Bieke Depoorter (Kortrijk, 29 agosto 1986) è una fotografa e artista visiva belga, figura centrale della fotografia documentaria contemporanea e membro effettivo di Magnum Photos dal 2016. Cresciuta nelle Fiandre occidentali, studia alla Royal Academy of Fine Arts di Gand (KASK) e vi ottiene nel 2009 il master in fotografia. Il suo metodo nasce dalla fiducia, dal contatto diretto e dalla condivisione degli spazi domestici con persone incontrate per caso: bussa alle porte di sconosciuti, chiede di dormire a casa loro e fotografa quello che succede. Questo articolo ripercorre la formazione, i progetti principali da «Ou Menya» a «Blinked Myself Awake», la tecnica che le descrizioni del suo lavoro indicano e l’idea di ritratto collaborativo che attraversa tutta la sua opera.
In Sintesi
- Nata a Kortrijk nel 1986, si diploma al KASK di Gand nel 2009 con «Ou Menya», il progetto russo in cui dorme a casa di sconosciuti e che vince il Magnum Expression Award.
- Entra in Magnum come nominee nel 2012, diventa associate nel 2014 e membro effettivo nel 2016.
- Con «I Am About to Call It a Day» (2014), «Sète#15» (2015) e «As It May Be» (2017) passa dagli Stati Uniti alla Francia e all’Egitto, dove fa scrivere commenti sulle stampe ai protagonisti.
- «Agata» e «Michael» sono i due progetti al centro della mostra «A Chance Encounter» (C/O Berlin, 2022), che le vale la shortlist del Deutsche Börse Photography Foundation Prize.
- Nel 2020 fonda con Tom Callemin la piattaforma editoriale Des Palais; nel 2024 pubblica «Blinked Myself Awake».
- Lavora con full-frame, ottiche fisse luminose, luce ambiente e post-produzione essenziale, senza flash.
Origini e formazione
Bieke Depoorter nacque il 29 agosto 1986 a Kortrijk, in Belgio, e crebbe nelle Fiandre occidentali. Studiò alla Royal Academy of Fine Arts di Gand, il KASK, e nel 2009 vi ottenne il master in fotografia. La sua traiettoria professionale si definì fin dagli esordi attorno a un metodo fondato sulla fiducia, sul contatto diretto e sulla condivisione di spazi domestici con persone incontrate casualmente. Quella pratica sarebbe diventata la cifra distintiva del suo lavoro, sul piano estetico e su quello etico.
Oggi vive e lavora a Gand, ma la geografia dei suoi progetti, a metà strada tra reportage e fotografia di viaggio, è transnazionale. Russia, Stati Uniti, Egitto, Francia, Norvegia e Polonia compongono un atlante personale in cui la lingua, la cultura, gli usi domestici e i rituali serali fanno da tessuto narrativo. Quando una persona passa una notte in casa di un altro, riconosce subito le regole del posto: chi si siede dove, quale lampada resta accesa, a che ora si spegne la televisione. Depoorter ha trasformato questa forma di osservazione in un linguaggio fotografico.
Il suo nome appartiene a una generazione di autori che ha ridefinito ruolo e responsabilità del fotografo di fronte all’immagine e al soggetto. Le sono state accostate, nei profili critici, la luce naturale e il calore di Larry Sultan e di Nan Goldin, e in alcuni casi il confronto con Alec Soth e con Diane Arbus, ma si tratta di accostamenti di lettura e non di filiazioni dichiarate. Chi legge le sue fotografie si trova davanti a una pratica che parte dall’ambito documentario e si confronta con le categorie di identità, performance e rappresentazione.
Ou Menya (2009-2011)
La svolta arriva con «Ou Menya», sviluppato in Russia come progetto di diploma e pubblicato in volume da Lannoo nel 2011. Depoorter compì tre viaggi lungo il tracciato della Transiberiana, per un lavoro di circa tre mesi in villaggi remoti. L’idea operativa è semplice e radicale: viaggiare, presentarsi con una richiesta di ospitalità, dormire una notte presso sconosciuti e fotografare la soglia intima della loro quotidianità. Il titolo, in russo, significa «da me», nel senso di «a casa mia».
