Jerzy Lewczyński (Przemyśl, 1924 – Gliwice, 2014) è una delle personalità più originali e teoricamente più rilevanti della fotografia polacca del secondo Novecento, autore di un’opera che si situa al crocevia tra la fotografia sperimentale, la riflessione filosofica sull’immagine e quella pratica che egli stesso definì con un’espressione diventata celebre nella cultura fotografica polacca: archeologia della fotografia. Con questa formula Lewczyński intendeva un approccio alla fotografia che non si limitasse alla produzione di nuove immagini, ma che cercasse di dissotterrare, reinterpretare e rimettere in circolazione immagini fotografiche già esistenti, trovate, abbandonate, strappate al dimenticatoio dell’archivio privato o pubblico, per rivelare in esse un significato nascosto, una tensione storica o una bellezza formale che il contesto originale aveva oscurato.
Lewczyński nasce a Przemyśl, città polacca di frontiera con una storia di straordinaria complessità etnica e culturale — polacca, ucraina, ebraica, austro-ungarica — e cresce in un contesto segnato dai traumi della guerra e dall’esperienza diretta del confine come luogo di violenza e di incontro tra culture diverse. Questa origine biografica non è irrilevante per comprendere la sua sensibilità verso le immagini come oggetti strappati al tempo, come frammenti di memorie personali e collettive che cercano di sfuggire all’oblio. Dopo la guerra si stabilisce a Gliwice, nella Slesia polacca, dove lavorerà come ingegnere e fotografo per tutta la vita, al di fuori dei circoli accademici e dei grandi centri culturali, mantenendo una posizione volutamente decentrata rispetto alle istituzioni culturali ufficiali.
La sua formazione fotografica avviene nell’ambito dei club fotografici polacchi degli anni Cinquanta, e in particolare attraverso il contatto con la scena fotografica di Gliwice, dove Lewczyński diventa una figura di riferimento. Nel 1959 partecipa, insieme a Zdzisław Beksiński e Bronisław Schlabs, alla storica mostra Pokaz Subiektywizmu (Mostra del Soggettivismo) di Gliwice, uno degli eventi fondativi della fotografia sperimentale polacca, che segna la rottura con il realismo socialista dominante e l’apertura verso le avanguardie fotografiche internazionali.
L’archeologia fotografica e il valore delle immagini trovate
Il concetto di archeologia della fotografia che Lewczyński sviluppa nell’arco di oltre cinquant’anni di lavoro si basa su una premessa teorica precisa: la fotografia è per sua natura un medium che genera eccedenza visiva. Vengono prodotte ogni anno miliardi di immagini di cui solo una minima parte viene vista, conservata, interpretata. Il resto si accumula in cassetti, scatole, archivi dimenticati, soffitta di case abbandonate, mercatini dell’usato, bidoni della spazzatura. Questa massa fotografica sommersa e dimenticata non è priva di significato, ma il suo significato è inaccessibile fino a quando qualcuno non la riporta alla luce, la recontestualizza, la guarda con occhi nuovi.
Lewczyński raccoglie fotografie trovate per decenni, costruendo un archivio personale di migliaia di immagini anonime — ritratti di sconosciuti, fotografie di famiglia, istantanee di eventi dimenticati, fotografie industriali, militari, mediche — che poi utilizza come materiale grezzo per le proprie opere. Non si tratta di una semplice pratica collezionistica: Lewczyński interviene sulle immagini trovate attraverso l’accostamento, il montaggio, la sovrapposizione, il parziale mascheramento, producendo composite che interrogano il significato delle immagini originali attraverso nuove relazioni visive. In questo senso la sua pratica anticipa e parallelamente sviluppa le riflessioni che nel mondo anglofono verranno associate ai nomi di Christian Boltanski, Sophie Calle e agli artisti della Pictures Generation americana degli anni Settanta e Ottanta.
