Piero Gemelli

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Ci sono fotografi che costruiscono la propria grandezza attraverso la monumentalità del progetto, attraverso la visione totalizzante che abbraccia decenni di lavoro in una coerenza sistematica e riconoscibile, e ci sono fotografi che costruiscono la propria grandezza in modo opposto, attraverso la precisione assoluta del singolo scatto, attraverso quella capacità di condensare in un’unica immagine una qualità di visione e di intelligenza formale che altri fotografi distribuiscono su decine o centinaia di fotografie senza mai raggiungere la stessa intensità concentrata. Piero Gemelli appartiene alla seconda categoria, ed è questa appartenenza che rende la sua opera insieme così difficile da analizzare e così immediatamente riconoscibile quando la si incontra: difficile da analizzare perché non si presta alle sintesi sistematiche né alle narrazioni di lungo periodo che la critica fotografica usa come strumenti principali di interpretazione, immediatamente riconoscibile perché ogni sua fotografia porta in sé una qualità di attenzione e di precisione formale che non si confonde con nessun altro linguaggio visivo della fotografia di moda e di ritratto italiana del suo tempo.

Piero Gemelli nasce a Genova nel 1943, in una città portuale che ha una sua qualità di luce specifica, quella luce ligure che viene dal mare e dai caruggi, che è più dura e più contrastata della luce toscana e più fredda di quella meridionale, una luce che non perdona le imprecisioni e non ammette le mezze misure. Crescere in quella luce, anche senza consapevolezza critica, lascia una traccia nella sensibilità visiva di chi la abita quotidianamente, e nel caso di Gemelli quella traccia si ritrova nella qualità dura e precisa del suo sguardo fotografico, in quella tendenza a costruire le proprie immagini attorno a contrasti netti invece che a sfumature graduali, a usare la luce come strumento di definizione invece che di evocazione, a cercare la forma nelle sue manifestazioni più essenziali e più prive di ambiguità. La formazione avviene tra Genova e Milano, con un percorso che attraversa le scuole d’arte e le prime esperienze professionali negli studi fotografici della città lombarda, e che porta Gemelli nel cuore del sistema della moda italiana proprio nel momento in cui quel sistema stava attraversando la propria fase di massima espansione internazionale, nei primi anni Settanta, quando i marchi italiani cominciavano ad imporsi sui mercati mondiali con una forza e una continuità che non avevano precedenti nella storia dell’industria tessile e dell’abbigliamento della penisola.

La specificità tecnica che distingue immediatamente il lavoro di Gemelli da quello dei suoi contemporanei nella fotografia di moda italiana è il suo uso della luce artificiale in studio, un uso che non ha nulla della convenzione professionale né del manierismo stilistico ma che risponde a una logica formale precisa e meditata, sviluppata nel corso di anni di sperimentazione e di affinamento. Laddove la maggior parte dei fotografi di moda del periodo usava la luce artificiale per garantire la riproducibilità del risultato, per creare condizioni controllate in cui ogni scatto fosse prevedibile e ogni sessione fotografica producesse materiale uniformemente utilizzabile dall’editore, Gemelli usa la luce artificiale in modo radicalmente diverso: come strumento di costruzione plastica, come equivalente fotografico dello scalpello dello scultore, come mezzo per modellare il soggetto che fotografa con una precisione e una intenzionalità che la luce naturale, con la propria variabilità e la propria dipendenza dalle condizioni meteorologiche e dall’ora del giorno, non potrebbe mai garantire. Ogni sorgente luminosa nel suo studio è posizionata secondo un calcolo preciso, ogni ombra è il risultato di una scelta deliberata, ogni zona di luce e di buio nell’immagine finale è stata pensata prima ancora di essere creata, in quella fase di progettazione mentale dell’immagine che precede lo scatto e che per Gemelli è forse la fase più importante di tutto il processo fotografico.

