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Sensori CMOS e CCD a confronto: Pro, Contro e Qualità d’Immagine

Ogni fotografia digitale nasce da un atto di conversione: la luce che entra nell’obiettivo viene trasformata in segnale elettrico da un dispositivo di dimensioni spesso inferiori a un francobollo, eppure capace di registrare milioni di informazioni in una frazione di secondo. Questo dispositivo è il sensore fotografico, il componente che più di ogni altro ha definito la rivoluzione digitale in fotografia e ha reso obsoleta, in pochi decenni, una tradizione chimica e ottica plurisecolare. Al centro di questa trasformazione si trovano due tecnologie fondamentali: il sensore CCD (Charge-Coupled Device, dispositivo ad accoppiamento di carica) e il sensore CMOS (Complementary Metal-Oxide Semiconductor, semiconduttore a ossido di metallo complementare). Il confronto tra questi due approcci tecnologici non è soltanto una questione di specifiche tecniche — rumore, gamma dinamica, consumo energetico, velocità di lettura — ma è la storia di due filosofie costruttive diverse che si sono contese il primato nell’imaging digitale per oltre trent’anni, con esiti diversi in funzione del campo applicativo.

Comprendere le differenze tra CMOS e CCD significa entrare nel merito dei meccanismi fisici con cui ciascun tipo di sensore raccoglie, trasporta e converte i fotoni in segnale digitale. Significa capire perché la qualità dell’immagine prodotta da un sensore CCD degli anni Novanta era considerata superiore a quella di un CMOS coevo, e perché oggi la situazione si è non solo livellata ma spesso invertita. Significa, soprattutto, capire come le evoluzioni tecnologiche più recenti — i sensori BSI (Backside Illuminated), i sensori stacked e i fotodiodi pinned — abbiano ridefinito i termini del confronto, rendendo possibile quella che fino a dieci anni fa sembrava una contraddizione in termini: un sensore CMOS con prestazioni superiori al CCD in condizioni di scarsa illuminazione, con consumo energetico ridotto, velocità di lettura elevatissima e costi di produzione contenuti.

Questo articolo esamina la storia dei due tipi di sensore fotografico digitale, ne analizza i principi di funzionamento con il rigore tecnico che la materia richiede, ne valuta pregi e difetti in relazione alla qualità dell’immagine, e delinea il paesaggio attuale in cui la tecnologia CMOS ha raggiunto una maturità tale da relegare il CCD a nicchie applicative specializzate, pur senza cancellarne il contributo fondativo.

Le origini: l’invenzione del CCD e la nascita dell’imaging digitale

La storia dei sensori fotografici digitali inizia nell’ottobre del 1969 nei laboratori della Bell Telephone Laboratories di Murray Hill, nel New Jersey, quando i fisici Willard S. Boyle e George E. Smith concepirono in meno di un’ora di brainstorming il principio di funzionamento del Charge-Coupled Device. L’intuizione era elegante nella sua semplicità: creare una struttura a semiconduttore capace di raccogliere cariche elettriche generate dai fotoni e di trasportarle lungo una catena di condensatori in modo sequenziale, come secchi d’acqua passati di mano in mano in una catena umana. Boyle e Smith non stavano pensando specificamente alla fotografia: il CCD nacque concettualmente come dispositivo di memoria a registro di scorrimento, e solo successivamente se ne comprese il potenziale come sensore d’immagine. Il brevetto fu depositato nel 1970 e il primo prototipo funzionante fu realizzato nello stesso anno. Per questa invenzione, i due ricercatori ricevettero il Premio Nobel per la fisica nel 2009, riconoscimento tardivo ma inequivocabile dell’importanza di una scoperta che aveva cambiato il modo in cui l’umanità produce e conserva le immagini.

Il primo utilizzo del CCD come sensore fotografico pratico avvenne a opera di Kodak, che nel 1975 costruì la prima fotocamera digitale funzionante basata su un sensore CCD da 0,01 megapixel. Lo strumento, assemblato dall’ingegnere Steven Sasson, pesava circa quattro chilogrammi e richiedeva ventitré secondi per registrare un’immagine su una cassetta audio; non era certamente pronto per il mercato di massa, ma dimostrava la fattibilità tecnica del concetto. Negli anni successivi, il CCD trovò le sue prime applicazioni commerciali nell’astronomia e nella medicina, dove la sua sensibilità alla luce fioca e la linearità della risposta spettrale lo rendevano insostituibile. Le prime fotocamere digitali consumer basate su CCD apparvero sul mercato nella seconda metà degli anni Ottanta, con la Fujifilm DS-1P del 1988 e la Dycam Model 1 del 1990, la prima fotocamera digitale commercialmente venduta con sensore CCD e memoria a stato solido.

