo rendono uno dei più grandi archivi fotografici di una città nella storia del medium. Il fatto che Parigi che Atget documenta sia in gran parte scomparsa, demolita dall’ammodernamento urbanistico del XX secolo, conferisce retroattivamente a ogni sua fotografia un valore di documento storico che trascende l’intenzione dell’autore: Atget ha fotografato Parigi perché la amava e perché voleva guadagnarsi da vivere, ma ha finito per costruire la memoria visiva di una città che non esiste più.

Dopo la morte di Atget nel 1927, Berenice Abbott acquistò il corpus dell’archivio dagli eredi e lo portò negli Stati Uniti, dove lo conservò per decenni promuovendone la conoscenza e organizzando mostre e pubblicazioni. Nel 1968 Abbott vendette l’archivio al MoMA di New York, che lo ha da allora catalogato, conservato e studiato come uno dei patrimoni fondamentali della storia della fotografia mondiale.

Le Opere principali

  • Vieux Paris (1897–1927): Il corpus principale, con migliaia di fotografie delle strade, degli hôtels particuliers e dei quartieri storici della capitale.
  • Boutiques et étalages (1900–1925): La serie delle vetrine dei negozi e delle botteghe artigiane, tra le fotografie più ammirate per la qualità compositiva.
  • Parcs et jardins de Paris (1900–1920): La documentazione sistematica dei parchi e dei giardini parigini, con particolare attenzione alle sculture e agli elementi decorativi.
  • Zoniers et banlieues (1910–1925): Le fotografie della periferia parigina e dei sobborghi, meno conosciute ma di straordinario valore documentario e estetico.
  • Petits métiers (1899–1912): La documentazione dei mestieri ambulanti parigini, acquaioli, raccoglitori di stracci, arrotini, venditrici di fiori.
  • Versailles, Saint-Cloud, Sceaux (1900–1925): La documentazione dei grandi giardini reali attorno a Parigi, con sculture e architetture in abbandono romantico.
  • Archivio MoMA New York (dal 1968): L’intero corpus acquistato da Berenice Abbott, il più completo archivio atgetiano esistente.
  • Atget – Photography of Old Paris (Berenice Abbott, 1930): La prima grande pubblicazione sistematica sull’opera, fondamentale per la riscoperta internazionale. 

Fonti

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