Raghu Rai (Jhang, Punjab, 18 dicembre 1942 – Nuova Delhi, 26 aprile 2026) è stato il fotografo indiano di maggiore riconoscimento internazionale della seconda metà del Novecento e uno dei grandi maestri del fotogiornalismo documentario. Membro di Magnum Photos dal 1977, fu il primo indiano a entrare nell’agenzia fondata da Capa, Cartier-Bresson, Seymour e Rodger. Per oltre cinquant’anni ha fotografato la storia dell’India dopo la fine del colonialismo britannico: la guerra del Bangladesh, l’Emergenza, gli anni di Indira Gandhi, il disastro di Bhopal, i pellegrinaggi, le città, i volti ordinari e quelli del potere.
Rai nasce nel 1942 a Jhang, un villaggio del Punjab che dopo la Partizione del 1947 è rimasto in territorio pakistano. Secondo le biografie, la famiglia si trasferisce in India in seguito alla divisione del subcontinente, uno dei traumi fondativi dell’India indipendente: circa quindici milioni di persone attraversano il confine appena tracciato tra India e Pakistan, in un clima di violenza che le stime più citate valutano tra uno e due milioni di vittime. Quell’esperienza di perdita e di sradicamento accompagna la sensibilità di un autore che farà della fotografia uno strumento di memoria e di testimonianza. Si forma come ingegnere civile e arriva alla macchina fotografica quasi per caso, grazie al fratello maggiore, il fotografo S. Paul. Poi la strada diventa il suo mestiere: giornali, riviste, agenzie, e infine la libera professione.
Il legame con Henri Cartier-Bresson è il passaggio decisivo della carriera. Il maestro francese vede il lavoro di Rai a Parigi, in una mostra alla galleria Delpire all’inizio degli anni Settanta (Magnum indica il 1972), e lo propone per l’ingresso in Magnum Photos. Rai non risponde subito alla lettera di invito; la ritrova nel 1977 e accetta. Da allora resta nell’agenzia fino alla morte, e il suo nome segna uno dei momenti più significativi nel processo di internazionalizzazione di Magnum, che per decenni era stata un’impresa quasi esclusivamente euro-americana.

In Sintesi
- Raghu Rai (1942-2026) è stato il primo fotografo indiano di Magnum Photos, dove entrò nel 1977 su proposta di Henri Cartier-Bresson.
- Ha lavorato per The Statesman (dal 1966), Sunday e India Today, e ha collaborato con Time, Life, Geo, The New York Times e The New Yorker.
- Il suo corpus più noto comprende Indira Gandhi, il disastro di Bhopal del 1984, la spiritualità indiana e i ritratti di Madre Teresa e del Dalai Lama.
- Ha pubblicato più di diciotto libri secondo Magnum, da Delhi: A Portrait (1983) a Exposure (2004), e ha ricevuto il Padma Shri e l’Ordre des Arts et des Lettres.
- È morto a Nuova Delhi il 26 aprile 2026, a 83 anni.
Sintesi e dati essenziali
Raghu Rai nasce il 18 dicembre 1942 a Jhang, nel Punjab britannico, ultimo di quattro figli. Si laurea ingegnere civile e comincia a fotografare a poco più di vent’anni. Nel 1965 vince un concorso settimanale del Times di Londra con la fotografia di un asinello, un’immagine che gli apre le porte della professione. Entra allo Statesman di Nuova Delhi nel 1966, e vi resta fino al 1976 come primo fotografo del quotidiano. Passa poi a Sunday, settimanale di Calcutta, fino al 1980, e in quell’anno approda a India Today, per cui realizza numeri speciali e reportage fotografici tra il 1982 e il 1991. Dal 1977 è membro di Magnum. Muore il 26 aprile 2026 a Nuova Delhi, dopo due anni di malattia, all’età di 83 anni.
La sua bibliografia supera i diciotto titoli secondo la scheda di Magnum, e altre fonti parlano di oltre trenta libri; il computo dipende da come si contano le edizioni e le traduzioni. Per quanto riguarda i riconoscimenti, ricevette il Padma Shri (1972 secondo la maggior parte delle fonti, 1971 secondo Magnum), l’Ordre des Arts et des Lettres francese nel 2009, il premio alla carriera del governo indiano nel 2017, il Lucie Award per il fotogiornalismo nel 2018 e, primo vincitore in assoluto, il premio di fotografia dell’Académie des Beaux-Arts intitolato a William Klein nel 2019.
