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Il Fotogiornalismo che Cambia il Mondo: Dieci Sguardi sul Reale

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C’è una fotografia che non si dimentica. Non per la sua bellezza formale, non per la perfezione compositiva, ma per qualcosa di più difficile da nominare: la sensazione che quell’immagine abbia attraversato il mondo reale con una forza tale da lasciare una traccia permanente nella coscienza di chi la guarda. Il fotogiornalismo contemporaneo vive e muore in questo spazio stretto tra l’estetica e l’urgenza, tra la necessità di fare un’immagine visivamente potente e la responsabilità di restare fedeli a una realtà che spesso non ammette abbellimenti né mediazioni.

Parlare di fotogiornalismo che cambia il mondo significa confrontarsi con una storia di decenni in cui la macchina fotografica è stata portata nei luoghi più inaccessibili e più pericolosi del pianeta, non per soddisfare una curiosità estetica ma per rispondere a un imperativo morale: far vedere ciò che altrimenti non verrebbe visto. La guerra, la carestia, la migrazione forzata, il collasso ambientale, la povertà sistematica, le forme di violenza che le società preferiscono non nominare: la fotografia di reportage sociale ha reso visibili queste realtà con una precisione e una forza che nessun’altra forma di comunicazione ha saputo eguagliare nel corso del Novecento e dei primi decenni del nuovo millennio.

Questo saggio percorre il lavoro di dieci autori che, in epoche e contesti diversi, hanno usato il reportage fotografico come strumento di denuncia, di conoscenza e di pressione civile. Non si tratta di una classifica né di un catalogo esaustivo: è piuttosto un tentativo di tracciare alcune linee attraverso la storia dei fotografi documentari famosi, di capire come è cambiata l’etica, l’estetica e la relazione con il pubblico nel corso del tempo. Dalla guerra del Vietnam agli scioglimenti glaciali artici, dalle rotte migratorie del Mediterraneo alle periferie dell’Africa subsahariana, questi fotografi hanno costruito un archivio visivo dell’umanità che costituisce uno dei patrimoni più preziosi e più scomodi della cultura visiva contemporanea.

Il Peso della Testimonianza: Etica e Responsabilità nel Fotogiornalismo

Prima di parlare di singoli autori, è necessario soffermarsi sul terreno teorico ed etico su cui tutta la fotografia di reportage sociale si fonda. Il dibattito sulla responsabilità del fotogiornalista accompagna il medium dai suoi primi utilizzi bellici nell’Ottocento e ha conosciuto momenti di particolare acutezza in corrispondenza di alcune immagini diventate simboli culturali globali. La bambina bruciata dal napalm fotografata da Nick Ut nel 1972; il bambino keniota accasciato a terra con l’avvoltoio sullo sfondo, scattata da Kevin Carter (1960-1994); la ragazza afgana con gli occhi verdi che Steve McCurry (nato nel 1950) ritrasse per il National Geographic nel 1984: tutte immagini che hanno aperto questioni scomode sul ruolo del fotografo, sul suo potere e sui limiti etici del suo intervento.

Steve McCurry
Di John Ramspott from Oxford, GA, USA – The legendary Steve McCurry, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=75810002

Queste questioni non si risolvono mai definitivamente. Il fotografo che si trova davanti a una scena di sofferenza deve decidere, in una frazione di secondo, se fotografare o intervenire; se il fatto che stia documentando stia contribuendo a prolungare quella sofferenza o a farla conoscere al mondo. Sono domande che Susan Sontag (1933-2004) ha esplorato con lucidità in Sulla fotografia (1977) e in Davanti al dolore degli altri (2003), concludendo che la proliferazione di immagini di sofferenza non produce automaticamente empatia o azione politica, ma può anche generare assuefazione e distanza emotiva. È il problema che Sontag chiamava compassion fatigue: la stanchezza della compassione, l’anestesia morale prodotta dall’eccesso di immagini traumatiche.

