C’è qualcosa di paradossale, e insieme di profondamente vero, nell’idea che la strada sia uno studio fotografico. Lo studio tradizionale è un luogo controllato: luce artificiale calibrata, sfondi scelti, soggetti consapevoli, tempo a disposizione. La strada è esattamente il contrario: luce imprevedibile, sfondi caotici, soggetti ignari, tempo che si consuma in frazioni di secondo. Eppure la street photography, fin dalla sua comparsa come pratica riconoscibile nella seconda metà dell’Ottocento, ha rivendicato per la strada uno statuto di territorio privilegiato della visione fotografica: proprio grazie al caos, e a dispetto di esso. Il caso, l’imprevedibile, l’incontro fortuito: tutto ciò che lo studio elimina con cura, la fotografia di strada cerca con accanimento.
La storia della street photography è anche, inevitabilmente, una storia di tensioni irrisolte. Tra il fotografo e il soggetto, tra la libertà artistica e il diritto alla privacy, tra la testimonianza documentaria e la manipolazione estetica, tra l’universalità delle emozioni umane e la specificità culturale dei contesti in cui quelle emozioni si manifestano. Questo articolo percorre quella storia attraverso dieci autori che hanno fatto della strada il loro laboratorio: da un medico-antropologo francese dell’Ottocento che fotografava e filmava corpi in movimento a una fotografa galiziana che lavora con le comunità ai margini, passando per i leggendari maestri americani del Novecento, l’Africa subsahariana degli anni Sessanta, il Messico degli anni Settanta e la fotografia contemporanea. Dieci maestri della fotografia di strada, ciascuno con una grammatica propria, ciascuno con una risposta diversa alla stessa domanda fondamentale: cosa significa guardare un estraneo negli occhi, o di spalle, o di profilo, e premere il pulsante di scatto?
In Sintesi
- Il saggio segue dieci autori, da Félix-Louis Regnault e Arnold Genthe fino a Gregory Halpern e Lua Ribeira, per raccontare come la strada sia diventata uno studio fotografico.
- Regnault (Rennes 1863 – Parigi 1938) filma nel 1895 una vasaia wolof con una camera cronofotografica; Genthe (Berlino 1869) fotografa Chinatown a San Francisco, a volte con la camera nascosta.
- A New York, tra anni Cinquanta e Settanta, Garry Winogrand ed Elliott Erwitt incarnano due poli opposti: l’energia febbrile e l’ironia affettuosa.
- Anders Petersen (Café Lehmitz, 1978), Malick Sidibé (Hasselblad Award 2003) e Graciela Iturbide (Hasselblad Award 2008) mostrano la strada come relazione, festa e rito.
- Inge Morath (Magnum dal 1953, membro dal 1955), Gregory Halpern (ZZYZX, 2016) e Lua Ribeira portano la strada nel colore e nella fotografia contemporanea.
- L’etica dello scatto, tra candid photography e consenso, e il quadro legale italiano restano la tensione irrisolta del genere.
Le origini: il corpo in movimento e la fotografia scientifica
Prima che la street photography diventasse un genere artistico consapevole, c’era la fotografia delle strade come territorio di indagine scientifica e antropologica. E pochi casi illustrano meglio questa preistoria del genere quanto la figura di Félix-Louis Regnault (1863–1938), medico e antropologo francese che fu tra i primi studiosi a usare sistematicamente la fotografia e il cinema per analizzare il movimento umano in contesti non occidentali.
Regnault appartiene a un momento della storia fotografica in cui la macchina fotografica era ancora prevalentemente uno strumento scientifico piuttosto che artistico, e in cui la distinzione tra documentazione etnografica e osservazione pubblica era fluida e problematica. Nato a Rennes nel 1863, Regnault studiò medicina e si interessò in particolare alla fisiologia e all’anatomia comparata, avvicinandosi alla cronofotografia di Étienne-Jules Marey. Nel 1895, all’Esposizione Etnografica dell’Africa Occidentale di Parigi, Regnault filmò con una camera cronofotografica una donna wolof del Senegal mentre lavorava la ceramica senza tornio, producendo quello che viene considerato uno dei primi film etnografici della storia. La sua attenzione al corpo umano in movimento e la sua consapevolezza che la fotografia potesse catturare ciò che l’occhio nudo non riusciva a vedere con chiarezza pongono Regnault in una posizione liminale: ancora lontano dal fotografo di strada in senso moderno, ma già convinto che lo spazio pubblico fosse un laboratorio inesauribile di osservazione umana.

