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La fotografia belga, da una nazione giovane alla chimica fotografica europea

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Il Belgio è uno dei paesi più giovani d’Europa, la sua indipendenza risale al 1830, eppure ha contribuito alla storia della fotografia mondiale in modo sproporzionato rispetto alle sue dimensioni, attraverso una combinazione di vocazione industriale, sensibilità estetica e quella particolare forma di ironia malinconica che percorre tutta la cultura visiva fiamminga e vallone, da Bosch a Bruegel, da Ensor a Magritte. La fotografia arrivò in Belgio quasi contemporaneamente alla sua nascita europea: il paese era abbastanza giovane da non avere ancora una tradizione visiva fotografica, ma abbastanza maturo industrialmente da trasformare in fretta la nuova tecnica in un sistema produttivo di rilievo internazionale.

Questa doppia natura, paese nuovo con industria antica, cultura delle Fiandre e cultura vallona che si guardano con rispetto e diffidenza reciproca, piccola nazione al crocevia tra la Francia, la Germania e i Paesi Bassi, è la chiave per capire la fotografia belga. Non ha prodotto una scuola fotografica nazionale di quelle che si impongono come modelli globali, né una tradizione di reportage così riconoscibile come quella britannica o di avanguardia così influente come quella tedesca. Ha invece prodotto qualcosa di più difficile da etichettare: una cultura visiva ricca di sfumature, capace di ospitare al tempo stesso la precisione industriale di Gevaert e l’onirismo surrealista di Magritte, la documentazione rigorosa dei monumenti nazionali e la fotografia di moda più sofisticata d’Europa.

Alle spalle di tutto questo c’è una storia industriale di straordinaria importanza: quella di L. Gevaert & Cie e della sua trasformazione in Agfa-Gevaert, che insieme rappresentano uno dei contributi più profondi e meno conosciuti della fotografia belga al sistema fotografico mondiale. Una storia di carta fotografica, pellicole, chimica e fusioni industriali che ha plasmato il modo in cui milioni di persone in tutto il mondo hanno fotografato per oltre un secolo.

Un paese giovane e la fotografia come strumento identitario

Il Belgio del 1839 era un paese in costruzione, ancora alla ricerca della propria identità nazionale dopo secoli di dominazione spagnola, austriaca, francese e olandese. L’indipendenza conquistata nel 1830 lasciava un paese che doveva ancora inventarsi: istituzioni, simboli, monumenti, una narrativa visiva capace di tenere insieme Fiandre e Vallonia, cattolici e liberali, agricoltori e industriali, una lingua francese e una nederlandese che non si parlavano ancora con facilità.

In questo contesto, la fotografia arrivò con una tempestività quasi provvidenziale. Già nel 1839 i primi dagherrotipi circolavano a Bruxelles e Anversa, accolti con quell’entusiasmo misto di curiosità scientifica e calcolo culturale che caratterizzava una nazione consapevole di avere bisogno di immagini per costruire se stessa. La fotografia dei monumenti, delle città, del territorio, dei costumi regionali e delle figure storiche divenne molto presto uno strumento esplicito di costruzione identitaria: fotografare il Belgio era anche, in un certo senso, inventarlo, dargli una forma visiva che la storia non gli aveva ancora consegnato.

I fratelli Géruzet, Albert (1842–1890) e Alfred (1845–1903), occuparono tra i professionisti bruxellesi di fine Ottocento un posto di primo piano, con uno studio fotografico di ritratto ereditato dal padre Jules che era già stato un nome di riferimento nella capitale. La fotografia di ritratto a Bruxelles seguiva le stesse convenzioni delle capitali europee più grandi, ma con un tocco proprio: la borghesia belga, ricca e ambiziosa, voleva fotografie che la ritraessero con la dignità dei grandi ritratti pittorici delle Fiandre, e i fotografi più capaci sapevano offrirla.

Gilbert Radoux, già attivo nel 1857 con negativi al collodio su vetro, documentò i monumenti belgi con una sistematicità e una qualità tecnica che ne facevano un pioniere della fotografia d’architettura nazionale. Lavorando in contatto con fotografi della casa francese Bisson Frères, Radoux portò nelle città di Gand, Bruges, Lovanio e Anversa uno sguardo architettonico di grande rigore, contribuendo alla costruzione di un archivio visivo del patrimonio nazionale che aveva al tempo stesso valore culturale e funzione politica: dimostrare che il Belgio aveva una storia e dei monumenti degni della sua nuova dignità di Stato indipendente.