Il fotogiornalismo contemporaneo si misura quotidianamente con questo problema. In un’epoca di saturazione visiva, in cui le immagini circolano a velocità senza precedenti attraverso i social network, la sfida non è più soltanto documentare ma fare in modo che la documentazione produca un effetto durevole: che entri nella coscienza del pubblico in modo da non essere immediatamente assorbita e dimenticata. Capire come il fotogiornalismo cambia l’opinione pubblica richiede oggi strumenti di analisi più sofisticati rispetto a quelli disponibili nella stagione d’oro del reportage del dopoguerra, perché l’ecosistema mediale in cui le immagini operano è diventato infinitamente più complesso e più rumoroso.

C’è poi la questione del potere inscritto nell’atto fotografico. Chi tiene la macchina fotografica detiene un potere: il potere di scegliere cosa inquadrare e cosa escludere, come rappresentare e quindi come fare esistere simbolicamente nella sfera pubblica. Quando questo potere è esercitato da fotografi occidentali su soggetti del Sud globale, si aprono questioni di rappresentazione che il reportage più consapevole degli ultimi decenni ha cercato di affrontare con metodologie nuove: collaborazione con i soggetti, condivisione del controllo narrativo, attenzione sistematica alla propria posizione di sguardo. Tenere presente questo contesto teorico è indispensabile per capire perché i dieci autori di cui ci occuperemo non sono semplicemente dei bravi tecnici con una buona macchina fotografica, ma pensatori visivi che hanno riflettuto profondamente sul proprio ruolo.

Va ricordato in questo contesto anche il contributo di Martine Franck (1938-2012), fotografa belga e membro di Magnum Photos, la cui carriera ha attraversato mezzo secolo di storia europea e mondiale con uno sguardo capace di cogliere la dignità degli invisibili: i vecchi nelle case di riposo della Costa Azzurra, i bambini nei quartieri popolari di Parigi, le comunità di monaci tibetani in esilio. Franck non ha fotografato guerre nel senso tradizionale del termine, ma ha documentato con fedeltà le forme silenziose di esclusione sociale che le società ricche producono ai propri margini. Il suo lavoro è parte integrante della tradizione umanista del reportage europeo, quella che da Cartier-Bresson in poi ha cercato nella fotografia non lo spettacolo della violenza ma la rivelazione dell’umano.

Martine Franck
By Henri-Cartier Bresson – Original publication: unknownImmediate source: https://www.theguardian.com/artanddesign/2012/aug/19/martine-franck, Fair use, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=57497254

Horst Faas e la Guerra del Vietnam: Quando la Fotografia Ferma una Guerra

Nessuna discussione seria sul fotogiornalismo del Novecento può prescindere dalla figura di Horst Faas (1933-2012), fotografo tedesco di Monaco che per Associated Press trascorse anni nei teatri di guerra più devastanti del dopoguerra, dal Congo alla Nigeria, ma soprattutto in Vietnam, dove le sue immagini contribuirono in modo determinante a formare l’opinione pubblica occidentale contro il conflitto. Faas vinse due premi Pulitzer: il primo nel 1965 per la copertura del conflitto vietnamita, il secondo nel 1972 per le immagini del Bangladesh durante la guerra di indipendenza.

Quello che rende il lavoro di Faas storicamente straordinario non è solo il coraggio fisico dimostrato nelle situazioni di pericolo estremo, ma la sua capacità di costruire un’immagine morale complessa del conflitto. I suoi scatti non erano propaganda né in un senso né nell’altro: erano testimonianze di una realtà che includeva la brutalità di tutti i belligeranti, la sofferenza dei civili, la disumanizzazione sistematica che la guerra produce in chiunque la combatta. Faas comprese prima di molti altri che il fotogiornalismo di guerra non era semplicemente documentazione di eventi bellici, ma una forma di pressione politica diretta. Le sue immagini, pubblicate dai grandi quotidiani americani ed europei, entrarono nelle case dei cittadini statunitensi e contribuirono a erodere il consenso alla guerra con un’efficacia che nessun discorso politico avrebbe potuto eguagliare.