La tecnologia CMOS applicata all’imaging ha una storia parallela ma inizialmente più accidentata. I fotodiodi su substrato CMOS erano stati proposti già negli anni Sessanta, ma le prime realizzazioni soffrivano di livelli di rumore inaccettabili per applicazioni fotografiche di qualità, a causa della variabilità tra i transistor di amplificazione integrati in ciascun pixel. La svolta decisiva arrivò nel 1993 quando Eric Fossum e il suo team al Jet Propulsion Laboratory della NASA svilupparono il concetto di Active Pixel Sensor (APS), un’architettura in cui ciascun pixel integra il proprio transistor di amplificazione con un design ottimizzato per ridurre il rumore di lettura. Fossum presentò il lavoro in un articolo fondamentale del 1993, aprendo la strada alla commercializzazione dei sensori CMOS di seconda generazione. Un elemento chiave di questa evoluzione era già stato preparato nel 1980, quando Nobukazu Teranishi, Hiromitsu Shiraki e Yasuo Ishihara della NEC avevano inventato il fotodiodo pinned (pinned photodiode), una struttura fotoelettrica con bassissima corrente di buio, basso rumore e alta efficienza quantica che sarebbe diventata il cuore dei sensori CMOS moderni.

Come funzionano: architettura e principi fisici

La comprensione delle differenze prestazionali tra CCD e CMOS richiede un’analisi comparata dei loro principi di funzionamento, che sono profondamente diversi nonostante entrambi i tipi di sensore si basino sulla stessa interazione fisica di partenza: l’effetto fotoelettrico, la generazione di portatori di carica (coppie elettrone-lacuna) in un semiconduttore in seguito all’assorbimento di fotoni.

In un sensore CCD, ciascun pixel è composto essenzialmente da un fotodiodo che raccoglie le cariche generate dai fotoni durante il tempo di esposizione. Al termine dell’esposizione, le cariche accumulate in ciascun pixel vengono trasferite all’esterno del sensore attraverso un meccanismo a cascata: le cariche si spostano di cella in cella lungo righe di registro, come in una catena di scorrimento, fino a raggiungere un unico amplificatore di uscita posizionato al bordo del sensore. È qui che avviene la conversione della carica in tensione e poi in segnale digitale, attraverso un convertitore analogico-digitale (ADC) esterno al chip del sensore. Questa architettura centralizzata offre un vantaggio fondamentale: tutti i pixel condividono lo stesso amplificatore e lo stesso ADC, il che garantisce un’uniformità del segnale molto elevata e un rumore di pattern (Fixed Pattern Noise) estremamente ridotto. Lo svantaggio è che il processo di lettura è intrinsecamente sequenziale e lento — riga per riga, pixel per pixel — e richiede una tensione di alimentazione relativamente alta per il trasferimento delle cariche, con conseguente elevato consumo energetico.

In un sensore CMOS, la filosofia costruttiva è radicalmente diversa. Ciascun pixel non è un semplice fotodiodo ma un sistema integrato che comprende il fotodiodo, un transistor di reset, un transistor di sorgente follower per l’amplificazione del segnale e un transistor di selezione per l’indirizzamento del pixel. Questo significa che ogni pixel amplifica e converte il proprio segnale in modo indipendente, e che la lettura può avvenire in modo casuale o per righe parallele, senza la necessità di trasferire fisicamente le cariche attraverso l’intero array. Il segnale in uscita da ciascun pixel è già di natura analogica amplificata, e viene poi convertito in digitale da ADC distribuiti lungo le colonne del sensore. Questa architettura distribuita permette velocità di lettura molto superiori e consumi energetici molto più bassi, ma introduce inizialmente maggiore variabilità tra pixel adiacenti — ogni pixel ha il proprio amplificatore con le sue imprecisioni di fabbricazione — generando quello che viene chiamato rumore di pattern fisso.