Dagli anni della Partizione alla fotografia
Chi vuole capire la fotografia di Rai deve tornare al 1947. La Partizione dell’India britannica in due Stati, India e Pakistan, produce uno dei più grandi spostamenti di popolazione della storia moderna. Il Punjab, spaccato a metà dalla linea Radcliffe, diventa il teatro dei massacri e degli esodi più feroci. Rai ha cinque anni quando la sua terra natale passa dall’altra parte del confine. Dell’evento non può avere un ricordo consapevole, ma ne eredita la condizione: quella di un indiano nato in un luogo diventato pakistano.
La formazione è tecnica. Studia ingegneria civile e lavora brevemente come ingegnere. La fotografia entra nella sua vita attraverso il fratello maggiore, Sharampal Chowdhry, noto come S. Paul, che nel 1962 gli insegna i rudimenti del mestiere. Rai racconterà più volte di aver scoperto nell’obiettivo una concentrazione assoluta: guardando attraverso il mirino, tutta la sua energia si riversava su ciò che vedeva. È una testimonianza che torna nel libro su Delhi e che Magnum ha ripreso nel ricordo scritto dopo la sua scomparsa.
Il 1965 è l’anno della svolta. Durante una visita al fratello a Delhi, Rai scatta una fotografia di un piccolo asino che guarda dritto in macchina. S. Paul la invia al Times di Londra, che la pubblica; la fotografia vince il concorso settimanale del giornale. Un’altra delle sue prime immagini vince un concorso internazionale promosso da Nikon, e il premio gli permette di comprare le prime ottiche professionali, un grandangolo e un teleobiettivo. Dopo un breve periodo all’Hindustan Times, nel 1966 Rai entra allo Statesman e cambia vita.
The Statesman, la guerra del Bangladesh e la scuola del reportage
Lo Statesman è un quotidiano di Calcutta con una redazione a Nuova Delhi, e per un fotografo giovane è una palestra durissima. Rai vi lavora come primo fotografo per circa un decennio. La scuola è quella del reportage classico: stare nel posto giusto, tornare con l’immagine che regge da sola in pagina, imparare a leggere il volto di un uomo politico, la piega di una folla, il momento in cui una scena si ordina. Nella primavera del 1968 Rai e il collega Saeed Naqvi vanno a Rishikesh quando i Beatles arrivano all’ashram del Maharishi Mahesh Yogi, un episodio che le sue biografie ricordano tra i servizi più noti di quegli anni. Nello stesso 1968 tiene la prima mostra personale alla Shridharani Gallery di Nuova Delhi.
La prova più dura arriva nel 1971, con la guerra di liberazione del Bangladesh. Rai documenta il conflitto, dalla fuga dei profughi verso l’India fino alla fine delle operazioni che porta alla nascita del nuovo Stato, e raccoglie un materiale che gli vale il Padma Shri, uno dei massimi riconoscimenti civili indiani. Oltre quarant’anni dopo tornerà sul tema con il libro «Bangladesh: The Price of Freedom» (2013). Per il giovane fotografo si apre così la strada della consacrazione nazionale, e poco dopo quella internazionale.
Nel 1976 lascia lo Statesman e diventa photo editor di Sunday, un settimanale di Calcutta. È un passaggio di ruolo: da fotografo di quotidiano a responsabile dell’immagine di una rivista, con un lavoro di scelta, impaginazione e commissione che tornerà utile in tutta la carriera. Lascia Sunday nel 1980 per India Today, dove opera come picture editor e fotografo, e tra il 1982 e il 1991 realizza numeri speciali e saggi fotografici che segnano l’estetica del newsmagazine indiano. Le sue fotografie escono su Time, Life, Geo, The New York Times, The Sunday Times, Newsweek, The Independent e The New Yorker. Sarà anche giurato del World Press Photo, tre volte secondo Magnum, e dell’International Photo Contest dell’Unesco.