Horst_Faas
By unknown / AP – Original publication: unknownImmediate source: https://www.telegraph.co.uk/news/obituaries/9260850/Horst-Faas.html, Fair use, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=56106933

La formazione tedesca del dopoguerra aveva impresso in Faas una sensibilità acuta nei confronti del potere e della violenza istituzionale. Cresciuto in una Germania sconfitta e divisa, aveva visto con i propri occhi cosa significasse vivere nelle macerie di una guerra persa; questa esperienza biografica informava il suo sguardo fotografico di una consapevolezza che andava ben oltre la tecnica e il coraggio personale. Le sue immagini del Vietnam non sono mai estetizzazioni del conflitto: sono documenti duri, spesso brutali, che rifiutano ogni romanticismo militare e mostrano la guerra come uno spazio di distruzione sistematica di corpi e di dignità umana.

La lezione di Faas è stata raccolta da generazioni di fotogiornalisti successivi. Ma è anche una lezione che il fotogiornalismo contemporaneo ha dovuto reinterpretare alla luce di condizioni di lavoro radicalmente cambiate: oggi i fotografi embedded rischiano di diventare strumenti della propaganda militare; le immagini circolano sui social network prima che i redattori possano contestualizzarle; e la proliferazione di video e fotografie di conflitto prodotti dai telefoni dei civili ha trasformato radicalmente il monopolio informativo che un tempo apparteneva ai grandi media.

Ragnar Axelsson e i Ghiacci che Scompaiono: Il Reportage di Fronte alla Crisi Climatica

Il fotogiornalismo contemporaneo ha dovuto misurarsi con un tipo di crisi completamente diverso da quello bellico: la crisi climatica, un’emergenza che si sviluppa su scale temporali lunghe, che non produce immagini-shock immediate come una bomba o un profugo in fuga, ma che richiede una pazienza narrativa e una coerenza di progetto che pochi fotografi hanno saputo mantenere con la stessa determinazione di Ragnar Axelsson (nato nel 1952), fotografo islandese che da oltre trent’anni documenta la vita e la progressiva scomparsa delle comunità artiche.

Axelsson ha cominciato a fotografare la Groenlandia, l’Islanda e le comunità Inuit negli anni Ottanta, quando il cambiamento climatico non era ancora entrato nel discorso pubblico mainstream. Le sue prime immagini documentavano uno stile di vita millenario: cacciatori di foche sul ghiaccio, pescatori nelle acque gelate, villaggi isolati raggiungibili solo con le slitte trainate dai cani. Erano fotografie di una bellezza austera, in bianco e nero, che ritraevano la durezza e la dignità di un’esistenza costruita sul confine tra la sopravvivenza e la fine. Solo col passare degli anni quelle immagini hanno acquisito una dimensione ulteriore, quella dell’elegia: documentano un mondo che sta scomparendo, non per cause interne ma per l’effetto cumulativo delle emissioni prodotte da società lontane migliaia di chilometri.

Ragnar Axelsson
By Bieniecki Piotr – http://www.fototeo.pl Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=55350191

Il metodo di Axelsson è quello della fotografia documentaria di lungo periodo: non il reportage di guerra che arriva, fotografa e riparte, ma la presenza duratura, il ritorno costante negli stessi luoghi, la costruzione di relazioni di fiducia con le comunità ritratte. Questo approccio gli ha permesso di catturare non solo i cambiamenti fisici del paesaggio artico, ma le trasformazioni culturali e psicologiche delle popolazioni che lo abitano: l’abbandono dei metodi di caccia tradizionali, la crisi delle identità comunitarie, la dipendenza crescente da tecnologie e modelli economici importati dall’esterno. Le sue fotografie sono allo stesso tempo documentazione ambientale e ritratto antropologico, reportage geografico e riflessione politica sulle responsabilità globali del cambiamento climatico.

La forza della sua opera risiede anche nell’estetica: il bianco e nero rigoroso, la luce radente che modella i paesaggi glaciali con una plasticità scultorea, la scelta di includere sempre la figura umana come misura del paesaggio e come soggetto del dramma. Non ci sono in Axelsson le immagini catastrofiche che spesso accompagnano la narrazione mediatica del climate change: niente scioglimenti spettacolari né tempeste apocalittiche. C’è qualcosa di più difficile da guardare: la normalità quotidiana di chi abita un mondo che cambia lentamente ma inesorabilmente, senza che nessuno abbia chiesto il loro consenso a quel cambiamento.