Le immagini restituiscono ritmi domestici, oggetti quotidiani e corpi in riposo. La componente tecnica è minima e calibrata sull’ambiente: luce al tungsteno, sensibilità alte, ottiche luminose che separano il soggetto dallo sfondo senza perderne il contesto. Nella sequenza si alternano ampie vedute di interni e dettagli, come lenzuola, stoviglie, giocattoli, e ne esce una mappa sensoriale della vita di tutti i giorni. Il dispositivo relazionale le valse il Magnum Expression Award nel 2009. Il premio mostrava quanto la prossimità e la durata breve ma intensa di un incontro potessero produrre immagini dense di emozione e di informazione.
Fin dal primo progetto emerge un lessico visivo fatto di inquadrature ravvicinate, di linee di fuga domestiche, di lampade da tavolo, cuscini, teli e stoviglie, frammenti concreti di esistenza che ancorano il ritratto al suo habitat. Depoorter fissa qui il proprio punto di vista: altezza degli occhi, asse ottico stabile, una leggera compensazione dell’esposizione per salvare le alte luci delle lampadine e tenere leggibili le ombre. Nel 2012 il libro fu al centro di una mostra alla Kunsthal di Rotterdam. Alla Russia ha dedicato un lavoro lungo anche Nanna Heitmann, con il viaggio sullo Yenisei di Hiding from Baba Yaga.
L’ingresso in Magnum e i premi
Il percorso verso l’agenzia fu rapido. Nel luglio 2012, a venticinque anni, Depoorter fu ammessa come nominee di Magnum Photos, nel 2014 divenne membro associato e nel 2016, dopo una selezione che raccolse oltre i due terzi dei voti, membro effettivo. L’ingresso la inserì stabilmente nella costellazione di autori che hanno fatto della fotografia un linguaggio di indagine, di narrazione e di responsabilità.
I riconoscimenti si susseguono. Oltre al Magnum Expression Award del 2009 e alla nomination al Photo Academy Award del Fotomuseum dell’Aia per «Ou Menya», Depoorter ricevette il Prix Levallois nel 2017, secondo le ricostruzioni biografiche più diffuse, e il Larry Sultan Photography Award nel 2018. Una scheda dedicata ricorda inoltre il Henri Hannen Prize del 2017. Nel 2022 entrò nella shortlist del Deutsche Börse Photography Foundation Prize, annunciata nell’ottobre di quell’anno per l’edizione 2023, con la mostra «A Chance Encounter» presentata a C/O Berlin dal 30 aprile al 7 settembre 2022. L’esposizione dei quattro finalisti si tenne poi a The Photographers’ Gallery di Londra a partire dall’11 marzo 2023, con un premio di 5.000 sterline per ciascun artista in lista e di 30.000 per il vincitore.
Nel 2022-2023 Depoorter fece parte anche della mostra collettiva «Close Enough: New Perspectives from 12 Women Photographers of Magnum», all’International Center of Photography di New York e poi, nel 2023, all’Hangar di Bruxelles. Il progetto raccoglie dodici fotografe dell’agenzia e conferma la sua posizione nel dibattito sulle voci femminili della fotografia documentaria.
I Am About to Call It a Day (2014)
Con «I Am About to Call It a Day» l’autrice trasporta la stessa grammatica negli Stati Uniti. Viaggiò in autostop e in auto lungo strade secondarie, passando da motel e case di passaggio. Il libro uscì nel 2014 per Edition Patrick Frey di Zurigo, con Hannibal. Il tema della soglia serale, il «quasi» prima di dormire, diventa un dispositivo temporale e spaziale: la fotografia si appoggia ai minuti liminali in cui le liturgie del riposo dispongono oggetti e persone in un ordine narrativo naturale.
Il libro scandisce il crepuscolo come tempo del racconto. Lampade da comodino, televisori che colorano le pareti, tende che filtrano la luce dei parcheggi: il colore resta naturale, senza flash, e conserva la temperatura emotiva della scena. L’impaginazione studia pieni e vuoti per accompagnare il lettore verso il sonno. Depoorter cura la sequenza e il respiro tra le immagini, alterna campi medi e dettagli e fa pesare il silenzio delle pagine bianche, la grammatica del vuoto, come parte del racconto. La coerenza tonale del progetto è diventata un riferimento per molti autori.
