Pepi Merisio è stato il fotografo che ha documentato la scomparsa della civiltà contadina italiana mentre stava accadendo, senza sapere di stare compilando un inventario definitivo. Nato a Caravaggio, in provincia di Bergamo, il 7 ottobre 1931 e morto a Bergamo il 1° maggio 2021, ha attraversato settant’anni di fotografia italiana producendo un archivio di centinaia di migliaia di immagini e oltre un centinaio di volumi. La sua opera copre un arco che va dai riti della cultura rurale prealpina ai grandi reportage giornalistici, dalla documentazione del patrimonio artistico italiano al racconto della vita quotidiana in Vaticano, e costituisce oggi una delle fonti visive più complete sull’Italia del secondo Novecento.
Indice dei Contenuti
- In Sintesi
- Pepi Merisio: biografia, formazione e passaggio al professionismo
- La civiltà contadina, la religiosità popolare e il metodo del ritorno
- Le Opere principali
- Domande Frequenti su Pepi Merisio (FAQ)
- Fonti
In Sintesi
- Pepi Merisio, nato a Caravaggio nel 1931 e morto a Bergamo nel 2021, è tra i maggiori documentaristi italiani della seconda metà del Novecento.
- Diplomato maestro elementare, insegna per alcuni anni prima di passare al professionismo fotografico alla fine degli anni Cinquanta.
- Si forma nell’ambiente dei circoli fotografici lombardi, ottenendo riconoscimenti nei concorsi nazionali e internazionali del periodo.
- Tra il 1962 e il 1967 lavora stabilmente per il settimanale Epoca, realizzando reportage in Italia e all’estero.
- Nel 1964 ottiene un accesso senza precedenti alla vita quotidiana di Paolo VI, producendo il servizio che ne consacra la notorietà nazionale.
- Collabora per decenni con il Touring Club Italiano e con numerosi editori, pubblicando oltre cento volumi dedicati a regioni, città e mestieri.
- Il nucleo centrale della sua opera è la documentazione della civiltà contadina e della religiosità popolare alpina e prealpina, colta negli anni della sua dissoluzione.
- Lavora prevalentemente in bianco e nero con fotocamere di medio formato e telemetro, passando al colore per la committenza editoriale.
Pepi Merisio: biografia, formazione e passaggio al professionismo
Giuseppe Merisio, per tutti Pepi, nasce nel 1931 a Caravaggio, cittadina della pianura bergamasca nota per il santuario mariano e per aver dato i natali al pittore che ne porta il nome. Il contesto è quello di una provincia lombarda ancora prevalentemente agricola, dove il calendario delle stagioni, i riti religiosi e i cicli del lavoro nei campi scandiscono la vita collettiva con una regolarità che sarebbe stata cancellata nell’arco di una sola generazione. È in questo mondo che Merisio cresce, e sarà questo mondo, osservato prima da interno e poi da testimone consapevole della sua fine, a costituire il cuore della sua opera.
La formazione è quella di un maestro elementare. Merisio consegue il diploma magistrale e insegna per alcuni anni nella scuola primaria, attività che gli lascia il tempo per coltivare una passione fotografica nata in adolescenza. Come per molti autori italiani della sua generazione, la palestra decisiva è il circolo fotografico. Negli anni Cinquanta i circoli costituivano l’unica infrastruttura formativa disponibile in un paese privo di scuole di fotografia: vi si discuteva di tecnica e di composizione, si organizzavano concorsi, si stampava collettivamente, si commentavano le riviste straniere. Merisio frequenta l’ambiente bergamasco e milanese, partecipa ai concorsi nazionali e internazionali, accumula premi e riconoscimenti che gli aprono le porte della pubblicazione.
Alla fine degli anni Cinquanta la fotografia diventa professione. Le prime collaborazioni sono con riviste e case editrici, e presto il suo nome comincia a circolare in un ambiente editoriale italiano che stava scoprendo il potenziale narrativo dell’immagine. Il passaggio decisivo avviene nel 1962, quando entra a lavorare per Epoca, il settimanale illustrato Mondadori che rappresentava allora il vertice del fotogiornalismo italiano, modellato sull’esempio delle grandi riviste americane ed europee. Per cinque anni Merisio realizza servizi in tutta Italia e all’estero, misurandosi con i tempi stretti e con le esigenze narrative del periodico illustrato, e affinando una capacità di costruzione della sequenza che diventerà uno dei suoi tratti distintivi.
