Giuseppe Pino nasce a Napoli nel 1942 (scomparso il13 settembre 2022) , in una città che porta con sé una complessità stratificata di culture, di storie, di presenze umane diverse che si mescolano da secoli con una intensità e una densità che non hanno equivalenti altrove in Italia. Napoli è una città mediterranea nel senso più pieno del termine, una città in cui l’Africa e l’Europa si toccano, in cui il Nord e il Sud del mondo hanno dialogato e si sono scontrati per secoli attraverso i commerci, le migrazioni, le conquiste, producendo una cultura visiva di straordinaria ricchezza e di straordinaria complessità. Crescere a Napoli significa sviluppare, quasi per osmosi, una sensibilità verso la diversità, verso la coesistenza di mondi diversi nello stesso spazio, verso quella qualità del reale che non si lascia ricondurre a nessuna categoria semplice. Questa sensibilità si ritrova intatta nel lavoro fotografico di Pino, in quella capacità di vedere la bellezza dove la cultura visiva dominante non la cercava, di trovare nei corpi e nei volti che il sistema della rappresentazione tradizionale ignorava una qualità formale e una presenza umana di straordinario valore.
Si trasferisce a Milano da giovane, nel contesto di quella migrazione meridionale verso il Nord industriale che ha segnato la storia sociale italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, e a Milano costruisce la propria carriera fotografica in un ambiente professionale che è molto diverso da quello napoletano ma che accoglie il suo talento con una rapidità che riflette la qualità evidente del suo lavoro. Milano degli anni Sessanta è il centro della moda italiana in rapida ascesa, una città in cui le riviste, le agenzie pubblicitarie, gli studi fotografici proliferano a ritmo sostenuto, alimentati dalla crescita economica e dalla affermazione internazionale del made in Italy come brand culturale prima ancora che commerciale. È in questo contesto che Pino inizia a lavorare come fotografo di moda, e è in questo contesto che sviluppa la propria posizione estetica ed etica, quella che lo porterà a fare scelte radicali rispetto alle convenzioni del settore.
La fotografia di moda italiana degli anni Sessanta e Settanta era dominata da un canone di bellezza molto preciso e molto esclusivo: bianca, nordeuropea, magra, con tratti facciali che riflettevano una idea di eleganza che derivava dalla tradizione aristocratica europea e che non lasciava spazio per nessuna altra forma di bellezza. Pino rompe con questo canone in modo deliberato e sistematico, cominciando a fotografare modelle nere in un contesto, quello della moda italiana, che le aveva praticamente escluse fino ad allora. Non lo fa per provocazione, non lo fa come gesto politico esplicito nel senso del manifesto o del pamphlet: lo fa perché trova in quei corpi e in quei volti una qualità visiva che il suo sguardo non può ignorare, una bellezza che non è alternativa a quella bianca nordeuropea ma che è semplicemente diversa, e che richiede per essere fotografata strumenti formali diversi, un modo diverso di usare la luce, un modo diverso di costruire la composizione.

La luce è il centro di tutto nel lavoro di Pino, e questa centralità ha radici sia tecniche che culturali. Dal punto di vista tecnico, fotografare pelli di diversa tonalità richiede una gestione della luce molto più sofisticata di quanto non richieda la fotografia convenzionale di moda, che era stata sviluppata e calibrata su un tipo specifico di carnagione e che non funzionava allo stesso modo con altri tipi di pelle. Pino deve reinventare la propria tecnica luminosa per ogni soggetto, trovare la qualità e la direzione di luce che valorizza le caratteristiche specifiche di ogni carnagione, che ne rivela la ricchezza cromatica invece di appiattirla o di neutralizzarla. Questo lavoro tecnico rigoroso e sistematico produce una competenza nella gestione della luce che è riconoscibile nelle sue fotografie come una qualità immediata e sorprendente: le pelli nelle fotografie di Pino hanno sempre una profondità e una luminosità che sembrano venire dall’interno, come se la luce non cadesse sul corpo dall’esterno ma emergesse da dentro di esso.
Dal punto di vista culturale, questa attenzione alla luce come strumento di rivelazione della bellezza del corpo nero ha una dimensione politica che Pino ha sempre riconosciuto con grande lucidità. Nella cultura visiva occidentale, la luce è stata storicamente associata alla bianchezza, alla purezza, alla civiltà nel senso ideologico e razzista del termine, mentre il buio è stato associato all’alterità, alla differenza, a tutto ciò che la cultura dominante considerava inferiore o minaccioso. Fotografare il corpo nero nella luce, fare della luce lo strumento che rivela la sua bellezza invece di oscurarla, è un atto di rovesciamento di questa semiologia implicita, un modo di affermare che la luce appartiene a tutti i corpi, che la bellezza non ha un colore privilegiato, che il sistema della rappresentazione visiva può e deve includere ciò che ha sistematicamente escluso.
Le collaborazioni con le principali riviste di moda italiane, da Vogue Italia a Grazia, da Amica a Marie Claire, permettono a Pino di portare il proprio sguardo in un contesto di grande visibilità pubblica, di raggiungere un pubblico vastissimo con immagini che, pur inserite nel formato convenzionale della fotografia di moda, portano con sé un messaggio culturale che va ben oltre la presentazione di abiti e di accessori. Le sue fotografie su quelle riviste hanno l’effetto di rendere normale ciò che era stato percepito come eccezione, di abituare gradualmente lo sguardo del pubblico a forme di bellezza che il sistema della rappresentazione dominante aveva reso invisibili, di ampliare il canone del bello in modo che includa la diversità come categoria strutturale e non come curiosità esotica.
