Nato il 16 giugno 1917 a Plainfield, nello stato del New Jersey, Irving Penn (qui il sito della fondazione Irving Penn) crebbe in una famiglia di origine russo-ebraica. Suo padre, Harry Penn, lavorava come orologiaio, mentre la madre, Sonia Greenberg, era un’infermiera. Fin dalla giovane età mostrò una spiccata sensibilità artistica che lo avrebbe portato a studiare grafica e disegno, prima di approdare alla fotografia, disciplina in cui avrebbe scritto alcune delle pagine più significative del Novecento. Il fratello minore, Arthur Penn, sarebbe diventato un regista cinematografico.
Morì il 7 ottobre 2009, nella sua abitazione a New York, all’età di 92 anni, lasciando un’eredità immensa che ha attraversato la fotografia di moda, il ritratto, la still life e la ricerca estetica più avanzata. Per oltre sei decenni, la sua opera ha definito e trasformato lo stile visivo della rivista Vogue e dell’immaginario fotografico moderno, facendo di lui una figura di spicco della fotografia americana di moda e di ritratto.
In Sintesi
- Irving Penn (Plainfield 1917 – New York 2009) studia grafica alla Philadelphia Museum School of Industrial Art con Alexey Brodovitch e lavora per Vogue dal 1943, dove firma la prima copertina fotografica nell’ottobre di quell’anno.
- Il suo linguaggio nasce dal design: fondali neutri, luce nordica o controllata, composizioni ridotte all’essenziale, dalla moda ai ritratti, dalle nature morte ai nudi.
- I «corner portraits» e gli studi portatili dei viaggi, dalle Small Trades (1950-51) a Worlds in a Small Room (1974), uniscono ritratto, etnografia e moda.
- Dal 1964 pratica la stampa al platino e al palladio su carta preparata a mano, con negativi a contatto: una scelta che dà alla fotografia una materia tonale quasi pittorica.
- Tra i cicli più noti, Earthly Bodies (nudi 1949-50), Cigarettes (MoMA, 1975), Street Material (Met, 1977) e la lunga collaborazione con Issey Miyake dal 1986.
- Le retrospettive al MoMA (1984), all’Art Institute of Chicago (1997), al Met e al Grand Palais (2017) e la Irving Penn Foundation ne custodiscono l’eredità.
Penn viene ricordato come uno dei maestri assoluti del linguaggio fotografico, capace di fondere rigore tecnico e sensibilità formale in un’estetica inconfondibile. Le sue fotografie si distinguono per l’uso sapiente della luce, l’estrema pulizia compositiva e una ricerca continua sull’equilibrio delle forme, dei volumi e delle materie. Il suo approccio alla fotografia fu profondamente influenzato dalla formazione nel design grafico, che si riflette nell’attenzione al dettaglio, nella simmetria e nella riduzione degli elementi all’essenziale. Ogni sua immagine, sia essa un ritratto di celebrità, un oggetto quotidiano o una figura umana, è costruita con la precisione di un disegno, con la medesima cura di un progetto architettonico o tipografico.
La carriera di Irving Penn ha attraversato gran parte del ventesimo secolo, documentandone i cambiamenti sociali, culturali ed estetici, ma sempre mantenendo una visione coerente e personale. Nonostante la sua fama sia legata soprattutto alla fotografia di moda, la sua produzione è molto più vasta e articolata, comprendendo ricerche visive che spaziano dall’etnografia al memento mori, dai nudi alle composizioni astratte, tutte accomunate da un uso controllato della tecnica e da una tensione verso l’essenzialità formale. Chi vuole collocarlo nel suo tempo troverà utile accostarlo ai rivali e amici di un’intera generazione: il profilo di Frank Horvat ricorda per esempio come Penn e Richard Avedon fossero gli idoli di chi cominciava negli anni Cinquanta, mentre il percorso di Seydou Keïta mostra come la critica abbia messo in dialogo i suoi ritratti con quelli di altre tradizioni. Gli altri autori che hanno segnato il secolo sono presentati tra i grandi fotografi della storia.