Cartier-Bresson e l’ingresso in Magnum
L’incontro con Cartier-Bresson avviene attraverso le fotografie, non di persona. All’inizio degli anni Settanta Rai presenta il suo lavoro a Parigi alla galleria Delpire, luogo di riferimento per l’editoria fotografica europea; il maestro del momento decisivo ne resta colpito. Nella lettura che ne dà la critica, la geometria visiva delle immagini di Rai, la capacità di far convivere in un’unica inquadratura folla, architettura, gesto e luce, ricorda l’idea di fotografia di Cartier-Bresson come ordine che si compone in una frazione di secondo. Cartier-Bresson, uno dei fondatori di Magnum, propone il giovane indiano come membro, ma la lettera di invito resta senza risposta per anni. Rai la riscopre nel 1977 e accetta.
L’ingresso fa di Rai il primo indiano nell’agenzia, e in quel contesto si colloca la sua funzione di ponte tra il fotogiornalismo europeo e quello del subcontinente. Magnum era nata nel 1947, lo stesso anno della Partizione, come cooperativa di fotografi che rivendicava il controllo sul proprio lavoro. Con Rai l’agenzia ottiene un autore che conosce dall’interno il paese che fotografa e che non ha bisogno di mediazioni linguistiche o culturali. Rai è stato per decenni il volto indiano di Magnum, e ha lavorato con l’agenzia fino alla morte: il sito dell’agenzia lo indica come membro che ha continuato a contribuire anche negli ultimi anni.
Il rapporto con Cartier-Bresson mette Rai in dialogo con la fotografia francese e con la tradizione umanista del dopoguerra, un riferimento che arricchisce una produzione rimasta saldamente radicata nella cultura visiva indiana. Magnum lo indica come suo protégé, e la proposta del 1977 resta uno dei gesti più citati nelle biografie di entrambi.
L’India di Rai: politica, spiritualità e disastro
L’opera di Raghu Rai si articola attorno a tre grandi filoni tematici che percorrono tutta la carriera e coprono le dimensioni essenziali della vita indiana: la storia politica, la vita spirituale e religiosa e la tragedia umana nelle sue forme più acute. Questi filoni si intrecciano di continuo. Nell’India di Rai il politico è sempre anche religioso, il quotidiano è sempre anche storico, e la tragedia è illuminata dalla resistenza ostinata della vita ordinaria.
Accanto ai tre filoni principali corre la fotografia di città. Delhi occupa il posto centrale, con più libri nell’arco di decenni: «Delhi: A Portrait» (1983, Delhi Tourist Development Corporation e Oxford University Press), poi «Raghu Rai’s Delhi» (1994, Indus/HarperCollins). Calcutta, Bombay, Khajuraho e il Taj Mahal completano una geografia che Rai ha attraversato più volte, tornando sugli stessi luoghi in stagioni e anni diversi. La città, nella sua fotografia, è sempre un palcoscenico di folle, di mestieri, di incroci di sguardi.
Una fotografia del 1995, «Commuters at Churchgate Station», è citata dalla stampa come una delle sue immagini più riuscite sul piano formale: un uomo legge con calma nel mezzo di centinaia di pendolari in corsa nella stazione di Bombay. Illustra bene la sua idea di fotografia come tensione tra ordine e caos, e conferma la sua affinità con la grammatica visiva di Cartier-Bresson.
La collaborazione con la rivista National Geographic ha portato il lavoro di Rai a un vasto pubblico di lettori in tutto il mondo, in una collaborazione che secondo alcune biografie dura per decenni: Magnum ricorda il servizio di copertina del 1992 sulla gestione della fauna selvatica in India. I suoi reportage sull’India, che toccano Delhi, il Taj Mahal, il Gange, il Rajasthan e le culture tribali del nordest, hanno contribuito a formare l’immagine del paese nell’immaginario internazionale con una continuità che pochi altri fotografi hanno avuto. Per una lettura di insieme del contesto si può leggere il nostro approfondimento sulla fotografia indiana, mentre il rapporto, non sempre sereno, con un altro grande indiano è trattato nella pagina dedicata a Raghubir Singh.
Indira Gandhi: il potere da vicino
La documentazione di Indira Gandhi è il corpus più noto della carriera politica di Rai. Secondo la scheda di Magnum, Rai la fotografa dal 1966 al 1977, quindi per tutto il periodo che comprende la guerra del 1971 e l’Emergenza, e la segue ancora al ritorno al potere nel 1980. Accede agli ambienti più intimi con una libertà che pochi fotografi hanno avuto in India: la mostra non soltanto nei momenti rituali del potere, ma anche in quelli di riflessione, di stanchezza, di umanità non mediata dalla retorica. Rai ha detto che ogni ritratto doveva potersi reggere da solo e restituire l’essenza della persona a chi lo avrebbe guardato in futuro.