Il contesto storico in cui Regnault operava era quello del positivismo scientifico fin-de-siècle, con tutte le sue contraddizioni: la convinzione nella neutralità oggettiva dello sguardo scientifico, il colonialismo implicito nell’osservazione etnografica dei «popoli primitivi», la fascinazione per il corpo umano come sistema meccanico da analizzare. Alcune delle sue metodologie vanno valutate con l’occhio critico che la distanza storica permette. Ma la sua intuizione fondamentale, cioè che la fotografia potesse documentare comportamenti oltre alle apparenze, movimenti oltre ai volti, pratiche culturali oltre agli individui, è un’intuizione che tutta la street photography successiva avrebbe fatto propria, declinandola in modi infinitamente più ricchi e complessi.
In tutt’altro contesto geografico e culturale, ma nello stesso decennio, Arnold Genthe (1869–1942) stava sviluppando un approccio alla fotografia di strada radicalmente diverso da quello di Regnault, ma ugualmente rilevante per la storia del genere. Nato a Berlino nel 1869 da una famiglia colta, Genthe si addottorò in filologia classica a Jena nel 1894 e giunse a San Francisco nel 1895 come precettore in una famiglia tedesca, quella del barone von Schroeder. Prese in mano la macchina fotografica da autodidatta, quasi per caso, e finì per dedicare i successivi anni alla documentazione fotografica del Chinatown di San Francisco.
Genthe fotografava i residenti cinesi di San Francisco con una piccola fotocamera che talvolta nascondeva (secondo alcune ricostruzioni sotto il cappotto), spesso senza che i soggetti si accorgessero di essere fotografati. Le sue immagini, raccolte nel libro Pictures of Old Chinatown (1908, con i testi di Will Irwin), mostrano figure in abiti tradizionali nelle strade affollate del quartiere, bambini che giocano, mercanti che contrattano, anziani che fumano la pipa: una documentazione di una comunità e di un modo di vita che sarebbe stato in gran parte distrutto dal terremoto del 1906. Il terremoto e l’incendio distrussero anche il suo studio, ma la sua fotografia più famosa resta proprio una veduta dell’indomani, Looking Down Sacramento Street, San Francisco, April 18, 1906. Genthe era consapevole del valore documentario del suo lavoro, ma era anche un fotografo con una sensibilità estetica raffinata: le sue fotografie di Chinatown hanno una qualità compositiva e luminosa che le distingue dalla semplice documentazione giornalistica.
Il metodo di Genthe, con la fotocamera nascosta, il soggetto inconsapevole, la strada come teatro da osservare di nascosto, anticipa direttamente la pratica della candid photography che diventerà dominante nella street photography del Novecento. È anche un metodo che solleva questioni etiche fondamentali, alle quali la storia del genere non ha mai dato una risposta definitiva.
New York, anni Cinquanta: l’età dell’oro della street photography americana
Se esiste un epicentro geografico e temporale della street photography come genere artistico codificato, quel centro è New York tra gli anni Cinquanta e Settanta. In quegli anni, in quella città, si concentrò una densità di talenti fotografici che non ha probabilmente equivalenti nella storia del medium: Henri Cartier-Bresson aveva già definito la sua teoria del momento decisivo, Robert Frank aveva appena pubblicato The Americans (1958) e scosso l’establishment fotografico americano con la sua visione cupa e lirica del paese, e una generazione di fotografi giovani e famelici si muoveva per le strade di Manhattan con fotocamere Leica o Nikon cercando il proprio posto in quella tradizione. La mostra New Documents, curata da John Szarkowski al MoMA nel 1967, ne avrebbe consacrato tre protagonisti: Diane Arbus, Lee Friedlander e Garry Winogrand.