Origini, famiglia e studi
Irving Penn nasce il 16 giugno 1917 a Plainfield, nel New Jersey, da una famiglia ebrea di origine russa. Suo padre, Harry Penn, è orologiaio, e la madre, Sonia Greenberg, è infermiera. Il fratello minore Arthur, nato nel 1922, diventerà un regista di cinema. Penn frequenta l’Abraham Lincoln High School di Brooklyn, dove studia grafica con Leon Friend, e la sua prima idea di vita è quella di diventare pittore: la fotografia arriva più tardi, come strumento di lavoro prima ancora che come vocazione.
La formazione vera è quella della Philadelphia Museum School of Industrial Art, che Penn frequenta dal 1934 al 1938 con un diploma nel 1938 (l’istituzione sarà poi la University of the Arts). Qui studia con Alexey Brodovitch, il grande art director di Harper’s Bazaar, e apprende i principi compositivi del design moderno del medio Novecento: l’equilibrio tra spazi vuoti e pieni, l’uso tipografico dello spazio visivo, il rigore geometrico e il senso della forma. Durante gli studi lavora anche con Brodovitch a Harper’s Bazaar, che pubblica alcuni suoi disegni. L’approccio visivo così sviluppato diventerà la base del suo linguaggio fotografico.
Nel 1938 è art director della rivista Junior League Magazine, e per tre anni lavora come designer indipendente, scattando le prime fotografie da dilettante. Nel 1940 succede a Brodovitch come art director dei grandi magazzini Saks Fifth Avenue, dove realizza campagne pubblicitarie e impaginazioni di stampa e resta circa un anno. Fu lì che affinò la percezione del dettaglio e la gestione degli spazi visivi, e che imparò ad applicare tali competenze alla fotografia. La sua formazione grafica è visibile nella costruzione del frame: proporzioni simili a quelle di un impaginatore, un uso consapevole dei negativi come «tavole», come momento di cattura e insieme come disegno della luce e dello spazio.
Dal design a Vogue: Saks, il Messico, il 1943
Dopo l’esperienza da Saks Penn lascia il lavoro e trascorre un periodo a dipingere e a fotografare in Messico e negli Stati Uniti. Il viaggio, tra il 1941 e il 1942, attraversa il Sud degli Stati Uniti e si conclude con una delusione: giudicati i propri dipinti insoddisfacenti, Penn li distrugge e torna a New York alla fine del 1942, con una serie di fotografie scattate lungo il percorso.
È in quel momento che interviene Alexander Liberman, il nuovo art director di Vogue. Liberman lo assume come assistente nel reparto artistico della rivista, e dopo aver visto le fotografie del viaggio messicano lo incoraggia a fotografare in prima persona. Le fonti collocano l’ingresso in redazione nel 1943 e la prima copertina fotografica nell’ottobre dello stesso anno: alcune ricostruzioni collocano l’arrivo a Vogue già nel 1942, ma la sequenza più precisa vede il 1943 come anno di assunzione e di debutto. Passa così rapidamente dalla regia di copertine e servizi alla fotografia completa. Vogue, fondata nel 1892 e acquistata nel 1909 da Condé Nast, che la trasformò in rivista femminile e introdusse la stampa a colori (la prima copertina a colori, di Edward Steichen, è del luglio 1932), diventa per Penn il suo habitat ideale: continuerà a lavorare per la rivista per tutta la carriera.
Negli anni successivi, secondo alcune biografie, la sua collaborazione con la moda si estende anche al lavoro per case come Dior; altre fonti ricordano le collezioni di John Galliano per Dior, di Karl Lagerfeld per Chanel e di Christian Lacroix fotografate per Vogue. Il lavoro di Vogue gli dà una base economica e una cornice di libertà: al di fuori della rivista, e spesso grazie alla pubblicità, Penn finanzia la ricerca personale che porterà ai cicli più noti.