Ma il lavoro di Pino non si limita alla fotografia di moda, anche se è quello il contesto in cui è più conosciuto. Nel corso degli anni sviluppa anche un corpus di ritratti che documenta la presenza della comunità africana e afroitaliana in Italia, fotografando non le eccezioni del mondo della moda e dello spettacolo ma la vita quotidiana di persone comuni, lavoratori, studenti, famiglie, che costruiscono la propria esistenza in un Paese che ancora non sa come riconoscerle come proprie. Questi ritratti hanno una qualità diversa da quelli di moda: sono meno costruiti, meno formalmente elaborati, ma hanno una qualità di presenza e di autenticità che li rende documenti preziosi di una storia italiana che la fotografia ufficiale tendeva a ignorare. Pino li fotografa con la stessa cura formale che dedica alle fotografie di moda, rifiutando il doppio standard implicito che trattava la fotografia degli esclusi come fotografia di serie B, come documentazione sociale priva di ambizioni estetiche.
Il metodo di lavoro di Pino nello studio è quello di un perfezionista che non si accontenta mai della prima soluzione, che continua a modificare la posizione della luce, l’angolazione del soggetto, la qualità dell’esposizione finché non trova quella combinazione precisa che trasforma la fotografia da buona a necessaria. Lavora spesso con studi molto semplici, sfondi bianchi o neutri che eliminano qualsiasi distrazione e concentrano tutta l’attenzione del fotografo e dello spettatore sul corpo e sul volto del soggetto. Questa semplicità apparente è il risultato di un lavoro preparatorio molto lungo, di una riflessione approfondita su come costruire uno spazio fotografico che valorizzi il soggetto senza imporgli una identità visiva estranea.
Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, il lavoro di Pino acquisisce una dimensione sempre più esplicitamente artistica, con la partecipazione a mostre e a pubblicazioni che lo collocano fuori dal circuito della fotografia commerciale e dentro quello della fotografia d’autore. Questa transizione non è indolore, perché implica una ridefinizione del proprio ruolo e del proprio pubblico, ma è anche una conferma che il suo lavoro aveva sempre avuto una qualità che trascendeva il contesto commerciale in cui era nato, che le fotografie di moda che aveva scattato per le riviste erano anche, e forse soprattutto, qualcosa d’altro: affermazioni estetiche precise, contributi a un dibattito culturale che riguardava la rappresentazione del corpo, la definizione della bellezza, i rapporti tra visibilità e potere.
Dal punto di vista tecnico, Pino ha lavorato per tutta la sua carriera con strumenti di medio e grande formato, che permettono quella qualità di definizione e di ricchezza tonale che le sue fotografie richiedono. La gestione del diaframma è molto precisa, con una tendenza a usare aperture medie che producono una profondità di campo sufficiente a mettere a fuoco sia il volto che il corpo del soggetto senza lo sfondo, mantenendo quella qualità di isolamento dalla realtà circostante che è caratteristica del suo stile ritrattistico. I tempi di esposizione sono lunghi, compatibili con la luce di studio che usa, e questa lunghezza permette a volte quelle micro-sfocature o quei leggeri movimenti del soggetto che aggiungono vita a immagini che altrimenti rischierebbero la perfezione morta della fotografia commerciale più fredda.
Il suo contributo alla storia della fotografia italiana va valutato non soltanto in termini estetici ma anche in termini culturali e sociali, nel senso che il suo lavoro ha avuto effetti misurabili sulla percezione pubblica della diversità in Italia, sulla capacità del sistema della moda e della rappresentazione visiva di includere forme di bellezza che erano state sistematicamente escluse. Non è un contributo che si può quantificare facilmente, e Pino stesso ha sempre rifiutato di presentarsi come un militante o come un attivista: si è sempre definito prima di tutto un fotografo, qualcuno che cerca la bellezza con la macchina fotografica e la trova dove altri non la cercano. Ma è precisamente in questa ostinata fedeltà alla bellezza, in questo rifiuto di accettare che la bellezza abbia un colore o una forma sola, che sta la forza politica più autentica del suo lavoro, quella forza che non ha bisogno di essere dichiarata perché è già completamente contenuta nelle immagini.
Guardando al suo lavoro nella sua interezza, ciò che emerge con maggiore chiarezza è una coerenza di visione che attraversa decenni di produzione senza vacillare, senza cedere alle mode, senza adattarsi alle convenzioni del mercato al punto da perdere la propria voce. Pino ha fatto per tutta la vita la stessa cosa: ha guardato i corpi umani con una attenzione totale e con una cura formale impeccabile, trovando in ognuno di essi una qualità visiva che meritava di essere rivelata attraverso la fotografia. Ha fatto questa cosa semplice e difficilissima in un contesto che spesso non la facilitava, in un sistema della rappresentazione visiva che aveva le proprie leggi e i propri canoni, e lo ha fatto con una determinazione quieta e una continuità che sono la forma più autentica di radicalità: non la rottura spettacolare, non il gesto polemico, ma la fedeltà ostinata a una visione che il mondo intorno a te stenta a riconoscere, portata avanti fotografia dopo fotografia, anno dopo anno, finché quella visione non diventa impossibile da ignorare.
Fonti
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l’evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell’immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l’obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all’influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