La produzione libraria è lunga. «A Day in the Life of Indira Gandhi» esce nel 1974 per Nachiketa Publications. Il libro «Indira Gandhi» esce nel 1985 per Lustre Press con un testo di Pupul Jayakar, dopo l’assassinio della premier avvenuto il 31 ottobre 1984: Rai fotografa anche quel giorno e la cremazione, e il volume è quindi un ritratto postumo e insieme un’opera di commiato. Un terzo titolo, «Indira Gandhi: A Living Legacy», esce nel 2004 per Timeless Books. Insieme compongono uno dei ritratti fotografici più intensi di un capo di governo del Novecento.
È utile ricordare il contesto. Indira Gandhi governa l’India in anni in cui il paese vede la guerra con il Pakistan, la nascita del Bangladesh, la crisi economica, il ricorso all’Emergenza tra il 1975 e il 1977 e il ritorno al governo. Fotografare quella figura significava stare dentro una storia che cambiava giorno per giorno.
Bhopal, dicembre 1984
Il disastro di Bhopal è l’evento in cui Rai produce le fotografie più strazianti e durature della carriera. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 una fuga di isocianato di metile da uno stabilimento di pesticidi della Union Carbide India Limited investe la città di Bhopal, nel Madhya Pradesh. Le cifre variano a seconda delle fonti: il dato ufficiale dei morti immediati è 2.259, il governo del Madhya Pradesh ha poi confermato 3.787 decessi correlati alla fuga, e stime indipendenti salgono a molte migliaia nelle settimane successive. I feriti, secondo una dichiarazione del governo del 2006, sono circa 558.000. Molti sopravvissuti hanno portato per decenni i segni fisici dell’esposizione.
Rai è tra i primi fotografi sul posto. Lavora all’ospedale Hamidia, tra i feriti e tra i corpi, e documenta le sepolture. Nelle sue immagini compaiono i sopravvissuti ciechi che cercano di orientarsi nel caos, le vittime allineate in attesa del riconoscimento, i bambini con i segni dell’esposizione al gas. Una delle immagini più note, «Burial of an Unknown Child» (1984), mostra il volto di un bambino morto parzialmente coperto dalla terra, ed è diventata una delle immagini simbolo del disastro. Rai ha detto che, per quanti scatti facesse, non riusciva a restituire la dimensione della tragedia. Quella consapevolezza del limite del mezzo resta uno degli elementi più umani del suo racconto.
Il lavoro su Bhopal continua per decenni. Nel 2004, vent’anni dopo, Rai realizza per Greenpeace un progetto documentario sulle conseguenze del disastro e sulla situazione dei sopravvissuti. Ne nascono il libro «Exposure: Portrait of a Corporate Crime» (2004, Greenpeace Netherlands) e tre mostre che girano per l’Europa, l’America, l’India e il sud-est asiatico: Venezia e Helsinki nel 2003, Amsterdam nel 2005 e molte altre sedi. Una raccolta più breve esce con il titolo «Bhopal Gas Tragedy» (2002, Tulika Publishers) con un testo di Suroopa Mukherjee. Nel 2014 Rai torna a Bhopal per Amnesty International. Le fotografie documentano le conseguenze umane di uno sfruttamento industriale irresponsabile, e fanno del suo archivio una delle fonti visive più importanti sul disastro.
Spiritualità, Madre Teresa e il Dalai Lama
Il tema della spiritualità attraversa l’intera opera di Rai. Le fotografie dei pellegrinaggi al Kumbh Mela, la più grande assemblea religiosa del mondo, con decine di milioni di fedeli sulle rive del Gange ad Allahabad, quelle dei templi di Varanasi al sorgere del sole, degli asceti nei ritiri himalayani, dei ritmi liturgici del buddhismo tibetano, nascono da uno sguardo che partecipa. Rai fotografa la vita religiosa indiana senza esotismo e senza distanza etnografica: conosce dall’interno il significato di ciò che vede, e ne fa un elemento della composizione.
