Nel panorama della fotografia di moda italiana degli ultimi quarant’anni c’è un nome che ricorre con una frequenza e una costanza che non ammettono discussioni tra chi conosce il settore dall’interno, tra i direttori creativi delle grandi riviste, tra gli art director delle agenzie pubblicitarie, tra gli stilisti che hanno costruito l’identità visiva dei propri marchi anche attraverso la scelta del fotografo giusto per rappresentarli: quel nome è Toni Thorimbert. Non è un nome che il grande pubblico conosce con la stessa facilità con cui conosce quello di Oliviero Toscani, che ha costruito la propria notorietà attraverso la provocazione mediatica, né con quella con cui conosce quello di Paolo Roversi, che il mondo dell’arte ha adottato come proprio con una continuità e una sistematicità che hanno trasformato la sua fotografia in un riferimento culturale che trascende il contesto della moda. Thorimbert è qualcosa di diverso e per certi aspetti di più difficile da nominare: è il fotografo di moda italiano che ha costruito la propria grandezza attraverso la qualità assoluta e costante del proprio lavoro professionale, attraverso quella capacità di produrre immagini di eccellenza in qualsiasi contesto e per qualsiasi committente senza mai tradire la propria visione, senza mai scendere a compromessi che sarebbero stati commercialmente vantaggiosi ma esteticamente disonesti.
Toni Thorimbert nasce a Milano il 14 ottobre del 1950, in una famiglia che non ha legami specifici con il mondo della fotografia o delle arti visive ma che appartiene a quella borghesia milanese colta e curiosa che ha sempre saputo riconoscere il talento e incoraggiarlo, che non ha messo ostacoli a una vocazione che si manifestava con chiarezza fin dall’adolescenza. La formazione è quella tipica dei migliori fotografi della sua generazione, empirica e autodidattica nelle sue fasi più importanti, costruita attraverso la pratica diretta e il confronto continuo con il lavoro dei grandi fotografi internazionali che le riviste portavano nelle case degli italiani anche prima che il sistema dell’arte li consacrasse nelle proprie gallerie e nei propri musei. Richard Avedon è il riferimento più esplicitamente dichiarato da Thorimbert nelle interviste e negli interventi pubblici in cui ha parlato della propria formazione visiva: non come modello da imitare ma come misura, come esempio di cosa significhi portare alla fotografia di moda una qualità di visione e di intelligenza formale che la eleva al di sopra della pura competenza tecnica e della semplice risposta alla committenza commerciale.

I primissimi lavori professionali, realizzati a Milano nella seconda metà degli anni Settanta, mostrano già una qualità di costruzione dell’immagine che non appartiene alla routine professionale ma a qualcosa di più personale e di più ambizioso. Thorimbert lavora con la pellicola di medio formato, quella qualità di immagine ricca e densa che il formato sei per sei centimetri produce con una continuità che il piccolo formato non raggiunge, e usa quella qualità per costruire fotografie che hanno una presenza fisica immediata, una qualità di materia visiva che si impone sull’attenzione dello spettatore prima ancora che egli abbia avuto il tempo di analizzare consapevolmente ciò che sta guardando. Questa presenza non è il risultato di una tecnica di esposizione eccezionale né di un uso particolarmente sofisticato della luce: è il risultato di qualcosa di più fondamentale, di quella qualità di sguardo che sa trovare in ogni soggetto il punto esatto da cui esso si rivela nella propria forma più vera e più piena, e che sa costruire attorno a quel punto una composizione che non aggiunge né toglie nulla ma dispone ogni elemento nell’unica posizione possibile affinché l’immagine sia ciò che deve essere.