Migrazione e Confini: Bieke Depoorter, Carolyn Drake e la Fotografia dell’Alterità

Tra i temi che hanno più profondamente segnato la fotografia di reportage sociale degli ultimi due decenni, la migrazione occupa un posto centrale. Non solo per la sua rilevanza politica e umanitaria, ma perché pone al fotogiornalista domande etiche particolarmente acute: come si fotografa la vulnerabilità senza trasformarla in spettacolo? Come si documenta la sofferenza di chi è già stato privato di ogni controllo sulla propria vita senza aggiungere a quella privazione anche quella dell’immagine? Il dibattito su come i fotografi che hanno documentato la migrazione e i rifugiati hanno risposto a queste domande è uno dei più vivi nel campo del fotogiornalismo contemporaneo.

La risposta di Bieke Depoorter (nata nel 1986), fotografa belga e membro di Magnum Photos, è stata quella dell’immersione totale. Depoorter non fotografa i migranti dall’esterno, come soggetti di un fenomeno da documentare: si fa accogliere nelle loro case, condivide i loro spazi, costruisce relazioni personali che precedono e informano le fotografie. Il suo progetto più noto sulla migrazione, sviluppato lungo le rotte dei rifugiati siriani tra il 2015 e il 2016, è il risultato di settimane trascorse a dormire nelle stesse tende, negli stessi campi, sulle stesse barche dei soggetti ritratti. Le sue immagini hanno quella qualità rara dei ritratti intimi: la persona fotografata guarda il fotografo non come un estraneo ma come qualcuno che conosce, e questo cambia radicalmente il potere inscritto nell’atto fotografico.

Un approccio diverso ma ugualmente riflessivo è quello di Carolyn Drake (nata nel 1973), fotografa americana che ha trascorso anni a documentare le comunità dell’Asia centrale e dell’Ucraina, con una particolare attenzione ai popoli che vivono nelle zone di confine tra sistemi culturali e politici diversi. Drake lavora con una sensibilità etnografica che si manifesta nella durata dei suoi progetti: i suoi lavori richiedono anni di presenza sul campo, apprendimento delle lingue locali, costruzione di legami di fiducia che vanno ben oltre il rapporto fotografo-soggetto. Il suo libro Wild Pigeon (2014), dedicato alle comunità musulmane dello Xinjiang prima dell’intensificazione della repressione cinese, è un documento prezioso proprio perché registra un mondo che di lì a pochi anni sarebbe diventato quasi inaccessibile.

La questione della fotografia migrante raccontata dai protagonisti apre un capitolo ulteriore in questo dibattito: cosa succede quando i soggetti della fotografia documentaria diventano essi stessi i fotografi? Negli ultimi anni, numerosi progetti hanno sperimentato pratiche collaborative in cui ai rifugiati e ai migranti vengono fornite macchine fotografiche e formazione tecnica, ribaltando il rapporto di potere tradizionale e producendo immagini che raccontano l’esperienza della migrazione dall’interno. Queste pratiche interrogano le fondamenta stesse del fotogiornalismo tradizionale e aprono la strada a forme nuove di documentazione partecipata.

Depoorter e Drake condividono un approccio che potremmo chiamare slow journalism visivo: una fotografia che rinuncia alla velocità e all’immediatezza tipiche del reportage di notizia per guadagnare profondità, complessità e responsabilità etica. Non si tratta di un approccio commercialmente facile, in un’epoca in cui i magazine che finanziavano i grandi progetti documentari sono quasi tutti scomparsi o ridotti. Ma è un approccio che produce archivi visivi di lungo periodo, capaci di sopravvivere all’attualità che li ha generati e di continuare a parlare a generazioni future di lettori.

Pieter Hugo e l’Africa Postcoloniale: Ritrarre la Complessità Senza Semplificarla

Quando si parla di fotografia documentaria africana, il rischio più comune è quello di ricadere nei cliché dell’esotismo o della catastrofe umanitaria: l’Africa come scenografia di bellezza primitiva o come palcoscenico di sofferenza. Pieter Hugo (nato nel 1976), fotografo sudafricano di Johannesburg, ha costruito l’intera sua carriera come un esplicito rifiuto di entrambi questi modelli. Le sue fotografie del continente africano cercano qualcosa di più difficile e più onesto: la complessità, la contraddizione, la modernità ibrida di società che non si lasciano ridurre né a vittime né a oggetti esotici.

