Elisabetta Catalano nasce a Roma nel 1941 (morta il 4 Gennaio 2015 a Roma), in una famiglia in cui la cultura visiva è presente in modo naturale: il padre è scenografo cinematografico, e crescere in una casa in cui si parla di luce, di spazio, di costruzione dell’immagine cinematografica produce una sensibilità visiva che preesiste a qualsiasi formazione fotografica specifica. Roma negli anni Cinquanta e Sessanta è una città straordinariamente vitale dal punto di vista culturale, il centro di una industria cinematografica che è tra le più importanti del mondo, luogo di incontro di artisti, registi, scrittori, intellettuali italiani e stranieri che si muovono in un ambiente di grande densità creativa. Catalano cresce in questo ambiente, lo respira, lo interiorizza, e quando la fotografia entra nella sua vita lo fa in modo naturale, come se fosse sempre stata lì ad aspettarla.
La sua formazione fotografica avviene in modo non convenzionale, senza le tappe istituzionali che caratterizzano il percorso di molti fotografi della sua generazione. Non frequenta scuole di fotografia, non fa apprendistati in studi professionali, non si forma nella camera oscura di qualcun altro: impara fotografando, con quella forma di apprendimento diretto che è la più antica e la più efficace, la forma che produce fotografi con una voce propria invece di fotografi che riproducono le voci dei propri maestri. Questo percorso autodidatta ha conseguenze precise sul suo stile: non porta con sé le convenzioni di nessuna scuola, non ha modelli espliciti da seguire né da rifiutare, è libera di costruire il proprio linguaggio visivo a partire da ciò che vede e da ciò che sente, senza il peso di tradizioni formative codificate.
Il contesto in cui si afferma professionalmente è quello della Roma degli anni Sessanta, quella città che Fellini aveva già immortalato in “La Dolce Vita” e che continuava a essere un centro di gravitazione per il cinema, la moda, le arti visive, la letteratura internazionale. Catalano comincia a fotografare gli ambienti che frequenta, gli artisti e i registi, gli attori e gli scrittori, con quella stessa qualità di attenzione empatica che caratterizza tutto il suo lavoro successivo. Le prime fotografie professionali vengono pubblicate su riviste di moda e di cultura, e mostrano già da subito quella qualità distintiva: la capacità di far dimenticare al soggetto la presenza della macchina fotografica, di creare intorno allo scatto una condizione di normalità e di fiducia in cui la persona fotografata si manifesta nella propria autenticità.

Il lavoro sulla scena artistica italiana degli anni Sessanta e Settanta è il nucleo centrale della sua produzione, quello che le vale il riconoscimento critico più solido e più duraturo. Catalano fotografa praticamente tutti i protagonisti della cultura italiana e internazionale di quella stagione: Pier Paolo Pasolini, che era anche un amico, e i cui ritratti scattati da Catalano sono tra le immagini più intense e più vere che esistano dello scrittore; Alberto Moravia, con quella qualità di sguardo insieme acuto e malinconico che lo caratterizzava; Michelangelo Antonioni, fotografato sul set e fuori dal set con una naturalezza che rivela una frequentazione lunga e una fiducia profonda; Luchino Visconti, con quella aristocratica complessità che era una delle qualità più difficili da cogliere in un ritratto. Ma anche artisti visivi come Alberto Burri, Lucio Fontana, Cy Twombly, che Catalano fotografa non soltanto nei propri studi mentre lavorano, ma anche nei momenti di pausa, di conversazione, di vita quotidiana che sono spesso più rivelativi dei momenti di creazione formale.
Il metodo che Catalano ha sviluppato nel corso degli anni e che descrive con grande lucidità nelle rare interviste che ha concesso è quello di non avere un metodo, nel senso che non porta mai con sé una idea precostituita di come dovrà essere il ritratto, non ha in mente una composizione da realizzare né un’atmosfera da costruire. Arriva, si siede, parla, ascolta, osserva, e lascia che la situazione si sviluppi nel proprio tempo, che la persona di fronte a lei si dimentichi gradualmente della macchina fotografica e torni a essere se stessa. Questo processo richiede tempo, a volte molto tempo, molto più di quanto la logica editoriale convenzionale permetterebbe, e Catalano ha sempre rifiutato le commissioni che non le lasciavano il tempo necessario, preferendo lavorare meno ma lavorare bene.
C’è in questo metodo una posizione etica oltre che estetica, una convinzione profonda che il ritratto fotografico sia un atto che richiede rispetto e responsabilità nei confronti del soggetto. Catalano ha sempre parlato del ritratto come di un incontro, mai come di una cattura: non si tratta di sorprendere qualcuno in un momento di debolezza o di incauto abbandono, non si tratta di estrarre dalla persona un segreto che lei vorrebbe tenere nascosto. Si tratta di creare le condizioni in cui la persona possa scegliere di mostrarsi, di rivelare qualcosa di sé non perché è stata colta di sorpresa ma perché si fida abbastanza del fotografo da farlo volontariamente. Questa distinzione tra cattura e incontro, che può sembrare sottile, produce in realtà una differenza profonda nella qualità delle immagini: i ritratti che nascono da un incontro hanno una qualità di presenza e di apertura che quelli nati dalla cattura non hanno mai.