È in questo periodo che nasce il lavoro destinato a fissarne la notorietà presso il grande pubblico. Nel 1964 Merisio ottiene un permesso eccezionale per seguire da vicino la giornata di Paolo VI, fotografando il pontefice nella sua vita quotidiana, negli appartamenti privati, durante i pasti, nello studio, nei momenti di lavoro e di preghiera. Nulla di simile era mai stato concesso a un fotografo. Il servizio, pubblicato su Epoca e successivamente ripreso in volume, rappresenta una svolta nella rappresentazione visiva del papato, sottraendo la figura del pontefice alla dimensione esclusivamente cerimoniale e restituendone una immagine feriale e umana. Merisio tornerà più volte sul tema, costruendo negli anni un ampio corpus sulla vita della Chiesa e sulle sue liturgie.
Nel 1967 lascia il rapporto stabile con il settimanale per dedicarsi all’editoria libraria, scelta che si rivelerà definitiva. Da quel momento la sua produzione si organizza attorno al volume monografico, realizzato per il Touring Club Italiano e per numerose case editrici italiane, con un ritmo che lo porterà a superare i cento titoli. È un modello di lavoro che gli consente tempi lunghi, ritorni stagionali sugli stessi luoghi e la costruzione di corpus tematici coerenti, ben diversi dalla logica del servizio settimanale.
La civiltà contadina, la religiosità popolare e il metodo del ritorno
Il nucleo centrale dell’opera di Pepi Merisio è la documentazione del mondo rurale italiano nel momento esatto del suo dissolvimento. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta l’Italia compie la transizione più rapida della propria storia, passando da paese a prevalente economia agricola a potenza industriale. Milioni di persone lasciano la campagna, i mestieri artigiani scompaiono, le case coloniche si svuotano, le pratiche collettive legate al ciclo agrario perdono la loro funzione. Merisio fotografa questo passaggio con una sistematicità che nessun programma pubblico aveva previsto.
Il suo repertorio comprende la fienagione, la mietitura, la vendemmia, la transumanza, la lavorazione del latte negli alpeggi, la macellazione domestica del maiale, la filatura, la battitura del grano, il lavoro dei carbonai, dei calderai, degli scalpellini, dei cestai. Comprende anche l’altro versante, quello dei riti: processioni, benedizioni degli animali, rogazioni, sagre patronali, presepi viventi, funerali, matrimoni, prime comunioni. La religiosità popolare occupa una posizione centrale non per ragioni devozionali ma perché costituiva l’ossatura simbolica di quella società, il calendario che ordinava il tempo collettivo. Merisio, cattolico praticante, ha sempre rifiutato l’idea di una fotografia agiografica, sostenendo di documentare un fatto antropologico prima che spirituale.
Il metodo è quello del ritorno. L’autore non lavorava per incursioni ma per frequentazioni ripetute, tornando negli stessi paesi e nelle stesse valli per anni, costruendo relazioni personali con le famiglie, partecipando ai lavori e alle feste. Questa continuità produce immagini in cui l’assenza di diffidenza è evidente: nessuno guarda l’obiettivo con sospetto, nessuno interrompe il gesto. Il risultato non è la fotografia rubata del reporter di passaggio ma una descrizione dall’interno, con tutti i vantaggi documentari e con il rischio, che la critica ha talvolta segnalato, di una tonalità affettuosa che tende a smussare i conflitti sociali del mondo rappresentato.
Sul piano tecnico Merisio lavorò prevalentemente in bianco e nero con fotocamere di medio formato biottiche e con apparecchi a telemetro di piccolo formato, utilizzando luce disponibile anche in condizioni difficili, come gli interni delle stalle o le chiese in penombra. La sua stampa privilegia una gamma tonale piena, con neri profondi e alte luci mai bruciate, secondo una scuola che deve molto alla tradizione dei circoli e alla precisione del laboratorio. Con l’avvento della committenza editoriale su larga scala adottò sistematicamente il colore, in particolare per i volumi del Touring Club, sviluppando una resa cromatica sobria e naturalistica, agli antipodi della saturazione lirica praticata in quegli stessi anni da altri autori italiani.