Un aspetto tecnico di importanza critica che distingue le due tecnologie riguarda il meccanismo di acquisizione del fotogramma. I sensori CCD utilizzano quasi universalmente il cosiddetto global shutter (otturatore globale): tutti i pixel del sensore vengono esposti e resettati simultaneamente, garantendo che ogni punto dell’immagine corrisponda allo stesso istante temporale. I sensori CMOS, nella loro architettura più comune, utilizzano invece il rolling shutter (otturatore a scorrimento): le righe del sensore vengono esposte e lette in sequenza dall’alto verso il basso, con un ritardo temporale tra la prima e l’ultima riga che può arrivare a decine di millisecondi. Questo sfasamento temporale causa il noto effetto di distorsione geometrica, particolarmente evidente nella fotografia di soggetti in rapido movimento o nelle riprese video con movimenti laterali veloci della fotocamera: linee verticali che dovrebbero essere dritte appaiono inclinate, i soggetti in movimento mostrano deformazioni caratteristiche. Il rolling shutter è uno dei limiti strutturali più significativi dei sensori CMOS tradizionali, e la sua riduzione o eliminazione è stata uno degli obiettivi primari delle generazioni successive di tecnologia sensoriale.

Pro e contro del sensore CCD

Il sensore CCD ha dominato incontrastato il mercato delle fotocamere digitali di fascia professionale e semi-professionale per l’intero decennio degli anni Novanta e per buona parte del primo decennio del nuovo millennio. I motivi di questo dominio erano solidi e si traducevano in vantaggi percepibili nella qualità dell’immagine finale.

Il principale punto di forza del CCD è storicamente la qualità dell’immagine in condizioni di bassa illuminazione. La struttura centralizzata del processo di lettura, con un unico amplificatore di alta qualità condiviso da tutti i pixel, garantisce un rumore di lettura (Readout Noise, RON) molto basso e uniforme. In pratica, ogni fotone catturato contribuisce in modo affidabile e coerente al segnale finale, con una risposta spettrale lineare e prevedibile su tutta la gamma tonale. Questo si traduce in immagini con una gamma dinamica particolarmente ampia nelle situazioni di contrasto elevato, con una transizione morbida e naturale tra le zone di luce e le zone d’ombra. Non è un caso che i CCD siano rimasti la scelta preferita per decenni in ambiti come l’astronomia professionale, la microscopia elettronica, la fotografia scientifica e la fotografia medica, dove la fedeltà del segnale ha priorità assoluta sul costo o sull’efficienza energetica.

Un secondo vantaggio storico del CCD è la sua risposta cromatica uniforme. Poiché tutti i pixel vengono letti attraverso lo stesso percorso analogico, le variazioni di guadagno e di offset tra pixel adiacenti sono praticamente inesistenti, il che si traduce in immagini con un rumore di pattern fisso estremamente ridotto e con una resa cromatica priva delle micro-irregolarità che affliggevano i primissimi sensori CMOS. Molti fotografi professionali che lavoravano con dorsi digitali di medio formato basati su CCD, come quelli prodotti da HasselbladPhase One e Leaf, descrivevano la resa delle immagini come dotata di una particolare “liquidità” e “profondità” dei toni, riferendosi proprio alla linearità e all’uniformità del segnale caratteristica di quella tecnologia.

I limiti del CCD sono altrettanto strutturali. Il consumo energetico è significativamente superiore a quello dei sensori CMOS, tipicamente di un fattore tre o più: il trasferimento delle cariche lungo le catene di registro richiede tensioni di clock relativamente alte e cicli di commutazione continui, con conseguente dissipazione termica che influisce negativamente sia sulla durata della batteria sia sulle prestazioni stesse del sensore, perché il calore genera corrente di buio (dark current) e quindi rumore termico nelle lunghe esposizioni. Il blooming è un secondo difetto caratteristico del CCD: quando un pixel viene sovraesposto e la sua capacità di accumulo è saturata, gli elettroni in eccesso possono “traboccare” nei pixel adiacenti, creando nell’immagine aloni o striature luminose intorno alle sorgenti di luce intensa. La velocità di lettura dei CCD è strutturalmente limitata dalla natura sequenziale del processo di trasferimento delle cariche: aumentare la velocità di lettura significa aumentare la frequenza di clock e quindi il consumo energetico, con un compromesso difficilmente superabile. Infine, il costo di produzione dei CCD è elevato perché richiedono processi di fabbricazione specializzati, diversi da quelli standard dell’industria microelettronica, che non permettono di sfruttare le economie di scala dell’industria CMOS.