Garry Winogrand era forse il più vorace di tutti. Nato nel 1928 nel Bronx da una famiglia ebrea con radici ungheresi e polacche, Winogrand cominciò a fotografare seriamente alla fine degli anni Quaranta, dopo il servizio militare e alcuni anni di studi di pittura al City College e alla Columbia University, e dopo il corso di fotogiornalismo che nel 1951 seguì alla New School for Social Research con Alexey Brodovitch. La sua fotografia era caratterizzata da una velocità e un’energia quasi febbrile: si muoveva per le strade di New York con la Leica tenuta quasi all’altezza dei fianchi, scattava in continuazione, raramente si fermava a comporre con cura, fidandosi dell’istinto e della rapidità del gesto. Il risultato era un corpus di immagini in cui la città sembrava sempre sul punto di esplodere: orizzonti inclinati, figure tagliate ai margini del fotogramma, prospettive schiaccianti, animali dello zoo e politici in campagna elettorale e turisti a Times Square trattati con la stessa attenzione democratica.
Winogrand era ossessionato dalla fotografia come atto fisico, come relazione corporea tra il fotografo e il mondo. Dichiarò in un’intervista che fotografava «per vedere come le cose sembrano quando sono fotografate», una frase che suona tautologica ma che esprime in realtà qualcosa di profondo: la convinzione che la fotocamera registrasse la realtà trasformandola nel momento stesso della registrazione, che ogni immagine fosse una nuova realtà piuttosto che un documento di quella preesistente. Alla sua morte nel 1984, lasciò circa 2.500 rullini non sviluppati, altri 6.500 sviluppati ma privi di provini a contatto e circa 3.000 con i soli provini, per un totale di quasi 300.000 immagini non selezionate: una quantità che equivale a uno dei più grandi archivi di street photography mai prodotti da un singolo autore, e che ha richiesto anni di lavoro postumo per essere catalogata e resa accessibile.
L’ironia come metodo: Elliott Erwitt e la commedia umana
Nello stesso universo newyorchese di Winogrand, ma con un temperamento e una visione radicalmente diversi, Elliott Erwitt sviluppò una street photography fondata sull’umorismo, sull’osservazione acuta delle assurdità quotidiane, su una capacità quasi comica di trovare nel mondo la battuta perfetta. Nato nel 1928 a Parigi da genitori ebrei russi, cresciuto tra Milano e Los Angeles, Erwitt si trasferì a New York nel 1948 e nel 1953 entrò nell’agenzia Magnum Photos, fondata nel 1947, tra gli altri, da Cartier-Bresson, Robert Capa, George Rodger e David Seymour. Vi rimase per tutta la vita, ricoprendone, secondo le biografie, la presidenza per tre mandati.

Le fotografie di Erwitt sono costruite attorno a giustapposizioni visive e temporali di rara precisione: il bambino che imita senza saperlo la postura dell’adulto accanto a lui, il cane che sembra commentare con espressione disgustata la scenografia umana circostante, il turista che posa davanti al monumento riproducendo involontariamente la sua stessa forma. L’ironia di Erwitt era affettuosa: quella di chi guarda il mondo umano con tenerezza e insieme con consapevolezza delle sue infinite contraddizioni e ridicolaggini. Erwitt non è forse il più celebre tra i grandi fotografi di strada, eppure rimane uno dei pochi che abbiano costruito un’intera poetica sull’umorismo senza mai scivolare nella satira o nella caricatura.
La sua fotografia più famosa, Felix, Gladys and Rover (New York City, 1974), è ripresa all’altezza del suolo: in primo piano un chihuahua minuscolo guarda direttamente in camera con un’espressione di imperscrutabile dignità, mentre alle sue spalle compaiono gli stivali alti di una donna tra le zampe di un alano. È un’immagine che si legge in un secondo e fa ridere, e poi si continua a guardare e ci si accorge della perfezione della composizione, della precisione dei toni, del rapporto tra le scale e i formati. Erwitt lavorava anche come fotografo commerciale e pubblicitario, e questa doppia formazione si sente: nelle sue fotografie di strada c’è sempre una costruzione visiva che non è mai casuale, una cura per la forma che accompagna e sostiene la trovata comica.