Il rapporto con la luce è, come per quasi tutti i grandi fotografi di moda, la dimensione tecnica in cui la propria visione si manifesta nella forma più diretta e più personale. Ma la luce di Thorimbert è diversa da quella di Roversi, che cerca la qualità evocativa e impalpabile, diversa da quella di Gemelli, che cerca la precisione scultorea, diversa da quella di Barbieri, che cerca la drammaticità pittorica. È una luce che potremmo definire cinematografica, nel senso che ha la qualità della luce dei grandi direttori della fotografia del cinema americano degli anni Quaranta e Cinquanta, quella luce costruita con competenza artigianale altissima che non si impone sulla scena ma la serve, che non si mostra da sola ma si rivela attraverso ciò che illumina, che ha la naturalezza della luce reale pur essendo completamente artificiale e completamente costruita. Questa qualità cinematografica non è una citazione né un omaggio: è il risultato di una sensibilità verso il movimento e la narrazione che Thorimbert porta nella fotografia di moda, che è per definizione un’arte dell’istante fermo, con la consapevolezza di chi sa che ogni fotografia contiene in sé un prima e un dopo, che ogni immagine è il fotogramma di una storia che non viene raccontata ma che la fotografia lascia intuire con quella precisione allusiva che è uno dei poteri più specifici del medium fotografico.
Il ritratto è, nel lavoro di Thorimbert, il territorio in cui la propria visione si esprime con la libertà più grande e con i risultati forse più significativi per la storia della fotografia italiana. I ritratti che ha realizzato nel corso di quarant’anni di carriera, prevalentemente di personalità del mondo dello spettacolo, della musica, della cultura e della moda, costituiscono uno degli archivi più ricchi e più sfaccettati della vita culturale italiana degli ultimi decenni, un archivio in cui ogni immagine è non solo documento ma interpretazione, non solo registrazione di un’apparenza ma esplorazione di un’identità. La qualità specifica dei suoi ritratti, quella che li distingue dalla produzione convenzionale anche quando il contesto è quello della commissione editoriale con le proprie scadenze e i propri vincoli, è la capacità di trovare in ogni soggetto qualcosa che quel soggetto stesso non sapeva di mostrare, una dimensione della propria presenza che la macchina fotografica rivela invece di costruire, che era già lì prima dello scatto e che la fotografia semplicemente rende visibile con quella chiarezza improvvisa e irrevocabile che è il privilegio esclusivo dell’immagine fotografica rispetto a qualsiasi altra forma di rappresentazione.
Il lavoro con i bambini, che occupa una parte specifica e molto riconoscibile della sua produzione, mostra una dimensione del suo sguardo che la fotografia di moda e di ritratto adulta non permette sempre di vedere con la stessa chiarezza. Thorimbert fotografa i bambini con una qualità di rispetto e di attenzione che non ha nulla della condiscendenza sentimentale né del pittoresco folkloristico: li fotografa come persone complete, come soggetti dotati di una propria interiorità e di una propria complessità che la fotografia deve registrare con la stessa serietà con cui registra quella degli adulti. Questa qualità di sguardo verso i bambini, che in molti fotografi di moda è assente o gravemente ridotta da quella tendenza a trattare i soggetti più vulnerabili come elementi di composizione invece che come persone, rivela in Thorimbert una qualità umana che si riflette in tutto il lavoro, anche in quello lontano dal mondo dell’infanzia, come un sottofondo di rispetto e di attenzione verso l’altro che non abbandona mai il proprio lavoro qualunque sia il contesto in cui esso si svolge.
La collaborazione con Donna, la rivista di moda del gruppo RCS che negli anni Ottanta e Novanta è stata una delle più importanti piattaforme editoriali per la fotografia di moda italiana, ha prodotto nel corso di quasi due decenni un corpus di servizi fotografici che è di grande interesse sia documentario che artistico. Thorimbert ha portato in quella collaborazione la propria capacità di costruire servizi fotografici che sono veri e propri racconti visivi, sequenze di immagini che hanno una logica narrativa interna e una coerenza stilistica che le distinguono dalla semplice presentazione di abiti. Questi servizi, riletti oggi con la distanza che il tempo produce, rivelano una qualità di lettura della propria epoca che va ben oltre la semplice documentazione della moda stagionale: sono fotografie che parlano del modo in cui le donne italiane degli anni Ottanta e Novanta si relazionavano al proprio corpo, alla propria identità sociale, alla propria sessualità, con quella qualità di testimonianza involontaria che è propria delle grandi fotografie di costume, quelle che non si propongono di documentare l’epoca ma che la documentano comunque, con la precisione di chi ne è immerso senza distanza critica ma con la qualità visiva di chi sa guardare.