Il rapporto con Madre Teresa è tra i più noti. Rai la fotografa per la prima volta a Calcutta nel 1970, durante la preghiera della domenica di Pasqua: la religiosa acconsente a condizione che il fotografo resti fermo in un solo punto. Nel 1979 documenta a lungo il lavoro delle Missionarie della Carità. Ne escono più libri: «Mother Teresa: Faith and Compassion» (1996, Element Books), «Saint Mother: A Life Dedicated» (2003-2004, Timeless Books in India e La Martinière in Francia) e «Mother Teresa: A Life of Dedication» (2005, Harry N. Abrams). Rai ha ricordato che la religiosa gli disse che Dio gli aveva affidato quell’incarico e che doveva svolgerlo bene. Anche la produzione sul Dalai Lama è lunga: Rai lo fotografa dalla fine degli anni Settanta fino al 2015, e il volume «Tibet in Exile» (1990-1991, Mondadori in Italia, Chronicle Books negli Stati Uniti) contiene una prefazione del Dalai Lama stesso.
Alla spiritualità si aggiunge il filone dei Sikhs, a cui Rai dedica un libro nel 1984 per Lustre Press (il titolo «The Sikhs» ha avuto altre edizioni in anni successivi). Nel solco di una ricerca sulla natura, nel 2013 pubblica «Trees» per PHOTOINK, e Magnum ha presentato il progetto con il titolo «Of Reverence and Awe: Trees by Raghu Rai». Il volume è anche una mostra, tenuta a Nuova Delhi nel 2013 e riproposta nel 2015 all’Art Alive Gallery.
Stile, composizione e passaggio al digitale
Lo stile di Rai nasce dal reportage in bianco e nero e dalla tradizione della fotografia umanista, ma si distingue per la densità dell’inquadratura. Le sue immagini migliori sono piene, quasi affollate: più piani, più gesti, più azioni simultanee, tutte tenute insieme da una geometria che si fa notare soltanto a una seconda lettura. La folla indiana, che spesso scoraggia il fotografo europeo, diventa nel suo lavoro un materiale compositivo. I critici hanno parlato di un’estetica che unisce immediatezza giornalistica e composizione pittorica, e la stampa di settore l’ha ricordato nei necrologi.
Il bianco e nero resta a lungo la sua lingua principale, ma il colore, nelle sue mani, diventa una scelta espressiva a pieno titolo. «Raghu Rai’s India: Reflections in Colour» (2008, Haus Books) raccoglie decenni di fotografie a colori, e il libro conferma un’attenzione al colore come parte della cultura visiva del paese. Rai ha scritto, in quel volume, che le immagini fisse sono qui per restare. Il passaggio al digitale avviene nel 2003: in missione a Mumbai per Geo, passa a una macchina digitale e, secondo quanto ha detto, non è più tornato alla pellicola. Il lavoro successivo, in bianco e nero e a colori, procede quindi senza distinzione di supporto.
La fotografia di Rai si è sempre confrontata con la questione dell’autenticità. Un’immagine, per lui, deve nascere da una risposta emotiva più che da un calcolo: nella masterclass tenuta per National Geographic India nel 2025 raccomandava ai giovani fotografi di far partire la risposta dal cuore, perché il cuore è la persona stessa. È un’idea semplice, e riassume una pratica. Il metodo coincide con l’idea di fotografia che attraversa tutta la sua carriera, in cui l’immagine nasce da un coinvolgimento diretto con ciò che accade davanti all’obiettivo.
Le opere principali
- A Day in the Life of Indira Gandhi (1974, Nachiketa Publications): il primo libro sulla premier indiana, frutto degli anni passati accanto a lei.
- Indira Gandhi (1985, Lustre Press, testo di Pupul Jayakar): la monografia fotografica sulla premier, pubblicata dopo l’assassinio dell’ottobre 1984.
- Delhi: A Portrait (1983, Delhi Tourist Development Corporation e Oxford University Press): il grande album sulla capitale indiana, tra i libri fotografici più importanti sulla città.
- The Sikhs (1984, Lustre Press): il volume dedicato alla comunità sikh.
- Bhopal (1984-2004): il corpus fotografico sul disastro industriale della Union Carbide, da cui nasce il libro Exposure: Portrait of a Corporate Crime (2004, Greenpeace Netherlands) e il ciclo di mostre itineranti.
