Giovanni Chiaramonte

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C’è una parola che ritorna con insistenza nei testi critici dedicati a Giovanni Chiaramonte, una parola che egli stesso usava volentieri per descrivere la propria pratica fotografica, e quella parola è «testimonianza». Non testimonianza nel senso giornalistico del termine, non la testimonianza del reporter che si trova al posto giusto nel momento giusto e porta a casa la prova visiva di un evento accaduto: una testimonianza di natura diversa, più lenta e più profonda, che ha a che fare con la presenza del fotografo nel mondo come atto di attenzione consapevole, come disponibilità a lasciarsi attraversare dalla realtà invece di dominarla, come apertura verso l’altro nella sua irriducibile alterità. Per Chiaramonte fotografare è un atto quasi religioso nel senso etimologico del termine, un atto che lega, che connette, che crea un legame di responsabilità tra chi guarda e ciò che viene guardato. Questa dimensione etica e spirituale della fotografia, che in lui non è mai stata predicazione né retorica ma pratica concreta e quotidiana, è il tratto più caratteristico e più profondo di una figura intellettuale che è stata tra le più influenti nella fotografia italiana degli ultimi quarant’anni, non soltanto per la qualità del proprio lavoro ma per la capacità di trasmettere agli altri una visione del medium come forma di conoscenza e di responsabilità civile.

Giovanni Chiaramonte nasce a Gallarate, in provincia di Varese, il 22 maggio del 1945, da una famiglia di origini siciliane. La formazione culturale è quella di un intellettuale formato alla tradizione umanistica italiana: il liceo classico, gli studi in filosofia, la frequentazione assidua della letteratura e della musica, un interesse verso la storia dell’arte che si sviluppa parallelamente alla pratica fotografica e non ne è mai separabile. Comincia a fotografare nei primissimi anni Settanta, in un momento in cui la riflessione teorica sulla fotografia in Italia è ancora in gran parte assente o marginale rispetto al dibattito internazionale. Il confronto con il pensiero di Henri Cartier-Bresson, di Minor White, di Paul Strand, con la tradizione della fotografia americana di grande formato che da Ansel Adams a Walker Evans aveva elaborato un’etica dello sguardo di straordinaria serietà, offre a Chiaramonte i riferimenti teorici che la fotografia italiana del tempo non era ancora in grado di fornirgli.

La formazione cattolica non è un dato biografico secondario nella comprensione del suo lavoro: è una chiave di lettura fondamentale. Non nel senso che la sua fotografia sia «religiosa» in modo illustrativo o devozionale, non nel senso che abbia come soggetti privilegiati le chiese o i riti sacri. È religiosa in senso più profondo e più laico allo stesso tempo: nell’idea che la realtà visibile non si esaurisca in se stessa, che ogni superficie rimandi a qualcosa che la supera, che lo sguardo attento sul mondo sensibile sia già una forma di apertura verso una dimensione che trascende il puramente fenomenico. Questa sensibilità verso la trascendenza nell’immanente, verso il mistero nascosto nella quotidianità, avvicina Chiaramonte a tradizioni molto diverse tra loro: alla mistica cristiana e alla grande teologia contemporanea (da Von Balthasar a Evdokimov), certo, ma anche alla fenomenologia di Husserl e Merleau-Ponty, e a quella tradizione della fotografia americana che Minor White aveva chiamato «fotografia equivalente», l’idea cioè che ogni immagine fotografica, se realizzata con sufficiente attenzione e profondità interiore, sia capace di evocare stati dell’essere che vanno al di là del soggetto rappresentato.

La ricerca sul territorio italiano, avviata nella seconda metà degli anni Settanta e confluita in opere fondamentali come Giardini e paesaggi (1983), è il primo grande ambito in cui la poetica di Chiaramonte si manifesta in modo compiuto. Egli percorre l’Italia settentrionale, la Lombardia industriale, il Piemonte operaio, il Veneto in piena trasformazione economica, fotografando non i luoghi della storia né quelli del pittoresco ma quelli del lavoro quotidiano, della vita ordinaria, della fatica e della resistenza degli individui di fronte alla pressione del sistema economico e sociale. Ma a differenza dei fotografi di tradizione documentaria, che in quei soggetti cercano il documento sociale, la denuncia, la testimonianza politica, Chiaramonte vi cerca qualcosa di diverso: la presenza umana in quanto tale, la dignità irriducibile dell’individuo anche nei contesti più anonimizzanti, quella scintilla di interiorità che nessun processo industriale riesce a spegnere del tutto. Le sue fotografie di operai, di pendolari, di casalinghe nei mercati rionali non sono mai fotografie di una condizione: sono fotografie di persone, di volti singoli, di sguardi che portano in sé una storia individuale che non si riduce alla categoria sociale cui appartengono.

La riflessione sul paesaggio, avviata parallelamente al lavoro sulle figure umane e poi diventata progressivamente il centro dell’opera, porta Chiaramonte a confrontarsi con la tradizione della fotografia di paesaggio europea e americana da una prospettiva filosofica che pochi altri fotografi italiani avrebbero avuto la formazione per sviluppare. Il paesaggio per Chiaramonte non è mai il paesaggio nella sua accezione naturalistica né in quella pittoresca: è il paesaggio come testo, come superficie in cui si possono leggere le tracce della storia, del lavoro umano, del tempo che passa e che lascia i propri segni su ogni superficie con la stessa impassibile continuità con cui una matita lascia tracce su un foglio. Fotografare il paesaggio significa per lui leggere queste tracce, decifrare questa scrittura involontaria che la storia inscrive nel territorio, riconoscere nel paesaggio contemporaneo, per quanto trasformato e spesso deturpato dalla modernizzazione, la persistenza di strati di senso che la superficie attuale non cancella ma nasconde.

