Home/Editoriali/Focus specifici

Il Cuore Digitale della Fotocamera: Dal Sensore al Processore

Dal sensore CMOS ai filtri ottici IR cut e passa basso, dal convertitore analogico-digitale al processore d'immagine, dal Dual Pixel AF al buffer di memoria: una guida tecnica ai componenti digitali della fotocamera moderna e al loro ruolo nella catena di formazione dell'immagine.

La Redazione di Storia della Fotografia 21 min di lettura

Focus specifici Editoriali

Su GoogleAggiungici come fonte preferita
La macchina fotografica: Il sensore Fotografico

Quando si preme il pulsante di scatto di una fotocamera digitale moderna, accade qualcosa di straordinariamente complesso in una frazione di secondo. La luce entra attraverso l’obiettivo, attraversa una serie di filtri ottici, colpisce milioni di fotodiodi disposti su una superficie delle dimensioni di un francobollo o poco più, viene convertita in segnale elettrico, amplificata, campionata, convertita in valori numerici, elaborata da un processore dedicato, compressa secondo algoritmi specifici e scritta su una scheda di memoria. Tutto questo accade in meno tempo di quanto l’occhio umano impieghi a percepire il lampo del flash. Comprendere questa catena di trasformazioni serve a capire perché certe fotocamere si comportano in un certo modo, perché certi limiti tecnici esistono e come aggirarli, perché le scelte di progetto dei costruttori producono differenze visibili nelle immagini finali.

La fotocamera digitale è, nella sua essenza, un sistema di conversione: trasforma la luce in dati, e poi trasforma i dati in immagini. Ogni fase di questa doppia trasformazione introduce variabili che il fotografo consapevole deve conoscere, non necessariamente nei dettagli ingegneristici, ma nella loro logica funzionale e nelle loro conseguenze pratiche. La qualità dell’immagine finale dipende dall’intera catena di elaborazione, dal sensore al file salvato sulla scheda, oltre che dall’obiettivo e dalla sensibilità ISO impostata, e ogni anello di questa catena ha le proprie caratteristiche, i propri punti di forza e i propri limiti.

Questa pagina segue il percorso del segnale componente per componente e rimanda, per ciascuno, all’approfondimento dedicato; per una visione d’insieme sul rapporto tra tecnica, tecnologia e industria si veda Tecnica, tecnologia e industria fotografica: la guida completa, mentre la storia del passaggio dalla pellicola ai sensori è in Storia della fotografia digitale.

In Sintesi

  • La fotocamera digitale è un sistema di conversione: la luce diventa carica elettrica nel sensore, numero nel convertitore, immagine nel processore, file nella scheda di memoria.
  • Il CMOS ha sostituito il CCD (inventato nel 1969 ai Bell Laboratories): le vendite lo hanno superato nel 2007 e oggi domina grazie all’integrazione dei circuiti nel chip.
  • Filtri IR cut e passa basso, matrice di Bayer e demosaicizzazione condizionano colore, nitidezza e moiré prima ancora che il file venga scritto.
  • Profondità di bit del convertitore, riduzione del rumore e dimensione del buffer determinano gamma tonale, pulizia dell’immagine e lunghezza delle raffiche.
  • Dual Pixel AF, tracking 3D e motori degli obiettivi decidono velocità e affidabilità della messa a fuoco; stabilizzazione e mirino ibrido completano l’interfaccia con il fotografo.
  • Nessun componente vale da solo: la qualità del risultato dipende dall’intera catena, e conoscerla aiuta a scegliere formato di file, impostazioni e attrezzatura.

Indice dei Contenuti

Il sensore: la retina della fotocamera digitale

Il sensore fotografico è il componente attorno a cui si organizza l’intera architettura della fotocamera digitale. È una superficie di silicio ricoperta da milioni di fotodiodi, ciascuno dei quali converte i fotoni che lo colpiscono in una carica elettrica proporzionale all’intensità della luce ricevuta. Ogni fotodiodo corrisponde a un pixel dell’immagine finale, e la sua capacità di raccogliere fotoni, misurata in elettroni, determina il range dinamico che il sensore può catturare: un fotodiodo che può accumulare molti elettroni prima di saturarsi sarà in grado di gestire scene ad alto contrasto meglio di uno con capacità ridotta. Sul rapporto tra capacità del pixel e gamma dinamica si veda La macchina fotografica: la gamma dinamica.