Il corpo e la notte: Anders Petersen e la fotografia dell’intimità estrema
Dalla leggerezza ironica di Erwitt alla densità notturna di Anders Petersen il salto è enorme, quasi uno choc. Nato nel 1944 a Stoccolma, Petersen è il fotografo scandinavo più influente della sua generazione, e forse il più radicale nel suo approccio alla relazione tra fotografo e soggetto. Ha trascorso la sua carriera fotografando ai margini della società: tossicodipendenti, prostitute, carcerati, pazienti psichiatrici, anziani soli, coppie in momenti di vulnerabilità estrema. La sua fotografia è fisicamente vicina ai soggetti, spesso a pochi centimetri dal volto, con un grandangolo spinto che deforma leggermente le proporzioni e accentua la sensazione di vicinanza quasi claustrofobica.
Il suo libro fondamentale, Café Lehmitz (1978), raccoglie le fotografie scattate tra il 1967 e il 1970 in un locale notturno di Amburgo frequentato da prostitute, marinai, alcolisti e senzatetto. Petersen era poco più che ventenne quando iniziò a frequentare il Café Lehmitz, e vi tornò per tre anni, ogni notte, fino a diventare parte del paesaggio umano di quel luogo. Le fotografie che ne risultarono sono tra le più intense della street photography europea del Novecento: immagini in bianco e nero con grana fortissima, stampe dai contrasti estremi, figure che emergono dall’oscurità con una fisicità quasi teatrale. Tra il fotografo e i soggetti la distanza non esiste: c’è contatto, familiarità, una forma di rispetto che si esprime attraverso la vicinanza.
Petersen ha scritto e dichiarato più volte che la fotografia, per lui, è prima di tutto un atto di comunicazione umana: la macchina fotografica gli serve da strumento di avvicinamento e di apertura, mai da scudo tra il fotografo e il mondo. Questa posizione etica, che si oppone radicalmente alla tradizione del fotografo invisibile, del candid shot, dello scatto rubato, è forse la sua contribuzione più originale alla storia della street photography. La domanda sull’etica dello scatto rubato si pone in modo diverso davanti a Petersen: i suoi soggetti sapevano di essere fotografati, lo accettavano, a volte lo cercavano. A contare era la dignità più che il consenso, e la dignità Petersen la costruiva attraverso la qualità della relazione umana che precedeva e accompagnava lo scatto.
L’Africa che ballava: Malick Sidibé e la gioia come documento
In tutt’altro contesto geografico e culturale, ma con una simile generosità verso i soggetti fotografati, Malick Sidibé costruì a Bamako, capitale del Mali, uno dei corpus più gioiosi e storicamente preziosi della fotografia africana del Novecento. Nato nel 1935 (secondo alcune fonti nel 1936) a Soloba, villaggio nel sud-ovest del Mali, Sidibé si trasferì a Bamako da adolescente per studiare e si avvicinò alla fotografia lavorando come apprendista del fotografo francese Gérard Guillat, che aveva aperto uno studio nella capitale. Nel 1962, due anni dopo l’indipendenza del Mali dalla Francia, aprì il proprio studio: lo Studio Malick, che sarebbe diventato il cuore pulsante della vita culturale giovane di Bamako per un decennio.

Sidibé fotografava soprattutto i giovani di Bamako nei momenti di festa: le feste danzanti del sabato sera, le gite domenicali al fiume Niger, i raduni nei cortili delle case, le prime serate al cinema. Il contesto storico era quello dell’immediato post-colonialismo: una gioventù che scopriva contemporaneamente la propria identità nazionale e le culture giovanili globali (il rock and roll, il twist, la moda occidentale), costruendo una sintesi originale che univa tradizione africana e suggestioni occidentali in qualcosa di inedito e vitale. Sidibé documentava questa sintesi con amore e precisione.
