Daguerre

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Louis Jacques Mandé Daguerre nacque il 18 novembre 1787 a Cormeilles-en-Parisis, un piccolo comune a nord-ovest di Parigi, in una famiglia di modeste condizioni economiche che non lasciava presagire nulla di straordinario per il futuro del figlio. Il padre, funzionario dell’amministrazione locale, aveva per lui progetti concreti e prosaici: una carriera nell’ufficio delle imposte dirette, stabile, rispettabile e completamente priva di qualsiasi slancio creativo. Il giovane Louis, tuttavia, non era fatto per i registri e le scrivanie; era fatto per la luce, per lo spazio, per l’immagine. Fin dalla più tenera infanzia, non appena riuscì a tenere una matita tra le dita, mostrò una facilità nel disegno che lasciava senza parole chiunque lo osservasse: eccelleva nel rendere con fedeltà gli effetti più difficili delle prospettive più ardite, studiava con ossessione l’effetto scenico della luce sugli oggetti e dimostrava una capacità di sintesi visiva che normalmente richiede decenni di formazione per essere acquisita. Il padre lo tollerò in ufficio per qualche anno; poi, di fronte all’evidenza di un talento che non poteva essere soffocato da nessuna scrivania, cedette. Il giovane Daguerre ottenne il permesso di seguire la propria vocazione, e la storia della fotografia ne trasse un beneficio che nessuno, in quel momento, avrebbe potuto prevedere.

Trasferitosi a Parigi, Daguerre entrò come apprendista nello studio di Pierre Prévost, il più celebre panoramista dell’epoca, specializzato nella realizzazione di enormi dipinti circolari che riproducevano con minuzia straordinaria vedute di città e paesaggi. Presso Prévost, il giovane Daguerre affinò le proprie capacità tecniche e sviluppò un interesse quasi ossessivo per la resa della luce naturale, per il modo in cui i raggi solari trasformano un paesaggio nel corso della giornata, per le infinite modulazioni cromatiche che distinguono la luce del mattino da quella del tramonto. Questa sensibilità verso la luce non era soltanto un fatto estetico: era il segno di una mente che stava costruendo, inconsapevolmente, le fondamenta di una ricerca che lo avrebbe impegnato per i successivi vent’anni. Completato l’apprendistato con Prévost, Daguerre entrò poi nello studio di Ignace Eugène Marie Degotti, uno degli scenografi più rinomati dell’Opéra di Parigi, dove la sua progressione fu straordinariamente rapida. Non tardò a eguagliare il maestro; poi, con il passare dei mesi, lo superò. Degotti stesso, con una generosità rara tra i maestri, riconobbe pubblicamente il talento del proprio allievo, aprendo a Daguerre le porte dei teatri parigini più prestigiosi.

In quegli anni, la scena teatrale parigina era un territorio di sperimentazione visiva senza precedenti. Il pubblico esigeva sempre di più: non solo recitazione e musica, ma ambienti, atmosfere, illusioni ottiche capaci di trasportare gli spettatori in luoghi lontani e in epoche diverse. Daguerre si rivelò un maestro assoluto in questo campo. Sostituì i tradizionali telai mobili delle scene laterali con grandi sfondi di tela sui quali era possibile rappresentare interi paesaggi e panorami di dimensioni impossibili; introdusse nuove fonti di illuminazione, posizionate con cura chirurgica per creare effetti di profondità e tridimensionalità che il pubblico non aveva mai visto; sperimentò con tessuti di diversa trasparenza per modulare la qualità della luce che li attraversava, ottenendo effetti di alba, tramonto, nebbia e temporale di sorprendente realismo. L’artista sconosciuto di ieri era diventato, in pochi anni, il beniamino della Parigi dello spettacolo. Ma Daguerre non era un uomo che si accontentava del successo già conseguito: stava già guardando oltre, verso qualcosa di più ambizioso e di più duraturo.

La sua mente, nel frattempo, stava elaborando un’idea che andava ben oltre la scenografia teatrale. Lavorando ogni giorno con la luce, osservandone il comportamento con la precisione di uno scienziato e la sensibilità di un artista, Daguerre si era convinto che fosse possibile catturarla, immobilizzarla, fissarla su una superficie in modo permanente. Non era il primo a nutrire questa convinzione; ma era forse il primo ad avvicinarsi al problema con una combinazione di competenze tecniche, intuizione artistica e tenacia sperimentale che nessun altro al mondo, in quel momento, possedeva nella stessa misura. L’uso sistematico della camera obscura nel lavoro scenografico gli aveva fornito una padronanza pratica del dispositivo che pochi potevano vantare; e questa padronanza lo spingeva, quasi naturalmente, verso la domanda che avrebbe cambiato il mondo: era possibile fissare in modo permanente l’immagine che la camera obscura proiettava sulla propria superficie interna? La risposta a questa domanda avrebbe richiesto anni di esperimenti, una collaborazione straordinaria con un inventore borgognone di nome Niépce e almeno una scoperta fortuita di quelle che sembrano più miracoli che risultati scientifici. Ma prima di arrivare a tutto questo, Daguerre aveva ancora una carta da giocare nel mondo dello spettacolo: il Diorama.

Il Diorama fu inaugurato a Parigi il 11 luglio 1822, in un edificio appositamente costruito in rue Sanson, nel quartiere del Temple, su progetto dell’architetto James Pennethorne. Era uno spettacolo senza precedenti, concepito da Daguerre con la stessa cura maniacale con cui aveva sempre affrontato ogni sfida visiva, e il pubblico parigino ne rimase immediatamente e completamente conquistato. La struttura era una sala di forma semicircolare in grado di ospitare fino a 350 spettatori, disposti su una piattaforma girevole che ruotava lentamente intorno al proprio asse, consentendo agli spettatori di osservare in successione due scene dipinte su enormi tele disposte agli estremi della sala. Le tele erano di dimensioni colossali: potevano raggiungere i 22 metri di lunghezza per 14 metri di altezza, realizzate in cotone semitrasparente di qualità eccezionale che consentiva di dipingere sia sulla superficie anteriore che su quella posteriore, creando stratificazioni di immagini che si sovrapponevano e si modulavano a seconda della provenienza e dell’intensità della luce. Le distanze prospettiche tra le tele e il pubblico variavano tra i 15 e i 20 metri, calcolate con precisione per massimizzare l’effetto di profondità e di immersione.

Ma il vero genio del Diorama non risiedeva nelle dimensioni delle tele né nella meccanica della piattaforma girevole: risiedeva nel sistema di illuminazione che Daguerre aveva progettato con una raffinatezza tecnica stupefacente. Grandi aperture sul soffitto e sulle pareti laterali, dotate di schermi colorati e di persiane mobili azionate da un sofisticato sistema di leve, consentivano di modulare la qualità, il colore e la direzione della luce che illuminava le tele in tempo reale, durante lo spettacolo. In questo modo, una scena dipinta poteva trasformarsi progressivamente davanti agli occhi degli spettatori: dall’alba al tramonto, dalla bonaccia alla tempesta, dalla luce estiva alla foschia autunnale. Gli spettatori assistevano, letteralmente, al passaggio del tempo e al cambiamento delle condizioni atmosferiche in una scena immobile; un’illusione ottica di tale perfezione da suscitare reazioni di stupore e di commozione che i resoconti dell’epoca descrivono con toni quasi increduli. Il filosofo e critico d’arte Jules Janin scrisse che il Diorama produceva “l’illusione della vita stessa, con tutta la sua luce e tutta la sua malinconia”; una frase che, riletta oggi, suona quasi come una descrizione della fotografia più che di uno spettacolo di pittura illusionistica.