La guerra e il dopoguerra
Penn rifiuta un incarico dell’Office of War Information a Londra e si arruola nell’American Field Service. Arriva a Napoli nel novembre del 1944, guida un’ambulanza a sostegno dell’Ottava Armata britannica sull’Appennino italiano e nel luglio 1945 viene trasferito in India, dove documenta soldati, operazioni mediche e vita di campo. Torna a New York nel novembre 1945. È un capitolo meno noto della sua biografia, che precede di poco la ripresa del lavoro per Vogue.
Nel dopoguerra il suo lavoro si afferma con le nature morte e i ritratti, e viaggia per Vogue in molti Paesi. Nel 1947 incontra la modella svedese Lisa Fonssagrives, considerata una delle prime supermodelle, già fotografata da Hoyningen-Huene, Man Ray ed Erwin Blumenfeld. Si sposano nel 1950 a Londra, e lei diventa una presenza ricorrente nelle sue fotografie di moda, fino alla morte nel 1992. Nel 1948 realizza servizi in Perù, a Cuzco, dove nasce la serie dei bambini di Cuzco, tra le immagini più riprodotte di quel periodo. Nel 1950 lavora a Parigi per Vogue sulle collezioni di alta moda: è l’anno in cui comincia anche il progetto delle Small Trades.
Per un pubblico italiano è utile ricordare che molta della fotografia di moda di quegli anni si gioca tra Parigi e New York, e che il centro del sistema negli anni Cinquanta si sposta a New York, dove dominano Penn e Richard Avedon: si veda il contesto tracciato nell’articolo sulle chiavi tonali tra cinema, moda e ritratto e nel capitolo sulla fotografia di moda.
Luce, camere e ottiche
Irving Penn si distinse per l’uso deliberatamente raffinato della luce. Nel primo periodo, secondo le descrizioni più comuni, operava con luce naturale filtrata, nordica e diffusa, integrata da lampade al tungsteno montate su binari. La scena chiedeva lunghe esposizioni, fino a dieci secondi, necessarie per assicurare un’illuminazione uniforme senza risultare artificiale. I soggetti, figure in posa o oggetti in still life, acquisivano così una luce uniforme, morbida, priva di ombre spurie. Per la storia di questa tradizione dello studio illuminato dal nord, dai lucernari al flash, l’articolo dedicato a questa tecnica offre un quadro d’insieme.
Il passaggio alle luci stroboscopiche avviene in modo graduale e misurato. La Irving Penn Foundation colloca le prime sperimentazioni con lo strobo nei primi anni Cinquanta, in particolare nel lavoro pubblicitario, quando la redazione di Vogue giudica le sue foto troppo severe e Penn si dedica di più alla pubblicità. Alcune ricostruzioni parlano del 1963 come data in cui lo strobo diventa strumento stabile; quel che conta è l’effetto: lo strobo gli permette di controllare tonalità e intensità con precisione scientifica, riduce drasticamente i tempi di esposizione, migliora la resa cromatica ed elimina il calore dei tungsteni, ottenendo superfici ancora più pulite e nette. Nello still life usa le luci stroboscopiche anche per suggerire dinamismo.
Penn lavora su più registri: la view camera per le immagini di altissima qualità, il medio formato 6×6 (Rolleiflex) per i ritratti editoriali e la 35 mm (Leica, Nikon) per il reportage e le fotografie etnografiche, secondo le descrizioni più diffuse. Questa strategia a più formati gli consente di scegliere tra la nitidezza esasperata e il grano sensibile, adattandosi al soggetto e al progetto. Un confronto sull’uso del medio formato nel ritratto e nella moda del Novecento si trova nell’articolo sulle fotocamere medio formato.
La scelta delle ottiche dipende dal risultato. Secondo le descrizioni tecniche più comuni, per Vogue preferisce focali da 80 mm a 150 mm ad aperture medie, tra f/8 e f/16, per ottenere una profondità di campo adeguata e al tempo stesso isolare i soggetti senza perdere dettaglio. Per il reportage in viaggio punta su 35 mm e 50 mm più luminosi, tra f/2 e f/4, che consentono una gestione più rapida della luce naturale e una resa immediata e spontanea. Sul ruolo del diaframma nel linguaggio della moda e del ritratto, e sul modo in cui Penn lo affronta insieme ad Avedon e Newton, rimandiamo alla guida sull’apertura del diaframma.