Pieter Hugo
See-ming Lee from Hong Kong SAR, China, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Il suo progetto più noto internazionalmente, Nollywood (2008-2009), è un’esplorazione dell’industria cinematografica nigeriana, la seconda al mondo per volume di produzione dopo Bollywood. Hugo ha fotografato attori, set, costumi, sfondi dipinti: un universo visivo caotico e inventivo in cui la povertà dei mezzi tecnici si scontra con una vitalità narrativa straordinaria. Le sue immagini di Nollywood sono allo stesso tempo ritratti di individui, documenti di un fenomeno culturale globalmente sottovalutato e riflessioni sulla natura stessa della rappresentazione fotografica.

Altrettanto rilevante è il progetto The Hyena and Other Men (2005-2007), che documenta un gruppo di domatori di iene itineranti nello stato di Bauchi, in Nigeria. Queste fotografie hanno fatto il giro del mondo e hanno scatenato un dibattito acceso sulla loro natura: sono documentazione o estetizzazione? Hugo risponde con la sua pratica stessa: i soggetti delle sue fotografie non sono vittime inconsapevoli di uno sguardo esterno, ma persone con cui il fotografo ha costruito una relazione, che hanno scelto di essere fotografate e che riconoscono in quelle immagini una rappresentazione della propria esistenza.

Il lavoro di Hugo tocca direttamente la questione di come il fotogiornalismo cambia l’opinione pubblica quando si tratta di rappresentare il continente africano. Per decenni, le immagini dell’Africa prodotte da fotografi occidentali hanno alimentato una percezione globale dell’Africa come spazio di crisi permanente, privato di agentività storica e culturale. Hugo lavora deliberatamente contro questa narrativa: le sue fotografie richiedono allo spettatore occidentale uno sforzo di decentramento, lo obbligano a rinunciare alle categorie interpretative abituali e a confrontarsi con una realtà che non si lascia contenere.

Sabiha Çimen, Hannah Price e gli Sguardi dal Margine: Donne e Identità nel Reportage Contemporaneo

Uno degli sviluppi più significativi del fotogiornalismo contemporaneo degli ultimi decenni è l’emergere di fotografi che non solo documentano le minoranze e i margini sociali, ma appartengono essi stessi a quelle realtà, portando uno sguardo dall’interno che trasforma profondamente la qualità della testimonianza. Tra questi, Sabiha Çimen (nata nel 1986) occupa un posto del tutto singolare. È una fotografa turca che ha documentato la vita nelle scuole coraniche femminili della Turchia, un ambiente a cui quasi nessun fotografo esterno avrebbe potuto accedere.

Sabiha Cimen
By Lapplipedia – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=149738463

Il suo progetto Hafiz (2017-2019), premiato con il World Press Photo, racconta la vita quotidiana di ragazze adolescenti impegnate nella memorizzazione integrale del Corano: la disciplina rigorosa, le amicizie, i momenti di gioco, la solitudine, la fatica. Çimen era stata lei stessa una di quelle ragazze, e questo le ha permesso di costruire con i suoi soggetti un rapporto di fiducia che traspare in ogni immagine. Non c’è in queste fotografie né l’esotismo orientalista con cui i media occidentali trattano spesso l’Islam femminile, né la denuncia militante: c’è l’intimità autentica di chi guarda un mondo dall’interno, con affetto e lucidità simultanei.

Un percorso diverso ma ugualmente originale è quello di Hannah Price (nata nel 1987), fotografa americana che nel progetto City of Brotherly Love ha documentato gli episodi di molestia verbale e sessuale subiti per strada a Philadelphia, ritraendo i suoi molestatori immediatamente dopo l’accaduto. Il progetto nasce da un’esperienza personale e si sviluppa come una ricerca che va oltre la denuncia: Price fotografa questi uomini con una curiosità genuina, cercando di capire chi sono al di là del gesto molesto. Le fotografie che ne risultano sono ritratti ambigui, in cui la colpa e l’umanità coesistono senza risolversi, e in cui il capovolgimento del rapporto di potere, la donna che fotografa l’uomo che l’ha molestata, diventa esso stesso un atto politico.