Il Diorama fu un successo commerciale straordinario e duraturo. Nel 1823, forte del successo parigino, Daguerre aprì una seconda sede a Londra, in Park Square East, a Regent’s Park, che ottenne un’accoglienza altrettanto entusiastica dal pubblico britannico. Per quasi diciassette anni, fino a quando un incendio devastante non distrusse l’edificio parigino nel 1839, il Diorama fu una delle attrazioni più visitate della capitale francese, frequentato da artisti, intellettuali, scienziati e semplici curiosi che accorrevano da ogni parte d’Europa per assistere a quello che molti definivano l’esperienza visiva più straordinaria del loro tempo. Per Daguerre, il Diorama fu anche un laboratorio permanente: ogni sera, osservando l’effetto della luce sulle tele semitrasparenti, registrava mentalmente comportamenti ottici e chimici che avrebbe poi cercato di replicare e fissare nel proprio laboratorio sperimentale. Il confine tra lo scenografo e lo scienziato era, nella mente di Daguerre, sempre più sottile.

Fu in questi anni di lavoro parallelo tra il Diorama e il laboratorio che Daguerre cominciò a sviluppare i propri esperimenti fotografici in modo sistematico, spinto da una domanda che non riusciva a smettere di porsi: se la luce era in grado di trasformare così profondamente l’apparenza di una scena dipinta, perché non avrebbe potuto trasformare in modo permanente la superficie di un materiale chimicamente sensibile? La camera obscura proiettava immagini di una fedeltà stupefacente; i chimici del XVIII secolo avevano dimostrato che i sali d’argento reagivano alla luce in modo misurabile. Il passo logico successivo era evidente; eppure, nessuno era ancora riuscito a compierlo. Daguerre era convinto di poterci riuscire, e questa convinzione lo spinse a cercare un contatto con l’uomo che, in quel momento, era più avanti di chiunque altro in quella ricerca: Joseph Nicéphore Niépce di Chalon-sur-Saône. Le vicende di quella collaborazione, e il modo in cui Daguerre ne gestì gli esiti con una spregiudicatezza che ancora oggi divide gli storici, saranno raccontate nel capitolo successivo. Prima, occorre comprendere come Daguerre arrivò, da solo e per vie del tutto proprie, alla soglia del dagherrotipo.

I suoi esperimenti, condotti in un laboratorio ricavato all’interno dello stesso edificio del Diorama, procedevano per tentativi successivi, accumulando osservazioni e fallimenti con la pazienza metodica di chi sa che ogni fallimento contiene un’informazione utile. Daguerre aveva compreso, in un momento difficile da datare con precisione, che lo ioduro d’argento era particolarmente sensibile alla luce; e aveva cominciato a lavorare con lastre di rame argentate, trattate con vapori di iodio per formare uno strato uniforme di ioduro sulla superficie. Il problema, come per tutti i suoi predecessori, era sempre lo stesso: l’immagine formata dall’esposizione alla luce era troppo debole per essere visibile, oppure continuava a scurirsi anche dopo essere stata estratta dalla camera obscura, fino a diventare uniformemente nera e illeggibile. La fissazione dell’immagine latente sembrava un problema insolubile.

Fu a questo punto che accadde uno di quegli episodi che la storia della scienza custodisce con particolare affetto: una scoperta fortuita, quasi ridicola nella sua casualità, che aprì una porta che anni di sperimentazione consapevole non erano riusciti a trovare. Un giorno, dopo aver esposto una lastra trattata con vapori di sodio senza ottenere alcun risultato visibile, Daguerre ripose la lastra apparentemente vergine in un armadio nel proprio laboratorio, insieme a una serie di sostanze chimiche di vario genere. Dopo qualche giorno, tornò all’armadio per recuperare la lastra e ritrattarla; con sua enorme sorpresa, sulla superficie che aveva creduto immodificata era comparsa un’immagine nitida e ben definita, esattamente quella che aveva cercato di catturare durante l’esposizione. L’immagine latente, invisibile immediatamente dopo lo sviluppo, si era manifestata nel corso dei giorni successivi sotto l’effetto di qualche sostanza presente nell’armadio. Era lo sviluppo latente, uno dei principi fondamentali della chimica fotografica moderna.

Daguerre comprese immediatamente l’importanza di ciò che aveva davanti, ma non sapeva quale delle molte sostanze contenute nell’armadio fosse responsabile del miracolo. Cominciò allora una serie di esperimenti sistematici che dovettero richiedere nervi d’acciaio e una pazienza straordinaria: riempiva l’armadio con una sola sostanza alla volta, esponeva una lastra, la riponeva nell’armadio e attendeva. Sostanza dopo sostanza, lastra dopo lastra, finché non individuò il responsabile: i vapori di mercurio fuoriusciti da un termometro che si era rotto nell’armadio nel corso di qualche esperimento precedente. Il mercurio, riscaldato leggermente, produceva vapori che si legavano selettivamente allo ioduro d’argento nelle zone che avevano ricevuto luce durante l’esposizione, formando un amalgama biancastro visibile e stabile. Le zone non esposte, invece, non reagivano ai vapori e rimanevano scure, creando il contrasto necessario per rendere l’immagine leggibile. Era una soluzione elegante, potente e, come si sarebbe scoperto in seguito, anche altamente tossica, ma nell’entusiasmo della scoperta, la questione della tossicità era comprensibilmente l’ultima delle preoccupazioni di Daguerre.

Rimaneva però ancora un problema: l’immagine così ottenuta, per quanto molto più nitida e definita di qualsiasi risultato precedente, continuava a scurirsi progressivamente se esposta alla luce del giorno. Lo ioduro d’argento non esposto durante la posa, ancora presente sulla superficie della lastra, continuava a reagire alla luce ambientale durante l’osservazione, degradando progressivamente l’immagine. La fissazione definitiva era ancora un problema aperto. Daguerre tentò inizialmente di risolvere il problema con un bagno di cloruro di sodio concentrato, il comune sale da tavola, che rimuoveva parzialmente lo ioduro residuo; un metodo imperfetto ma sufficiente per rendere l’immagine sufficientemente stabile da poter essere osservata e conservata in condizioni protette. Fu soltanto nel marzo del 1839, quando venne a conoscenza della scoperta di John Herschel sulle proprietà del tiosolfato di sodio come agente sciogliente dei sali d’argento, che Daguerre sostituì il sale da tavola con l’ipo, ottenendo finalmente una fissazione completa e definitiva. Il dagherrotipo era nato nella sua forma definitiva.

Il processo completo, così come Daguerre, lo perfezionò nel 1837 e lo comunicò al mondo nel 1839, si articolava in una serie di fasi precise e riproducibili. La lastra di rame veniva prima argentata per elettrolisi e poi accuratamente pulita con acqua e un abrasivo finissimo, fino a ottenere una superficie specchiante e priva di impurità. Veniva quindi sensibilizzata esponendola in una camera chiusa ai vapori di iodio, fino a quando la superficie non si ricopriva di uno strato uniforme di ioduro d’argento di colore giallastro. La lastra così preparata veniva inserita nella camera obscura ed esposta alla luce solare per un tempo variabile tra i dieci e i venti minuti in piena luce estiva, un tempo che poteva allungarsi considerevolmente in condizioni di luce diffusa o in ore meno favorevoli della giornata. Dopo l’esposizione, la lastra veniva estratta dalla camera e sottoposta ai vapori di mercurio riscaldato a circa 60 gradi tramite una fiamma ad alcol: il mercurio si legava allo ioduro di argento nelle zone esposte, creando lo strato biancastro che formava le luci dell’immagine. Infine, la lastra veniva lavata in una soluzione di cloruro di sodio concentrato, poi sostituito dal tiosolfato di sodio, per rimuovere lo ioduro residuo e rendere l’immagine stabile e permanente. Le prime lastre di Daguerre misuravano 8,5 × 6,5 pollici, un formato che è rimasto lo standard whole plate della fotografia analogica fino ai giorni nostri.

