Settimio Benedusi nasce a Roma nel 1962, in una città che porta con sé, come si è già detto nell’introduzione a questo capitolo, un rapporto straordinariamente denso con la tradizione della rappresentazione visiva del corpo umano. Roma è la città della scultura classica e del barocco berniniano, dei corpi marmorei dei musei vaticani e dei corpi dipinti delle grandi decorazioni ecclesiastiche, di Michelangelo e di Caravaggio, di quella tradizione che aveva fatto del corpo maschile il soggetto privilegiato di tutta una idea di bellezza che aveva dominato la cultura visiva occidentale per secoli. Crescere a Roma significa essere immersi in questa tradizione con una continuità e una naturalezza che non è possibile in nessun’altra città italiana, significa sviluppare uno sguardo educato da secoli di rappresentazione del corpo che è al tempo stesso un privilegio formativo e un peso culturale enorme, perché ogni fotografia di corpo che si scatta a Roma entra inevitabilmente in dialogo con quella tradizione, sia che lo si voglia sia che non lo si voglia.
La formazione di Benedusi non passa attraverso le istituzioni fotografiche tradizionali ma attraverso un percorso che include esperienze diverse, alcune lontane dalla fotografia in senso stretto, che contribuiscono tutte in modo determinante alla costruzione del suo sguardo. La frequentazione del mondo del teatro e della danza, in particolare, lascia in lui una sensibilità verso il corpo in movimento e verso il corpo nello spazio che si manifesta in modo diretto nelle sue fotografie: la capacità di vedere il corpo non come oggetto statico da rappresentare ma come soggetto dinamico, come presenza che occupa lo spazio e lo modifica con la propria qualità di movimento e di postura. Questa sensibilità coreografica, che i fotografi di formazione strettamente fotografica raramente sviluppano, è una delle qualità più distinctive del suo lavoro, quella che gli permette di costruire situazioni in cui il corpo si manifesta nella propria naturalezza invece di irrigidirsi nella posa.

Il trasferimento a Milano, avvenuto nei primi anni Ottanta, lo porta nel centro dell’industria della moda e della comunicazione visiva italiana, in quell’ambiente di grande vitalità e di grande competizione professionale che è la Milano degli anni del boom della moda italiana. È un ambiente in cui la fotografia del corpo è onnipresente ma in cui la qualità di quella fotografia è spesso sacrificata alle esigenze immediate del mercato, alla produzione seriale di immagini che devono vendere prodotti e costruire brand, senza il tempo né la libertà necessari per cercare qualcosa di più. Benedusi lavora in questo ambiente, ne apprende le regole e le tecniche, ne acquisisce la professionalità, ma mantiene sempre una distanza critica che gli permette di non confondersi con esso, di continuare a cercare nelle commissioni commerciali lo spazio per fare qualcosa di più che soddisfare il brief del cliente.
Questa capacità di trovare dentro il lavoro commerciale lo spazio per la ricerca personale è una delle qualità professionali più difficili da sviluppare e più rare da incontrare, e Benedusi la ha coltivata con una sistematicità e una determinazione che riflettono una chiarezza di visione non comune. Sa che la fotografia di moda e di pubblicità è il contesto in cui lavora e da cui dipende economicamente, e non se ne vergogna: sa anche che quel contesto non esaurisce le possibilità del proprio sguardo, che dentro ogni commissione c’è uno spazio di libertà che può essere più o meno ampio a seconda della qualità del cliente e della qualità del rapporto professionale, ma che esiste quasi sempre, e che è quello spazio che lui cerca con la stessa ostinazione con cui cerca la luce giusta.