- Il Taj Mahal (1986-1987, Times Editions, Robert Laffont e Rizzoli): la serie fotografica sulla più famosa architettura indiana, con immagini nelle diverse stagioni e condizioni di luce. Per chi vuole approfondire la tecnica, la nostra guida alla fotografia di architettura offre un quadro complementare.
- Dreams of India (1988, Time Books International e Arthaud) e Calcutta (1989, Time Books International): due volumi sulla geografia urbana e umana del paese.
- Tibet in Exile (1990-1991, Mondadori e Chronicle Books): la comunità tibetana in India, con prefazione del Dalai Lama.
- Khajuraho (1991, Time Books International): i templi medievali del Madhya Pradesh.
- Kumbh Mela (diverse edizioni): documentazione sistematica della più grande assemblea religiosa del mondo, pubblicata in più occasioni nel corso della carriera.
- Madre Teresa (1996, Element Books): «Faith and Compassion», la monografia sulla religiosa albanese attiva a Calcutta, seguita da «Saint Mother» (2003-2004) e «A Life of Dedication» (2005).
- My Land and Its People (1997, Vadehra Gallery) e Raghu Rai… in his Own Words (2000, Roli Books): due volumi di sintesi autobiografica e antologica.
- The Indians: Portraits From My Album (2011, Penguin Books) e Bangladesh: The Price of Freedom (2013, Niyogi Books): due libri della maturità, il primo di ritratti, il secondo sulla guerra del 1971.
- Ingresso in Magnum Photos (1977): primo fotografo indiano nell’agenzia, su proposta diretta di Henri Cartier-Bresson.
- Reportage per National Geographic: servizi sull’India pubblicati dalla rivista, tra cui la storia di copertina del 1992 sulla gestione della fauna selvatica.
Mostre, premi e istituzioni
Le mostre di Rai coprono quasi sei decenni. Dopo la personale del 1968 alla Shridharani Gallery di Nuova Delhi e l’esposizione del 1972 a Parigi, nel 1997 la National Gallery of Modern Art di Nuova Delhi gli dedica una retrospettiva. Nel 2002 «Raghu Rai’s India – a Retrospective» è a Photofusion (Londra) e alla Volkart Foundation di Winterthur. Seguono Venezia e Helsinki (2003, Bhopal), Dacca e Praga (2004, Exposure), Amsterdam e Roma (2005), i Rencontres d’Arles nel 2007, FotoFreo in Australia nel 2012, Hong Kong nel 2014 con «In Light of India» e Ojas Art a Nuova Delhi nel 2016 con una selezione dei suoi scatti più noti. Magnum ricorda che il suo lavoro è stato esposto a Londra, Parigi, New York, Amburgo, Praga, Tokyo, Zurigo e Sydney.
Quanto ai riconoscimenti, il Padma Shri, quarto onore civile indiano, gli viene conferito per la copertura della guerra del Bangladesh. Nel 2009 la Francia gli assegna l’Ordre des Arts et des Lettres, nel 2017 il governo indiano il premio alla carriera del Ministero dell’Informazione e della Radiodiffusione, nel 2018 il Lucie Award per il fotogiornalismo e nel 2019 il premio di fotografia dell’Académie des Beaux-Arts, assegnato per la prima volta e intitolato a William Klein. È stato inoltre giurato del World Press Photo e dell’International Photo Contest dell’Unesco.
Sul piano istituzionale, nel 2010 fonda a Nuova Delhi la Raghu Rai Foundation for Arts and Photography, con lo scopo di archiviare il suo lavoro e di sostenere la fotografia indiana attraverso pubblicazioni, workshop e borse. Nel 2012, insieme al figlio Nitin, anch’egli fotografo, avvia il Raghu Rai Center for Photography. Un documentario del 2017 sul suo lavoro, «Raghu Rai: An Unframed Portrait», è stato realizzato dalla figlia Avani con la produzione esecutiva del regista Anurag Kashyap.