Bruxelles e Anversa: due capitali fotografiche

Il Belgio ottocentesco ospita due culture fotografiche distinte, radicate nelle due principali metropoli del paese. Bruxelles, capitale politica e culturale, sviluppa una scena fotografica orientata verso la documentazione istituzionale, il ritratto borghese e la fotografia artistica; è la città dei musei, delle accademie e delle esposizioni universali, in cui la fotografia trova legittimazione attraverso le stesse istituzioni culturali che danno credito alla pittura e alla scultura.

Anversa è qualcosa di diverso: porto cosmopolita, città mercantile per eccellenza, centro di una tradizione manifatturiera e commerciale che ha radici nel Rinascimento fiammingo. È ad Anversa che nel 1890 un giovane di ventiquattro anni di nome Lieven Gevaert apre un piccolo laboratorio per la produzione di carta fotografica. Non ha capitali enormi, il capitale iniziale della società che fonda nel 1894 con l’uomo d’affari Armand Seghers, la L. Gevaert & Cie, ammonta a soli ventimila franchi belgi, equivalenti a circa cinquecento euro attuali, ma ha intuizione imprenditoriale, competenza tecnica e la capacità di trasformare un’attività artigianale in un’industria di respiro europeo.

L. Gevaert & Cie

La scelta di Anversa non è casuale. La città è al crocevia delle rotte commerciali del Nord Europa, con connessioni dirette verso la Gran Bretagna, la Germania, la Francia e i Paesi Bassi; ha una tradizione manifatturiera che include la lavorazione di materiali chimici e tessili; ha un porto che facilita l’importazione di materie prime e l’esportazione di prodotti finiti. Per un’azienda che vuole vendere carta fotografica in tutta Europa, Anversa è la base logistica ideale.

La Bruxelles di fine Ottocento è anche, culturalmente, uno dei luoghi più vivaci d’Europa. Il circolo Les XX, fondato nel 1883, riunisce pittori, scultori, musicisti e critici che si oppongono al conservatorismo accademico e aprono il Belgio alle correnti più avanzate dell’arte europea: il postimpressionismo, il simbolismo, l’Art Nouveau. In questo ambiente culturale effervescente, la fotografia non resta estranea: i fotografi che frequentano gli stessi ambienti intellettuali degli artisti delle avanguardie sviluppano una sensibilità estetica che anticipa alcune caratteristiche della fotografia pittorialista belga di fine secolo e dei decenni successivi.

Gevaert: dalla carta fotografica all’industria europea dei materiali sensibili

La storia di L. Gevaert & Cie è, nella sua essenza, la storia di un’impresa costruita con una chiarezza di visione e una disciplina esecutiva straordinarie. Lieven Gevaert non era un inventore nel senso romantico del termine, non scoprì nuovi processi chimici né brevettò tecnologie rivoluzionarie, era invece un imprenditore capace di identificare una nicchia di mercato, acquisire il know-how necessario a occuparla e trasformare la produzione artigianale in industria moderna con una velocità e un’efficacia notevoli.

La svolta arrivò attraverso l’acquisizione della parigina Blue Star Papers, che portò in casa Gevaert le conoscenze tecniche per produrre una nuova generazione di carte fotografiche che rendevano più agevole il lavoro in laboratorio, eliminando la necessità di materiali tradizionali come albumina e collodio e introducendo processi di sviluppo più stabili e controllabili. Questa acquisizione trasformò Gevaert da piccolo laboratorio ad Anversa in un attore rilevante del mercato europeo dei materiali fotografici, con una capacità produttiva e un catalogo di prodotti capaci di servire tanto i fotografi professionisti quanto il mercato amatoriale in rapida crescita.