La geometria compositiva: ritratti, still life e «angolo di contenimento»
Una delle tecniche più celebri nella sua produzione è il «corner portrait», in cui il soggetto viene posizionato nell’angolo formato da due fondali obliqui, con luce laterale o nordica che enfatizza le forme. Penn costruisce una serie di fondali inclinati che formano un angolo netto nello studio, e vi fa posare, tra gli altri, John Hersey, Martha Graham, Marcel Duchamp, Pablo Picasso, Georgia O’Keeffe, W. H. Auden e Igor Stravinsky. Il metodo crea un senso di spazio definito, come un ambiente contenuto o una scultura bidimensionale. Le linee di fuga create dai fondali obliqui portano l’attenzione sul viso, scavato dalla luce e immerso in un contesto neutro che ne amplifica la presenza psicologica.
Penn è tra i primi a usare fondali grigi o bianchi, che gli danno il pieno controllo della luce. Il soggetto non può nascondersi dietro l’ambiente: è solo con il fotografo e con la propria postura. Secondo la voce italiana di Wikipedia il suo stile classico prevede soggetti in forte contrasto con lo sfondo, spesso davanti a due fondali posti ad angolo, e Britannica osserva che faceva posare a lungo le persone, spesso davanti a uno sfondo neutro e con luce naturale da nord, per rivelarne la personalità. È una pratica che richiede tempo e fiducia, e che spiega perché molti ritratti di Penn abbiano un’intensità raccolta, quasi di confessione.
Ancora più evidente è il metodo nei ritratti etnici o antropologici realizzati in luoghi remoti: Penn ricrea angoli controllati anche all’aperto, con tendaggi portatili o pannelli riflettenti, uniformando la scena allo stile del suo studio newyorkese. Il risultato è una coerenza stilistica tra progetti così diversi: nella mano dell’antropologo, un ritratto classificatorio; nelle sue mani, sempre un ritratto poetico e misurato.
Small Trades e Worlds in a Small Room
Le Small Trades, realizzate tra il 1950 e il 1951, sono una raccolta di 252 ritratti a figura intera di artigiani e lavoratori, fotografati a New York, a Parigi e a Londra, posati negli abiti da lavoro con gli strumenti del mestiere. Il progetto si propone di documentare un mondo di piccoli mestieri in via di scomparsa e usa un fondale neutro, con un risultato che unisce la monumentalità del ritratto alla precisione del catalogo. Il J. Paul Getty Museum di Los Angeles ha acquisito la raccolta e l’ha esposta nel 2009.
Il progetto si estende poi ai viaggi di lavoro per Vogue. Tra il 1964 e il 1971 Penn si reca in Giappone, a Creta, in Spagna, in Dahomey, in Nepal, in Camerun, in Nuova Guinea e in Marocco, ritraendo persone alla luce naturale in uno studio a tenda smontabile. Nel 1967 crea lo studio portatile della serie che diventerà Worlds in a Small Room, con ritratti di celebrità e fotografie di gruppo che uniscono etnografia e moda, e il libro che la raccoglie esce nel 1974. Più tardi pubblicherà anche Photographs of Dahomey (2004).
La questione etica non è irrilevante, e va posta con lo stesso spirito con cui si guardano le fotografie coloniali dell’Ottocento. Penn lavora con committenti e con una rivista di moda; il suo sguardo è quello di un fotografo di studio che porta il suo dispositivo in luoghi lontani, e non quello di un antropologo. La differenza tra la sua pratica e quella della fotografia etnografica tradizionale è la dignità formale che attribuisce ai soggetti, e il fatto che li ritrae con lo stesso metodo con cui ritrae gli artisti e i divi, per un pubblico che non è quello delle società scientifiche. Sul tema generale si può leggere l’articolo sulla fotografia e il colonialismo.