Le sue fotografie sono caratterizzate da una qualità tecnica semplice ma efficace: luce del flash frontale, sfondo bianco dello studio o paesaggi naturali del fiume, soggetti che posano con una consapevolezza orgogliosa della propria immagine. Nelle fotografie di studio di Sidibé non c’è nulla di rubato o di candid: i giovani di Bamako si presentavano al suo studio per essere ritratti, per costruire e conservare la propria immagine. Le fotografie scattate alle feste notturne avevano invece una qualità diversa: più libere, più mosse, con corpi che danzavano e ridevano e si abbracciavano in un’energia collettiva che trascendeva il singolo ritratto. Nel 2003 Sidibé ricevette l’Hasselblad Award, il più importante premio internazionale per la fotografia; nel 2007 il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia, primo fotografo africano a ricevere tale riconoscimento; nel 2008 l’Infinity Award alla carriera dell’International Center of Photography. Morì nel 2016, ampiamente riconosciuto come uno dei grandi maestri della fotografia del Novecento. Sul premio svedese esiste una scheda dedicata, l’Hasselblad Award.
Il Messico interiore: Graciela Iturbide e il sacro nella strada
Dalla gioventù danzante di Bamako al Messico profondo e rituale di Graciela Iturbide: un altro salto geografico e culturale che misura l’ampiezza del territorio coperto dalla street photography come pratica globale. Nata nel 1942 a Città del Messico, Iturbide è la fotografa messicana più riconosciuta a livello internazionale, vincitrice nel 2008 dell’Hasselblad Award e nel 2015 del Cornell Capa Lifetime Achievement Award dell’International Center of Photography, istituito da Cornell Capa. La sua fotografia si muove in uno spazio difficilmente classificabile, a metà strada tra documentazione e arte, vicina al reportage e alla staged photography ma irriducibile a entrambi: una forma di testimonianza più antica e più inafferrabile, che appartiene simultaneamente alla tradizione del viaggio etnografico e a quella del surrealismo latinoamericano.
Iturbide iniziò la sua formazione alla fine degli anni Sessanta, quando si iscrisse al Centro Universitario de Estudios Cinematográficos di Città del Messico, dove insegnava Manuel Álvarez Bravo, il grande maestro della fotografia messicana del Novecento. Tra il 1970 e il 1971 lo accompagnò nei suoi viaggi, e lo considerò sempre il suo mentore. Fu Álvarez Bravo a insegnarle che il Messico non andava fotografato con gli occhi di uno straniero affascinato dall’esotico, ma con la pazienza e la familiarità di chi appartiene al paese e ne conosce le stratificazioni storiche e mitologiche. Questo insegnamento definì tutta la sua carriera successiva.

La serie più celebre di Iturbide è Los que viven en la arena, dedicata alla comunità indigena dei Seri, nel deserto di Sonora: nel 1978 l’archivio etnografico dell’Instituto Nacional Indigenista la incaricò di fotografare i Seri a Punta Chueca, e il risultato fu una serie di ritratti di uomini e donne che guardano in camera con una dignità assoluta, di paesaggi desertici di una bellezza quasi lunare, di riti e pratiche quotidiane documentati con rispetto e precisione. L’immagine per cui è più conosciuta resta però Nuestra Señora de las Iguanas (1979), scattata a Juchitán de Zaragoza nell’Oaxaca: una donna zapoteca con una corona di iguane vive sulla testa, fotografata in controluce su uno sfondo di cielo bianco. L’immagine ha la struttura formale di un’icona religiosa e la sostanza documentaria di un reportage: la donna vendeva iguane al mercato, la corona era il modo in cui le trasportava. Il risultato appartiene tuttavia a un registro visivo diverso dalla documentazione, che convoca la mitologia precolombiana e il realismo magico latinoamericano in un’unica fotografia di strada.
L’occhio viennese: Inge Morath e la testimonianza storica
In un continente e in un’epoca radicalmente diversi operava Inge Morath, nata nel 1923 a Graz, in Austria, e morta nel 2002 a New York. La sua storia biografica è inscindibile dalla storia europea del Novecento: nata nella Repubblica austriaca del dopoguerra, adolescente durante il nazismo, giovane adulta nella Vienna occupata dalle quattro potenze alleate dopo il 1945, Morath portava nel suo sguardo fotografico il peso di quel contesto storico, quella consapevolezza acuta della fragilità delle cose e della rapidità con cui un mondo può dissolversi.