Tra il 1904 e il 1905, la crescita dell’azienda rese necessario il trasferimento verso spazi produttivi più ampi: la sede si spostò a Mortsel, sobborgo di Anversa, che sarebbe rimasta per sempre il cuore geografico dell’industria fotografica belga. A Mortsel sorse nel tempo un vero e proprio complesso industriale, con laboratori di ricerca chimica, impianti di produzione di carta e pellicole, strutture di controllo qualità e una popolazione di lavoratori specializzati che rendevano la città satellite una company town a tutti gli effetti.

Nel 1920 l’azienda assunse la denominazione Gevaert Photo-Producten NV, riflettendo l’espansione del catalogo ben al di là della sola carta fotografica: pellicole in bianco e nero, carte di diversi gradi e superfici, materiali per sviluppo e stampa, prodotti per il cinema. Nel 1929 iniziò la produzione di pellicole per raggi X, un’espansione verso il settore medicale che si sarebbe rivelata fondamentale per la continuità dell’azienda nei decenni successivi. La capacità di diversificarsi senza perdere il proprio core business chimico-fotografico fu una delle caratteristiche più significative della strategia Gevaert, che le permise di attraversare le crisi economiche degli anni Trenta e le devastazioni della Seconda guerra mondiale mantenendo la propria posizione competitiva.

Fotocamere a telemetro (Rangefinder)
Photo by 652234 on Pixabay

Il surrealismo belga e la fotografia: un dialogo difficile e fecondo

La storia culturale della fotografia belga del Novecento non può essere separata dal surrealismo, il movimento artistico che più di ogni altro ha segnato la cultura visiva del paese nel corso del XX secolo. Il surrealismo belga ha caratteristiche proprie, distinte dal movimento parigino di Breton: è più silenzioso, più ironico, meno teoricamente aggressivo, più attento alla dimensione quotidiana del perturbante. Non rivoluzione dell’inconscio come liberazione, ma indagine paziente di come il reale contenga sempre, sotto la propria superficie rassicurante, qualcosa di leggermente sbagliato.

René Magritte, il più celebre tra i surrealisti belgi, non fu un fotografo ma un pittore che usava la fotografia come strumento di lavoro e che intrattenne con essa un rapporto teorico di grande complessità. Le sue tele, in cui un uomo con bombetta e cappotto volge le spalle allo spettatore, una pipa è dichiarata non-pipa, una mela occupa tutto lo spazio di un volto, sono esperimenti sulla rappresentazione che pongono alla fotografia le stesse domande che si pone alla pittura: cosa significa mostrare? cosa vediamo quando guardiamo un’immagine? qual è il rapporto tra la rappresentazione e la cosa rappresentata?. Queste domande sono anche le domande fondamentali della teoria fotografica, e non è casuale che il pensiero di Magritte abbia influenzato profondamente molti fotografi concettuali del secondo Novecento, da Duane Michals a Jan Groover.

Il gruppo surrealista belga, guidato da Paul Nougé, chimico di professione, cosa che non era priva di ironia nel contesto di un paese che produceva pellicole fotografiche, produsse anche lavori fotografici diretti, in cui la fotografia non era illustrazione di un’idea ma strumento di indagine sul reale. Nougé realizzò negli anni Trenta una serie di fotografie intitolate Subversion des images, in cui scene apparentemente quotidiane erano decontestualizzate e riassemblate in modo da produrre un senso persistente di stranezza e di inquietudine. Non il montaggio drammatico del costruttivismo russo, non la solarizzazione di Man Ray, ma qualcosa di più sottile: la normalità disturbata dall’interno, il reale che si rifiuta di essere del tutto normale.

Questa tradizione visiva di perturbazione silenziosa percorre tutta la fotografia belga del Novecento, riaffiorando in modi diversi in autori che non si riconoscono necessariamente nel surrealismo ma che ne portano i segni: nella fotografia di Dirk Braeckman, nei lavori di Marie-Françoise Plissart, nella produzione più recente di Anvers e di Gand che esplora i confini tra documento e finzione con una precisione cerebrale tipicamente belga.