Moda e still life: l’oggetto come scultura
La collaborazione con Vogue lo porta a fotografare l’haute couture, ma abituato all’approccio scultoreo alla luce, Penn è tra i primi a trattare gli abiti come forme tridimensionali, isolandoli su fondi neutri, bianco, grigio, nero, e modellandoli con illuminazione dura e laterale. Il volume del tessuto, la trama, il taglio vengono enfatizzati da ombre pulite e riflessi netti. Le sue pagine di moda, descritte da Britannica come «austere», ottengono eleganza e lusso attraverso la composizione e la nitidezza delle linee, senza oggetti di scena elaborati.
Negli still life, dai mozziconi ai teschi, dalla frutta ai frammenti di natura, applica la stessa grammatica: una luce direzionale, poche ombre ben disegnate e la profondità controllata da diaframmi chiusi. Le stampe restano secche, asciutte, come sculture fissate su carta, e trasformano oggetti banali in opere sospese tra estetica fotografica e meditazione esistenziale. I suoi soggetti, secondo le fonti, comprendono cibo, ossa, bottiglie, metalli e oggetti trovati, in composizioni sobrie di stampo modernista. Nel 1986 realizza nature morte con crani di animali. Il tema del memento mori attraversa tutta la produzione, fino alla serie Cigarettes, in cui un mozzicone diventa eternità attraverso la luce. Per un quadro storico del genere, dal laboratorio ottocentesco al set pubblicitario, si veda l’articolo sulla still life.
La coerenza con il resto della sua opera è assoluta: un abito di Issey Miyake, un teschio, una sigaretta schiacciata e il volto di Stravinskij sono trattati con lo stesso rispetto per la forma. È questa neutralità apparente, quasi una forma di umiltà, a dare alle sue immagini una durata che le mode non hanno intaccato.
Earthly Bodies: i nudi del 1949-1950
Tra il 1949 e il 1950 Penn realizza una serie di nudi femminili posati, un progetto personale giudicato all’epoca troppo provocatorio e rimasto nell’ombra per decenni: le immagini furono esposte per la prima volta solo nel 1980. Le fonti ricordano come il suo obiettivo fosse quello di rompere la patina levigata dell’immagine di moda. Il Metropolitan Museum of Art di New York ha dedicato alla serie la mostra Earthly Bodies: Irving Penn’s Nudes, 1949-1950 nel 2002. Le stampe, rielaborate successivamente con il platino, mostrano la stessa sottigliezza tonale e la stessa compostezza della sua fotografia di moda e di ritratto, come osserva Britannica.
Il platino e la stampa come artigianato
Dal 1964 Penn sperimenta la stampa al platino, insoddisfatto della riproduzione delle sue immagini sulle pagine della rivista. Recupera le tecniche di stampa dell’Ottocento e le perfeziona, in un lavoro che la Irving Penn Foundation colloca all’inizio degli anni Sessanta: negativi a contatto delle dimensioni finali, carta rivestita a mano, esposizioni multiple su foglio di alluminio, con frequenti variazioni nelle formulazioni e l’introduzione del palladio e dei sali di ferro. Il processo era stato brevettato nel 1873 da William Willis, che fondò nel 1880 la Platinotype Company; Kodak provò a competere, ma la produzione della carta cessò nel 1916, quando il platino era diventato molto costoso, circa cinquantadue volte l’argento nel 1907.
Le caratteristiche tonali spiegano la scelta. La stampa al platino ha un’ampia gamma tonale e una curva caratteristica lineare, che riproduce con delicatezza le sfumature del negativo; i toni vanno dal nero neutro al bruno rossastro fino al blu-nero, la superficie è opaca, senza gelatina e quindi senza arricciamento, e la stabilità chimica è grandissima. Il palladio dà toni più caldi, neri più profondi e una densità massima più alta. Negli anni Sessanta e Settanta, secondo le descrizioni più comuni, le fotografie di Penn vengono spesso riprodotte in stampa platino/palladio, con transizioni tonali sottili, quasi pittoriche, mentre le gelatin silver garantiscono un contrasto incisivo e una resa tattile della superficie.