Morath divenne fotografa per vie indirette: lavorava come giornalista e traduttrice per varie pubblicazioni europee e come redattrice per Magnum quando cominciò a fotografare, nel 1951, e secondo alcune ricostruzioni fu Henri Cartier-Bresson, che conosceva di persona, a spingerla a provare con la fotografia. Nel 1953 entrò a far parte dell’agenzia Magnum Photos come fotografa su invito di Robert Capa, e nel 1955 ne divenne membro a pieno titolo, tra le prime donne dell’agenzia insieme a Eve Arnold. Nei decenni successivi documentò alcune delle trasformazioni storiche più importanti del suo tempo: la vita quotidiana in Iran prima della rivoluzione islamica (il libro De la Perse à l’Iran è del 1958), la Cina appena aperta agli stranieri alla fine degli anni Settanta, la Russia sovietica (In Russia, 1969, con Arthur Miller), il Medio Oriente.
La sua street photography aveva una qualità narrativa e contestuale che la distingueva dalla tradizione americana più pura: Morath non cercava la battuta visiva istantanea di Erwitt né la fisicità brutale di Winogrand. Cercava la storia dentro le strade, la stratificazione storica e culturale che ogni ambiente urbano porta con sé. Le sue fotografie di Vienna negli anni Cinquanta, di Londra negli anni Sessanta, di Tehran e del Cairo degli anni Settanta, hanno una densità di significato che va ben oltre l’istante catturato: ogni immagine sembra contenere il prima e il dopo dello scatto, la memoria e l’anticipazione.
Colore, margini e visioni: Gregory Halpern e la New America
Fare street photography nel Ventunesimo secolo significa fare i conti con un’eredità pesante e con un contesto tecnologico e culturale radicalmente trasformato. La fotografia digitale ha abbassato le barriere di accesso al medium; i social media hanno moltiplicato esponenzialmente la quantità di immagini in circolazione; la questione della privacy e del diritto alla propria immagine è diventata sempre più centrale nel dibattito pubblico. In questo contesto, Gregory Halpern, nato nel 1977 a Buffalo nello stato di New York, offre una delle risposte più originali e convincenti al problema di cosa possa significare fare street photography oggi.
Il suo libro ZZYZX (MACK, 2016) prende il titolo da Zzyzx, località del deserto californiano che per la sua grafia chiude gli indici alfabetici dei luoghi, un tempo stazione termale. È una raccolta di fotografie della California del Sud scattate nel corso di cinque anni. Il libro sfugge alle etichette di documento sociologico, saggio politico o album di bellezze naturali: offre una visione della California come stato dell’anima prima che come stato geografico, una serie di immagini in colore di straordinaria qualità cromatica che mescolano paesaggio urbano, paesaggio naturale, ritratto casuale, dettaglio architettonico in una sequenza che ha la logica emotiva di un sogno piuttosto che quella narrativa di un reportage. La sequenza segue un vettore da est a ovest, dal deserto a est di Los Angeles fino al Pacifico, e il libro ha vinto il PhotoBook of the Year di Paris Photo-Aperture.
Halpern fotografa prevalentemente in colore, il che lo distingue dalla tradizione in bianco e nero della street photography classica, e usa il colore come strumento semantico più che come ornamento: i colori delle fotografie di ZZYZX (gli arancioni bruciati del deserto, i blu petrolio dell’oceano, i gialli acidi dei fast food e delle stazioni di servizio) costruiscono una palette cromatica che è l’equivalente visivo di una certa condizione americana: l’abbondanza e il vuoto, la bellezza e la decadenza, la promessa e il fallimento. I migliori fotografi di strada della storia della fotografia hanno sempre trovato nel contesto urbano la materia prima per riflessioni culturali più ampie; Halpern continua questa tradizione con strumenti e sensibilità contemporanei, e prima di lui Saul Leiter aveva già fatto del colore un linguaggio della fotografia urbana. A Leiter è stata dedicata nel 2026 una retrospettiva a Palazzo Pallavicini di Bologna, raccontata in Una finestra punteggiata di gocce di pioggia.
