Ci sono fotografi che lavorano nell’ombra per decenni, non per scelta di clandestinità né per mancanza di qualità, ma perché la loro fotografia è così radicalmente anti-spettacolare, così ostinatamente fedele a una visione minimalista e appartata del mondo, che il sistema dell’arte fatica a trovare le categorie adatte per contenerla e le istituzioni faticano a collocarla nel contesto di un mercato che privilegia la riconoscibilità immediata e l’impatto visivo forte. Vittore Fossati è uno di questi fotografi, e la sua riscoperta progressiva da parte della critica italiana e internazionale a partire dagli anni Novanta è una delle storie più istruttive dell’intera fotografia italiana contemporanea: una storia che dice qualcosa di importante non solo su di lui ma sul modo in cui il sistema culturale funziona, su come certe qualità profonde e difficili vengano inizialmente ignorante e poi, quando il contesto matura, improvvisamente riconosciute come essenziali.
Nato ad Alessandria nel 1954, Fossati cresce nel Monferrato, quella zona del Piemonte meridionale che è tra i paesaggi più schivi e più discreti dell’Italia settentrionale: non la grandiosità alpina, non la fertile geometria della pianura padana, ma qualcosa di intermedio e di più difficile da leggere, un paesaggio di colline basse coperte di vigneti e di boschi di quercia, di cascine abbandonate sull’orlo dei campi, di strade bianche che finiscono senza preavviso, di centri storici di piccoli paesi dove il tempo sembra scorrere più lentamente che altrove. Questo paesaggio è il primo e il più determinante dei maestri visivi di Fossati: non perché egli lo fotograferà per tutta la vita, cosa che in parte accade, ma perché quella qualità di reticenza, di discrezione, di rifiuto dell’ostentazione che caratterizza il Monferrato come territorio diventa il principio formale fondante della sua intera poetica visiva.

La formazione fotografica è, come per molti dei protagonisti di questo volume, prevalentemente autodidatta. Fossati impara guardando, non frequentando scuole o corsi: guarda le fotografie di Walker Evans con la stessa intensità con cui altri giovani della sua generazione guardavano i film di Godard, vi trova qualcosa che risponde a una necessità già presente in lui prima di saperla nominare, una conferma che il mondo ordinario, il mondo dei margini e delle periferie, il mondo delle cose abbandonate e dei gesti dimenticati, non solo merita di essere fotografato ma è l’unico soggetto che valga davvero la pena di frequentare con attenzione. L’incontro con la fotografia di Eugène Atget, il fotografo parigino che agli inizi del Novecento aveva documentato le strade e le botteghe di Parigi con una dedizione quasi monomaniacale e senza alcun riconoscimento contemporaneo, aggiunge un altro strato alla sua formazione: l’idea che la fotografia possa essere un archivio della memoria urbana e rurale, un sistema di catalogazione del mondo costruito e del mondo naturale che non ha finalità commerciali né estetiche in senso convenzionale, ma risponde a una necessità quasi biologica di registrare, di conservare, di trattenere ciò che il tempo sta per cancellare.
I primi lavori sistematici, realizzati tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta nel territorio del Monferrato e nelle città industriali del Piemonte meridionale, mostrano già in modo compiuto la qualità visiva che caratterizzerà tutta l’opera successiva. Fossati fotografa in bianco e nero, quasi esclusivamente, con fotocamere di medio formato che gli consentono una qualità di negativo adeguata alla stampa fine art che è già il suo obiettivo, non la stampa di servizio per la riproduzione editoriale ma la stampa come oggetto finito, come opera conclusa che ha una propria vita autonoma al di là del contesto che l’ha prodotta. Il suo bianco e nero non è quello drammatico e contrastato di Giacomelli né quello analitico e piatto di Guidi: è un bianco e nero ricco di mezzi toni, con una gestione delle zone tonali intermedie di straordinaria finezza, che ricorda la tradizione della grande fotografia americana di paesaggio, da Ansel Adams a Paul Strand, pur senza mai citarla esplicitamente.
I soggetti privilegiati di Fossati sono, fin dagli inizi, quelli che la tradizione fotografica aveva sistematicamente trascurato: i bordi delle strade provinciali, i muri di cinta delle cascine abbandonate, gli interni delle stalle vuote, le finestre murate degli edifici disabitati, i prati incolti che avanzano sui margini dei campi coltivati, le insegne di negozi chiusi da decenni, le panchine di pietra nei giardini pubblici dei paesi desertificati dall’emigrazione. Sono soggetti che parlano di assenza, di abbandono, di tempo che scorre senza che nessuno lo registri, di una civiltà rurale e artigianale che si sta dissolvendo nella modernità senza lasciare tracce visibili sufficienti a testimoniare la propria esistenza. Fossati si mette al servizio di questa testimonianza con una umiltà e una dedizione che non hanno nulla di nostalgico né di sentimentale: non piange il passato né lo esalta, lo fotografa con la stessa attenzione fredda e amorevole con cui un botanico documenta una specie in via di estinzione, sapendo che il documento è già perdita, che la fotografia non salva ciò che fotografa ma ne conserva la traccia.