Le mostre ne seguono la maturazione: Platinum Plates a Londra nel 1975, Street Material al Metropolitan Museum nel 1977, Platinum Prints alla National Gallery of Art di Washington nel 2005. La stampa al platino non è un vezzo, ma il punto in cui la formazione di grafico e l’ossessione per la materia si incontrano: Penn vuole controllare l’intero processo, dalla luce sul set alla superficie sul foglio, e rifiuta di delegare alla tipografia l’ultima parola sul tono.
Cigarettes, Street Material, Miyake e gli ultimi decenni
Nei primi anni Settanta Penn chiude lo studio di Manhattan e allestisce un laboratorio nella fattoria di famiglia a Long Island. È in questo periodo che nascono i cicli più radicali. Nel 1972 comincia la serie Cigarettes, dedicata ai mozziconi di sigaretta fotografati con una monumentalità da natura morta, presentata al MoMA di New York nel 1975. Tra il 1975 e il 1976 realizza Street Material, resti abbandonati della vita quotidiana raccolti per strada, esposti al Metropolitan Museum nel 1977. Nel 1979-80 lavora ad Archaeology, esposta alla Marlborough Gallery nel 1982. Sono oggetti poveri, trattati con la dignità di reperti, in una sintesi tra still life, scultura e memento mori.
Nel 1983 riapre uno studio in città e torna al lavoro commerciale e per le riviste. Nel 1984 John Szarkowski cura la grande retrospettiva del MoMA, che viaggia a livello internazionale fino al 1989. Dopo il 1984 riprende anche pittura e disegno e collabora a distanza con lo stilista Issey Miyake: la collaborazione inizia nel 1986 e dura tredici anni, con campagne pubblicitarie e con il volume Irving Penn Regards the Work of Issey Miyake (1999). Per Miyake, nato a Hiroshima nel 1938 e scomparso a Tokyo nel 2022, Penn fotografa abiti che sembrano sculture, con una chiarezza che è l’esito naturale di quarant’anni di lavoro sul volume.
Altri clienti pubblicitari nel corso degli anni comprendono General Foods, De Beers e Clinique, e secondo alcune biografie anche altre grandi maison. Penn non ha mai considerato la pubblicità un lavoro inferiore: la usa come un laboratorio dove sperimentare luci e materiali, e alcune delle sue soluzioni più radicali nascono proprio lì.
Pubblicazioni e mostre
Le sue raccolte, da Moments Preserved (1960), con circa trecento fotografie, a Worlds in a Small Room (1974) e Passage (1991), una retrospettiva di oltre quattrocento opere, sono raccolte fotografiche e, insieme, studi tecnici: vi si trova la descrizione del processo di stampa, delle scelte stilistiche e del montaggio tipografico, che rivela l’origine «di grafico» del suo guardare, pensare e comporre. Tra gli altri volumi si ricordano Inventive Paris Clothes, 1909-1939 (1977), Flowers (1980), Drawings (1999), The Astronomers Plan a Voyage to Earth (1999), Still Life (2001) e A Notebook at Random (2004).
Le esposizioni che ha tenuto nei più importanti musei, dal MoMA al Met, dall’Art Institute of Chicago alla National Portrait Gallery, non hanno trascurato le spiegazioni tecniche: i pannelli sulle luci, gli schemi dei set, il confronto tra stampa platino e gelatin silver hanno accresciuto la lettura critica del suo linguaggio visivo. Il percorso espositivo comprende il MoMA nel 1975 e nel 1984; il Met nel 1977; lo Smithsonian di Washington nel 1990; il Moderna Museet di Stoccolma nel 1995; l’Art Institute of Chicago nel 1997 con A Career in Photography; il Whitney e il Met nel 2002; la National Gallery of Art nel 2005; la National Portrait Gallery di Londra nel 2010; la retrospettiva Beyond Beauty dello Smithsonian American Art Museum nel 2015-2016; la mostra del centenario al Met e al Grand Palais di Parigi nel 2017, e il de Young di San Francisco nel 2024.