Il sud d’Europa e i corpi: Lua Ribeira e la fotografia dei margini
L’ultima voce di questo percorso appartiene alla generazione più giovane: Lua Ribeira, nata nel 1986 ad As Pontes, in Galizia, è una fotografa galiziana di Magnum Photos che ha costruito il suo lavoro attorno alle comunità marginali e ai riti collettivi. Il suo approccio alla fotografia è fisicamente prossimo a quello di Anders Petersen (vicinanza ai soggetti, coinvolgimento fisico ed emotivo) ma con una sensibilità cromatica e una qualità quasi carnale che la distingue chiaramente.
Il suo progetto più noto è Noises in the Blood, realizzato tra il 2015 e il 2019 e dedicato alla cultura dancehall di matrice giamaicana nel Regno Unito. Il metodo è collaborativo e performativo: i soggetti partecipano alla costruzione dell’immagine, spesso a brevissima distanza e con luce flash diretta che appiattisce le ombre e accentua la fisicità dei corpi e degli ambienti, in una palette di colori saturi e violenti che ricorda certi film di Almodóvar. Lo stesso metodo attraversa le serie successive, da Aristócratas (una comunità religiosa galiziana che accoglie donne con disabilità cognitive) a Los Afortunados (le traiettorie migratorie verso Melilla), fino ad Agony in the Garden, realizzato tra il 2021 e il 2023 con i giovani delle periferie di Madrid, Málaga, Granada e Almería, e alla prima monografia, Subida al cielo (Dalpine, 2023). La strada, in questo caso, è il territorio della festa e del rito: uno spazio pubblico che diventa temporaneamente privato, in cui le maschere sociali si allentano e qualcosa di più primitivo e autentico emerge.
Ribeira pone con particolare acuità la questione etica della street photography contemporanea: il suo lavoro implica un’intimità con i soggetti che va ben oltre il candid shot furtivo, ma le immagini che produce sollevano comunque domande sul consenso, sulla rappresentazione, sul rapporto tra chi guarda e chi è guardato. La domanda su quanto sia legale fotografare le persone in strada (in Italia, come in Spagna e nel resto d’Europa, il quadro normativo prevede che in luoghi pubblici le persone possano essere fotografate senza consenso esplicito purché le immagini non siano usate a scopi commerciali o non ledano la reputazione del soggetto) è soltanto la versione legale di una questione etica molto più profonda che la street photography porta con sé fin dalle origini: qual è il confine tra il diritto di testimoniare il mondo e il diritto di ogni persona a non essere guardata senza il proprio consenso?
Etica dello scatto: la questione del consenso e la legge
Fare street photography in Italia è legale? La risposta è, come spesso accade quando il diritto incontra l’arte, parzialmente sì e parzialmente no. La normativa italiana, recependo le direttive europee in materia di privacy e protezione dei dati personali (GDPR), stabilisce che le fotografie scattate in luoghi pubblici siano in linea di massima lecite se il soggetto non è identificabile o se l’immagine non viene utilizzata a scopi commerciali senza consenso. La pubblicazione delle fotografie, anche per scopi artistici o giornalistici, può tuttavia richiedere il consenso del soggetto se questi è chiaramente identificabile e se la fotografia potrebbe arrecargli danno reputazionale o violare la sua sfera privata. È un equilibrio delicato, che i tribunali italiani ed europei interpretano caso per caso.
La questione etica è però più complessa di quella legale. I grandi maestri della street photography hanno risposto in modi diversissimi: Genthe fotografava di nascosto, convinto che il suo scopo documentario giustificasse il metodo; Petersen cercava invece il consenso implicito attraverso la relazione personale; Erwitt scattava velocemente negli spazi pubblici fidandosi della legge; Iturbide trascorreva settimane o mesi nelle comunità che fotografava, costruendo un rapporto di fiducia profondo prima di alzare la fotocamera. Non esiste una risposta univoca, e forse è giusto che non esista: la street photography vive proprio in quella tensione tra il diritto di guardare e il diritto di non essere guardati, tra la testimonianza e l’invasione, tra l’arte e il rispetto.