Pro e contro del sensore CMOS

Il sensore CMOS ha attraversato una traiettoria evolutiva straordinaria nel giro di tre decenni: da tecnologia considerata di serie B, adatta solo alle fotocamere economiche e agli scanner, a standard dominante in tutta la fotografia digitale, dal cellulare al medio formato. Questa evoluzione non è stata lineare ma ha conosciuto salti qualitativi discreti, ciascuno corrispondente a un’innovazione tecnica specifica.

Il vantaggio primario e strutturale del CMOS è il consumo energetico ridotto. L’architettura distribuita, in cui ciascun pixel gestisce la propria amplificazione e la lettura avviene in modo parallelo senza necessità di trasferire fisicamente le cariche attraverso l’intero array, consuma tipicamente un terzo dell’energia richiesta da un CCD equivalente. Questo vantaggio è diventato decisivo con la diffusione della fotografia digitale portatile e, soprattutto, con l’integrazione dei sensori fotografici negli smartphone, dove il consumo della batteria è un vincolo critico. La velocità di lettura è il secondo grande vantaggio dei CMOS moderni: la possibilità di leggere pixel per pixel in modo parallelo, con ADC distribuiti su ogni colonna, permette frequenze di fotogrammi elevatissime essenziali per i video in 4K, 6K e 8K, per la fotografia sportiva ad alta velocità e per le funzioni di messa a fuoco con rilevamento di fase integrato nel sensore.

Il terzo vantaggio fondamentale è la compatibilità di processo produttivo con le linee di fabbricazione standard dei semiconduttori. I sensori CMOS possono essere prodotti negli stessi impianti che fabbricano microprocessori e memorie, il che permette costi di produzione significativamente inferiori, maggiore scala di produzione e la possibilità di integrare direttamente sul chip del sensore funzioni di elaborazione del segnale, riduzione del rumore, compressione e persino unità di elaborazione neurale. Canon, Sony, Nikon e tutti i principali produttori di fotocamere sfruttano questo vantaggio per integrare nei loro sensori CMOS funzioni sempre più sofisticate di autofocus, HDR e riduzione del rumore in tempo reale.

I limiti storici del CMOS riguardavano principalmente il rumore di lettura e la gamma dinamica. Nelle prime generazioni di Active Pixel Sensor, la variabilità tra i transistor di amplificazione integrati in ciascun pixel generava un rumore di pattern fisso visibile come una texture granulare nell’immagine, particolarmente evidente nelle ombre piatte e nei toni uniformi. Il rumore di lettura era superiore a quello dei CCD coevi, il che si traduceva in immagini meno pulite alle alte sensibilità ISO. Questi limiti sono stati progressivamente ridotti attraverso innovazioni architetturali come la doppia campionatura correlata (Correlated Double Sampling, CDS), che riduce il rumore eliminando la componente fissa, e l’adozione universale del fotodiodo pinned, che minimizza la corrente di buio e il rumore di reset.

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consumo energetico: CMOS vs CCD

L’evoluzione tecnologica: BSI, stacked e oltre

La storia recente dei sensori fotografici è quasi interamente scritta nei termini dell’evoluzione della tecnologia CMOS, che nel giro di quindici anni ha prodotto innovazioni architetturali in grado di superare non solo i propri limiti storici ma anche molte delle prestazioni che erano il punto di forza tradizionale del CCD.

La prima grande svolta è stata l’introduzione dei sensori BSI (Backside Illuminated, a illuminazione posteriore), commercializzati su larga scala a partire dal 2009 con i sensori Sony Exmor R per smartphone e poi adottati progressivamente da tutti i principali produttori per le fotocamere di fascia professionale. Nei sensori CMOS convenzionali (FSI, Front Side Illuminated), l’elettronica di lettura — i transistor, i conduttori metallici, i bus di segnale — si trova sopra il substrato fotosensibile, il che significa che una parte della superficie di ciascun pixel non è sensibile alla luce ma è occupata dall’elettronica. Nei sensori BSI, il wafer di silicio viene fisicamente invertito durante la produzione: l’elettronica viene portata sul retro del sensore e la superficie anteriore, quella che affronta la luce, è libera da qualsiasi ostruzione. Il risultato è un aumento significativo del fattore di riempimento ottico (fill factor) di ciascun pixel, con una maggiore efficienza nella raccolta dei fotoni, un migliore rapporto segnale-rumore alle alte ISO e una gamma dinamica ampliata.