La qualità delle immagini così ottenute era, per i contemporanei, semplicemente stupefacente. I dagherrotipi mostravano un livello di dettaglio e di precisione che nessun altro mezzo visivo dell’epoca poteva avvicinare lontanamente: ogni singolo mattone di un edificio, ogni piega di un tessuto, ogni capello di un volto erano resi con una fedeltà che sembrava impossibile. Lo Spectator di Londra, nel numero del 2 febbraio 1839, definì i dagherrotipi il “processo auto-operativo delle Belle Arti”; una formula che catturava perfettamente la natura paradossale del nuovo mezzo, capace di produrre opere di straordinaria bellezza senza che nessuna mano umana intervenisse direttamente nella loro realizzazione. Anche dall’America giungevano reazioni di stupore: il giornale The Knickerbocker, nel dicembre dello stesso anno, scriveva: “Abbiamo visto le vedute scattate a Parigi dal Dagherrotipo, e non abbiamo alcuna esitazione nell’affermare che sono i più notevoli oggetti di curiosità e ammirazione nelle arti che abbiamo mai visto. La loro squisita perfezione trascende quasi i limiti della sobria convinzione.”

Il processo aveva però limiti tecnici strutturali che ne avrebbero condizionato il destino. Le immagini non potevano essere riprodotte: ogni dagherrotipo era un pezzo unico, stampato direttamente sulla lastra di rame, impossibile da duplicare se non ri-fotografando l’originale con perdita di qualità. Le superfici erano estremamente delicate, vulnerabili alle impronte digitali e all’umidità atmosferica, e per questa ragione i dagherrotipi venivano quasi sempre racchiusi in eleganti custodie sottovetro che li proteggevano dagli agenti esterni ma li rendevano difficili da osservare da angolazioni diverse da quella frontale. L’immagine era inoltre invertita lateralmente, come il riflesso in uno specchio, il che creava problemi evidenti nella riproduzione di testi scritti e produceva nei ritratti un effetto di estraneità che molti soggetti trovavano fastidioso. I tempi di esposizione rimanevano lunghi, nell’ordine dei dieci-quindici minuti in piena luce solare: un dagherrotipo conservato presso il Museo Internazionale della Fotografia di Rochester raffigurante una cappella reca l’annotazione che l’immagine fu scattata tra le 16:40 e le 17:30 del 19 aprile 1840, documentando con precisione quanto fosse ancora lento e impegnativo il processo. Infine, i prodotti chimici impiegati, vapori di bromo, cloro e mercurio caldo, erano altamente tossici, e molti dei primi fotografi svilupparono nel corso degli anni problemi di salute riconducibili all’esposizione cronica a queste sostanze senza alcuna protezione adeguata.

Nonostante questi limiti, il dagherrotipo rappresentò una rivoluzione culturale e commerciale di proporzioni difficili da esagerare. Per la prima volta nella storia dell’umanità, era possibile ottenere un’immagine fedele della realtà senza l’intermediazione della mano di un artista; per la prima volta, la luce stessa produceva la propria immagine su una superficie materiale, in modo automatico, riproducibile e accessibile a chiunque disponesse degli strumenti e delle conoscenze necessarie. Le implicazioni di questo salto erano enormi, e il mondo se ne accorse immediatamente. Ma prima di raccontare come il dagherrotipo conquistò il mondo, occorre tornare di qualche anno indietro e ripercorrere le vicende che portarono Daguerre a diventare, almeno ufficialmente, l’inventore della fotografia moderna: le trattative con lo Stato francese, il ruolo decisivo dell’amico François Arago e, soprattutto, la storia del suo rapporto con Niépce e con il figlio di quest’ultimo, una storia in cui il genio e la spregiudicatezza si mescolano in proporzioni che ancora oggi gli storici faticano a districare. Ma questa è la materia del capitolo dedicato alla collaborazione tra i due inventori, che seguirà immediatamente.

Figure 8 Bottega dell'artista: un dagherrotipo del 1837, fotografia realizzata da Louis Jacques Mandé Daguerre (1787-1851). Immagine di pubblico dominio tramite Wikipedia
Figure 8 Bottega dell’artista: un dagherrotipo del 1837, fotografia realizzata da Louis Jacques Mandé Daguerre (1787-1851). Immagine di pubblico dominio tramite Wikipedia

Il 1839 e la Consacrazione Pubblica

La storia di come il dagherrotipo divenne ufficialmente la prima fotografia della storia non è soltanto una storia scientifica: è una storia politica, economica e umana, in cui il genio individuale si intreccia con gli interessi dello Stato, le amicizie influenti giocano un ruolo decisivo e almeno un uomo di talento viene deliberatamente messo nell’ombra per ragioni che hanno tutto a che fare con il potere e nulla con la verità. Per capire il 1839 occorre capire prima di tutto chi fosse François Jean Dominique Arago, perché senza di lui la storia della fotografia avrebbe potuto prendere una direzione completamente diversa.

Dominique François Jean Arago (1786–1853) era, all’epoca, una delle figure più influenti della vita intellettuale e politica francese. Astronomo e fisico di fama europea, aveva contribuito in modo determinante alla comprensione della natura della luce e del magnetismo; era membro permanente dell’Académie des Sciences di Parigi, di cui sarebbe diventato segretario perpetuo, e sedeva contemporaneamente all’Assemblea Nazionale come deputato dei Pirenei Orientali. Era, in sintesi, uno di quegli uomini che la Francia dell’Ottocento produceva con una frequenza straordinaria: intellettuali pubblici capaci di muoversi con eguale disinvoltura nel laboratorio scientifico e nel dibattito parlamentare, e di portare il peso della propria autorità accademica nelle decisioni politiche più rilevanti. Arago e Daguerre si erano conosciuti attraverso la comune frequentazione dei circoli scientifici parigini, e avevano sviluppato nel corso degli anni una stima reciproca che si era trasformata in un’amicizia solida e operativa. Quando Daguerre cominciò a cercare un modo per rendere pubblica la propria invenzione ottenendo al contempo un riconoscimento economico adeguato, fu naturalmente ad Arago che si rivolse.

Le trattative che seguirono furono condotte con la discrezione e l’efficacia che caratterizzano le grandi operazioni politiche. Arago era convinto, con sincera convinzione scientifica oltre che per amicizia personale, che il dagherrotipo fosse una scoperta di importanza storica eccezionale, destinata a trasformare la scienza, l’arte e la società in modi che era ancora difficile prevedere nella loro interezza. Era anche convinto che la Francia avesse tutto l’interesse a rivendicarne la paternità, a presentarsi al mondo come la nazione che aveva dato all’umanità il dono della fotografia. Questa convinzione lo spinse ad agire con rapidità e determinazione: nell’autunno del 1838 presentò la questione al governo francese, sostenendo con forza la necessità che lo Stato acquistasse il processo di Daguerre e lo rendesse di pubblico dominio, disponibile a chiunque nel mondo senza necessità di licenze o brevetti. Era una proposta di straordinaria generosità formale, che nascondeva però un calcolo politico molto preciso: rendendo il dagherrotipo gratuito per tutto il mondo tranne che per l’Inghilterra, dove Daguerre si era affrettato a depositare un brevetto separato, la Francia si assicurava sia il primato storico dell’invenzione sia un vantaggio competitivo sul principale rivale europeo.