Sia Çimen sia Price rappresentano una tendenza del reportage fotografico contemporaneo che potremmo definire autobiografica e situata: una fotografia che non pretende di essere neutrale o oggettiva, ma dichiara esplicitamente la propria posizione di sguardo e la usa come strumento di conoscenza. Questa tendenza è in parte il prodotto del dibattito teorico degli ultimi decenni sulla soggettività in fotografia; ma è anche una risposta pratica all’esaurimento del modello del fotografo come testimone neutrale che porta la verità dai luoghi della crisi al pubblico delle città ricche.

Il Futuro del Reportage: Tra Crisi Economica e Nuove Forme di Denuncia

Il fotogiornalismo contemporaneo attraversa una crisi strutturale che non riguarda soltanto la qualità delle immagini o la competenza dei fotografi, ma il modello economico che per decenni ha reso possibile l’esistenza stessa del grande reportage internazionale. La chiusura dei magazine illustrati, il crollo dei budget redazionali, la competizione con le immagini gratuite prodotte da cittadini con i telefoni cellulari: tutti questi fattori hanno reso economicamente insostenibile il modello del fotografo che trascorre mesi sul campo a documentare una crisi complessa, poi torna a casa e vende il suo lavoro a una rivista.

Eppure il reportage non è morto. Si è trasformato, ha trovato nuovi canali e nuovi finanziatori: le fondazioni filantropiche, i festival della fotografia, le istituzioni museali, le piattaforme digitali dedicate al fotogiornalismo come VII Photo e Magnum Photos. Alcuni dei fotografi più importanti della scena contemporanea lavorano con un modello ibrido che combina commissioni editoriali, vendita di stampe, residenze artistiche e finanziamenti pubblici. Non è un modello stabile né accessibile a tutti, ma dimostra che c’è ancora un pubblico disposto a investire nella fotografia documentaria di qualità.

La questione più profonda riguarda però la funzione sociale del fotogiornalismo nel nuovo ecosistema mediale. Quando milioni di immagini circolano ogni giorno sui social network, quando chiunque può fotografare qualsiasi cosa e pubblicarla immediatamente, cosa distingue il lavoro del fotogiornalista professionista? La risposta non può essere solo tecnica. Deve essere etica, metodologica, narrativa: il fotogiornalista porta sul campo non solo una macchina fotografica migliore, ma un sistema di valori, un metodo di verifica, una consapevolezza storica e una responsabilità nei confronti dei soggetti ritratti che la fotografia amatoriale non può garantire.

Gli autori di cui si è parlato in questo saggio, da Horst Faas a Ragnar Axelsson, da Bieke Depoorter a Pieter Hugo, incarnano questo sistema di valori con modalità diverse ma convergenti. Tutti hanno scelto di dedicare anni, a volte decenni, a un progetto narrativo esteso; tutti hanno costruito relazioni di fiducia con i soggetti fotografati; tutti hanno riflettuto sulla propria posizione di sguardo e sulle implicazioni etiche del proprio lavoro. È questo investimento di tempo, di energia intellettuale e di responsabilità morale che rende la loro fotografia qualcosa di più di una semplice documentazione: la rende un atto civile, una forma di resistenza alla semplificazione e all’oblio.

Il fotogiornalismo che cambia il mondo non cambia il mondo da solo, e sarebbe ingenuo pensare che una fotografia, per quanto potente, possa modificare da sola le strutture politiche ed economiche che producono le crisi che documenta. Ma può fare qualcosa di altrettanto importante: può rendere impossibile l’ignoranza. Può togliere alle istituzioni e ai cittadini la possibilità di dire che non sapevano. Può creare una memoria visiva collettiva che resiste alla rimozione e all’indifferenza. Ed è per questo che, nonostante la crisi, nonostante la saturazione di immagini, nonostante le difficoltà economiche strutturali, il reportage fotografico continua a produrre opere di straordinaria potenza civile e artistica.

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