La tecnologia dominante nei sensori fotografici è il CMOS, Complementary Metal-Oxide Semiconductor, che ha sostituito progressivamente la tecnologia CCD a partire dagli anni Duemila. Il CCD, Charge-Coupled Device, era stato inventato nel 1969 ai Bell Laboratories da Willard Boyle e George Smith, che per questo hanno condiviso nel 2009 il Nobel per la fisica: la luce libera elettroni in ciascuna cella, la carica si accumula come in un piccolo pozzo e, applicando una tensione, viene fatta scorrere riga per riga verso l’uscita, dove è convertita in cifre binarie. Il sensore CMOS a pixel attivi nasce invece nei primi anni Novanta, con un primo dispositivo realizzato da Mitsubishi nel 1992 e un altro del Jet Propulsion Laboratory della NASA nel 1993, legato al nome di Eric Fossum. Le vendite di sensori CMOS hanno superato quelle dei CCD nel 2007, quando hanno raggiunto il 54% del mercato mondiale dei sensori d’immagine, per salire al 74% nel 2012 e all’89% nel 2017; a spingere il passaggio contribuì anche il video ad alta definizione, perché i CCD ad alto numero di pixel consumavano troppa energia e si surriscaldavano. Il CMOS offre una minore dissipazione di energia e, soprattutto, la possibilità di integrare sul chip del sensore stesso circuiti di elaborazione del segnale: questo ha permesso di ridurre il rumore di lettura, di aumentare la velocità di lettura dei dati e di implementare funzioni come il dual pixel autofocus direttamente nel silicio. L’integrazione è il principio che ha guidato l’evoluzione dei sensori negli ultimi vent’anni: portare sempre più funzioni sempre più vicine al punto di acquisizione del segnale, riducendo il percorso che il segnale deve compiere prima di essere elaborato e quindi riducendo le opportunità di degradazione. Il confronto tra le due tecnologie, con i rispettivi pregi e difetti, è in Sensori CMOS e CCD a confronto.

Dentro la famiglia CMOS le soluzioni si sono moltiplicate. Il sensore a retroilluminazione, che porta i circuiti dietro lo strato dei fotodiodi in modo che non ostacolino la luce, è stato commercializzato da Sony nel 2009 con una sensibilità dichiarata doppia rispetto ai sensori convenzionali, e nel 2012 la stessa casa ha presentato un sensore retroilluminato impilato: con l’incollaggio ibrido degli strati, memoria e processore di segnale possono stare sotto il sensore, accorciando i percorsi e riducendo i consumi. C’è poi una conseguenza della lettura a righe, tipica dei CMOS, che il fotografo incontra nei soggetti veloci: poiché le righe vengono lette una dopo l’altra, un oggetto in movimento rapido può risultare inclinato o deformato, effetto noto come rolling shutter. Le architetture a otturatore globale, che catturano l’intero fotogramma nello stesso istante, richiedono transistor aggiuntivi in ogni pixel e risolvono il problema a costo di una maggiore complessità.

Le dimensioni fisiche del sensore sono uno dei parametri più discussi e spesso più fraintesi nel dibattito fotografico. La dimensione del sensore influenza direttamente la dimensione fisica di ciascun fotodiodo, a parità di risoluzione in megapixel: un sensore full frame da 24 megapixel ha fotodiodi significativamente più grandi di un sensore micro quattro terzi con la stessa risoluzione, e fotodiodi più grandi raccolgono più fotoni per unità di tempo, producendo un segnale più forte e quindi un rapporto segnale/rumore migliore, soprattutto alle alte sensibilità ISO. Il full frame misura 36 x 24 millimetri, come il fotogramma da 35 mm, e ha per convenzione un fattore di crop pari a 1; il formato Quattro Terzi misura 17,3 x 13 millimetri e ha un fattore di crop pari a 2, per cui lo stesso obiettivo inquadra un campo più stretto. A parità di angolo di campo e di diametro del diaframma la profondità di campo si equivale, il che porta un obiettivo Quattro Terzi f/2.8 a essere grosso modo equivalente a un f/5.6 su full frame. Ma la dimensione del sensore determina anche la lunghezza focale equivalente degli obiettivi, la profondità di campo per una data apertura e angolo di campo, e il sistema di obiettivi compatibili: scegliere un formato di sensore è scegliere un sistema fotografico complessivo, ben oltre la singola caratteristica tecnica. Sulla superficie del sensore si deposita anche la polvere, e i sistemi di pulizia integrati sono trattati in Riduzione polvere sul sensore.