Il 7 gennaio 1839 Arago annunciò ufficialmente all’Académie des Sciences l’esistenza del dagherrotipo, descrivendo il processo nei suoi tratti generali senza però rivelare i dettagli tecnici, che rimasero segreti in attesa della formalizzazione dell’accordo con lo Stato. L’annuncio produsse un effetto immediato e clamoroso: la notizia si diffuse in pochi giorni in tutta Europa, suscitando reazioni di stupore, entusiasmo e, in alcuni casi, di allarme tra i pittori e gli incisori che temevano, non del tutto a torto, che la nuova invenzione avrebbe reso obsoleta la propria professione. Il pittore Paul Delaroche, uno dei più celebri ritrattisti dell’epoca, pronunciò la frase che sarebbe diventata il motto involontario di quella stagione storica: “Da oggi, la pittura è morta.” Era un’esagerazione, ma conteneva una verità profonda sul modo in cui la fotografia avrebbe ridefinito il ruolo dell’immagine nella società moderna.

Intanto, il 6 gennaio 1839, un giorno prima dell’annuncio ufficiale di Arago, la Gazette de France aveva già pubblicato una notizia sommaria sull’invenzione di Daguerre, scatenando una corsa frenetica tra coloro che, in vari paesi d’Europa, stavano lavorando a processi simili e si trovarono improvvisamente a fare i conti con il rischio di essere bruciati sul tempo. Tra questi c’era William Henry Fox Talbot, che aveva sviluppato in modo indipendente un proprio processo fotografico su carta e che, appresa la notizia dell’annuncio imminente di Daguerre, si precipitò a presentare i propri risultati alla Royal Institution di Londra il 25 gennaio 1839, cercando di stabilire una priorità temporale che potesse competere con quella del francese. Fu l’inizio di una disputa sulla paternità della fotografia che avrebbe impegnato storici e giuristi per decenni; una disputa che, come si vedrà nel capitolo dedicato a Talbot, non ha ancora oggi una risposta definitiva e soddisfacente.

L’accordo tra Daguerre e lo Stato francese fu formalizzato il 9 giugno 1839, quando la Camera dei deputati approvò una legge che assegnava a Daguerre una rendita annua vitalizia di 6.000 franchi e agli eredi di Niépce, nella persona del figlio Isidore, una rendita di 4.000 franchi annui. Era una somma considerevole per l’epoca, equivalente al reddito annuo di un professionista benestante; e il fatto che anche gli eredi di Niépce ricevevano una quota era il riconoscimento formale, per quanto asimmetrico, del contributo del chimico borgognone alla nascita del processo. In cambio, Daguerre cedeva allo Stato francese tutti i diritti sul dagherrotipo, che diventava così patrimonio dell’umanità, liberamente utilizzabile da chiunque senza necessità di pagare alcuna licenza. Soltanto in Inghilterra e in Galles il processo rimaneva brevettato, grazie alla mossa preventiva che Daguerre aveva compiuto depositando il brevetto inglese il 14 agosto 1839, cinque giorni prima dell’annuncio pubblico in Francia.

Il 19 agosto 1839 rimane la data ufficialmente riconosciuta come la nascita della fotografia. In quella mattina, in un’aula dell’Institut de France gremita di scienziati, artisti, diplomatici e semplici curiosi accorsi da ogni parte d’Europa, Arago tenne la conferenza con cui rendeva pubblici nei dettagli il processo e il procedimento del dagherrotipo. La descrizione che i testimoni oculari hanno lasciato di quella mattina è unanimemente quella di un momento straordinario, carico di una tensione e di un’eccitazione che raramente si associano a una comunicazione scientifica. Fuori dall’edificio, sulla Rive Gauche, una folla che non era riuscita ad entrare aspettava in strada di conoscere i dettagli dell’invenzione; i venditori di lastre e di materiali chimici, avvertiti in anticipo di ciò che stava per accadere, avevano allestito bancarelle improvvisate nei dintorni dell’Institut, e le lastre di rame argentate cominciarono a cambiare di mano prima ancora che Arago avesse concluso la propria conferenza. La fotografia era nata pubblicamente, e il mondo era già pronto ad accoglierla.

Daguerre raggiunse in quei mesi una fama e una prosperità che probabilmente superarono persino le sue aspettative più ottimistiche. Ricevette la Légion d’Honneur e fu eletto membro onorario dell’Académie des Sciences; fu celebrato nei salotti e nei circoli intellettuali di tutta Europa; ricevette lettere di congratulazioni da scienziati, artisti e capi di Stato di ogni paese. Nel 1839, forte delle rendite garantite dallo Stato e dell’entusiasmo commerciale che circondava la propria invenzione, si associò con il cognato Alphonse Giroux, un cartolaio parigino con buone capacità imprenditoriali, per avviare la prima produzione commerciale di macchine fotografiche destinate al dagherrotipo. Le macchine prodotte dalla ditta Giroux erano dispositivi artigianali di grande cura costruttiva: due scatole di legno pregiato che scorrevano una dentro l’altra per consentire la messa a fuoco, con una fessura sul retro per alloggiare la lastra di rame e frontalmente un obiettivo fisso realizzato in vetro e ottone, dotato delle lenti acromatiche di Chevalier con una lunghezza focale di 40,6 centimetri e una luminosità di f/16. Ogni esemplare portava il sigillo di autenticità di Daguerre e Giroux, e veniva venduto con un manuale di istruzioni scritto dallo stesso Daguerre.

La ditta Giroux non rimase a lungo sola sul mercato. La straordinaria domanda che il dagherrotipo aveva generato in pochi mesi attirò rapidamente altri produttori, primo tra tutti la ditta parigina Susse Frères, che realizzò la prima macchina fotografica costruita in serie su una catena di montaggio industriale. Il modello Susse era leggermente diverso dal Giroux: lungo 26,7 centimetri da chiuso e fino a 50,8 centimetri al massimo allungamento, alto 31,1 centimetri, con una capacità per lastre da 16,4 × 21,6 centimetri e una lente a menisco piano-convessa da 406 millimetri di lunghezza focale e 83 millimetri di diametro, con diaframma fisso equivalente a f/17. Erano differenze tecniche minori, ma la loro esistenza segnalava già che il mercato fotografico si stava strutturando rapidamente, con produttori diversi che cercavano di ritagliarsi segmenti specifici della domanda. Era l’inizio di un’industria che, nei decenni successivi, avrebbe assunto dimensioni globali.

Daguerre, intanto, con la spregiudicatezza commerciale che aveva già dimostrato brevettando il processo in Inghilterra prima di cederlo gratuitamente in Francia, cercò di capitalizzare al massimo la propria posizione dominante. Le macchine Giroux venivano vendute a prezzi elevati, e il manuale di istruzioni di Daguerre divenne un best-seller editoriale che conobbe decine di edizioni e fu tradotto in quasi tutte le lingue europee nel giro di pochi mesi. La traduzione italiana del manuale, realizzata a Torino nell’autunno del 1839 grazie all’iniziativa di Enrico Jest, consentì la formazione di numerosi laboratori locali per la produzione di strumenti dagherrotipici, avviando di fatto l’industria fotografica italiana. A Milano, Alessandro Duroni cominciò sul finire dello stesso anno a importare direttamente dalla Francia gli apparecchi Daguerre-Giroux, aprendo di fatto il mercato fotografico lombardo al grande pubblico. Era l’inizio di una diffusione capillare che avrebbe trasformato il dagherrotipo, in pochissimi anni, da curiosità scientifica a fenomeno di massa.