La dimensione del colore nel lavoro di Thorimbert ha subito nel corso degli anni una evoluzione significativa che rispecchia le trasformazioni tecnologiche del mezzo fotografico e al tempo stesso la propria maturazione visiva. Il colore degli anni Settanta e Ottanta, quello della pellicola chimica, ha una qualità di ricchezza e di profondità che le tecnologie digitali successive hanno faticato a eguagliare: una qualità di tonalità che viene dalla chimica della pellicola, da quella risposta ai colori che non è mai perfettamente lineare né perfettamente prevedibile ma che produce in quella propria imperfezione una qualità di vita che i sensori digitali, per quanto tecnicamente superiori in quasi ogni altro parametro, non riescono ancora a imitare completamente. Thorimbert ha attraversato il passaggio al digitale con quella stessa qualità di adattamento intelligente che ha caratterizzato tutta la propria carriera, non subendolo come una perdita né accettandolo acriticamente come un progresso automatico, ma usandolo come uno strumento diverso che richiede un approccio diverso e che offre possibilità diverse, alcune delle quali più ricche e alcune delle quali più povere rispetto a quelle della pellicola.
Il rapporto con gli stilisti, con quei designer che hanno costruito l’identità visiva della moda italiana negli ultimi quarant’anni, è uno degli aspetti biografici e professionali di Thorimbert che rivela con maggiore chiarezza la qualità della sua posizione nel sistema della moda italiana. Non è un fotografo che lavora per un singolo marchio o per un singolo stilista con quella fedeltà esclusiva che caratterizza certi rapporti tra fotografi e case di moda: è un fotografo che ha lavorato per tutti i grandi marchi italiani, da Armani a Versace, da Prada a Ferré, mantenendo con ognuno una relazione professionale di alto livello senza mai identificarsi completamente con nessuno di essi. Questa versatilità non è superficialità né mancanza di identità: è la dimostrazione di una visione sufficientemente forte e sufficientemente personale da potersi adattare a contesti diversi senza dissolversi in essi, da portare in ogni commissione il proprio sguardo riconoscibile senza imporlo sul soggetto con quella prepotenza autoriale che trasforma il fotografo nel vero soggetto di ogni fotografia invece del soggetto che essa rappresenta.
Toni Thorimbert vive e lavora ancora a Milano, e la sua presenza nel sistema della fotografia italiana contemporanea è quella di un professionista di riferimento la cui carriera, lungi dall’essere esaurita nel bilancio di ciò che ha già prodotto, continua a generare immagini di qualità alta con quella costanza che è il segno più sicuro non della facilità ma della profondità, non del talento naturale che si esaurisce presto ma di quello costruito con il lavoro e con la riflessione che cresce invece di diminuire con il passare degli anni. In un settore in cui la velocità del ricambio generazionale e la mutevolezza delle tendenze stilistiche rendono difficile la permanenza, la capacità di Thorimbert di rimanere rilevante e necessario per quarant’anni senza cercare la provocazione né inseguire le mode è la misura più autentica di una grandezza che non dipende dal momento storico ma dalla qualità intrinseca dello sguardo, da quella capacità di vedere davvero ciò che si fotografa che non si impara in nessuna scuola e non si perde con nessuna rivoluzione tecnologica.
Fonti
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l’evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell’immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l’obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all’influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