La seconda svolta, ancora più radicale, è quella dei sensori stacked (impilati), introdotti da Sony con la serie Exmor RS e poi adottati da Canon, Nikon e altri produttori per le fotocamere di fascia professionale. In un sensore stacked, il layer fotosensibile (i pixel) e il layer di elaborazione (la logica circuitale, gli ADC, la memoria) sono due chip separati prodotti in modo indipendente e poi fisicamente sovrapposti e interconnessi attraverso milioni di micro-contatti in rame. Questa architettura permette di ottimizzare indipendentemente ciascuno strato con il processo produttivo più adatto, e di incorporare nel layer logico grandi quantità di memoria DRAM che consentono letture del sensore di velocità estrema. I sensori stacked della Sony per la serie Alpha 9, quelli di Canon per la EOS R3 e quelli adottati dalla Nikon Z9 e dalla Nikon Z6 III con architettura “partially stacked” permettono velocità di lettura tali da ridurre il rolling shutter a livelli praticamente impercettibili anche nei video ad alta frequenza di fotogrammi, e da abilitare scatti continui a 20, 30 e persino 120 fotogrammi al secondo con autofocus continuo pienamente funzionante.

La terza area di innovazione riguarda l’integrazione nel sensore di funzionalità di autofocus sempre più sofisticate. L’autofocus a rilevamento di fase integrato nel sensore (on-sensor PDAF), che utilizza pixel dedicati o pixel a doppio fotodiodo distribuiti sull’intera superficie del sensore per misurare direttamente lo sfasamento di fase del segnale luminoso, è diventato lo standard nei sensori CMOS moderni di fascia professionale. Questa funzionalità è strutturalmente impossibile da replicare in un’architettura CCD tradizionale, perché richiederebbe la lettura parziale e selettiva di regioni del sensore in modo continuativo durante l’acquisizione, operazione incompatibile con il meccanismo di trasferimento a catena del CCD.

Caratteristiche CCD CMOS
 Output del fotodiodo carica elettrica voltaggio
 Output del chip voltaggio (analogico) bit (digitale)
 Output della fotocamera bit (digitale) bit (digitale)
 Presenza di rumore Bassa Moderata
 Complessità del sensore Bassa Alta
 Gamma dinamica Ampia Moderata
 Uniformità Alta Da bassa a moderata
 Velocità raffica Da moderata ad alta Alta
 Precisione cromatica Alta Media

Qualità d’immagine: il confronto diretto

Il confronto diretto in termini di qualità dell’immagine tra sensori CCD e CMOS moderni deve essere affrontato con la consapevolezza che i termini del confronto sono cambiati radicalmente nel corso del tempo.

Per quanto riguarda il rumore alle alte sensibilità ISO, i sensori CMOS di ultima generazione — in particolare quelli BSI e stacked — hanno raggiunto e in molti casi superato i CCD di pari dimensione e risoluzione. I sensori CMOS moderni con fotodiodo pinned e lettura a doppia campionatura correlata presentano livelli di rumore di lettura nell’ordine di 1-2 elettroni (e⁻), comparabili o inferiori a quelli dei migliori CCD scientifici. Nella pratica fotografica, questo si traduce in immagini utilizzabili a sensibilità ISO 12800, 25600 e oltre su sensori full-frame CMOS di fascia professionale, prestazioni che i CCD fotografici non hanno mai raggiunto.

La gamma dinamica è un’altra area in cui i CMOS moderni hanno colmato il divario. Le misurazioni sistematiche effettuate da laboratori indipendenti come DxOMark mostrano sensori CMOS full-frame contemporanei — come quelli montati su Sony A7R VNikon Z8 e Canon EOS R5 Mark II — con gamma dinamica alle ISO base nell’ordine di 14-15 stop, valori che superano quelli dei migliori sensori CCD di medio formato della generazione precedente. Parte di questo miglioramento è dovuto all’adozione della lettura a doppio guadagno (Dual Gain Readout), che permette di ottimizzare simultaneamente la risposta del sensore per le alte luci e per le ombre in un singolo scatto.