La misura di quanto questa trasformazione fosse rapida e profonda è fornita da un dato commerciale di per sé eloquente: a Parigi, nel solo anno 1847, furono vendute circa 2.000 macchine fotografiche e quasi mezzo milione di lastre fotografiche. Era un mercato di dimensioni impensabili soltanto dieci anni prima, generato da un’invenzione che aveva meno di un decennio di vita. Daguerre, grazie alle rendite dello Stato e ai proventi commerciali legati al proprio nome, visse il resto della propria vita tra agi e ricchezze, ritirandosi a Bry-sur-Marne, vicino a Parigi, dove morì il 10 luglio 1851 all’età di sessantatré anni, abbastanza a lungo da vedere la propria invenzione conquistare il mondo e abbastanza saggiamente da non vivere fino al momento in cui quella stessa invenzione sarebbe stata superata e resa obsoleta dai processi su carta che Talbot stava già perfezionando. Lasciò il mondo esattamente come aveva vissuto: al centro dell’immagine, nella luce migliore.

Boulevard du Temple, Paris, daguerreotype. La prima immagine della storia di una persona vivente, realizzata nel 1838. L'immagine mostra una strada trafficata, ma a causa del tempo di esposizione di più di dieci minuti, il traffico si muoveva troppo veloce per apparire nell’immagine finale. L'eccezione è l'uomo in basso a sinistra, che stava facendosi lucidare gli stivali e che quindi è rimasto fermo per il tempo sufficiente affinché fosse fotografato. Guardando da vicino si possono individuare anche un altro uomo seduto su una panchina a leggere un giornale (a destra), nonché un uomo in piedi sotto la tenda del terzo edificio a sinistra. Foto di pubblico dominio tramite Wikipedia
Boulevard du Temple, Paris, daguerreotype. La prima immagine della storia di una persona vivente, realizzata nel 1838. L’immagine mostra una strada trafficata, ma a causa del tempo di esposizione di più di dieci minuti, il traffico si muoveva troppo veloce per apparire nell’immagine finale. L’eccezione è l’uomo in basso a sinistra, che stava facendosi lucidare gli stivali e che quindi è rimasto fermo per il tempo sufficiente affinché fosse fotografato. Guardando da vicino si possono individuare anche un altro uomo seduto su una panchina a leggere un giornale (a destra), nonché un uomo in piedi sotto la tenda del terzo edificio a sinistra. Foto di pubblico dominio tramite Wikipedia

L’Impatto Culturale e Commerciale

La notizia dell’invenzione del dagherrotipo si diffuse nel mondo con una velocità straordinaria per l’epoca, cavalcando i canali della stampa periodica, della corrispondenza privata e del passaparola scientifico con un’energia che rifletteva la portata genuinamente rivoluzionaria di ciò che era accaduto. Ma la rivoluzione fotografica non fu soltanto una rivoluzione tecnica: fu, forse in misura ancora maggiore, una rivoluzione culturale e percettiva che investì ogni aspetto della società ottocentesca, ridefinendo il rapporto tra l’uomo e la propria immagine, tra l’arte e la realtà, tra la memoria individuale e quella collettiva. Comprendere l’impatto del dagherrotipo sulla società del 1839 e degli anni immediatamente successivi significa comprendere qualcosa di fondamentale sul modo in cui la modernità ha trasformato il modo in cui gli esseri umani si vedono e si raccontano.

Il primo e più immediato effetto della diffusione del dagherrotipo fu sul mondo dell’arte visiva, e in particolare sulla pittura di ritratto. Prima della fotografia, il ritratto era un privilegio riservato alle classi agiate: commissionare un ritratto a un pittore di buona reputazione richiedeva settimane di sedute, somme considerevoli di denaro e l’accesso a una rete di relazioni sociali che la maggior parte della popolazione non possedeva. Il dagherrotipo cambiò tutto questo in modo radicale e quasi immediato. Improvvisamente, era possibile ottenere un’immagine fedele e dettagliata del proprio volto in meno di mezz’ora, a un costo infinitamente inferiore a quello di un ritratto dipinto, con un livello di somiglianza che nessun pittore, per quanto abile, avrebbe potuto garantire con altrettanta certezza. La democratizzazione del ritratto fu uno dei fenomeni sociali più straordinari del XIX secolo: per la prima volta nella storia, uomini e donne di ogni condizione sociale poterono possedere un’immagine fedele di sé stessi, dei propri cari, dei propri genitori e dei propri figli. Il ritratto fotografico divenne, in pochi anni, uno dei beni di consumo culturale più diffusi e desiderati della società borghese europea e americana.

La conseguenza più visibile di questo fenomeno fu la fioritura di centinaia di studi fotografici in tutte le grandi città europee e americane nel corso dei primi anni Quaranta dell’Ottocento. Molti dei pittori che fino a ieri avevano campato di ritratti commissionati da famiglie benestanti compresero rapidamente che il loro mestiere tradizionale era destinato a contrarsi in modo irreversibile, e reagirono con pragmatismo: abbandonarono i pennelli e acquistarono una macchina fotografica, trasformandosi in fotografi ritrattisti. Non fu una transizione indolore né unanimemente accettata: alcuni pittori resistettero con fierezza, rivendicando la superiorità dell’interpretazione artistica sulla mera registrazione meccanica; altri abbracciarono la nuova tecnologia con entusiasmo, esplorando le possibilità creative che il nuovo mezzo offriva. Ma la direzione generale del cambiamento era inequivocabile, e il proliferare di studi fotografici nelle strade di Parigi, Londra, Vienna e New York nei primi anni del nuovo decennio ne era la dimostrazione più plastica.

Un elemento tecnico giocò un ruolo particolarmente importante nel successo commerciale del ritratto dagherrotipico: l’uso delle lastre dorate, trattate con una sottile patina che conferiva alle immagini una tonalità calda, ambrata, vagamente simile al colore della carne umana. Questa caratteristica, combinata con la straordinaria nitidezza dei dettagli che il dagherrotipo era in grado di restituire, produceva ritratti di una qualità visiva che molti contemporanei trovavano superiore, per immediatezza e fedeltà emotiva, ai migliori ritratti dipinti. I fotografi ritrattisti scoprirono presto che era possibile vendere centinaia di ritratti a prezzi molto elevati: in Inghilterra si parlava di cinque sterline per fotografia, una somma che equivaleva a diversi giorni di salario per un lavoratore qualificato, ma che la classe media borghese era disposta a pagare volentieri in cambio di quella magia visiva che soltanto il dagherrotipo sapeva produrre.

Fu proprio l’uso delle lastre dorate e la loro capacità di restituire qualcosa che assomigliava ai colori naturali della pelle a determinare, quasi inevitabilmente, lo sviluppo di un mercato parallelo e molto redditizio: quello delle prime immagini di nudo fotografico. Va precisato, per correttezza storica, che non si trattava di fotografie dirette di modelle in posa: i tempi di esposizione necessari per il dagherrotipo, ancora nell’ordine dei dieci-quindici minuti in piena luce, rendevano praticamente impossibile ottenere un’immagine nitida di un soggetto umano in posa prolungata senza che il movimento naturale del corpo producesse sfocature e distorsioni. La soluzione adottata dai fotografi più intraprendenti fu quella di fotografare dipinti di nudo, riproducendoli sulla lastra con la massima fedeltà possibile. La fotografia permetteva di duplicare un dipinto in tempi rapidissimi e di moltiplicarne le copie per la vendita; e i dipinti di nudo di qualità, riprodotti con la precisione del dagherrotipo, trovavano un mercato entusiasta e disposto a spendere somme considerevoli. Era, a ben guardare, il primo esempio di quella che oggi chiameremmo industria dell’immagine erotica; e la sua comparsa, a pochi mesi di distanza dalla nascita ufficiale della fotografia, diceva qualcosa di eloquente sulla velocità con cui la nuova tecnologia veniva assorbita e sfruttata dalla creatività commerciale dell’epoca.

