György Kepes (Selyp, Ungheria, 1906 – Cambridge, Massachusetts, USA, 2001) è uno degli intellettuali, degli artisti e dei teorici della percezione visiva più importanti del XX secolo, autore di una delle opere teoriche più influenti della storia della cultura visiva moderna — “Language of Vision” (1944) — e uno dei principali promotori e teorici della fotografia come strumento di esplorazione della percezione e della luce, in continuità con la tradizione del Bauhaus di Weimar e in dialogo con le avanguardie artistiche europee del periodo interbellico. Kepes porta nel contesto americano — dove si trasferisce nel 1937 in fuga dal nazismo che si stava espandendo nell’Europa centrale — la tradizione del pensiero visivo dell’avanguardia europea, e la sviluppa in direzioni che influenzano profondamente il design, la fotografia, l’arte visiva e l’educazione artistica americana del dopoguerra. La sua posizione nella storia della fotografia è quella di un teorico e di un artista che usa la fotografia — e in particolare la fotografia di laboratorio, il fotogramma, la fotografia sperimentale — come strumento di ricerca sulla natura della percezione visiva e sulla relazione tra arte, scienza e tecnologia.
Kepes nasce nel 1906 a Selyp, nell’Ungheria orientale, e riceve la propria formazione artistica a Budapest, dove studia all’Accademia di Belle Arti sviluppando un interesse per la pittura che si evolve progressivamente verso la grafica, il design e la teoria visiva. Il contatto con il Bauhaus — la scuola di design e di arte che tra il 1919 e il 1933 era stata il principale laboratorio del modernismo europeo in campo visivo — avviene attraverso la lettura delle pubblicazioni bauhasiane e poi direttamente attraverso la collaborazione con László Moholy-Nagy, il grande teorico e fotografo del Bauhaus ungherese, che Kepes incontra a Berlino negli anni Trenta. Moholy-Nagy è per Kepes il modello intellettuale e artistico più importante: la concezione bauhasiana della luce come mezzo artistico primario, della fotografia come strumento di educazione della percezione e dell’arte come ponte tra intuizione artistica e pensiero scientifico diventa il nucleo del pensiero di Kepes che svilupperà nei decenni successivi.
La fotografia di laboratorio — i fotogrammi, le fotografie a doppia esposizione, le solarizzazioni, i rayografi — è per Kepes non uno strumento di rappresentazione della realtà esterna ma uno strumento di indagine della natura della luce e della percezione. Seguendo la traccia aperta da Moholy-Nagy con i propri fotogrammi e con il testo teorico “Malerei Photographie Film” (1925), Kepes usa la fotografia senza macchina ottenuta per contatto diretto di oggetti sulla carta sensibile come modo di studiare come la luce modella la forma, come l’ombra costruisce il volume, come la gradazione tonale crea la percezione della profondità. Questi esperimenti fotografici non producono immagini del mondo esterno ma immagini della struttura percettiva con cui l’occhio e il cervello umano costruiscono il mondo visibile: sono esperimenti sulla grammatica profonda della visione.

Language of Vision e il MIT Center for Advanced Visual Studies
Il libro “Language of Vision” (1944, Paul Theobald, Chicago) è l’opera fondamentale di György Kepes e uno dei testi teorici più influenti nella storia della cultura visiva americana del XX secolo. Scritto durante i suoi anni di insegnamento alla School of Design di Chicago — l’istituzione fondata da Moholy-Nagy nel 1937 come continuazione del Bauhaus in esilio — “Language of Vision” propone una teoria della percezione visiva che integra la psicologia della Gestalt, la teoria dell’arte di Rudolf Arnheim e le intuizioni visive delle avanguardie moderniste in una sintesi sistematica e accessibile che ha come scopo primario l’educazione della visione: insegnare a vedere, a comprendere le strutture visive che governano la comunicazione e l’espressione artistica.