Il rapporto con il corpo maschile è il centro del suo lavoro, e ha una storia che vale la pena raccontare con qualche dettaglio perché dice qualcosa di importante non soltanto sulla sua fotografia ma sulla storia della rappresentazione visiva del corpo maschile in Italia nel corso degli ultimi quarant’anni. Quando Benedusi comincia a lavorare seriamente sulla fotografia del corpo maschile, alla fine degli anni Ottanta, si trova in una posizione culturalmente molto complessa: la rappresentazione del corpo maschile nella fotografia italiana era dominata da due tradizioni che si escludevano a vicenda e che non lasciavano molto spazio per altro. Da un lato c’era la tradizione della fotografia sportiva e atletica, che vedeva il corpo maschile esclusivamente attraverso la categoria della prestazione, della forza, della competizione, producendo immagini in cui il corpo era essenzialmente uno strumento, un mezzo per raggiungere un risultato, privo di qualsiasi dimensione interiore o di qualsiasi qualità estetica non funzionale. Dall’altro c’era la tradizione della fotografia erotica e pubblicitaria, che vedeva il corpo maschile come oggetto di desiderio costruito secondo convenzioni molto precise, con una idealizzazione che produceva immagini perfettamente eseguite e completamente morte, prive di quella qualità di presenza autentica che è la differenza tra un corpo vivo e un manichino ben fotografato.
Benedusi trova la propria strada tra questi due poli, costruendo una via che non è né l’una né l’altra cosa ma qualcosa di diverso e di più complesso: la fotografia del corpo maschile come esplorazione della presenza fisica dell’uomo nel mondo, come modo di interrogare la qualità dell’esistenza incarnata, di chiedersi cosa significhi abitare un corpo di sesso maschile in un’epoca in cui i codici culturali della mascolinità sono in profonda trasformazione. Questa domanda, che attraversa tutto il suo lavoro in modo più o meno esplicito, produce fotografie che hanno una qualità di tensione intellettuale interna, una complessità che va al di là dell’immagine bella nel senso convenzionale del termine e che richiede allo spettatore una forma di partecipazione attiva, una disponibilità a chiedersi cosa stia guardando oltre la superficie visibile.
La gestione della luce nelle sue fotografie è raffinatissima e richiede una riflessione specifica. Benedusi usa quasi sempre luci di studio, ma le usa in modo radicalmente diverso da come vengono usate nella fotografia di moda e di pubblicità convenzionale, dove la luce serve essenzialmente a eliminare le ombre, a uniformare la superficie del corpo, a produrre quella qualità di impeccabilità visiva che è il marchio della fotografia commerciale più patinata. Le sue luci, al contrario, sono costruite per creare ombre, per modellare il volume del corpo attraverso il contrasto tra zone illuminate e zone in penombra, per rivelare la tridimensionalità della forma con quella qualità quasi scultorea che ricorda, inevitabilmente, la tradizione della scultura classica che è impossibile dimenticare avendo cresciuto lo sguardo a Roma.
Questa qualità scultorea non è citazione né nostalgia: è la conseguenza naturale di uno sguardo che ha assorbito secoli di rappresentazione del corpo umano in tre dimensioni e che porta quella sedimentazione nel modo di costruire la luce fotografica, nella sensibilità per i volumi e per le proporzioni, nella capacità di trovare l’angolazione che rivela la forma nel suo stato più eloquente. I corpi nelle fotografie di Benedusi hanno una qualità di presenza fisica molto forte, una solidità e una materialità che le rende quasi tattili, che producono nello spettatore una reazione che ha componenti sia visive che fisiche, quella sensazione di peso e di volume che una fotografia riesce raramente a trasmettere.
Il colore è un altro elemento tecnico che nel suo lavoro ha una importanza centrale e che merita attenzione. A differenza di molti fotografi della sua generazione formatisi nella tradizione del bianco e nero, Benedusi ha lavorato quasi sempre a colori, sviluppando una sensibilità cromatica molto personale che si manifesta in una palette precisa e riconoscibile: toni caldi, terragni, che ricordano la pittura italiana del Rinascimento, quei rossi e quei bruni e quei gialli ocra che sono i colori della terra italiana e della sua tradizione artistica. Questa palette non è una scelta nostalgica né un tributo esplicito alla tradizione pittorica: è il risultato di una coerenza tra la qualità della luce che usa e la qualità cromatica dei corpi che fotografa, una coerenza che produce quella sensazione di calore e di materialità che è uno dei caratteri più riconoscibili del suo stile.