Nel 2017 il lavoro fu mostrato al Museum Hilversum, nei Paesi Bassi. La logica della notte passata in casa d’altri continua a dare il tono anche ai progetti successivi, perché mette chi fotografa e chi è fotografato nella condizione più fragile e più sincera di una giornata.
Sète#15 e Dvalemodus
«Sète#15» nasce durante una residenza per il festival l’Image Singulières, nel porto del sud della Francia. È il primo lavoro in cui Depoorter mescola documentario e finzione e offre una visione notturna e onirica della città. Il libro uscì nel 2015 per Le Bec en l’air, con un testo di Christian Caujolle. I soggetti, anche ritratti in situ, diventano attori minimi: la città di notte, con i neon e le luci al sodio, fa da palcoscenico ad azioni ridotte, a gesti e a posture che sospendono il reale in una temporalità onirica.
Le luci stradali, le vetrine e i neon trasformano il paesaggio urbano in campiture cromatiche che suggeriscono storie latenti. A volte bastano tracce, una finestra socchiusa o un riflesso, per costruire un racconto. La grana prodotta dalle sensibilità elevate diventa componente stilistica, e la composizione gioca su assi obliqui e tagli che sospendono la realtà. La fotografia coincide qui con una pratica di regia leggera: scegliere luoghi, ore, cornici luminose, distanze e piani di messa a fuoco che costruiscono una narrazione latente. Le installazioni nate dal progetto accentuarono la dimensione cinematografica, con stampe di grande formato, pareti scure e un’illuminazione radente che simula il buio urbano.
Nello stesso periodo Depoorter si misura con il cinema. «Dvalemodus» (2017), co-diretto con il musicista Mattias De Craene, è il suo primo cortometraggio e racconta il buio continuo di un piccolo villaggio del Nord della Norvegia, durante l’inverno. Ghiaccio, vapore, respiri e rumori bassi costruiscono un paesaggio sensoriale coerente con la fotografia notturna dell’autrice. Il film mantiene la poetica del crepuscolo e dell’oscurità prolungata e traduce i principi della fotografia statica in montaggio e in tempo lento, che dilata lo sguardo. Nel 2020 il progetto fu al centro della mostra «De Nacht, Dvalemodus».
As It May Be e Mumkin (2017-2018)
Il passaggio decisivo verso una dimensione dialogica si compie con «As It May Be». Il lavoro in Egitto risale al 2011, nei mesi della rivoluzione, quando Depoorter fotografò famiglie nelle loro case. Nel 2017 tornò con le stampe e chiese ai protagonisti, e ad altre persone, di scrivere commenti direttamente sulle immagini. Le stampe furono mostrate in luoghi pubblici, come caffè e strade, e molte annotazioni sono in arabo. Il libro fu pubblicato da Hannibal nel 2017 e da Aperture e Xavier Barral nel 2018, con un testo di Ruth Vandewalle.
Questo gesto apre la cornice e trasforma la pagina in uno spazio polifonico, dove coesistono elogio, critica, moralismi e contraddizioni. L’immagine smette di essere un enunciato univoco e diventa un campo di forze. Chi guarda percepisce dissonanze testuali e culturali, comprese le tensioni sulla rappresentazione della femminilità, sulla religione e sulle norme sociali. L’operazione incide sullo statuto dell’autore: la firma resta, ma ospita altri sguardi. Dal punto di vista editoriale la grafica impagina testi e immagini con gerarchie chiare, e la forza del libro sta nella convivenza tra le due componenti.
L’edizione americana del 2018 adattò il progetto grafico al circuito internazionale, con selezioni e ritmi diversi, margini generosi e una stampa accurata dei neri, per non perdere le calligrafie. Una stampa tratta dal progetto è stata acquisita nel luglio 2024 da Arendt Art e il lavoro è stato mostrato nella mostra «True Fictions» a Arendt House, tra marzo e settembre dello stesso anno. «As It May Be» fu esposto al Fotomuseum dell’Aia nel 2017.
«Mumkin. Est-ce possible?» (Éditions Xavier Barral, 2018) estende e varia i materiali e i temi sviluppati in Egitto. Il titolo, «È possibile?», mette a fuoco il nodo di tutto il progetto: che cosa si può dire con la fotografia. Accumula scene domestiche e scritture che riflettono su limiti culturali, aspettative e realtà, e la tessitura editoriale procede per serie tematiche, lasciando che variazioni cromatiche e pattern architettonici guidino la lettura.