La serie Pamięć i przestrzeń (Memoria e spazio), sviluppata negli anni Sessanta e Settanta, combina fotografie di paesaggi industriali della Slesia — le miniere, le acciaierie, i quartieri operai di Gliwice e dintorni — con ritratti trovati e con frammenti di testi scritti, creando narrazioni visive frammentate che rimandano alla storia traumatica della regione: la Slesia è stata per secoli territorio di confine e di conquista, appartenuta a Prussia, Germania e poi alla Polonia popolare, con una popolazione di composizione etnica e culturale estremamente complessa.
Il lavoro di Lewczyński sull’immagine trovata va letto anche nel contesto politico della Polonia del socialismo reale. In un sistema in cui la fotografia ufficiale era rigidamente controllata dall’ideologia e in cui la sperimentazione era guardata con sospetto, la pratica di Lewczyński di lavorare con immagini già esistenti e dimenticate aveva anche una valenza di resistenza silenziosa: recuperare ciò che il sistema aveva lasciato nell’ombra, valorizzare ciò che la storia ufficiale aveva escluso dal campo visibile.
Sul piano teorico, Lewczyński è stato anche uno scrittore e saggista fotografico di notevole acuità. I suoi testi, pubblicati in riviste fotografiche polacche e in cataloghi di mostre, affrontano questioni fondamentali della teoria fotografica come il rapporto tra fotografia e memoria, la distinzione tra l’indice fotografico come traccia del reale e il simbolo come costruzione culturale, e la specificità della fotografia come medium del passato. Questi contributi teorici, ancora poco conosciuti al di fuori della Polonia, meriterebbero una traduzione e una diffusione internazionale più ampia.
Il riconoscimento dell’opera di Lewczyński in Polonia e poi a livello internazionale è stato lento e tardivo, ma costante negli ultimi vent’anni della sua vita. Grandi mostre retrospettive al Muzeum Śląskie di Katowice, alla Galeria Bielska BWA e al Muzeum Sztuki di Łódź hanno progressivamente portato la sua opera all’attenzione del pubblico e della critica. La retrospettiva presentata alla Paris Photo nel 2010 ha rappresentato il momento della consacrazione internazionale.
Le Opere principali
- Pokaz Subiektywizmu (1959, Gliwice): Mostra storica con Beksiński e Schlabs, evento fondativo della fotografia sperimentale polacca. Prima affermazione pubblica dell’approccio soggettivista.
- Pamięć i przestrzeń (Memoria e spazio, 1965–1975): Serie che combina fotografie industriali della Slesia con ritratti trovati e frammenti testuali. Nucleo concettuale dell’intera produzione.
- Hermetyka obrazu (L’ermetismo dell’immagine, 1970–1980): Serie di composizioni fotografiche che sovrappongono negativi e stampe di origine diversa, esplorando i limiti della leggibilità visiva.
- Archeologia fotografii (serie, 1975–2010): Il corpus più vasto, costruito su immagini trovate riclassificate, recontestualizzate e montate in sequenze narrative di grande complessità semantica.
- Niepotrzebne – skreślić (Da cancellare, 1980): Serie concettuale sulle fotografie rifiutate e scartate, riflessione sulla selezione come atto di potere e di esclusione.
- Album rodzinny (Album di famiglia, 1986): Composizioni basate su fotografie di famiglia anonime trovate in mercatini e archivi privati.
- Retrospettiva Paris Photo (2010): Prima grande presentazione internazionale, a cura di Karolina Lewandowska. Momento della consacrazione internazionale.
- Archivio personale (Muzeum w Gliwicach): Il corpus completo delle fotografie trovate e delle opere di Lewczyński, donato al museo della città dove ha lavorato per tutta la vita.
Fonti
- pl – Jerzy Lewczyński
- Muzeum w Gliwicach – Archivio Lewczyński
- Muzeum Sztuki Łódź – Lewczyński nelle collezioni
- Encyklopedia PWN – Lewczyński Jerzy
- Fundacja Archeologia Fotografii Warszawa
- Fotografia Polska – Jerzy Lewczyński
- Narodowe Archiwum Cyfrowe – fotografia sperimentale polacca
questo articolo fa parte della sezione I maestri della fotografia
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l’evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell’immagine.
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