Nel corso degli anni ha costruito un archivio fotografico dedicato al corpo maschile che non ha equivalenti nella fotografia italiana per ampiezza, continuità e coerenza visiva. Questo archivio è al tempo stesso un documento storico, che registra le trasformazioni fisiche e culturali della mascolinità italiana nel corso di quarant’anni, e un’opera artistica, che ha una sua logica interna, una sua progressione tematica e formale che emerge soltanto guardando il corpus nel suo insieme. Le singole fotografie sono spesso bellissime, ma è la serie che rivela la profondità del progetto, quella capacità di costruire nel tempo un ritratto collettivo di una certa idea del corpo maschile che va ben oltre la somma delle singole immagini.
Ha lavorato per praticamente tutti i principali marchi della moda e del lusso italiani e internazionali, producendo immagini che hanno una qualità visiva immediatamente riconoscibile anche quando sono inserite nel contesto di una campagna pubblicitaria, anche quando il soggetto nominale è un prodotto e non un corpo. Questa riconoscibilità è il segno di uno stile maturo e coerente, di una voce fotografica che non si lascia assorbire dal formato della commissione ma lo attraversa portando con sé qualcosa di proprio, quella qualità di sguardo che fa sì che una fotografia di Benedusi sia distinguibile a prima vista da qualsiasi altra fotografia di corpo.
La riflessione teorica sul proprio lavoro, che Benedusi ha sempre coltivato anche se in modo meno sistematico e meno pubblico di quanto non abbia fatto Raimondi, emerge in modo più chiaro nelle conversazioni e nelle interviste che in testi esplicitamente teorici. Parla del proprio rapporto con i soggetti che fotografa con una franchezza e una lucidità che rivelano quanto profondamente abbia pensato alla questione del potere e del rispetto nel ritratto del corpo: sa che fotografare il corpo nudo o semi-nudo di qualcuno implica una asimmetria di potere che è reale e che non si può fingere di non vedere, e ha sviluppato nel corso degli anni un metodo di lavoro che cerca di ridurre quella asimmetria attraverso la qualità della relazione che costruisce con i propri soggetti prima dello scatto.
Questo metodo, che richiede tempo e una disponibilità all’ascolto e alla conversazione che molte situazioni professionali non favoriscono, produce quella qualità di fiducia reciproca che si vede nelle sue fotografie: i corpi che fotografa non sono mai in difensiva, non hanno quella tensione muscolare e psicologica che si manifesta quando qualcuno si sente osservato con intenzioni che non capisce o di cui non si fida. Sono corpi presenti, abitati, consapevoli di essere guardati ma non disturbati da quello sguardo, capaci di mostrare la propria forma senza la mediazione della posa né la dissimulazione dell’imbarazzo. È una qualità rara, e il fatto che Benedusi la ottenga con una sistematicità che attraversa decenni di produzione dice qualcosa di importante non soltanto sulla tecnica ma sulla persona, sulla qualità umana di chi è capace di costruire quella fiducia con una tale continuità.
Guardando al suo lavoro nella sua interezza, ciò che rimane con maggiore forza è quella fotografia con cui abbiamo aperto questo ritratto, il corpo in controluce, la naturalezza, la luce che rivela senza esibire. È un’immagine che dice in modo molto sintetico tutto ciò che Benedusi ha cercato di fare nel corso di quarant’anni di lavoro: restituire al corpo maschile una qualità di presenza autentica, sottrarlo alla doppia trappola dell’idealizzazione e della spettacolarizzazione, fotografarlo come si fotografa qualcosa di reale e di prezioso, con la cura e il rispetto che la realtà e la preziosità meritano. È un progetto semplice nella sua formulazione e straordinariamente difficile nella sua esecuzione, e il fatto che Benedusi ci sia riuscito con quella continuità e quella coerenza che attraversano la sua intera carriera è la misura più autentica del valore del suo contributo alla fotografia italiana contemporanea.
Fonti
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l’evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell’immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l’obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all’influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