Agata e Michael
Con «Agata» il dispositivo si fa relazionale e performativo. Nel 2017 Depoorter incontra a Parigi, in un club, una giovane donna polacca, Agata Kay, e con lei avvia un laboratorio a due su identità, maschera e autodeterminazione dell’immagine. Il libro uscì nel 2021 come autoproduzione a Gand, con una seconda edizione nel 2022 sotto l’etichetta Des Palais. Il rapporto tra autrice e soggetto diventa materia del progetto, e l’editing alterna ritratti, messaggi, prove e ambiguità, lasciando che i patti di fiducia e le frizioni affiorino sulla pagina.
Il tema dell’autorialità condivisa entra così in una zona grigia che interroga chi guarda: chi racconta chi? La messa in scena è minima ma decisa, con fondali naturali, luce controllata e posture che rivelano maschere e fragilità. La ripetizione di inquadrature simili, con variazioni di gesto e di sguardo, rende percepibile il processo e il risultato.
«Michael», avviato nel 2015, ha un’origine opposta e ugualmente casuale. A Portland, in Oregon, Depoorter incontra un uomo che le consegna tre valigie piene di quaderni, ritagli e libri e poi scompare. L’autrice assume il ruolo di ricercatrice e di montatrice di tracce: analizza l’archivio, segue gli indizi, monta materiali eterogenei, e oscilla tra documento e ipotesi narrativa. L’allestimento alterna stampe, documenti, video e audio. Il risultato è un saggio visivo su ossessione, assenza e rappresentazione dell’altro.
I due progetti furono presentati insieme a C/O Berlin nel 2022, nella mostra «A Chance Encounter», accanto a una retrospettiva di Susan Meiselas. Partendo da incontri fortuiti diventano laboratori teorici su autorialità, limiti della collaborazione, veridizione dell’immagine e confini etici del racconto biografico. Il lavoro interroga, nelle parole della presentazione, il ruolo e le responsabilità del fotografo. Fu questa mostra a portarla alla shortlist del Deutsche Börse.
X. e Blinked Myself Awake
Tra i titoli del 2021 le fonti più estese citano «X.», progetto sperimentale che estende i temi dell’identità e della rappresentazione verso una editorialità più rischiosa, con sequenze spezzate, inserti e layout non lineari. Il titolo allude a un’incognita, a ciò che resta non detto nel patto fotografico. Secondo queste ricostruzioni il libro è stato inserito tra i photobook dell’anno scelti in selezioni museali, e il MoMA lo avrebbe tra i preferiti. Alcune schede biografiche registrano per lo stesso anno anche un libro intitolato «A.», dedicato a una giovane donna.
Con «Blinked Myself Awake» (2024, Hannibal e This Book Is True) la traiettoria si volge all’interno. Depoorter fotografa astrofili, osservatori e strumenti e li intreccia con testi diaristici, citazioni e frammenti di storia dell’astronomia. Le notti degli appassionati diventano un’allegoria della memoria e dell’oscurità: la luce delle stelle è tempo incarnato, e il cielo notturno una memoria condivisa. Il baricentro si sposta dal sociale all’intimo.
Il colore notturno si raffredda e la grana digitale, frutto delle sensibilità ISO elevate, diventa texture. La composizione asseconda le geometrie tecniche di cupole, montature equatoriali e scale, in un equilibrio tra apparato scientifico ed esperienza personale. Il lavoro alterna tempi lunghi su cavalletto e ritratti a tempi rapidi, alla luce di monitor e di lampade rosse. L’universo entra nelle stanze attraverso schermi e strumenti, e la notte diventa scena di autoriflessione.
Il lavoro più recente è «The Beds I Slept In», pubblicato da Hannibal Books in 416 pagine. Raccoglie centinaia di fotografie di letti scattate tra il 2008 e il 2016 in Russia, negli Stati Uniti e in Egitto, quando chiedeva a persone incontrate per caso di passare la notte in casa loro. Erano immagini non destinate alla pubblicazione, che l’autrice ritrovò anni dopo, chiedendosi se avesse raccolto prove. Il libro accompagna la mostra al Westfront di Nieuwpoort, dal 19 giugno 2026 al 3 gennaio 2027.