L’impatto del dagherrotipo sulla pittura tradizionale fu, come si è accennato, profondo e duraturo, ma non fu necessariamente distruttivo come la celebre profezia di Delaroche lasciava intendere. La pittura non morì; si trasformò. Molti pittori cominciarono a utilizzare il dagherrotipo come strumento di lavoro, fotografando i propri modelli per fissarne le pose e i dettagli senza costringerli a sedute interminabili; altri usarono le fotografie come riferimento per la resa dei dettagli architettonici e paesaggistici nelle proprie opere. Paradossalmente, la fotografia liberò la pittura dall’obbligo della rappresentazione fedele della realtà, aprendo la strada a quella sperimentazione stilistica e concettuale che avrebbe portato, nei decenni successivi, all’Impressionismo e poi alle avanguardie del XX secolo. In questo senso, il dagherrotipo non fu il carnefice della pittura ma il suo inconsapevole liberatore: togliendo alla pittura il monopolio della rappresentazione visiva del reale, la costrinse a cercare ragioni di esistere più profonde e più durature, aprendo un percorso di ricerca che avrebbe prodotto alcuni dei capolavori più straordinari della storia dell’arte occidentale.

L’impatto della fotografia sulla percezione della memoria individuale e collettiva fu forse ancora più profondo e meno immediatamente visibile di quello sul mercato dell’arte. Prima della fotografia, l’immagine dei defunti sopravviveva soltanto nei ritratti dipinti, accessibili, come si è detto, soltanto alle famiglie abbienti. Per la stragrande maggioranza della popolazione, il volto dei genitori, dei nonni, dei figli morti prematuramente scompariva con loro, lasciando soltanto il ricordo soggettivo e inevitabilmente deformante della memoria individuale. Il dagherrotipo cambiò questa condizione in modo irreversibile: per la prima volta, era possibile conservare un’immagine fedele di chi si amava, da tenere in tasca, da appendere al muro, da trasmettere ai figli e ai nipoti. Il mercato dei ritratti post mortem, fotografie scattate ai defunti, spesso bambini morti prematuramente, immediatamente dopo la morte, fu uno dei segmenti commerciali più attivi e socialmente significativi dei primi anni della fotografia. Era una pratica che oggi potrebbe sembrare macabra; per i contemporanei era semplicemente l’esercizio di una possibilità prima impensabile: quella di non perdere per sempre il volto di chi si era amato.

In questo contesto di entusiasmo collettivo e di sperimentazione frenetica si collocano anche alcune delle immagini più iconiche e storicamente significative dei primi anni della fotografia. Il Boulevard du Temple di Parigi, fotografato da Daguerre nel 1838 con un tempo di esposizione di oltre dieci minuti, è diventata una delle immagini più famose e più commentate della storia della fotografia per una ragione che non ha nulla a che fare con la composizione o la tecnica: è la prima fotografia della storia in cui appare un essere umano vivente. L’immagine mostra una strada trafficata e animata, ma il traffico si muoveva troppo velocemente per impressionare la lastra nel lungo tempo di esposizione, e la strada appare quindi deserta come in un sogno. L’unica eccezione è un uomo in basso a sinistra, fermo abbastanza a lungo da apparire nell’immagine: stava facendosi lustrare gli stivali da un lustrascarpe, e la staticità della sua posa durante l’operazione lo ha consegnato involontariamente all’immortalità fotografica. Osservando con attenzione l’immagine si scorgono anche, appena visibili, un uomo seduto su una panchina che legge un giornale e un altro in piedi sotto la tenda di un negozio; presenze fantasmatiche che il lungo tempo di esposizione ha reso appena percettibili, come se la fotografia stesse già elaborando il proprio linguaggio del tempo e della memoria.

Un anno dopo, nel 1839, il pittore dilettante Robert Cornelius realizzò a Philadelphia quello che è universalmente considerato il primo autoritratto fotografico della storia, e dunque il progenitore diretto di tutti i selfie che da allora si sono accumulati in quantità astronomica. Cornelius posizionò la propria macchina fotografica nel retro di un negozio di articoli metallici di famiglia in Chestnut Street, rimosse il tappo dell’obiettivo e corse a sedersi davanti all’inquadratura, dove rimase immobile per poco più di un minuto prima di alzarsi e ricoprire nuovamente l’obiettivo. Sul retro della lastra così ottenuta scrisse di proprio pugno: “The first light Picture ever taken. 1839.” Era un gesto di straordinaria consapevolezza storica per un uomo di ventinove anni che stava semplicemente sperimentando con una tecnologia nuova; e quella consapevolezza si rivela completamente giustificata dal modo in cui quella piccola lastra di rame ha attraversato quasi due secoli fino a noi, custodita oggi presso la Library of Congress di Washington come uno dei documenti più preziosi della storia visiva dell’umanità.

Il mercato fotografico italiano, come si è accennato, reagì all’annuncio del 1839 con una rapidità che smentisce il luogo comune di una penisola lenta e periferica rispetto alle innovazioni dell’Europa settentrionale. Enrico Jest, attivo a Torino, avviò già nell’autunno del 1839 la produzione dei primi apparecchi fotografici italiani, affiancando all’attività produttiva la traduzione del manuale di Daguerre che consentì la formazione di numerosi laboratori locali specializzati nella dagherrotipia. A MilanoAlessandro Duroni cominciò sul finire dello stesso anno a importare direttamente dalla Francia gli apparecchi Daguerre-Giroux, aprendo di fatto il mercato fotografico lombardo. Queste due iniziative parallele, quella piemontese e quella lombarda, segnano l’inizio di una tradizione fotografica italiana che avrebbe prodotto, nei decenni successivi, alcune delle figure più significative della storia della fotografia mondiale. Era realmente cominciata l’era della fotografia per tutti; o almeno per tutti coloro che disponevano del denaro necessario per permettersi un apparecchio fotografico e le costosissime lastre. La democratizzazione completa sarebbe venuta più tardi, con i processi su carta di Talbot e con le successive innovazioni tecnologiche che avrebbero ridotto progressivamente i costi e i tempi del processo fotografico fino a renderlo accessibile a chiunque. Ma il seme era stato piantato, e il terreno in cui era caduto era già straordinariamente fertile.

La schematizzazione della prima macchina fotografica, dove sono facilmente individuabili le due scatole di legno che si muovono e la lasta fotografica. Immagine di pubblico dominio tratta da Wikimedia
La schematizzazione della prima macchina fotografica, dove sono facilmente individuabili le due scatole di legno che si muovono e la lasta fotografica. Immagine di pubblico dominio tratta da Wikimedia

I Rivali Dimenticati

La storia ufficiale della fotografia, quella che si insegna nei manuali e si celebra nelle date commemorative, è una storia di vincitori. Daguerre, Niépce, Talbot: tre nomi, tre processi, tre paesi. Ma la storia reale della fotografia è molto più affollata, molto più caotica e, in alcuni casi, molto più ingiusta di quanto la versione ufficiale lasci intendere. Attorno alla nascita della fotografia si agitava un mondo intero di sperimentatori, inventori, chimici dilettanti e artisti visionari che stavano lavorando, spesso in totale isolamento reciproco, verso lo stesso obiettivo. Alcuni di loro arrivarono alla soluzione prima di Daguerre; altri la raggiunsero contemporaneamente; tutti, per ragioni diverse, furono travolti dalla macchina della storia ufficiale e consegnati a un oblio che dura, in molti casi, ancora oggi. Raccontare le loro storie non è un esercizio di revisionismo storico: è un atto di giustizia intellettuale nei confronti di uomini che meritano di essere ricordati, e uno strumento per capire che le grandi invenzioni non nascono mai dal nulla e non appartengono mai a un solo uomo.