Eredità e ultimi anni
Raghu Rai muore a Nuova Delhi il 26 aprile 2026, all’età di 83 anni. La famiglia ne ha dato l’annuncio con un comunicato. Le fonti riferiscono una malattia durata due anni, un tumore alla prostata, e complicazioni dovute all’età. Il necrologio di Magnum ricorda la «profonda compassione e umanità» del suo lavoro e la sua dedizione al racconto del mondo e del passare del tempo. Fra i commenti dei politici indiani, ripresi dalla stampa internazionale, quello di Shashi Tharoor sostiene che la sua visione resterà la lente attraverso cui si guarda all’India; Rahul Gandhi ha scritto che Rai non si limitava a fare fotografie ma conservava la memoria della nazione. Il fotografo Sohrab Hura, presente alla cremazione, ha raccontato che molti colleghi avevano sentito la fine di un’epoca.
Resta il lascito di un autore che ha tenuto insieme due cose difficili da conciliare: l’urgenza del fotogiornalismo e la cura formale della fotografia d’autore. Rai ha costruito un archivio che copre dalla fine del colonialismo al presente digitale, ha portato Magnum in India e l’India nei grandi periodici internazionali, e ha sostenuto la fotografia indiana attraverso la fondazione, i workshop, le mostre e i libri. La sua dichiarazione più citata nei necrologi, secondo cui non avrebbe mai potuto essere fedele alle proprie esperienze senza una macchina fotografica, restituisce una concezione del mestiere in cui vedere e testimoniare coincidono.
Il suo lavoro viene letto come uno dei contributi decisivi a una fotografia indiana capace di confrontarsi con i canoni occidentali conservando la propria identità. Il confronto con Raghubir Singh, fotografo del colore e del viaggio, illumina un’altra strada percorsa dalla fotografia indiana, più contemplativa e cromatica; Rai ne rappresenta il versante più vicino alla cronaca e al ritratto. La lettura delle due carriere, insieme, offre un’immagine più completa della fotografia del subcontinente dopo l’indipendenza.
Domande frequenti
Chi era Raghu Rai?
Raghu Rai (1942-2026) è stato un fotografo indiano, tra i massimi esponenti del fotogiornalismo documentario. Primo indiano a entrare in Magnum Photos, nel 1977, ha documentato per oltre cinquant’anni la politica, la religione e le tragedie dell’India contemporanea.
Quando è entrato in Magnum Photos?
Nel 1977. Henri Cartier-Bresson lo aveva proposto come membro dopo aver visto una sua mostra a Parigi, all’inizio degli anni Settanta; Rai riscoprì la lettera di invito solo nel 1977 e accettò.
Quali sono le sue fotografie più famose?
I ritratti di Indira Gandhi, le immagini del disastro di Bhopal del dicembre 1984, tra cui «Burial of an Unknown Child», le fotografie di Madre Teresa e del Dalai Lama, la fotografia del 1995 dei pendolari alla stazione di Churchgate e le serie sul Kumbh Mela e sul Taj Mahal.
Che cosa ha fotografato a Bhopal?
Era tra i primi fotografi sul posto dopo la fuga di gas del 2-3 dicembre 1984. Ha documentato l’ospedale Hamidia, i feriti e le sepolture. Vent’anni dopo ha realizzato per Greenpeace un progetto sulle conseguenze del disastro, da cui è nato il libro «Exposure».
Quando e come è morto?
È morto a Nuova Delhi il 26 aprile 2026, a 83 anni. Il figlio Nitin ha parlato di un tumore e di complicazioni legate all’età.
Quali libri ha pubblicato?
Più di diciotto volumi secondo Magnum, tra cui «Delhi: A Portrait» (1983), «Indira Gandhi» (1985), «Taj Mahal», «Tibet in Exile», «Calcutta», «Khajuraho», «Mother Teresa: Faith and Compassion» (1996), «Exposure» (2004), «The Indians» (2011) e «Trees» (2013).
Altri profili di autori e autrici sono raccolti nell’indice I grandi fotografi della storia.
Fonti
- Magnum Photos, scheda biografica di Raghu Rai
- Magnum Photos, Remembering Raghu Rai
- Wikipedia, voce Raghu Rai
- Al Jazeera, Raghu Rai, legendary Indian photographer, dies at 83
- ArtAsiaPacific, Raghu Rai 1942-2026
- PetaPixel, India’s Most Celebrated Photographer Raghu Rai Dies
- Malay Mail, The man who captured India’s soul
- Wikipedia, voce Bhopal disaster
Aggiornato Ottobre 2026