Il corpo femminile nel suo lavoro ha una qualità scultorea che non è mai fredda né distante, una qualità di presenza fisica quasi tattile che nasce proprio da quella luce costruita con tanta cura. I corpi che Gemelli fotografa sembrano quasi tridimensionali sulla superficie piana della stampa fotografica, sembrano avere un peso e un volume che si percepisce visivamente con una immediatezza che raramente si trova nella fotografia di moda del periodo. Questa tridimensionalità percettiva non è un effetto speciale né un trucco tecnico: è il risultato diretto di una illuminazione che modella il corpo invece di semplicemente illuminarlo, che usa il contrasto tra luce e ombra per costruire il volume invece di appiattirlo nella uniformità della luce diffusa. La tradizione cui Gemelli si riferisce, consciamente o inconsciamente, è quella della scultura classica italiana, quella di Michelangelo e di Bernini che hanno portato il marmo a una qualità di presenza fisica e di tensione muscolare che nessun’altra tradizione scultorea ha mai raggiunto, e la sfida che egli si pone è di produrre nella fotografia un effetto analogo: restituire al corpo fotografato quella qualità di materia vivente, di presenza fisica irriducibile alla propria rappresentazione, che la scultura raggiunge attraverso il volume reale e la fotografia deve costruire attraverso l’illusione ottica.

Il rapporto con il bianco e nero è fondamentale per comprendere la specificità del suo linguaggio visivo. Gemelli ha lavorato sia in bianco e nero che a colori nel corso della propria carriera, e i lavori a colori sono spesso di grande qualità formale, ma il bianco e nero è il territorio in cui la propria visione si esprime nella forma più concentrata e più personale. Non è il bianco e nero del documentarismo neorealista, con la sua qualità di grano e di casualità che porta in sé la traccia del mondo reale fotografato in condizioni difficili e imprevedibili. È un bianco e nero di studio, perfettamente controllato in ogni sua sfumatura, in cui il passaggio dal bianco assoluto al nero assoluto attraverso tutte le gradazioni intermedie del grigio è gestito con la precisione di un musicista che governa ogni sfumatura dinamica di un’esecuzione. La gamma tonale delle sue fotografie in bianco e nero è straordinariamente ricca, capace di contenere simultaneamente le alte luci più brillanti e le ombre più profonde senza perdere dettaglio in nessuna delle due zone estreme, e questa ricchezza tonale è sia il risultato di una tecnica di esposizione e di sviluppo rigorosa sia il prodotto di quella luce costruita con cura di cui si è già detto, che crea contrasti sufficientemente ampi da dare profondità all’immagine ma mai così brutali da distruggere la continuità tonale che la rende leggibile e bella.

La collaborazione con le principali riviste di moda italiane ed europee, avviata nei primissimi anni Settanta e proseguita per oltre tre decenni con una continuità e una qualità costante che testimoniano la solidità del suo metodo di lavoro, produce nel corso degli anni un portfolio di immagini che attraversa tutta la storia della moda italiana del secondo Novecento con una qualità di documento e di arte insieme che non appartiene alla produzione corrente ma alla categoria più rara e più preziosa delle immagini che resistono al tempo. Gemelli ha fotografato le collezioni dei più importanti stilisti italiani degli anni Settanta, Ottanta e Novanta, da Giorgio Armani a Gianni Versace, da Gianfranco Ferré a Valentino, portando ad ognuno di questi incontri la stessa qualità di sguardo preciso e costruttivo che ha caratterizzato tutto il suo lavoro, trasformando ogni commissione in un’occasione per affinare ulteriormente la propria visione invece di consolidarla nel manierismo della ripetizione.

Il ritratto, che occupa una parte significativa ma spesso trascurata della sua produzione, mostra una qualità diversa rispetto al lavoro di moda, meno scultorea e più psicologica, come se la presenza di un soggetto individuale con la propria specificità fisica e caratteriale modificasse la logica costruttiva che governa il lavoro di studio. I ritratti di Gemelli, realizzati prevalentemente nel corso degli anni Ottanta per committenze editoriali e per commissioni private, hanno una qualità di presenza umana che non sempre ci si aspetta da un fotografo la cui grandezza è stata costruita prevalentemente sulla perfezione formale: i soggetti sembrano davvero presenti, davvero se stessi, con quella qualità di autenticità che è il risultato non di una tecnica ma di un rapporto, di quella capacità di mettere il soggetto a proprio agio nella situazione artificiale dello studio fotografico che richiede qualità umane oltre che competenze tecniche. Questa doppia competenza, quella formale e quella relazionale, è forse la caratteristica più completa e più difficile da raggiungere nella fotografia di ritratto, e il fatto che Gemelli la possieda in misura significativa lo distingue dai fotografi che eccellono in una sola delle due dimensioni.