Des Palais e la dimensione editoriale
La dimensione editoriale fa parte del processo creativo. Nel 2020 Depoorter ha fondato con Tom Callemin la piattaforma Des Palais, per sostenere un’editoria indipendente attenta alla materialità del libro, alla sequenza, al rapporto tra immagine e note, alla progettazione tipografica e alla stampa fine art. L’autrice pensa per libri fotografici, per mostre e per installazioni in cui formato, carta, margini, tipografia e ordine delle immagini costruiscono senso. La sequenza editoriale conta quanto lo scatto.
Nei progetti collaborativi la tecnica si combina con supporti testuali e dispositivi editoriali. Scrivere sopra l’immagine o accostare messaggi, biglietti e appunti richiede una regia grafica: la scelta dei corpi tipografici, degli spazi bianchi e delle interlinee deve mantenere leggibilità e gerarchia visiva tra fotografia e testo. L’impaginazione alterna pagine singole e aperture a doppia pagina per modulare ritmo e impatto. In «Agata» la serialità dei ritratti e le interruzioni testuali sono parte dello sviluppo drammaturgico, e i vuoti diventano silenzio narrativo.
Le biografie la collegano anche ad altre attività editoriali e formative: la collaborazione con Médecins Sans Frontières su documentari sociali e i laboratori di fotografia, tra cui «Of Soul and Joy» (2012). Questa attività rafforza la reputazione di Depoorter come costruttrice di libri, oltre che come fotografa.
Stile e relazione
Il tema portante dell’opera è la relazione. Depoorter considera il soggetto come coautore, o almeno come attore, dentro un dispositivo in cui la fotografia è scambio e negoziazione. Non esiste per lei un confine netto tra documento e finzione, ma un continuum in cui il gesto fotografico è anche scrittura, come nelle annotazioni manoscritte di «As It May Be», e montaggio, come nella costruzione di «Agata» e di «Michael». I progetti evolvono nel tempo, con ritorni sul campo, revisite e revisioni critiche del materiale, in dialogo aperto con il pubblico e con i soggetti.
Lungo tutta la produzione la ricerca di un’etica della prossimità convive con un raffinato senso della messa in scena minima. Posizione del corpo, distanza di lavoro, altezza della fotocamera e profondità di campo contribuiscono alla costruzione del ritratto collaborativo. Lo stile di Depoorter resta coerente nella sua etica della vicinanza: tempi rapidi, diaframmi medi per isolare il soggetto nella stanza, messa a fuoco sul volto o su oggetti-soglia come porte, letti e tavoli, che mediano tra intimità e rappresentazione.
Il colore non è mai decorativo. Fa parte del registro narrativo, spesso saturo ma controllato, con attenzione ai toni caldi dell’illuminazione domestica serale, alle zone d’ombra e alla resa della pelle in condizioni di illuminazione ibrida, con lampade al tungsteno, neon e LED domestici. La sua carriera mostra come Magnum sia un contesto fertile per autori che ibridano inchiesta, autorappresentazione e critica del medium.
Tecnica e attrezzatura
L’assetto tecnico di Depoorter è funzionale alla mobilità e alla discrezione. Le descrizioni del suo lavoro indicano una fotocamera full-frame, spesso una Canon EOS 5D Mark IV o un corpo equivalente per ergonomia e tenuta agli alti ISO, con ottiche fisse luminose: un 50 mm f/1.4 o f/1.2, un 35 mm f/1.4 per gli ambienti stretti, un 85 mm f/1.8 per i ritratti più compressi. Altre fonti citano un uso frequente del 65 e dell’80 mm. Queste focali consentono profondità di campo ridotte, tra f/1.8 e f/2.8, che separano il soggetto conservando il contesto domestico. La messa a fuoco è spesso a punto singolo sul piano degli occhi, talvolta con il back-button focus per svincolare l’autofocus dallo scatto e mantenere la composizione.