La luce è forse l’elemento tecnico più caratteristico del suo lavoro, e merita una riflessione specifica. Catalano lavora quasi sempre con la luce naturale, che usa con una maestria e una sensibilità che riflettono anni di osservazione e di pratica. Non usa il flash, non usa i riflettori, non costruisce una situazione luminosa artificiale che imporrebbe al soggetto una qualità di luce estranea al suo ambiente naturale. Lavora con la luce che c’è, quella che entra dalle finestre dello studio di un artista o di un regista, quella che filtra attraverso le tende di un appartamento, quella che si diffonde all’esterno in un pomeriggio romano di fine estate. Questa fedeltà alla luce naturale non è soltanto una questione di gusto personale: è una scelta metodologica che serve a mantenere quella condizione di normalità ambientale che è la premessa del suo modo di lavorare. Introdurre luci artificiali significa trasformare lo spazio, renderlo diverso da come è nella vita quotidiana del soggetto, creare una situazione eccezionale che non favorisce quella dimenticanza della macchina fotografica che Catalano cerca.
La qualità della luce nelle sue fotografie ha spesso una morbidezza e una diffusione che ricordano certi ritratti della pittura veneziana, quella tradizione coloristica che aveva fatto della luce diffusa e avvolgente, invece che della luce dura e contrastata di tradizione caravaggesca, il proprio strumento espressivo principale. Non è una citazione consapevole, o almeno Catalano non la ha mai descritta come tale, ma è il risultato naturale di una sensibilità visiva formatasi a Roma in mezzo a secoli di arte italiana, quella stessa sedimentazione culturale di cui si parlava nell’introduzione a questo capitolo.
Il bianco e nero è il formato in cui ha lavorato per la maggior parte della propria carriera, anche se nel corso degli anni Ottanta e Novanta ha prodotto anche lavori a colori di grande qualità. Nel bianco e nero le sue fotografie hanno una ricchezza tonale e una morbidezza di gradazione che sono immediatamente riconoscibili: i grigi hanno una qualità quasi vellutata, i neri sono profondi senza essere pesanti, i bianchi luminosi senza essere abbaglianti. È una qualità di stampa che richiede una padronanza completa dei processi della camera oscura, e che Catalano ha sviluppato nel corso di decenni di pratica con una dedizione e una attenzione al dettaglio che riflettono il rispetto che nutre verso il proprio mestiere.
Nel corso degli anni ha lavorato anche come fotografa di scena per alcuni importanti film italiani, portando in quel contesto la stessa qualità di sguardo che caratterizza il suo lavoro di ritrattista. Le fotografie di scena di Catalano non assomigliano a quelle convenzionali, che tendono a documentare i momenti salienti della trama o a costruire immagini promozionali dei protagonisti: sono invece osservazioni della vita sul set, dei rapporti tra i registi e gli attori, di quei momenti di attesa e di concentrazione che precedono e seguono il ciak e che spesso dicono più sul film di quanto non dica il film stesso.
La sua importanza nella storia della fotografia italiana del Novecento è stata riconosciuta con una certa lentezza dalla critica ufficiale, come spesso accade con i fotografi che lavorano in una zona di confine tra diversi generi e diversi contesti professionali, e che proprio per questo faticano a essere collocati nelle categorie interpretative che la storiografia fotografica ha elaborato. Catalano non è soltanto una fotografa di ritratto, non è soltanto una fotografa di moda, non è soltanto una documentarista della scena artistica italiana: è tutte queste cose insieme, e la qualità specifica del suo contributo emerge precisamente dalla capacità di muoversi tra questi diversi contesti senza perdere la coerenza del proprio sguardo, senza adattarsi alle convenzioni di nessuno di essi al punto da perdere la propria voce.
Quello che rimane, guardando al suo lavoro nella sua interezza, è la sensazione di essere stati introdotti in una serie di incontri reali, di aver avuto accesso attraverso le sue fotografie a qualcosa di autentico nella vita di persone che la cultura pubblica tendeva a trasformare in icone, in simboli, in rappresentazioni di se stesse. Catalano ha restituito a quelle persone la loro dimensione umana, la loro complessità, la loro vulnerabilità, la loro capacità di sorprendere. Lo ha fatto senza violenza, senza voyeurismo, senza il cinismo che a volte accompagna il lavoro dei fotografi più ambiziosi: lo ha fatto con quella qualità di rispetto e di affetto che è la sua firma più personale e più duratura.
Fonti
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