La riflessione teorica che Gemelli ha sviluppato nel corso degli anni attraverso interventi pubblici, scritti e conversazioni con colleghi e critici, rivela un pensiero sulla fotografia di moda che non si accontenta delle giustificazioni estetiche convenzionali ma cerca di capire cosa significhi fare fotografie di moda nel contesto della cultura visiva contemporanea, quale responsabilità abbia il fotografo verso il sistema in cui opera e verso la società che quel sistema alimenta. Queste riflessioni non hanno la sistematicità teorica degli scritti di Ghirri né la carica polemica degli interventi di Toscani: sono pensieri frammentari e spesso contraddittori, come sono i pensieri di chi lavora e pensa contemporaneamente, che tuttavia rivelano una consapevolezza critica verso il proprio mestiere che non è comune nella fotografia di moda e che aggiunge alla qualità visiva del suo lavoro una dimensione intellettuale che impedisce di ridurlo a pura competenza tecnica.

La questione del rapporto tra bellezza e verità, che attraversa tutto il pensiero sulla fotografia di moda fin dai suoi albori, trova nel lavoro di Gemelli una risposta pragmatica e visiva invece che teorica: le sue fotografie dimostrano che la bellezza costruita con intelligenza e con rigore non è necessariamente falsa, che la perfezione formale può essere un modo di dire la verità del soggetto invece di nasconderla, che la luce artificiale usata con cura può rivelare dimensioni del corpo e del volto che la luce naturale lascia nell’ombra. Questa dimostrazione non è argomentata in parole ma mostrata in immagini, con quella forza di persuasione che soltanto le immagini possono avere quando sono abbastanza belle e abbastanza vere da rendere superflua qualsiasi spiegazione verbale. È la risposta più onesta e più definitiva che un fotografo possa dare alle domande che si pongono sulla propria pratica: non la risposta scritta o parlata, ma la fotografia stessa, quella che rimane quando tutto il resto è stato detto e ridetto, e che continua a mostrare, con quella silenziosa e ostinata eloquenza che è il privilegio esclusivo delle immagini, ciò che le parole non riescono a contenere.

Piero Gemelli è ancora in attività, e il suo lavoro continua a produrre immagini che portano in sé quella stessa qualità di attenzione e di rigore formale che lo ha caratterizzato fin dagli inizi della carriera. La sua posizione nel panorama della fotografia italiana contemporanea è quella di un maestro riconosciuto ma non sempre adeguatamente studiato, di un fotografo la cui grandezza è percepita dall’ambiente professionale con chiarezza ma che il sistema critico e istituzionale non ha ancora valorizzato con la completezza che il suo corpus di lavoro meriterebbe. Questa situazione di riconoscimento parziale non è rara nella storia della fotografia italiana, che ha prodotto molti più fotografi straordinari di quanti il proprio sistema culturale sia stato in grado di riconoscere e di sostenere adeguatamente, e nel caso di Gemelli è tanto più ingiusta quanto più il suo lavoro è accessibile e comprensibile anche al di fuori degli ambienti specialistici, quanto più quella qualità di precisione formale e di presenza fisica che caratterizza le sue fotografie parla direttamente agli occhi di qualsiasi spettatore senza richiedere mediazioni teoriche o preparazione culturale specifica. Le grandi fotografie non hanno bisogno di spiegazioni per essere sentite come grandi: hanno bisogno soltanto di essere guardate, con quella stessa qualità di attenzione con cui sono state create, e allora dicono da sole tutto ciò che c’è da sapere su chi le ha fatte e sul mondo in cui sono nate.

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Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
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Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.

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