Agfa-Gevaert logo

Il Fotomuseum di Anversa e le istituzioni della fotografia belga

Il Belgio contemporaneo ha costruito attorno alla fotografia istituzioni di rilievo internazionale che non hanno molti equivalenti in paesi di dimensioni comparabili. Il FOMU, Fotomuseum Provincie Antwerpen, è uno dei musei della fotografia più importanti d’Europa, con una collezione di oltre quattro milioni di immagini che copre tutta la storia della fotografia dalla dagherrotipia all’era digitale. Fondato nel 1986 ad Anversa, il FOMU ha svolto un ruolo cruciale nella valorizzazione del patrimonio fotografico belga e nella costruzione di un canone critico della fotografia nazionale: le sue mostre, le sue pubblicazioni e il suo archivio sono punti di riferimento per ricercatori e curatori di tutto il mondo.

La scelta di Anversa come sede del principale museo fotografico belga non è casuale: è la città che ospita la storia più ricca e più stratificata della fotografia belga, dalla tradizione degli studi di ritratto dell’Ottocento all’industria Gevaert, dalla scena pittorialista della fine del XIX secolo alla fotografia contemporanea più sperimentale. Anversa è anche una città che ha mantenuto un rapporto vivace con le arti visive attraverso il XX secolo, producendo designer, fotografi di moda e artisti visivi di rilevanza internazionale.

Il festival di fotografia di Knokke-Heist, le esposizioni del Musée de la Photographie di Charleroi, importante centro della fotografia documentaria francofona, e i programmi delle accademie d’arte di Gand, Bruxelles e Anversa completano un sistema istituzionale che sostiene la fotografia belga con una solidità che il paese piccolo potrebbe non far aspettare.

Agfa-Gevaert: la grande fusione e il sistema dei materiali fotografici europei

Il 1° luglio 1964 fu una data storica per l’industria fotografica mondiale: quel giorno, Agfa AG di Leverkusen in Germania e Gevaert Photo-Producten NV di Mortsel in Belgio si fusero per dare vita ad Agfa-Gevaert, la più grande azienda di materiali fotografici d’Europa e una delle maggiori al mondo. La fusione creò due società gemelle con pari partecipazione: Agfa-Gevaert AG in Germania e Gevaert-Agfa NV in Belgio (poi rinominata Agfa-Gevaert NV nel 1971), con la sede principale a Mortsel.

La logica industriale della fusione era evidente: Agfa aveva il marchio più riconosciuto, le fotocamere e una tradizione nella pellicola a colori di grande importanza (l’Agfacolor, prima pellicola invertibile commerciale d’Europa, era stata introdotta negli anni Trenta); Gevaert aveva la solidità produttiva, la diversificazione verso il settore medico e radiologico, la base industriale di Mortsel e una rete distributiva capillare nel Nord Europa. Mettere insieme le due storie significava costruire un attore unico capace di competere con Kodak sul mercato mondiale su ogni fronte: pellicole, carta, chimica di sviluppo, materiali per radiologia e riprografia.

Agfa-Gevaert divenne nei decenni successivi alla fusione un’azienda di straordinaria complessità e rilevanza industriale. Le pellicole Agfa, la Agfapan 25 in bianco e nero, l’Agfachrome a colori, la Agfacolor per negativi, conquistarono una quota di mercato significativa accanto a Kodak e Fuji, offrendo agli appassionati di fotografia un’alternativa di qualità elevata con caratteristiche cromatiche proprie: i colori Agfa erano diversi da quelli Kodak e Fuji, con una resa dei rossi e dei verdi particolarmente apprezzata da molti fotografi. Questa pluralità di “voci cromatiche” nell’era analogica, Kodak, Fuji, Agfa, Ferrania, era una ricchezza del sistema fotografico mondiale che il digitale avrebbe poi sostituito con la standardizzazione dei sensori.

La divisione radiologica e medicale divenne progressivamente il settore di maggiore crescita dell’azienda, man mano che il mercato fotografico consumer veniva eroso prima dai produttori giapponesi di pellicola e poi dalla fotografia digitale. La capacità di Agfa-Gevaert di mantenere una base industriale solida attraverso la diversificazione verso l’imaging medicale, il settore grafico e la stampa digitale è la ragione principale della sua sopravvivenza come azienda rilevante nell’era post-analogica.

