Silvia Camporesi

Silvia Camporesi nasce a Forlì nel 1973, in quella Romagna che ha prodotto una quantità notevole di artisti visivi e di figure culturali di primo piano, come se ci fosse in quella terra di confine tra il Nord e il Centro Italia, tra la pianura padana e l’Appennino, qualcosa che favorisce certi tipi di sensibilità, una qualità dell’ambiente fisico e culturale che alimenta lo sguardo con quella combinazione di concretezza materiale e di apertura verso il simbolico che è la condizione più favorevole per una certa idea di arte visiva. Forlì è una città con una storia stratificata, attraversata dai segni di epoche diverse che coesistono nello spazio urbano con quella qualità di palinsesto che è caratteristica delle città italiane di media grandezza, quelle in cui il Medioevo e il Rinascimento e il fascismo e la modernità si sovrappongono in strati leggibili che il tempo non ha ancora cancellato del tutto. Crescere in questa città significa sviluppare una sensibilità verso la stratificazione storica dello spazio, verso quei luoghi in cui il passato non è soltanto memoria ma presenza fisica, materia ancora visibile e ancora capace di interpellare chi la guarda con la giusta qualità di attenzione.

La formazione di Camporesi è quella di una artista che ha attraversato percorsi diversi prima di trovare nella fotografia il proprio strumento principale di espressione. Ha studiato lettere e filosofia, una formazione umanistica che ha lasciato tracce profonde nel suo modo di pensare le immagini, in quella qualità di riferimento letterario e filosofico che attraversa tutto il suo lavoro in modo più o meno esplicito. La letteratura è per lei non soltanto un repertorio di temi e di storie da cui trarre ispirazione, ma un modo di costruire il senso attraverso la relazione tra le immagini, un modello di narrazione che si trasferisce dalla parola scritta alla sequenza fotografica con una naturalezza che riflette anni di lettura attenta e appassionata. Questa formazione letteraria si manifesta in modo molto diretto nella qualità dei suoi progetti, che hanno quasi sempre una struttura narrativa precisa, una sequenza interna che non è arbitraria ma risponde a una logica che è al tempo stesso visiva e discorsiva, che produce significato non soltanto nelle singole immagini ma nelle relazioni tra di esse, nei vuoti e nei passaggi tra un’immagine e la successiva.

Il progetto che più di ogni altro ha definito la sua identità artistica è “Atlante”, una serie di fotografie di luoghi italiani abbandonati o dimenticati che ha sviluppato nel corso di molti anni di lavoro sul campo, percorrendo l’Italia in cerca di quegli spazi in cui il tempo si è fermato, in cui la vita umana ha lasciato le proprie tracce materiali e poi si è ritirata lasciandole alla lenta erosione dell’abbandono. Sono case coloniche vuote da decenni, chiese rurali in cui le sedie sono ancora allineate davanti a un altare che non ospita più funzioni, scuole di campagna con i banchi ancora al loro posto e la lavagna ancora coperta di una scrittura che nessuno cancellerà mai, fabbriche dismesse in cui i macchinari arrugginiscono in silenzio tra le erbacce che crescono attraverso il cemento del pavimento. Sono luoghi che la modernità ha dimenticato nel senso letterale del termine, ha smesso di guardare, ha lasciato fuori dal campo visivo di una cultura che tende a guardare soltanto il nuovo e il funzionante, che non sa cosa fare degli spazi che il cambiamento economico e demografico ha svuotato di vita e che il tempo sta lentamente restituendo alla natura.

Camporesi li guarda con quella qualità di attenzione che è la premessa metodologica di tutto il suo lavoro: un’attenzione lenta, paziente, capace di stare di fronte a un luogo per il tempo necessario perché il luogo si riveli, capace di aspettare la luce giusta, il momento giusto, quella coincidenza di condizioni fisiche ed emotive che trasforma la documentazione di un posto in una fotografia che ha qualcosa da dire oltre la superficie di ciò che mostra. Questa pazienza non è soltanto una virtù tecnica: è una posizione etica, una forma di rispetto verso i luoghi e verso le storie che quei luoghi portano con sé, una resistenza alla velocità della produzione fotografica contemporanea che tende a consumare i soggetti invece di frequentarli, a produrre immagini invece di costruire relazioni.

La luce nelle sue fotografie è l’elemento tecnico più immediatamente riconoscibile, quello che identifica il suo stile con una certezza quasi immediata. Camporesi lavora quasi sempre con la luce naturale, preferendo le condizioni di luce diffusa, quei giorni nuvolosi o quelle ore mattutine in cui la luce non ha la durezza del sole diretto ma quella qualità morbida e avvolgente che modella gli spazi senza creare contrasti violenti, che rivela le texture delle superfici con una delicatezza che la luce dura non permette. In quelle condizioni di luce, le fotografie di Camporesi hanno una qualità cromatica molto specifica: i colori sono desaturati, tendenti ai toni freddi dell’azzurro e del grigio, con quei bruni e quei verdi muschiosi che sono i colori dell’abbandono e dell’umidità, di tutto ciò che cresce lentamente e silenziosamente negli spazi che l’uomo ha lasciato. Questa palette cromatica non è soltanto una scelta estetica: è una scelta semantica, un modo di costruire attraverso il colore un discorso sul tempo e sulla memoria che è coerente con il contenuto delle fotografie e che lo amplifica invece di contraddirlo.