Filtri ottici: ciò che il sensore non deve vedere

Tra l’obiettivo e il sensore si trovano componenti che raramente vengono menzionati nelle specifiche delle fotocamere ma che hanno un impatto diretto sulla qualità dell’immagine: i filtri ottici che condizionano quali lunghezze d’onda della luce raggiungono il sensore e in quale misura.

Il filtro IR Cut è il primo di questi componenti: il silicio dei sensori CMOS è naturalmente sensibile alla luce infrarossa, che l’occhio umano non percepisce ma che se non filtrata altererebbe significativamente i colori dell’immagine, rendendo i verdi della vegetazione quasi bianchi e modificando la resa cromatica complessiva. Il filtro IR cut blocca selettivamente le lunghezze d’onda infrarosse, permettendo al sensore di rispondere solo alla luce visibile. È un componente invisibile nell’uso ordinario ma la cui rimozione o sostituzione è al centro della pratica della fotografia infrarossa modificata, in cui le fotocamere vengono appositamente convertite rimuovendo o sostituendo questo filtro per permettere al sensore di catturare le lunghezze d’onda IR. Sulla pratica della ripresa all’infrarosso si veda La fotografia infrarosso.

Filtro passa-basso: serve ancora?

Il filtro passa basso, detto anche filtro anti-aliasing, ha una funzione diversa e più sottile: riduce la nitidezza ottica dell’immagine prima che questa raggiunga il sensore, attenuando i dettagli più fini che potrebbero generare artefatti di moiré quando vengono campionati dalla griglia regolare dei pixel. Il moiré è un pattern di interferenza che appare quando una struttura regolare fine, come il tessuto di una camicia a righe sottili o una reticella metallica, viene fotografata con un sensore la cui frequenza di campionamento spaziale è insufficiente a risolvere quella struttura. Nella realizzazione tipica il filtro è composto da due strati di materiale birifrangente, come il niobato di litio, che dividono ogni punto di luce in un gruppo di quattro punti. Il filtro passa basso previene il problema alla radice, ma al costo di una lieve perdita di nitidezza. Questo compromesso ha generato un dibattito che dura da decenni: alcuni costruttori hanno eliminato il filtro passa basso dai propri sensori di alta risoluzione, scommettendo che la maggiore risoluzione compensasse il rischio di moiré, altri lo hanno mantenuto, altri ancora hanno sviluppato sistemi di filtro passa basso che possono essere disattivati elettronicamente. Fujifilm ha seguito un’altra strada con il sensore X-Trans, che adotta una matrice di filtri colorati non basata sul modulo 2 x 2 e riduce così il moiré cromatico, tanto da poter fare a meno del filtro.

La conversione analogico-digitale: dove la luce diventa numero

Il segnale elettrico prodotto dal sensore è analogico: una tensione variabile che rappresenta l’intensità della luce ricevuta da ciascun fotodiodo con una continuità teoricamente infinita. Per diventare un file digitale deve essere convertito in valori numerici discreti, e questa operazione è affidata al convertitore analogico-digitale.

La qualità del convertitore ADC si misura principalmente in bit di profondità: un convertitore a 12 bit produce 4096 livelli di grigio per canale, uno a 14 bit ne produce 16384, uno a 16 bit ne produce 65536. Maggiore è la profondità di bit, maggiore è la finezza con cui le graduazioni tonali vengono rappresentate, e maggiore è lo spazio disponibile per la correzione in post-produzione senza introdurre posterizzazione o artefatti visibili. I file RAW delle fotocamere moderne catturano tipicamente a 14 o 16 bit, anche se spesso vengono visualizzati e consegnati in formati a 8 bit come il JPEG, che memorizza valori da 0 a 255: la differenza non è visibile nell’immagine finale in condizioni normali, ma diventa cruciale quando si lavora su recupero delle alte luci, correzione delle ombre o gestione del colore in post-produzione.

La velocità del convertitore ADC è un altro parametro critico: in una fotocamera che può scattare 20 o 30 fotogrammi al secondo, il convertitore deve elaborare decine di milioni di pixel per ogni fotogramma, il che significa miliardi di conversioni al secondo. Questa velocità di elaborazione è una delle ragioni per cui i sensori moderni di fascia alta incorporano più convertitori ADC in parallelo, ciascuno responsabile di una porzione del sensore, invece di usare un singolo convertitore centralizzato. Sony ha commercializzato nel 2007 sensori CMOS con conversione per colonna, in cui ogni colonna di pixel dispone del proprio convertitore.