La fotografia belga contemporanea: moda, concetto, documento

La fotografia belga contemporanea è difficile da etichettare con un solo attributo, il che è forse la sua caratteristica più autentica. Il paese che ha prodotto Gevaert e Magritte, che si trova al crocevia tra la cultura visiva francese e quella nordeuropea, che ospita ad Anversa uno dei centri mondiali della moda e a Bruxelles la capitale delle istituzioni europee, produce fotografi capaci di muoversi tra registri molto diversi con una disinvoltura che è essa stessa un segno identitario.

Anversa è, dagli anni Ottanta del Novecento, uno dei centri mondiali della fotografia di moda. La Scuola reale delle Belle Arti e l’Accademia reale di Belle Arti hanno prodotto generazioni di fotografi capaci di un’estetica raffinatissima, spesso in dialogo con i grandi stilisti anversesi, i famosi Sei di Anversa, da Ann Demeulemeester a Dries Van Noten, che richiedevano fotografie all’altezza della loro visione. La fotografia di moda anversese non è la photographie de mode parigina, con il suo glamour leggero e il suo ottimismo decorativo: è più cerebrale, più oscura, più attenta alla struttura e al concetto, pervasa di quella stessa ironia sottile che percorre tutta la cultura visiva belga.

Dirk Braeckman, nato nel 1958 a Gand, è forse il fotografo belga contemporaneo di maggiore riconoscimento internazionale. Le sue fotografie in bianco e nero di grandi dimensioni, figure umane viste di spalle, interni spogliati, superfici, textures, hanno una presenza fisica imponente e un’atmosfera di attesa silenziosa che richiama, senza imitarla, la tradizione della pittura nordeuropea. Non è fotografia documentaria né fotografia concettuale in senso stretto: è qualcosa di più indefinibile e più potente, un’indagine sul peso della presenza umana nello spazio fisico e fotografico insieme.

Marie-Françoise Plissart ha esplorato con grande intelligenza i confini tra romanzo fotografico, narrativa visiva e fiction documentaria, costruendo libri fotografici che pongono domande sulla rappresentazione del genere e dell’identità con una sottigliezza raramente raggiunta in altri contesti. La tradizione del livre photographique, il libro fotografico come opera d’arte autonoma, non semplice contenitore di immagini, è forte in Belgio, paese in cui la cultura editoriale ha radici profonde e la capacità di fare libri belli è una competenza che si tramanda con cura.

Mortsel come centro: eredità industriale e futuro post-analogico

Mortsel, la piccola città alle porte di Anversa che Lieven Gevaert scelse come sede della propria fabbrica all’inizio del Novecento, è ancora oggi il cuore operativo di Agfa-Gevaert. Non più come produttore di pellicole fotografiche, quella stagione si è chiusa con la fine dell’era analogica, ma come quartier generale di un gruppo industriale che opera nei settori dell’imaging digitale, della stampa, della radiologia e delle soluzioni per il settore sanitario.

La continuità geografica di Mortsel è un fatto simbolicamente significativo: è lo stesso luogo in cui Lieven Gevaert costruì la propria fabbrica più di un secolo fa, in cui generazioni di lavoratori belgi hanno prodotto la carta e le pellicole con cui milioni di fotografi di tutto il mondo hanno catturato i propri ricordi e le proprie visioni. Il passaggio dal mondo analogico a quello digitale ha cambiato tutto ciò che si produce in quegli edifici, ma non ha cambiato la vocazione industriale del luogo né la tradizione di eccellenza chimica e di precisione produttiva che risale a Lieven Gevaert.

La storia di Gevaert e di Agfa-Gevaert è, in fondo, la storia più rappresentativa del contributo belga alla fotografia mondiale: non il gesto fondativo solitario dell’inventore geniale, non la scuola estetica che impone il proprio linguaggio a generazioni di fotografi, ma il lavoro paziente e sistematico dell’industria chimica che fornisce agli altri i materiali necessari per fotografare. Un contributo meno visibile degli obiettivi Zeiss o delle pellicole Kodak, ma non meno essenziale: perché senza la carta fotografica di qualità prodotta ad Anversa e poi a Mortsel, senza le emulsioni sviluppate nei laboratori di ricerca di Gevaert e poi di Agfa-Gevaert, milioni di immagini del Novecento non avrebbero mai trovato la propria forma definitiva.

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