Il primo e forse più clamoroso caso di ingiustizia storica legata alla nascita della fotografia riguarda un uomo che non viveva nemmeno in Europa, e che per questa ragione geografica fu escluso dal dibattito che stava ridisegnando la storia della cultura visiva mondiale. Antoine Hercule Romuald Florence nacque a Nizza nel 1804, in una famiglia di origini liguri, e trascorse la propria infanzia e adolescenza tra la Provenza e la Liguria prima di imbarcarsi, ancora giovanissimo, come marinaio su navi mercantili che solcavano le rotte atlantiche. Il mare lo portò in Brasile, che in quegli anni era attraversato da una straordinaria stagione di esplorazione scientifica e geografica: il paese era diventato indipendente dal Portogallo nel 1822, e il governo imperiale di Pedro I incoraggiava attivamente le spedizioni naturalistiche e cartografiche nel vastissimo entroterra ancora inesplorato. Florence si unì nel 1825 alla spedizione Langsdorff, una delle più ambiziose esplorazioni scientifiche mai condotte nel continente sudamericano, guidata dal naturalista e console russo Georg Heinrich von Langsdorff e finanziata dallo zar Alessandro I. Per oltre tre anni, Florence percorse migliaia di chilometri attraverso la foresta amazzonica e il Mato Grosso, documentando con straordinaria precisione la flora, la fauna, le popolazioni indigene e le caratteristiche geografiche dei territori attraversati. Fu durante questi anni di esplorazione che Florence sviluppò le proprie capacità di osservazione scientifica e il proprio interesse per i processi di riproduzione delle immagini.

Stabilitosi definitivamente a Campinas, nello stato di San Paolo, dopo la conclusione della spedizione, Florence cominciò a lavorare in modo sistematico alla ricerca di un processo che gli consentisse di riprodurre immagini e testi in modo economico e affidabile, senza la necessità di ricorrere alle costose e difficilmente reperibili attrezzature tipografiche europee. Nel 1833, attraverso una serie di esperimenti condotti nel proprio laboratorio casalingo con risorse limitate e in totale isolamento dalla comunità scientifica europea, Florence riuscì a ottenere immagini fotografiche su carta stabilizzando nitrato d’argento con un procedimento chimico del tutto analogo a quello che Niépce e Daguerre stavano sviluppando in Francia negli stessi anni. Ciò che rende la sua scoperta particolarmente straordinaria non è soltanto la sua simultaneità con quella europea, ma il fatto che Florence giunse ai propri risultati in modo completamente indipendente, senza alcuna conoscenza dei lavori in corso nel vecchio continente, partendo da premesse e da necessità pratiche completamente diverse. Era un caso perfetto di invenzione parallela, di quella convergenza di menti verso la stessa soluzione che la storia della scienza registra con una frequenza sufficiente da suggerire che certe invenzioni siano, in qualche modo, inevitabili: che il mondo sia pronto per loro prima ancora che qualcuno le realizzi.

Florence fu anche, e questo dettaglio è spesso trascurato nelle trattazioni storiche, il primo uomo al mondo a utilizzare il termine fotografia nel senso moderno del termine. Nei propri diari e quaderni di laboratorio, nel 1834, egli usò la parola photographie per descrivere il processo di cattura delle immagini attraverso la luce, un anno prima che il termine comparisse negli scritti di Herschel e Talbot in Europa. Era una coincidenza terminologica che, come la coincidenza tecnica, testimoniava la maturità complessiva del momento storico: il concetto era nell’aria, e menti diverse in luoghi lontanissimi stavano trovando le stesse parole per descrivere la stessa realtà emergente. Purtroppo, il Brasile del 1834 non era la Francia del 1839: non esistevano accademie scientifiche internazionalmente riconosciute, non esistevano riviste scientifiche con la diffusione necessaria per portare le scoperte di un naturalista di Campinas all’attenzione dei circoli scientifici europei, e Florence stesso non disponeva né dei contatti né delle risorse necessarie per far conoscere il proprio lavoro al di là dei confini nazionali. Il suo contributo rimase sepolto nei propri archivi personali per oltre un secolo, fino a quando lo storico brasiliano Boris Kossoy non lo portò alla luce nel 1973, dando avvio a un processo di rivalutazione storica che ha restituito a Florence il posto che merita nella storia della fotografia mondiale, almeno presso gli studiosi del settore, anche se il grande pubblico continua in larga misura a ignorarne l’esistenza.

La storia di Hippolyte Bayard è, se possibile, ancora più amara di quella di Florence; perché Bayard non era lontano, non era isolato, non era privo di contatti con la comunità scientifica parigina. Era lì, nel cuore della capitale francese, a pochi passi dall’Académie des Sciences, e fu deliberatamente messo in ombra da coloro che avrebbero dovuto riconoscerne il merito. Jean-Baptiste Hippolyte Bayard nacque nel 1801 a Breteuil-sur-Noye, in Piccardia, e condusse per molti anni la doppia vita del funzionario pubblico diligente e dell’inventore appassionato: di giorno lavorava come sergente civile presso il Ministero delle Finanze di Parigi, dove aveva raggiunto una posizione stabile e rispettata; la sera e nei giorni di riposo si dedicava con intensità crescente agli esperimenti fotografici nel proprio piccolo laboratorio domestico. Era un uomo mite, metodico, privo di quell’ambizione aggressiva che caratterizzava Daguerre, e questa mitezza avrebbe rappresentato la sua condanna.

Nel 1839, Bayard aveva sviluppato un processo fotografico originale e per certi versi più avanzato di quello di Daguerre: il processo positivo diretto, che consentiva di ottenere un’immagine fotografica positiva direttamente su carta, senza passare per il negativo intermedio. Il processo di Bayard si basava sull’esposizione di carta da stampa impregnata di cloruro d’argento e poi trattata con ioduro di potassio: in questo modo, la carta si scuriva uniformemente di nero. Quando questa carta nera veniva esposta nella camera obscura, la luce agiva da sbiancante nelle zone illuminate, mentre le zone in ombra rimanevano scure, producendo direttamente un’immagine positiva senza necessità di inversione. Era un processo elegante e originale, fondamentalmente diverso sia dall’eliografia di Niépce che dal dagherrotipo di Daguerre, e che anticipava per certi versi i processi su carta che Talbot stava sviluppando in Inghilterra nello stesso periodo. Bayard presentò i propri risultati ad Arago nel maggio del 1839, con la speranza che il potente accademico ne sostenesse la divulgazione pubblica con lo stesso entusiasmo con cui aveva patrocinato il dagherrotipo.

La risposta di Arago fu, nella sua efficacia manipolativa, un capolavoro di realpolitik scientifica. L’astronomo era perfettamente consapevole del valore della scoperta di Bayard; ma era anche consapevole che un’altra rivendicazione di priorità, presentata pubblicamente in quei mesi convulsi in cui il dagherrotipo stava conquistando l’attenzione del mondo intero, avrebbe complicato enormemente la narrativa che lui stesso stava costruendo attorno all’invenzione di Daguerre. L’accordo con lo Stato francese era ancora in fase di negoziazione; la presentazione pubblica del processo era prevista per agosto; qualsiasi elemento di confusione o di contesa sulla paternità della fotografia rischiava di indebolire la posizione di Daguerre e, con essa, il progetto complessivo che Arago stava portando avanti. Persuase quindi Bayard, con un misto di lusinghe, pressioni e promesse vaghe, a rinviare la propria presentazione pubblica a data da destinarsi, offrendogli in cambio la miseria di 600 franchi come riconoscimento del proprio contributo. Era una somma irrisoria rispetto ai 6.000 franchi annui che Daguerre stava per ottenere dallo Stato, ma Bayard, uomo mite e rispettoso dell’autorità, accettò. Fu l’errore che gli costò la paternità della fotografia.