Una grammatica in movimento
La strada, come studio fotografico, ha una caratteristica che nessuno studio artificiale potrà mai replicare: è viva. Si trasforma di ora in ora, di stagione in stagione, di decennio in decennio. La New York di Winogrand non esiste più; il Café Lehmitz di Petersen ha chiuso; la Bamako di Sidibé è diventata una metropoli di tre milioni di abitanti; la Hong Kong di Fan Ho è stata trasformata politicamente e fisicamente al di là del riconoscimento. Eppure le fotografie scattate in quei luoghi e in quei tempi esistono ancora, con la stessa forza, la stessa densità di presenza.
La storia della street photography è, in ultima analisi, anche una storia del tempo: la capacità del medium fotografico di fermare un istante irripetibile e di restituirlo inalterato a chi lo guarda decenni dopo. Ogni fotografia di strada è una scommessa contro l’oblio, un atto di fiducia nella capacità delle immagini di sopravvivere ai loro autori, ai loro soggetti, ai loro contesti. Da Regnault a Ribeira, da Genthe a Halpern, da Sidibé a Petersen: dieci modi di stare nel mondo con una macchina fotografica in mano e la convinzione che ciò che si vede valga la pena di essere conservato.
Domande frequenti
Chi sono i maestri della street photography trattati in questo articolo?
Sono dieci: Félix-Louis Regnault e Arnold Genthe come precursori, Garry Winogrand ed Elliott Erwitt per la New York del secondo Novecento, Anders Petersen, Malick Sidibé, Graciela Iturbide e Inge Morath per le altre geografie del Novecento, Gregory Halpern e Lua Ribeira per la fotografia contemporanea.
Quando nasce la street photography?
Come pratica riconoscibile nasce nella seconda metà dell’Ottocento, con esperienze che stanno a metà tra osservazione scientifica e documentazione urbana, come quelle di Regnault e di Genthe. Come genere artistico codificato si afferma a New York tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento.
Che differenza c’è tra candid photography e fotografia di strada con il consenso?
La candid photography fotografa soggetti ignari, come faceva Genthe con la fotocamera nascosta. Fotografi come Anders Petersen o Lua Ribeira costruiscono invece una relazione con le persone ritratte prima di scattare, e ottengono un consenso implicito attraverso il tempo trascorso insieme.
È legale fotografare le persone in strada in Italia?
In linea di massima le fotografie scattate in luoghi pubblici sono lecite se il soggetto non è identificabile o se l’immagine non viene usata a scopi commerciali senza consenso. La pubblicazione può richiedere il consenso di chi è chiaramente riconoscibile, soprattutto quando c’è un rischio di danno alla reputazione o alla sfera privata, e la valutazione avviene caso per caso.
Perché Malick Sidibé è considerato un maestro della fotografia africana?
Perché dagli anni Sessanta ha documentato la giovinezza di Bamako negli anni dell’indipendenza, tra feste, musica e moda, con uno sguardo gioioso e rispettoso. Il suo lavoro è stato riconosciuto con l’Hasselblad Award (2003) e con il Leone d’Oro alla carriera della Biennale di Venezia (2007).
Per altri approfondimenti d’autore si veda la raccolta Gli editoriali.
Fonti
- Wikipedia, Ethnographic film (Regnault e la vasaia wolof del 1895)
- Wikipedia, Arnold Genthe (Chinatown, Pictures of Old Chinatown, terremoto del 1906)
- Wikipedia, Garry Winogrand (formazione, New School, archivio di rullini)
- Encyclopaedia Britannica, Elliott Erwitt
- Encyclopaedia Britannica, Malick Sidibé
- Hasselblad Foundation, Graciela Iturbide, Hasselblad Award 2008
- Magnum Photos, Inge Morath
- Magnum Photos, Lua Ribeira
Aggiornato Ottobre 2026