Il rapporto con l’editoria costituisce un capitolo a sé. I volumi di Merisio, dedicati a regioni, città, valli, mestieri, santuari e itinerari, hanno raggiunto un pubblico vastissimo e hanno svolto una funzione di alfabetizzazione visiva del paese, entrando nelle case di milioni di italiani. Questa diffusione ha avuto un effetto ambivalente sulla ricezione critica: se da un lato ha reso il suo nome familiare a un pubblico enorme, dall’altro ha alimentato per anni una collocazione riduttiva, che lo classificava come illustratore di qualità piuttosto che come autore. La rilettura degli ultimi decenni, favorita da mostre retrospettive, dal riordino dell’archivio e dagli studi sulla fotografia italiana del Novecento, ha ribaltato questo giudizio, riconoscendo alla sua opera un valore di fonte primaria per la storia sociale e materiale del paese.
Accanto al filone rurale Merisio ha sviluppato altri corpus rilevanti. La documentazione del patrimonio artistico italiano, con campagne su chiese, monasteri, affreschi e opere d’arte, condotte con criteri di rigore tecnico che ne fanno strumenti di studio. Il lavoro sulla città e sull’industria, con servizi realizzati negli stabilimenti e nei quartieri operai. Il reportage internazionale, con viaggi in Europa, in Medio Oriente e in altri continenti. E infine una lunghissima esplorazione del proprio territorio, la bergamasca e le valli prealpine, che ha continuato a percorrere fino agli ultimi anni di attività. Alla sua morte, nel 2021, ha lasciato un archivio stimato in centinaia di migliaia di immagini, oggi oggetto di un progetto sistematico di catalogazione e valorizzazione.
Le Opere principali
L’opera di Pepi Merisio si articola in grandi corpus tematici, spesso confluiti in volumi monografici realizzati per il Touring Club Italiano e per numerosi editori.
- Reportage sulla giornata di Paolo VI (1964). Servizio realizzato con un accesso senza precedenti alla vita quotidiana del pontefice, pubblicato su Epoca e ripreso in volume. Segna una svolta nella rappresentazione visiva del papato e costituisce l’opera che ne consacra la notorietà nazionale.
- Corpus sulla civiltà contadina italiana (dagli anni Cinquanta agli anni Settanta). Documentazione sistematica dei cicli agrari, dei mestieri artigiani e delle pratiche collettive del mondo rurale nel momento della loro scomparsa. È il nucleo centrale dell’intera produzione dell’autore.
- Corpus sulla religiosità popolare. Processioni, rogazioni, sagre patronali, benedizioni degli animali e riti del ciclo della vita, documentati come struttura simbolica della società rurale italiana e non come materiale devozionale.
- Servizi per Epoca (1962-1967). Reportage realizzati in Italia e all’estero per il principale settimanale illustrato italiano, che gli permettono di affinare la costruzione della sequenza narrativa in ambito giornalistico.
- Volumi per il Touring Club Italiano. Ampia serie di monografie dedicate a regioni, città e itinerari italiani, realizzate prevalentemente a colori, che hanno raggiunto un pubblico vastissimo svolgendo una funzione di divulgazione visiva del patrimonio nazionale.
- Corpus sulla terra bergamasca e sulle valli prealpine. Lavoro di una vita sul proprio territorio d’origine, dalla pianura di Caravaggio alle valli Brembana, Seriana e Imagna, costruito con ritorni stagionali ripetuti nell’arco di decenni.
- Campagne di documentazione del patrimonio artistico. Riprese di chiese, monasteri, affreschi e opere d’arte realizzate con criteri di rigore tecnico, utilizzate come strumento di studio e di conservazione.
- Corpus sulla montagna e sulla vita d’alpeggio. Documentazione della transumanza, della lavorazione del latte, delle malghe e delle comunità alpine, tra i più completi realizzati in Italia sull’argomento.
- Reportage industriali e urbani. Servizi realizzati negli stabilimenti e nei quartieri operai del nord Italia, che restituiscono l’altro versante della trasformazione economica documentata nel mondo rurale.
- Reportage internazionali. Viaggi e campagne in Europa, in Medio Oriente e in altri continenti, realizzati sia per la stampa periodica sia per la committenza editoriale.
Domande Frequenti su Pepi Merisio (FAQ)
Chi era Pepi Merisio?