Bayard presentò pubblicamente il proprio processo soltanto nel 1840, un anno dopo l’annuncio ufficiale del dagherrotipo, in una mostra che espose trenta delle proprie fotografie su carta: era la prima mostra fotografica della storia, e avvenne nel quasi totale disinteresse della stampa e del pubblico, entrambi già completamente conquistati dal fascino del dagherrotipo. La sua scoperta fu ignorata, minimizzata, relegata ai margini della storia ufficiale. Bayard reagì a questa ingiustizia con un gesto di straordinaria forza ironica che ha attraversato i secoli e che ancora oggi colpisce chiunque lo conosca: si fece fotografare in un autoritratto in cui fingeva di essere un annegato, un cadavere abbandonato su una superficie. Sul retro dell’immagine scrisse un testo in prima persona, come se il morto stesso stesse parlando, in cui raccontava la propria storia con amara ironia: “Il governo, che ha dato troppo al signor Daguerre, non ha potuto fare nulla per il signor Bayard, e il povero infelice si è annegato. Oh, instabilità delle cose umane!” Era un documento di straordinaria consapevolezza storica e di altrettanto straordinario coraggio intellettuale: un uomo che, di fronte all’ingiustizia, sceglieva non la protesta urlata ma la rappresentazione silenziosa e definitiva della propria cancellazione dal racconto della storia. Quella fotografia, realizzata nel 1840, è considerata oggi non soltanto il primo esempio di fotografia concettuale e di autoritratto in posa teatrale della storia, ma anche uno dei documenti più commoventi e più eloquenti che la nascita della fotografia abbia prodotto.

Le rivendicazioni di priorità non si limitarono a Florence e a Bayard. All’indomani dell’annuncio ufficiale del dagherrotipo, nell’agosto del 1839, si fece avanti un piccolo esercito di sperimentatori che sostenevano di aver raggiunto risultati analoghi prima di Daguerre, spesso senza poter produrre prove concrete a sostegno delle proprie affermazioni. Il pastore tedesco Hofmeister rivendicò l’invenzione nel 1834, sostenendo di aver ottenuto immagini fotografiche stabili in quel periodo; il francese Gauné affermava di aver prodotto fotografie nel 1827, lo stesso anno in cui Niépce realizzava la sua prima veduta da Le Gras; l’inglese Towson sosteneva di essere arrivato a risultati simili nel 1830; il reverendo Joseph Bancroft Reade, anch’egli inglese, rivendicava esperimenti risalenti al 1836 che avrebbero anticipato il processo di Talbot. Nessuno di questi personaggi riuscì a produrre documentazione sufficiente a sostenere le proprie pretese in modo convincente, e le loro rivendicazioni si esaurirono rapidamente nel nulla di fatto. Ciò non significa necessariamente che le loro affermazioni fossero false: in un’epoca in cui la documentazione scientifica era irregolare e le comunicazioni lente, è del tutto plausibile che esperimenti significativi siano stati condotti e poi dispersi senza lasciare tracce sufficienti per sopravvivere al vaglio storico. La storia della scienza è piena di scoperte che non sono sopravvissute ai propri scopritori.

Due nomi meritano invece una menzione separata e più approfondita, perché i loro contributi alla diffusione della fotografia sono documentati con precisione e hanno una rilevanza storica indiscutibile, anche se collocata su un piano diverso da quello dell’invenzione originale. Il primo è Samuel Finley Breese Morse, che il mondo ricorda principalmente come l’inventore del telegrafo elettrico e dell’omonimo codice; ma che nel 1839 si trovava casualmente a Parigi, dove aveva fatto visita a Daguerre nel suo studio nel gennaio di quell’anno, poche settimane dopo l’annuncio ufficiale. Morse era rimasto letteralmente senza parole di fronte alla qualità dei dagherrotipi che Daguerre gli aveva mostrato: nella lettera che scrisse al fratello subito dopo la visita, descrisse le immagini come “dipinti della luce stessa” di una perfezione che “nessun pennello umano potrebbe avvicinarsi”. Tornato negli Stati Uniti nel maggio dello stesso anno, Morse aveva portato con sé non soltanto l’entusiasmo per la nuova invenzione ma anche la competenza tecnica necessaria per realizzarla: il 20 maggio 1839 realizzò il primo dagherrotipo in territorio americano, fotografando la City Hall di New York e aprendo di fatto la storia della fotografia americana. La sua autorevolezza scientifica e la sua rete di contatti contribuirono enormemente alla diffusione rapida del dagherrotipo negli Stati Uniti, che in pochi anni sarebbero diventati il paese con il mercato fotografico più dinamico e innovativo del mondo.

Il secondo nome è quello dell’italiano Macedonio Melloni (1798–1854), fisico di fama europea noto soprattutto per i propri studi sulla natura del calore radiante e sull’infrarosso, che nel 1839 fu tra i primi scienziati italiani ad appropriarsi del nuovo processo fotografico. Il 12 marzo 1839, meno di due mesi dopo l’annuncio di Arago all’Académie des Sciences, Melloni presentò il dagherrotipo all’Accademia delle Scienze di Napoli, diventando di fatto il primo a introdurre ufficialmente la fotografia nel panorama scientifico italiano. La sua presentazione non era soltanto una dimostrazione tecnica: era anche un’analisi scientifica del processo, condotta con il rigore metodologico che caratterizzava tutto il lavoro di Melloni, e che contribuì a legittimare la fotografia come strumento scientifico oltre che come fenomeno artistico e commerciale. Il fatto che Melloni operasse a Napoli, e non nelle capitali settentrionali più direttamente connesse alle reti commerciali europee, è un dettaglio significativo: testimonia che l’eco dell’invenzione del dagherrotipo raggiunse rapidamente anche le periferie geografiche del continente, e che la comunità scientifica italiana era sufficientemente connessa al dibattito europeo da reagire in tempo reale alle novità che emergevano da Parigi.

Il quadro complessivo che emerge da questa galleria di rivali dimenticati, di precursori silenziosi e di protagonisti oscurati è quello di una nascita collettiva, distribuita su più paesi e su più decenni, che la storia ufficiale ha semplificato in nome della chiarezza narrativa ma che nella sua complessità reale era molto più ricca e molto più interessante. La fotografia non fu inventata da un solo uomo in un solo posto in un solo momento: fu il prodotto di una stagione intera di sperimentazione internazionale, in cui decine di menti diverse convergevano verso la stessa soluzione attraverso percorsi diversi. Daguerre merita il riconoscimento che la storia gli ha assegnato, perché fu lui, in ultima analisi, a trovare il processo più pratico e più immediatamente applicabile, e fu lui a costruire le condizioni politiche e commerciali che ne consentirono la diffusione su scala mondiale. Ma onorare pienamente la sua memoria significa anche onorare quella di tutti coloro che, lungo la stessa strada, avevano camminato prima o accanto a lui: Niépce, che aprì la porta; Bayard, che la vide aprirsi e fu spinto da parte; Florence, che la scoprì da solo dall’altra parte del mondo; e tutti gli altri, noti e ignoti, che contribuirono con il proprio lavoro a costruire la stagione straordinaria in cui la luce imparò a scrivere la propria storia.

Il primo "selfie" della storia. Immagine di pubblico dominio tramite Wikipedia
Il primo “selfie” della storia. Immagine di pubblico dominio tramite Wikipedia

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Aggiornato Maggio 2026

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