Il formato in cui lavora è quasi sempre quello della pellicola di medio o grande formato, una scelta tecnica che riflette una posizione precisa rispetto alla qualità dell’immagine fotografica. La pellicola di grande formato produce una ricchezza di dettaglio e una qualità di definizione che il formato digitale, almeno nella sua versione più comune, non riesce ancora a eguagliare completamente, e nelle fotografie di luoghi in cui ogni dettaglio della superficie, ogni crepa nel muro, ogni piega nella carta da parati, ogni macchia di umidità nel soffitto, è portatore di senso, quella ricchezza di dettaglio non è un lusso tecnico ma una necessità espressiva. Camporesi usa quel dettaglio con una consapevolezza molto precisa, sa che lo spettatore che guarda le sue fotografie in grande formato è invitato a un tipo di attenzione diverso da quello che una fotografia digitale ad alta velocità richiederebbe, è invitato a fermarsi, a guardare a lungo, a lasciare che i dettagli si rivelino progressivamente invece di coglierli tutti in un unico sguardo.

Accanto al progetto sugli spazi abbandonati ha sviluppato nel corso degli anni un lavoro di natura più esplicitamente narrativa e letteraria, in cui le fotografie sono costruite intorno a testi o a figure della letteratura italiana e internazionale con una qualità di illustrazione che non è mai pedissequa ma sempre interpretativa. Il progetto dedicato a Italo Calvino, in cui ha cercato di trovare nei paesaggi italiani i luoghi immaginari delle sue città invisibili, è uno degli esempi più riusciti di questo approccio: non illustrazione di un testo ma dialogo con esso, ricerca nei luoghi reali di quelle qualità di spazio e di luce che la scrittura di Calvino aveva evocato con una precisione quasi fotografica, tentativo di chiudere il cerchio tra la parola e l’immagine tornando all’immagine dopo il lungo percorso della letteratura. Il risultato non è la dimostrazione che i luoghi di Calvino esistono davvero, che si possono fotografare le città invisibili: è qualcosa di più sottile e di più interessante, la rivelazione che certi paesaggi italiani reali hanno una qualità di spazio e di luce che la letteratura di Calvino aveva catturato meglio di qualsiasi fotografia precedente, e che la fotografia di Camporesi può tornare a quei luoghi portando con sé quella lettura letteraria come uno strumento per vedere ciò che altrimenti resterebbe invisibile.

Ha lavorato anche su temi legati alla storia italiana recente, in particolare sulla memoria della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza in quei luoghi dell’Appennino tosco-romagnolo in cui quella storia ha lasciato tracce fisiche ancora visibili, lapidi e cippi commemorativi in mezzo ai boschi, edifici devastati e mai ricostruiti, paesaggi che portano nel proprio aspetto la cicatrice di eventi accaduti settant’anni fa. Questo lavoro ha una qualità diversa da quello sugli spazi abbandonati: è più direttamente storico, più esplicitamente politico, più consapevole del proprio ruolo di documentazione di una memoria che rischia di scomparire con le ultime generazioni che la portano nel proprio corpo come esperienza vissuta. Ma condivide con quel lavoro la stessa qualità di attenzione lenta e rispettosa, la stessa fedeltà alla luce naturale, la stessa convinzione che la fotografia possa essere uno strumento di preservazione della memoria senza diventare un monumento alla memoria, che la differenza tra i due è sottile ma essenziale.

Il riconoscimento critico del suo lavoro in Italia e all’estero è stato progressivo e solido, con mostre personali in importanti gallerie e musei e la presenza in numerose rassegne internazionali di fotografia contemporanea. Questo riconoscimento ha confermato che la sua poetica, che potrebbe sembrare di nicchia nella sua focalizzazione su temi di memoria e di abbandono, risponde in realtà a domande molto più larghe sulla natura del tempo e della storia che appartengono alla condizione umana generale e che il suo lavoro riesce a rendere visibili con una precisione e una forza che vanno ben oltre il contesto italiano in cui si è formata.

La pubblicazione di diversi libri fotografici di grande qualità formale, in cui l’impaginazione e il rapporto tra immagini e testo sono curati con la stessa attenzione che dedica alle singole fotografie, ha contribuito a costruire una presenza della sua opera nel sistema della fotografia d’autore internazionale che è commisurata alla qualità del lavoro. Quei libri non sono semplici cataloghi delle sue mostre: sono oggetti autonomi, in cui la sequenza delle immagini e la qualità della stampa e la relazione tra il testo e le fotografie costruiscono una esperienza visiva e intellettuale che non è riducibile alla somma delle singole parti.

Guardando al suo lavoro nella sua interezza, quello che rimane con la persistenza di una evidenza è quella fotografia della biblioteca abbandonata con cui abbiamo aperto questo ritratto, i libri gonfi di umidità, la luce sacrale che entra dalla finestra senza vetri, la polvere sospesa nell’aria come se il tempo stesso si fosse materializzato in particelle visibili. Camporesi ha passato anni a cercare quei luoghi in cui la storia si è fermata e il tempo continua a scorrere, in cui le tracce della vita umana resistono all’abbandono con quella ostinazione silenziosa che è forse la forma più commovente di presenza. Li ha fotografati con una cura e una fedeltà che sono la forma più alta di rispetto verso ciò che si rischia di perdere, verso quella parte dell’Italia che la modernità ha dimenticato e che la sua fotografia restituisce alla visibilità non per salvarla ma per testimoniarne l’esistenza con la stessa serietà e la stessa precisione con cui un archivista cataloga i documenti che il tempo ha risparmiato dalla distruzione. È un lavoro necessario e bello insieme, e la rarità di questa combinazione è la misura più autentica del suo valore.

Fonti

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Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.

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