Il processore d’immagine: il cervello del sistema

Se il sensore è la retina della fotocamera, il processore d’immagine ne è il cervello: il chip dedicato che riceve i dati grezzi dal sensore e li trasforma in un’immagine utilizzabile, applicando demosaicizzazione, riduzione del rumore, correzione della distorsione ottica, gestione del colore, compressione JPEG e decine di altre operazioni in tempo reale.

Processore d’immagine: cuore della fotocamera

La demosaicizzazione è la prima e più fondamentale di queste operazioni: i sensori fotografici convenzionali non catturano il colore direttamente, ma usano un filtro a matrice di Bayer, una griglia di filtri colorati rosso, verde e blu disposti in pattern regolare sopra i fotodiodi, con il verde rappresentato il doppio delle altre due componenti per rispecchiare la maggiore sensibilità dell’occhio umano alle lunghezze d’onda verdi. Ogni pixel cattura quindi informazioni su un solo canale cromatico, e il processore deve interpolare i valori mancanti degli altri due canali per ciascun pixel usando le informazioni dei pixel adiacenti. Gli algoritmi di demosaicizzazione sono complessi e hanno un impatto diretto sulla nitidezza percepita, sulla gestione delle transizioni cromatiche e sulla comparsa di artefatti nelle aree di alto contrasto.

Il filtro prende il nome da Bryce Bayer, ingegnere della Kodak, che lo descrisse nel brevetto statunitense 3.971.065 del 1976: i sensori verdi, spiegava il brevetto, sono sensibili alla luminanza, quelli rossi e blu alla crominanza, e per questo il filtro è per metà verde e per un quarto ciascuno rosso e blu. Un’interpolazione semplice può produrre sbavature di colore e falsi colori sui bordi netti, e per questo gli algoritmi più evoluti seguono la direzione dei contorni invece di attraversarli. Esistono alternative alla matrice di Bayer: il Foveon X3 impila verticalmente i tre sensori e non richiede demosaicizzazione, e le fotocamere con tre sensori separati, uno per colore, ottengono lo stesso risultato; i sensori Quad Bayer di molti smartphone raggruppano invece pixel dello stesso colore in blocchi da quattro.

La riduzione del rumore è un’altra operazione critica: i sensori producono rumore casuale che aumenta alle alte sensibilità ISO, e il processore applica algoritmi di filtraggio per attenuarlo. Il compromesso fondamentale qui è tra riduzione del rumore e preservazione dei dettagli: un algoritmo aggressivo elimina il rumore ma ammorbidisce anche i dettagli fini, un algoritmo conservativo preserva i dettagli ma lascia visibile la granulosità. I processori moderni usano algoritmi adattativi che applicano diversi livelli di riduzione del rumore in diverse aree dell’immagine in base all’analisi locale del contenuto, e le implementazioni basate su reti neurali degli ultimi anni hanno migliorato significativamente la capacità di distinguere il rumore casuale dai dettagli reali.

Il buffer di memoria è il componente che permette al processore di lavorare senza bloccare la cattura: quando si fotografa in burst ad alta velocità, i dati arrivano dal sensore più velocemente di quanto il processore riesca a elaborarli e più velocemente di quanto la scheda di memoria riesca ad accettarli. Il buffer è una memoria ad alta velocità che accumula i dati grezzi in attesa che processore e scheda di memoria li smaltiscano. La dimensione del buffer determina quanti fotogrammi consecutivi si possono scattare prima che la fotocamera rallenti in attesa che il buffer si svuoti: un buffer da 200 fotogrammi RAW permette sequenze di azione molto più lunghe di uno da 50. La velocità di scrittura dipende anche dalla scheda, come spiegano Classi di velocità SD: V30, V60, V90, UHS-I e UHS-II a confronto e CFexpress Type A, B e C.

La messa a fuoco automatica: velocità, precisione e intelligenza

Il sistema di autofocus delle fotocamere digitali moderne è diventato negli ultimi anni uno degli ambiti di maggiore innovazione tecnologica, con prestazioni che avrebbero sembrato fantascientifiche anche solo un decennio fa.