In ambienti interni con illuminazione mista il bilanciamento del bianco si gestisce in RAW, con una preferenza per temperature Kelvin personalizzate o per il preset al tungsteno e per micro-regolazioni in editing. Così si conserva il respiro caldo delle lampade e il realismo dei LED domestici. La misurazione dell’esposizione privilegia le alte luci, con metodo highlight-weighted dove disponibile o con lettura spot sulle sorgenti più critiche, e con compensazioni negative fino a 0,7 EV per non bruciare lampadine e schermi. L’intervallo ISO operativo si colloca spesso tra 1600 e 6400, con salite più alte nelle scene notturne. La riduzione del rumore è contenuta: resta una grana digitale leggibile, che mantiene micro-contrasto e texture. La gamma dinamica del sensore full-frame si sfrutta per recuperi selettivi in post-produzione, con curve morbide e correzioni del bilanciamento del bianco che gestiscono le miscele di temperatura colore.
Sul piano della composizione Depoorter lavora con linee orizzontali stabili, cura la verticalità delle porte e usa cornici naturali, come stipiti, tende e scaffali, per chiudere la scena. La distanza di lavoro fa parte dell’etica: una prossimità rispettosa che non invade e condivide. La scelta di non usare il flash è coerente con la volontà di non interrompere il flusso del momento. In alcune situazioni piccole lampade d’appoggio o aperture di tende diventano modificatori ambientali elementari. Dove possibile l’autrice sfrutta riflessi e superfici chiare per schiarite passive e usa il controluce per generare silhouette morbide senza perdere l’identità del soggetto.
Il flusso di post-produzione privilegia un software di sviluppo RAW con curva tonale morbida, un color grading leggero e la sincronizzazione dei parametri su sequenze scattate nello stesso interno, per mantenere la coerenza. L’accento cromatico cade sui toni della pelle. Il verde dei neon viene mitigato con tinte magenta tra +2 e +5, mentre le scene al tungsteno sono raffreddate quel tanto che basta a evitare l’eccesso aranciato. La nitidezza si gestisce con mascherature mirate, solo su bordi e occhi, per non artificializzare il file.
Il set notturno di «Blinked Myself Awake» introduce ulteriori considerazioni: tempi lenti su cavalletto per i paesaggi stellati o tempi rapidi per fermare gesti e laser dei telescopi, ISO elevati con riduzione termica del rumore per le esposizioni lunghe, filtri contro l’inquinamento luminoso quando servono. La composizione sfrutta le simmetrie delle cupole e le curve delle montature equatoriali, mantenendo il respiro umano dei gruppi di astrofili, la condensa sui vetri, i riflessi di schermi e torce.
Il metodo dello sleeping project
Il cosiddetto sleeping project richiede più una preparazione sociale che tecnica: ascolto, presentazione di sé, spiegazione del progetto, negoziazione dei limiti su che cosa si può fotografare, dove e quando, consenso informato e possibilità di rivedere le immagini con i soggetti. Depoorter lavora spesso in paesi di cui non parla la lingua. Costruisce fiducia attraverso incontri brevi, alloggia presso le persone che fotografa e coglie i momenti in cui queste dimenticano la sua presenza. Può restare anche diversi giorni nella stessa casa, e si mette in situazioni di vulnerabilità per mettere a loro agio i soggetti.
La liturgia dell’incontro segue una sequenza precisa: si entra, si parla, si osserva, si scatta poco e bene, ci si ferma. Questa economia di scatto riduce il rumore della macchina nella scena e favorisce una presenza non intrusiva. La fotografa descrive la macchina come un pretesto per entrare nella vita delle persone, e nei suoi lavori ricorre la parola «collaborazione», anche quando il rapporto si rivela ambiguo o conflittuale.
Il metodo ha conseguenze etiche e formali. Chi fotografa accetta il conflitto, mette a tema le condizioni stesse della rappresentazione e riconosce ai soggetti il diritto di rispondere. Ogni libro è insieme una tappa e uno strumento, il luogo dove la fotografa rilegge se stessa e ridefinisce il patto con i soggetti e con il pubblico. Per chi studia il ritratto collaborativo, i libri fotografici e le pratiche partecipative, la produzione di Depoorter è una cassetta degli attrezzi che unisce etica della prossimità, economia di mezzi, montaggio attento ed editoria come spazio critico.