Un fotografo italiano nato a Caravaggio nel 1931 e morto a Bergamo nel 2021, considerato tra i maggiori documentaristi della società italiana del secondo Novecento e autore di oltre cento volumi fotografici.
Come è arrivato alla fotografia professionale?
Attraverso i circoli fotografici lombardi, dove si formò negli anni Cinquanta mentre insegnava come maestro elementare, ottenendo riconoscimenti nei concorsi nazionali e internazionali dell’epoca.
Che ruolo ha avuto il settimanale Epoca nella sua carriera?
Tra il 1962 e il 1967 vi lavorò stabilmente realizzando reportage in Italia e all’estero, esperienza che ne affinò la capacità di costruzione narrativa e ne consolidò la reputazione professionale.
Che cosa rende speciale il suo reportage su Paolo VI?
L’accesso concesso nel 1964 alla vita quotidiana del pontefice, mai autorizzato prima a un fotografo, che permise di mostrare la figura papale in una dimensione feriale anziché esclusivamente cerimoniale.
Qual è il tema centrale della sua opera?
La documentazione della civiltà contadina italiana nel momento della sua dissoluzione, tra cicli agrari, mestieri artigiani scomparsi e riti collettivi legati al calendario rurale.
Perché la religiosità popolare occupa tanto spazio nel suo lavoro?
Perché costituiva l’ossatura simbolica della società rurale, il calendario che ne ordinava il tempo collettivo. L’autore ne rivendicava una lettura antropologica prima che devozionale.
Che metodo di lavoro seguiva?
Il ritorno ripetuto negli stessi luoghi per anni, con la costruzione di relazioni personali con le comunità fotografate, che spiega l’assenza di diffidenza nei soggetti delle sue immagini.
Lavorava in bianco e nero o a colori?
Entrambi. Il bianco e nero domina la produzione documentaria e giornalistica, mentre il colore fu adottato sistematicamente per la committenza editoriale, con una resa sobria e naturalistica.
Che rapporto ebbe con il Touring Club Italiano?
Una collaborazione durata decenni, che produsse numerose monografie dedicate a regioni, città e itinerari italiani, distribuite in tirature molto elevate.
Perché la critica lo ha a lungo sottovalutato?
Perché l’enorme diffusione editoriale del suo lavoro ne aveva favorito una classificazione riduttiva come illustratore. Le riletture recenti ne hanno riconosciuto il valore di fonte primaria per la storia sociale italiana.
Che dimensioni ha il suo archivio?
Comprende centinaia di migliaia di immagini realizzate in oltre sessant’anni di attività, oggi oggetto di un progetto sistematico di catalogazione e valorizzazione.
Fonti
- [Enciclopedia Treccani, voce dedicata a Pepi Merisio](https://www.treccani.it/enciclopedia/pepi-merisio)
- [Touring Club Italiano, storia editoriale e collane illustrate](https://www.touringclub.it/)
- [Fondazione Alinari per la Fotografia, archivi della fotografia italiana](https://www.fondazionealinari.it/)
- [Museo di Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo](https://www.mufoco.org/)
- [CAMERA, Centro Italiano per la Fotografia, Torino](https://camera.to/)
- [Comune di Bergamo, iniziative culturali e mostre fotografiche](https://www.comune.bergamo.it/)
- [Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, Fototeca Nazionale](https://www.iccd.beniculturali.it/it/fototeca)
- [Fondazione Forma per la Fotografia, Milano](https://www.formafoto.it/)
Sono Marco Sollazzi, ricercatore e collaboratore nel campo della storia della fotografia, con una formazione che unisce analisi tecnica e approccio storico-scientifico. Dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria e aver seguito percorsi specialistici in storia della tecnologia, ho maturato un'esperienza decennale nell'analisi critica dei processi produttivi e delle innovazioni che hanno plasmato il mondo della fotografia.
La mia passione nasce dal desiderio di svelare i retroscena tecnici del medium fotografico, esaminandone il funzionamento e l'evoluzione nel tempo: ritengo che la fotografia sia il risultato di un complesso intreccio tra innovazione tecnologica, scienza dei materiali e ingegneria di precisione. Su storiadellafotografia.com mi occupo della storia della fotografia con un approccio che privilegia la dimensione tecnica e scientifica, raccontando come ogni innovazione abbia trasformato non solo gli strumenti ma il linguaggio visivo stesso.
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