Dual Pixel AF
Credit Samsung

Il Dual Pixel AF, introdotto da Canon con la EOS 70D, annunciata il 2 luglio 2013, e poi adottato in forme diverse da altri costruttori, rappresenta un salto qualitativo rispetto ai sistemi di rilevamento di contrasto tradizionali: ogni fotodiodo del sensore è diviso in due sottopixel che possono essere letti separatamente, permettendo un rilevamento di fase direttamente sul sensore principale invece che su sensori AF dedicati. Il rilevamento di fase calcola la direzione e l’entità della messa a fuoco necessaria analizzando la disparità tra i segnali dei due sottopixel, producendo una correzione immediata e diretta invece della ricerca iterativa del contrasto massimo. Il risultato è un autofocus significativamente più veloce e più affidabile, soprattutto in condizioni di luce scarsa e con soggetti in movimento. Sulla 70D il rilevamento di fase in Live View copriva l’80% del fotogramma e funzionava fino a 0 EV e f/11, con un miglioramento della precisione ai diaframmi molto aperti come f/1.8. Il principio generale è spiegato in Phase Detection AF su sensore.

Il tracking 3D nella messa a fuoco porta questa logica a un livello superiore: invece di mantenere la messa a fuoco su un punto fisso del fotogramma, il sistema segue un soggetto identificato attraverso l’analisi continua del frame, adattando la posizione del punto AF ai movimenti del soggetto nella scena. I sistemi moderni usano reti neurali addestrate su milioni di immagini per identificare e seguire soggetti specifici, occhi umani, animali, veicoli, con una precisione e una robustezza che i sistemi basati solo su algoritmi convenzionali non potevano raggiungere.

I motori AF delle ottiche sono il componente meccanico che traduce i comandi del sistema AF in movimento fisico dei gruppi di lenti. Le differenze tra i diversi tipi di motore, USM ultrasonico, STM a passo, lineare, riguardano oltre alla velocità la fluidità del movimento, la silenziosità e la linearità della risposta, caratteristiche critiche per applicazioni video in cui un motore rumoroso o a scatti comprometterebbe sia la qualità audio sia la fluidità del rack focus.

Stabilizzazione e mirino: l’interfaccia con il fotografo

La stabilizzazione elettronica dell’immagine è una delle tecnologie che meglio illustra i compromessi inevitabili nella progettazione di sistemi fotografici: a differenza della stabilizzazione ottica, che sposta fisicamente un gruppo di lenti per compensare le vibrazioni, o della stabilizzazione sul sensore, che sposta fisicamente il sensore, la stabilizzazione elettronica funziona ritagliando il frame registrato e interpolando tra frame successivi per eliminare i movimenti indesiderati. Non richiede meccanismi aggiuntivi ed è praticamente gratuita dal punto di vista dei costi di produzione, ma ha un costo preciso in termini di qualità dell’immagine: il ritaglio riduce il campo visivo e la qualità ottica, e l’interpolazione tra frame può introdurre artefatti nelle aree di movimento rapido. È una tecnologia che funziona bene per video casuali ripresi con smartphone, meno bene per riprese professionali dove ogni pixel conta. Il confronto tra le soluzioni meccaniche è in Stabilizzazione IBIS vs. OIS, e lo spostamento del sensore serve anche ad aumentare la risoluzione, come spiega Pixel Shift.

stabilizzazione elettronica dell'immagine (EIS)
Photo by Tembinkosi Sikupela on Unsplash

Il mirino ibrido ottico-elettronico chiude il cerchio dell’interfaccia tra il sistema digitale e il fotografo: è il punto in cui tutta l’elaborazione che avviene all’interno della fotocamera si rende visibile e utilizzabile. La possibilità di alternare tra la visione ottica diretta, senza latenza e con la naturalezza dell’osservazione del mondo reale, e la visione elettronica, con tutte le sovrapposizioni di dati e la simulazione dell’esposizione finale, rappresenta un approccio filosofico preciso al rapporto tra tecnologia e percezione. Tenere disponibili entrambe le visioni, invece di scegliere definitivamente tra analogico e digitale, e lasciare al fotografo la decisione su quale usare in quale momento: è una soluzione pragmatica che rispetta sia la tradizione della visione diretta sia le possibilità della visualizzazione digitale.

Una catena senza anelli deboli

Ciò che emerge da questa analisi dei componenti digitali della fotocamera moderna è la natura profondamente sistemica del mezzo fotografico contemporaneo. Ogni componente, dal filtro IR cut al buffer di memoria, dal motore AF al processore d’immagine, contribuisce alla qualità del risultato finale in modo che non può essere isolato dagli altri. Una fotocamera con un sensore eccellente ma un processore mediocre produrrà risultati peggiori di una con sensore e processore entrambi di buon livello. Un sistema AF sofisticato è inutile se il motore dell’ottica non è abbastanza veloce da tradurre i suoi comandi in movimento delle lenti con la necessaria prontezza.