Stampa, mostre e collezioni
Dal punto di vista espositivo, Depoorter preferisce stampe pigment print su carte di cotone a superficie opaca o semi-matte, per conservare neri profondi e alte luci leggere senza riflessi in galleria. La scala del formato si calibra sulla distanza di visione: i ritratti a mezzo busto reggono bene formati medi, come 40×50 o 50×70, mentre gli interni complessi traggono vantaggio da formati ampi, 60×80 o 70×100, per non perdere dettaglio. Le didascalie sono minime, con luogo, anno e talvolta un titolo descrittivo, e l’informazione di contesto è affidata ai testi di sala e al catalogo.
Tra le mostre personali e collettive vanno ricordate «Ou Menya» alla Kunsthal di Rotterdam (2012), «Aller Retour» al Buda Kunstencentrum di Kortrijk (2013), «I Am About to Call It a Day» al Museum Hilversum (2017), «As It May Be» al Fotomuseum dell’Aia (2017), la retrospettiva «Bieke Depoorter 2015-2018» al FOMU di Anversa (2018) e all’NRW-Forum di Düsseldorf (2019), «Because the Night» al Fotomuseum Winterthur (2019), «Agata, Bieke & Germaine» a Kortrijk (2021) e a Bornem (2022), «A Chance Encounter» a C/O Berlin (2022) e «Close Enough» all’ICP di New York (2022-2023). Le biografie citano anche presenze in istituzioni americane, come il museo d’arte moderna di San Francisco e il Museum of Fine Arts di Boston.
La produzione editoriale comprende «Ou Menya» (Lannoo, 2011), «I Am About to Call It a Day» (Edition Patrick Frey/Hannibal, 2014), «Sète#15» (Le Bec en l’air, 2015), «As It May Be» (Hannibal, 2017; Aperture e Xavier Barral, 2018), «Mumkin. Est-ce possible?» (Xavier Barral, 2018), «Agata» (2021, autoprodotto), «Blinked Myself Awake» (2024) e «The Beds I Slept In» (Hannibal Books). Nel loro insieme queste opere delineano un metodo: partire dall’incontro, concedere tempo e attenzione, costruire fiducia, accettare il conflitto e mettere a tema la rappresentazione.
Domande frequenti
Chi è Bieke Depoorter?
È una fotografa belga nata a Kortrijk nel 1986, membro effettivo di Magnum Photos dal 2016. Lavora su progetti collaborativi in cui dorme a casa di sconosciuti e li coinvolge nell’immagine.
Che cos’è «Ou Menya»?
È il suo progetto di diploma, realizzato in Russia lungo la Transiberiana tra il 2009 e il 2011 e pubblicato da Lannoo nel 2011. Vinse il Magnum Expression Award nel 2009.
Quando è entrata in Magnum?
È diventata nominee nel 2012, associate nel 2014 e membro effettivo nel 2016.
Perché «As It May Be» è considerato un progetto collaborativo?
Perché nel 2017 Depoorter tornò in Egitto con le stampe e chiese ai protagonisti di scrivere commenti direttamente sulle immagini. Le annotazioni, molte in arabo, diventano parte del libro.
Quali sono «Agata» e «Michael»?
Sono due progetti nati da incontri casuali: «Agata» con una giovane donna incontrata a Parigi nel 2017, «Michael» con un uomo conosciuto a Portland nel 2015 che le lasciò tre valigie di materiali e sparì. Furono esposti insieme a C/O Berlin nel 2022.
Che attrezzatura usa?
Le descrizioni del suo lavoro indicano una full-frame, spesso una Canon EOS 5D Mark IV, con ottiche fisse luminose tra 35 e 85 mm, luce ambiente e nessun flash.
Altri profili di autori e autrici sono raccolti nell’indice I grandi fotografi della storia.
Fonti
- Wikipedia, voce «Bieke Depoorter»
- Magnum Photos, profilo di Bieke Depoorter
- LensCulture, profilo di Bieke Depoorter
- Hangar, scheda di Bieke Depoorter
- Arendt Art, scheda di Bieke Depoorter
- 1854 Photography, shortlist del Deutsche Börse Photography Foundation Prize 2023
- Fonds Pascal Decroos, scheda di Bieke Depoorter
- Hannibal Books, «The Beds I Slept In» di Bieke Depoorter
Aggiornato Ottobre 2026