Gli riconoscono un posto centrale anche i premi e le donazioni. La voce italiana di Wikipedia ricorda l’Hasselblad Award del 1985, mentre un’altra scheda segnala il premio culturale della Deutsche Gesellschaft für Photographie nel 1987. Negli anni Novanta Penn dona il proprio archivio all’Art Institute of Chicago; nel 2013 una donazione di cento immagini alla Smithsonian American Art Museum porta il totale a centosessantuno, e nel 2015 viene annunciata la promessa di oltre centocinquanta fotografie al Metropolitan Museum. Il suo lavoro è custodito e promosso dalla Irving Penn Foundation.
Eredità e metodo
Il rigore tecnico di Irving Penn è un esempio per generazioni di fotografi. Grazie all’uso combinato di diverse fonti luminose, di attrezzature tradizionali e della stampa artigianale, ha dimostrato che un progetto di moda, un oggetto qualunque o un popolo lontano possono essere trattati con la stessa dignità formale. Ha insegnato che la luce non è solo illuminazione ma misura di significato; che la scelta della grana, del formato, del negativo non è accessoria, ma parte integrante del messaggio visivo.
La sua eredità non risiede solo nei volti famosi o nella produzione editoriale, ma nel metodo: rigore compositivo, isolamento del soggetto, neutralità dello sfondo e freschezza tonale. Ha costruito uno stile in cui la fotografia diventa progetto, indagine sui limiti della luce e della materia, e verso la precisione insiste senza rinunciare alla bellezza. Il mercato ne conferma il peso: nell’aprile 2023 la casa d’aste Phillips ha venduto Cuzco Children (1948) per 95.250 dollari e Harlequin Dress (Lisa Fonssagrives-Penn) (1950) per 355.600 dollari.
Per chi studia il linguaggio della luce e della composizione, Penn resta una figura obbligata. Il capitolo sulla composizione fotografica lo inserisce tra i protagonisti del Novecento, e l’articolo sul bilanciamento del bianco ricorda quanto la luce di studio dei grandi autori di moda richiedesse sorgenti costanti e pellicole scelte con cura. La sua lezione è semplice da enunciare e difficile da applicare: ridurre, controllare e guardare a lungo.
Domande frequenti
Quando e dove nacque Irving Penn?
Nacque il 16 giugno 1917 a Plainfield, nel New Jersey, e morì il 7 ottobre 2009 a New York, a novantadue anni.
Quando iniziò a lavorare per Vogue?
Fu assunto nel 1943 da Alexander Liberman come assistente, e la sua prima copertina fotografica uscì nell’ottobre dello stesso anno. Continuò a collaborare con la rivista per tutta la carriera.
Che cos’è un corner portrait?
È un ritratto in cui il soggetto posa nell’angolo formato da due fondali obliqui, con luce laterale o nordica. Penn lo usò per personalità come Picasso, Duchamp, Stravinskij e Martha Graham.
Perché usava la stampa al platino?
Dal 1964 la scelse per superare i limiti della riproduzione commerciale: la stampa a contatto su carta preparata a mano offre un’ampia gamma tonale e una superficie opaca stabile nel tempo.
Che cosa sono le Small Trades?
Una serie del 1950-51 di 252 ritratti a figura intera di artigiani e lavoratori fotografati a New York, Parigi e Londra con gli strumenti del mestiere. La raccolta è oggi al J. Paul Getty Museum.
Con quale stilista collaborò a lungo?
Con Issey Miyake, dal 1986 per tredici anni, con campagne e con il libro del 1999 dedicato al suo lavoro.
Per altri profili di autori e autrici si veda l’indice I grandi fotografi della storia.
Fonti
Aggiornato Ottobre 2026