Nel testo, la fotografia occupa un ruolo centrale come esempio privilegiato di come la luce possa essere usata come mezzo espressivo autonomo. Kepes analizza fotografie di Man Ray, di Moholy-Nagy, di Paul Strand e di altri fotografi modernisti come esempi di “grammatica visiva” in azione: composizioni in cui la distribuzione della luce e dell’ombra, le relazioni tra forme e sfondi, i rapporti di scala e di prospettiva producono significati visivi precisi che non dipendono dalla rappresentazione letterale degli oggetti fotografati. Questa analisi della fotografia come linguaggio visivo strutturato — con una propria grammatica e una propria sintassi — anticipa di decenni molte delle riflessioni della semiotica fotografica che sarebbero maturate negli anni Sessanta e Settanta con Barthes, Eco e altri.
La fondazione del Center for Advanced Visual Studies (CAVS) al Massachusetts Institute of Technology (MIT) nel 1967 è il contributo istituzionale più importante di Kepes alla cultura visiva americana. Il CAVS è un luogo di ricerca interdisciplinare in cui artisti, scienziati e ingegneri lavorano insieme su problemi che si collocano all’intersezione tra arte visiva, tecnologia e scienza. In questo contesto, la fotografia — e più in generale le tecnologie dell’immagine — è trattata come un campo di ricerca che può produrre conoscenza scientifica e visione artistica simultaneamente, senza che le due dimensioni si escludano o si gerarchizzino. Il CAVS diventa uno dei centri più importanti per lo sviluppo dell’arte tecnologica e dell’arte luminosa nel dopoguerra americano, formando artisti e teorici che avranno un’influenza duratura sulla cultura visiva contemporanea.
Kepes ha anche curato un’importante serie di volumi collettivi intitolata “Vision + Value” (George Braziller, 1965–1972), in sei volumi, che raccolgono saggi di artisti, scienziati, filosofi e psicologi sulla relazione tra visione, arte e conoscenza. Questi volumi, che includono contributi di figure come Ansel Adams, Richard Neutra, Gyorgy Kepes stesso e molti altri, sono una fonte fondamentale per comprendere il dibattito interdisciplinare sulla natura della visione e della cultura visiva nel dopoguerra americano. L’eredità intellettuale di Kepes è viva nelle pratiche dell’arte mediale, della light art e dell’arte tecnologica contemporanea, che continuano a sviluppare i principi che lui aveva elaborato nel dialogo tra Bauhaus europeo e modernismo americano.
Le Opere principali
- Language of Vision (1944, Paul Theobald Chicago): Il testo teorico fondamentale, teoria della percezione visiva che integra Gestalt, arte e fotografia. Uno dei libri di teoria visiva più influenti del XX secolo.
- Fotogrammi e fotografie di laboratorio (1930–1960): La produzione fotografica sperimentale ispirata alla tradizione bauhasiana, con fotogrammi e fotografie a doppia esposizione.
- The New Landscape in Art and Science (1956, Paul Theobald): Raccolta di immagini scientifiche come fonti visive per l’arte moderna.
- Vision + Value (sei volumi, 1965–1972, George Braziller): La serie di volumi interdisciplinari sulla visione, l’arte e la scienza.
- Center for Advanced Visual Studies MIT (1967): La fondazione del centro di ricerca interdisciplinare al MIT, contributo istituzionale fondamentale alla cultura visiva americana.
- Insegnamento alla School of Design di Chicago (1937–1943): La fase formativa americana, in cui Kepes porta il Bauhaus in esilio negli Stati Uniti.
- MIT – professore e direttore CAVS (1945–1974): La carriera accademica al MIT, durante cui Kepes forma generazioni di artisti e teorici.
- Collaborazione con László Moholy-Nagy: Il rapporto con il grande teorico bauhasiano, fondamento intellettuale dell’intera carriera.
Fonti
- MIT Center for Advanced Visual Studies – Kepes Archive
- MoMA – György Kepes
- George Braziller – Vision and Value series
- Bauhaus Archiv Berlin – influenza bauhasiana in America
- MIT Museum – Kepes papers
- History of Photography journal – Bauhaus fotografia
- Magyar Nemzeti Múzeum – fotografia ungherese
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