La collaborazione con Luigi Ghirri, avviata nei primi anni Ottanta e proseguita fino alla morte del fotografo reggiano, è cruciale per la visibilità di Fossati al di fuori del ristretto circuito piemontese in cui aveva fino ad allora operato. Ghirri riconosce nel lavoro di Fossati una qualità rara, quella capacità di trovare nella banalità del paesaggio ordinario una profondità che non è mai decorativa né simbolica in senso esplicito, ma strutturalmente presente nella relazione tra la luce e le superfici, tra lo spazio vuoto e le forme che lo popolano, tra il presente visibile e il passato che vi si insinua come un odore nell’aria. La partecipazione al progetto Viaggio in Italia del 1984 porta le fotografie di Fossati davanti a un pubblico più ampio e le colloca nel contesto del Nuovo Paesaggio Italiano, con il quale condividono l’interesse per il paesaggio ordinario e il rifiuto del pittoresco, pur mantenendo una specificità stilistica che le distingue nettamente dai lavori degli altri autori del gruppo.
La serie dedicata al Po, il grande fiume che percorre tutta la Pianura Padana da ovest a est prima di sfociare nell’Adriatico, è il progetto in cui la poetica di Fossati raggiunge la propria maturità più compiuta e la propria risonanza più ampia. Il Po è un soggetto fotografico che molti hanno trattato prima e dopo di lui, ma che nessuno ha fotografato con la stessa qualità di attenzione verso i margini, verso le rive basse e fangose, verso i canneti e i boschi ripariali, verso le cascine che si specchiano nell’acqua lenta dei canali di bonifica. Fossati percorre le sponde del fiume con la lentezza di un pellegrino, si ferma dove altri passerebbero, fotografa angoli che non compaiono nelle cartoline né nelle guide turistiche, costruisce un ritratto del fiume non come paesaggio monumentale ma come spazio vissuto, come territorio in cui la storia umana e la natura si intrecciano da secoli in un equilibrio precario e continuamente rinnovato.
La luce nelle fotografie del Po è quella tipica della Pianura Padana nelle stagioni di mezzo: una luce diffusa, velata dalla foschia o dalla nebbia, che modella i volumi con gradualità e uniformità, senza ombre nette, senza contrasti violenti, con quella qualità di sospensione temporale che rende difficile collocare le immagini in un momento preciso del giorno o della stagione. Fossati non cerca la luce drammatica del tramonto né quella abbagliante del mezzogiorno estivo: cerca la luce anonima e quotidiana, quella che c’è sempre e che per questo viene ignorata, quella che rivela le strutture del paesaggio senza imporsi su di esse. Questa preferenza per la luce ordinaria è già una presa di posizione estetica e filosofica: significa che il paesaggio vale di per sé, che non ha bisogno della complicità della luce straordinaria per diventare degno di fotografia, che la bellezza è già presente nelle cose quando le si guarda con sufficiente attenzione e pazienza.
Il lavoro sulle città piemontesi minori, Casale Monferrato, Acqui Terme, Novi Ligure, Tortona, Ovada, le città che non compaiono nelle guide turistiche e che il turismo culturale ignora sistematicamente a favore di Torino, Alba e Asti, è un’altra delle serie in cui la fedeltà di Fossati al territorio e alla sua storia si manifesta in modo diretto e intenso. Queste città hanno conosciuto nei secoli periodi di grande prosperità economica e culturale, hanno prodotto architetture di notevole qualità, hanno sviluppato tradizioni artigianali e commerciali di lunga durata; poi la modernizzazione le ha marginalizzate, la deindustrializzazione le ha private della propria base economica, il declino demografico le ha svuotate di giovani e di vitalità. Fossati le fotografa in questo momento di declino senza cedere né alla denuncia sociale né alla nostalgia: le guarda con un affetto che non è cecità verso le loro contraddizioni, con una attenzione che trova bellezza anche nella decadenza senza trasformare la decadenza in estetica dello sfacelo.
La dimensione archivistica del suo lavoro, che si manifesta nella cura con cui conserva, cataloga e rende accessibile il proprio fondo fotografico, è un tratto che distingue Fossati dalla maggior parte dei fotografi della sua generazione. Egli considera il proprio archivio non come proprietà privata ma come patrimonio culturale collettivo, come documento storico che appartiene al territorio e alle comunità che ha fotografato, e ha sempre lavorato per garantirne la conservazione e l’accessibilità a ricercatori, storici, istituzioni culturali. Questa consapevolezza del valore documentario a lungo termine della propria fotografia, questa visione del fotografo come custode di una memoria collettiva che trascende la dimensione individuale, è una delle qualità più rare e più preziose che una persona possa portare in questo mestiere.
Vittore Fossati è ancora in attività, e il suo lavoro continua con la stessa fedeltà ai principi che lo hanno sempre guidato. La sua lenta emersione nel riconoscimento critico, avvenuta soprattutto grazie alle mostre e ai cataloghi che le istituzioni piemontesi e poi nazionali gli hanno dedicato a partire dagli anni Novanta, e culminata nell’inclusione nella collezione permanente di numerosi musei di fotografia europei, è una parabola esemplare che dice qualcosa di importante sul tempo che certe opere richiedono per essere viste pienamente. Non ogni fotografia si consegna allo sguardo immediatamente: alcune chiedono di essere frequentate a lungo, chiedono che lo spettatore rallenti il proprio passo fino a corrispondere al ritmo con cui sono state scattate, chiedono una qualità di attenzione che il mondo contemporaneo rende sempre più rara e sempre più necessaria. Le fotografie di Fossati appartengono a questa categoria, e chi le incontra nel momento giusto, con la disposizione giusta, vi trova qualcosa che non assomiglia a nient’altro: il ritratto silenzioso di un mondo che sta per sparire, fatto con la cura di chi sa che certi addii meritano di essere pronunciati con lentezza e con rispetto.
Fonti
https://www.doppiozero.com/vittore-fossati-sulle-rive-del-tanaro
https://www.academia.edu/37086283/La_fotografia_di_Vittore_Fossati_il_mondo_come_enigma_2004
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