Il volume La misura dell’Occidente (frutto anche dello straordinario sodalizio con l’architetto Álvaro Siza) e i suoi ampi cicli fotografici dedicati ai viaggi in Europa, in Russia, nelle Americhe e in Terrasanta – come l’iconico lavoro su Gerusalemme – costituiscono il terreno in cui la sua riflessione sul paesaggio acquista una dimensione comparativa e interculturale di straordinario respiro. Chiaramonte porta nei diversi scenari del mondo lo stesso sguardo che aveva sviluppato sul paesaggio italiano: un’attenzione alle superfici costruite, alle tracce del tempo, alla relazione tra gli spazi antropizzati e quelli naturali, alla luce come strumento di rivelazione della struttura profonda dei luoghi. Ma in quei paesaggi diversi trova anche il confronto con culture visive radicalmente altre, con tradizioni di rappresentazione dello spazio che mettono in discussione le categorie percettive e geometriche con cui è cresciuto l’uomo occidentale, spingendo la sua ricerca verso i confini della spiritualità e dell’architettura.

La collaborazione con Luigi Ghirri, di cui Chiaramonte è stato tra gli interlocutori intellettuali più vicini e più profondi, e la partecipazione al progetto Viaggio in Italia del 1984 collocano il suo lavoro all’interno del contesto più ampio del Nuovo Paesaggio Italiano, con il quale condivide molte preoccupazioni fondamentali pur mantenendo una specificità che lo distingue dagli altri autori del gruppo. Rispetto a Ghirri, che portava nella fotografia del paesaggio una leggerezza ironica e una distanza critica che nasceva dalla semiotica e dal postmodernismo, Chiaramonte esprime qualcosa di più grave e di più denso, una serietà che viene dalla tradizione filosofica e dalla sensibilità religiosa, una convinzione che il paesaggio sia un testo sacro nel senso più alto del termine, qualcosa che merita di essere letto con rispetto e con attenzione totale, senza ironia e senza distanza critica, ma con quella partecipazione piena che è la condizione del vero incontro con l’altro.

La scrittura è, per Chiaramonte, una dimensione costitutiva della propria pratica intellettuale e non un’appendice alla fotografia. I suoi testi teorici, pubblicati in volumi cruciali come L’occhio e la luce (2010), Fotografia (2013) e Salvare l’ora (2022), sono tra i contributi più originali e più densi che un fotografo italiano abbia offerto alla riflessione sul proprio medium. Non si tratta di saggi tecnici né di commenti autobiografici alle proprie fotografie: sono riflessioni filosofiche sulla natura della fotografia come forma di conoscenza, sulla sua capacità di dire qualcosa di vero sul mondo, sulla responsabilità del fotografo verso i soggetti che rappresenta e verso gli spettatori che accoglieranno le sue immagini. In questi testi emerge con grande chiarezza la specificità della posizione di Chiaramonte nel panorama della fotografia italiana: non un formalista né un documentarista, non un concettualista né un umanista nel senso tradizionale del termine, ma qualcosa di più difficile da classificare e di più interessante, un fotografo che crede nella fotografia come atto di testimonianza responsabile nel senso più pieno e più impegnativo del termine.

L’insegnamento, praticato per decenni come docente di Storia e Teoria della Fotografia presso la Libera Università IULM di Milano, la Facoltà di Architettura di Palermo e in numerosi altri contesti formativi, è una dimensione fondamentale della sua figura. Chiaramonte è stato per generazioni di giovani fotografi e studiosi italiani non soltanto un modello visivo ma un maestro nel senso più ricco del termine, qualcuno che trasmetteva non solo una tecnica o un’estetica ma una visione del mondo, una postura intellettuale ed etica di fronte alla realtà, la convinzione che fare fotografia seriamente significhi prima di tutto pensare seriamente, che ogni immagine sia già una risposta a una domanda che il fotografo si è posto consapevolmente o inconsapevolmente, e che la qualità di quella risposta dipenda dalla profondità e dalla serietà della domanda che l’ha generata. Molti dei fotografi italiani più interessanti emersi tra gli anni Novanta e i primi Duemila portano nel proprio lavoro, visibilmente o in modo più nascosto, le tracce di questo insegnamento, di questo modo di guardare che Chiaramonte ha trasmesso con la generosità e la pazienza di chi sa che il vero insegnamento non si consegna ma si conquista lentamente, attraverso l’esempio e la pratica.

La scomparsa di Giovanni Chiaramonte, avvenuta il 18 ottobre 2023, ha lasciato un vuoto profondo nella cultura italiana, ma l’eredità del suo lavoro e la profondità dello sguardo che ha portato sulle cose del mondo rimangono un punto di riferimento imprescindibile. La sua opera continua a interrogarci su come si fa la fotografia e perché, per quale ragione profonda valga la pena di continuare a generare immagini in un’epoca in cui esse si moltiplicano senza sosta e il rischio dell’indifferenza visiva è più concreto che mai. La sua risposta a questa domanda è nella qualità di ogni singola fotografia che ha realizzato nel corso di cinquant’anni di cammino: in quella attenzione totale, in quella presenza piena, in quella testimonianza responsabile che trasforma ogni scatto in un atto di affermazione silenziosa della dignità del vedere.

Biografia Ufficiale e Scomparsa

2. Filosofia della Fotografia (“Testimonianza” e “Mistero”)

3. I Veri Progetti e Libri (Il Paesaggio e l’Occidente)

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