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Un sensore CMOS By Filya1 – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6304562

La fedeltà cromatica è forse l’area in cui il confronto è più sfumato e soggettivo. I CCD di alta qualità, specialmente quelli di medio formato usati nei dorsi digitali professionali, erano noti per una resa dei colori descritta come particolarmente naturale e tridimensionale, con transizioni di tono morbide e una risposta spettrale molto lineare. I sensori CMOS moderni hanno raggiunto livelli di fedeltà cromatica comparabili, ma richiedono profili colore sofisticati e calibrazioni accurate per esprimere al meglio le loro potenzialità. L’uso di schede di riferimento cromatico come le X-Rite ColorChecker Passport per la creazione di profili ICC personalizzati è diventata pratica standard nella fotografia di prodotto e di moda professionale proprio per ottimizzare la fedeltà cromatica dei sensori CMOS moderni.

Una differenza che permane strutturalmente è quella relativa al global shutter vs rolling shutter. Il CCD garantisce per sua natura l’acquisizione simultanea di tutti i pixel del sensore, eliminando qualsiasi distorsione geometrica nei soggetti in movimento. I sensori CMOS con global shutter esistono, come quello montato sulla Sony A9 III introdotta nel 2023, ma comportano ancora compromessi in termini di gamma dinamica e consumo rispetto ai sensori rolling shutter equivalenti, anche se il divario si sta rapidamente riducendo.

ccd vs cmos
tabella comparativa sensori CCD e CMOS

Applicazioni specializzate e scenari d’uso

Il dominio del CMOS nella fotografia consumer e professionale non significa che il CCD sia scomparso. In ambiti applicativi specifici, la tecnologia CCD mantiene una presenza significativa e in alcuni casi insostituibile.

L’astronomia professionale e amatoriale avanzata è forse il settore in cui il CCD resiste con maggiore tenacia. Le telecamere CCD raffreddate criogenicamente, in cui il sensore viene portato a temperature di -30°C o inferiori per eliminare praticamente la corrente di buio, offrono prestazioni di sensibilità e di rapporto segnale-rumore che rimangono difficilmente replicabili con i CMOS equivalenti per le lunghe esposizioni di ore necessarie per fotografare nebulose, galassie e oggetti del cielo profondo. La linearità della risposta del CCD e l’uniformità del rumore lo rendono preferibile anche per la fotometria e la spettroscopia astronomica, dove le misurazioni quantitative della luce richiedono la massima affidabilità statistica del segnale.

La fotografia medica e scientifica — microscopia confocale, tomografia, imaging di fluorescenza — è un altro ambito in cui i CCD di alta qualità mantengono una presenza rilevante, in particolare per le applicazioni che richiedono letture di precisione su lunghi periodi di tempo con bassissimi livelli di rumore. Tuttavia, anche in questi settori i sensori CMOS scientifici di ultima generazione stanno guadagnando terreno rapidamente.

Nel panorama della fotografia professionale convenzionale — paesaggio, ritratto, moda, reportage, sport — il CCD è essenzialmente uscito di scena. L’ultimo grande produttore di dorsi digitali di medio formato basati su CCD, Phase One, ha completato la transizione verso i sensori CMOS entro il 2018, segnando simbolicamente la fine di un’era. I dorsi digitali attuali di Phase One, come la serie IQ4, montano sensori CMOS BSI prodotti da Sony con risoluzioni fino a 150 megapixel e prestazioni che superano in quasi tutti i parametri misurabili i dorsi CCD della generazione precedente.

ccd
un sensore CCD

La direzione futura della tecnologia sensoriale è chiaramente indicata dall’evoluzione dei sensori stacked e dall’integrazione di funzionalità computazionali sempre più avanzate direttamente nel silicio. I sensori SPAD (Single-Photon Avalanche Diode), capaci di rilevare e contare singoli fotoni, rappresentano la frontiera più avanzata dell’imaging digitale e stanno trovando le prime applicazioni commerciali nel rilevamento LiDAR per le automobili autonome e nella fotografia in condizioni di luce estrema. Canon ha già presentato prototipi di sensori SPAD per applicazioni fotografiche, segnalando che la prossima generazione di sensori potrà operare in condizioni di oscurità quasi totale con prestazioni di rumore inimmaginabili con le tecnologie attuali.

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