Anche la storia mostra che la catena si è costruita per anelli successivi. Steven Sasson, ingegnere della Kodak, realizzò nel 1975 un prototipo di fotocamera elettronica autonoma con un sensore CCD monocromatico della Fairchild; la Fujifilm presentò alla Photokina del 1988 la FUJIX DS-1P, considerata la prima fotocamera interamente digitale, che registrava su una scheda di memoria a semiconduttore da 2 megabyte, sufficiente per un massimo di dieci fotografie. Per i modelli che hanno poi portato questa tecnologia nell’uso quotidiano si veda Reflex digitali (DSLR) e Fotocamere mirrorless (MILC).

La comprensione del sistema complessivo è quindi più utile della conoscenza isolata di ciascun componente. Il fotografo che capisce come il segnale fluisce dal fotodiodo al file JPEG, dove si accumulano le perdite di qualità e dove risiedono i margini di miglioramento, è nelle condizioni di fare scelte informate: su quale formato di file usare, su come impostare i parametri di riduzione del rumore in camera, su quando fidarsi dell’autofocus automatico e quando intervenire manualmente. La tecnologia digitale ha reso la fotografia più accessibile e più immediata, e ha spostato la conoscenza tecnica da una serie di abilità manuali a una comprensione dei sistemi di elaborazione dell’informazione visiva.

Domande frequenti

Che differenza c’è tra un sensore CCD e un sensore CMOS?

Il CCD, inventato nel 1969 ai Bell Laboratories, fa scorrere la carica di ogni cella verso un’unica uscita, dove viene convertita in cifre binarie. Il CMOS integra sul sensore i circuiti di amplificazione e di elaborazione, consuma meno energia ed è più economico da produrre. Nel 2007 le vendite di CMOS hanno superato quelle dei CCD.

Perché i sensori usano una matrice di Bayer?

I fotodiodi registrano solo l’intensità della luce, non il colore, e i filtri rosso, verde e blu della matrice permettono a ciascun pixel di catturare un solo canale. Il verde è presente in misura doppia perché è il colore a cui l’occhio umano è più sensibile. Il processore ricostruisce poi i canali mancanti con la demosaicizzazione. La matrice porta il nome di Bryce Bayer, della Kodak, che la brevettò nel 1976.

Come funziona il Dual Pixel AF?

Ogni pixel del sensore è diviso in due fotodiodi che si leggono separatamente. Il confronto tra i due segnali dà la direzione e l’entità dello scostamento della messa a fuoco, come in un sistema di rilevamento di fase, senza bisogno di sensori AF dedicati. Canon lo ha introdotto con la EOS 70D, annunciata il 2 luglio 2013.

A cosa serve il filtro passa basso e perché alcune fotocamere non lo hanno?

Attenua i dettagli più fini dell’immagine per evitare il moiré, l’interferenza che compare quando una struttura regolare viene campionata dalla griglia dei pixel, al prezzo di una lieve perdita di nitidezza. Alcuni costruttori lo hanno eliminato nei sensori ad alta risoluzione, contando sulla maggiore risoluzione per compensare il rischio di moiré, e Fujifilm adotta per i suoi sensori X-Trans una matrice non basata sul modulo 2 x 2.

Che cos’è il rolling shutter?

È la deformazione dei soggetti in rapido movimento che si verifica quando il sensore legge le righe una dopo l’altra invece di catturare tutto il fotogramma nello stesso istante. I sensori a otturatore globale evitano il difetto, ma richiedono pixel più complessi.

Quanti livelli tonali registra un convertitore a 14 bit?

16384 livelli per canale, contro i 4096 di un convertitore a 12 bit e i 256 di un file JPEG a 8 bit. La differenza si nota soprattutto quando si recuperano le alte luci o si schiariscono le ombre in post-produzione.

Per altri approfondimenti d’autore si veda la raccolta Gli editoriali.

Fonti

Aggiornato Ottobre 2026

Non perderti la nostra offerta di benvenuto

Iscrivendoti alla nostra newsletter non solo avrai, una volta a settimana, il riassunto dei nostri articoli nella tua casella di posta, ma avrai diritto ad un codice sconto del 50% da impiegare nel nostro negozio* . Riceverai il codice

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

*Su una selezione di libri

Continua a leggere