Caio Mario Garrubba

Napoli non è una città che lasci indifferenti, e Caio Mario Garrubba, che vi nasce il 19 dicembre del 1923 da una famiglia della borghesia colta, porta per tutta la vita quella città dentro di sé con l’intensità peculiare di chi è cresciuto in un luogo in cui le contraddizioni della storia italiana si manifestano nella loro forma più concentrata e più visibile. Napoli è l’estremo Sud che guarda il Mediterraneo, la città in cui l’opulenza barocca e la miseria proletaria si toccano in ogni vicolo, in cui l’antico e il contemporaneo convivono senza soluzione di continuità, in cui la storia ha depositato i propri strati come un geologo paziente e la vita quotidiana si svolge su quella stratificazione senza che nessuno si stupisca troppo. Da quella città Garrubba porta via una forma di attenzione verso l’umanità ordinaria, verso le facce degli anonimi, verso i gesti della vita di strada, che è la radice più profonda di tutto il lavoro che seguirà.

La formazione universitaria è classica: Garrubba si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia, e benché non completi gli studi porta nell’intero arco della propria carriera la sensibilità umanistica che quella formazione gli ha trasmesso, la capacità di leggere le situazioni fotografiche non solo come sequenze visive ma come eventi culturali carichi di storia, di significati simbolici, di rimandi a una tradizione più ampia. Nel 1946, ancora studente, si avvicina alla politica militante attraverso il Partito Comunista Italiano, con cui collabora attivamente per alcuni anni lavorando per i giornali del sindacato CGIL e del patronato INCA. È un impegno che non è mai puramente strumentale: Garrubba crede genuinamente nella possibilità di un cambiamento sociale radicale, in quella promessa di giustizia e di riscatto che il marxismo offriva alle generazioni cresciute nell’ombra del fascismo e della guerra. Questa fede, che si trasformerà progressivamente in disincanto senza mai diventare cinismo, orienta per decenni la sua scelta dei soggetti fotografici e il suo modo di guardarli.

Nel 1952 compie il viaggio che inaugura la carriera di fotoreporter: va in Spagna, nella Spagna franchista che è ancora sotto la dittatura di Francisco Franco, uno degli ultimi regimi fascisti dell’Europa occidentale, e vi scatta le sue prime fotografie professionali. Sono fotografie della Spagna ordinaria, della vita nelle strade di Madrid e Barcellona, dei mercati, delle feste popolari, delle case dei poveri nelle periferie operaie; non fotografie di denuncia esplicita, ma immagini di un paese che la dittatura aveva isolato e che il mondo occidentale stava iniziando a riscoprire nella sua complessità. Quelle prime immagini spagnole vengono pubblicate su «Il Mondo» di Mario Pannunzio, la rivista che in quegli anni funzionava come laboratorio intellettuale della cultura laica e liberale italiana, e ne ricevono l’imprimatur di qualità che segnerà l’inizio di una carriera di lunga durata.

Caio Mario Garrubba
Di Alla Folomietov Garrubba – Alla Folomietov Garrubba, collection personnelle., CC BY 2.5 it, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50690576

Da quel momento in poi, Garrubba diventa uno dei fotoreporter più nomadi e più infaticabili della sua generazione. Nei decenni successivi percorrerà il mondo con una sistematicità che pochi colleghi hanno eguagliato: Polonia, Cecoslovacchia, Unione Sovietica, Mongolia, Brasile, Stati Uniti, Marocco, Giappone, Tahiti, Nuova Zelanda, Australia. Ma è la fotografia dei paesi del blocco comunista che gli vale la definizione con cui il suo nome è passato alla storia della fotografia italiana: lo scrittore Goffredo Parise, suo amico intimo e interlocutore intellettuale di lunga data, lo chiama «il fotografo del comunismo della speranza». L’espressione è precisa e sfumata allo stesso tempo: non «del comunismo», tout court, che sarebbe propaganda, né «del comunismo reale», che sarebbe denuncia; ma «della speranza», di quella dimensione utopica e spesso tragicamente ingenua che il comunismo portava con sé per milioni di persone nei paesi dell’Est, quella promessa di un futuro migliore che il sistema stava sistematicamente tradendo ma che gli uomini e le donne comuni continuavano a coltivare nelle proprie vite quotidiane, nel lavoro, nella famiglia, nella cultura.

Il viaggio in Cina del 1959 è l’apice di questa stagione. Garrubba è il primo fotoreporter occidentale ad accedere alla Repubblica Popolare Cinese dopo Henri Cartier-Bresson, che vi era stato alla vigilia della Rivoluzione, nel 1949. Siamo nel decimo anniversario della fondazione della Repubblica maoista, e la Cina sta attraversando uno dei periodi più drammatici della propria storia recente: il Grande Balzo in Avanti, la campagna di collettivizzazione forzata voluta da Mao Zedong, sta causando una delle più grandi carestie del XX secolo, con decine di milioni di morti per fame nelle campagne. Garrubba non lo sa ancora: la macchina di propaganda del regime è efficiente, i giornalisti stranieri vengono guidati lungo percorsi controllati, la realtà dei villaggi affamati è nascosta agli occhi del mondo. Ma nelle fotografie che egli scatta in quell’occasione, tra gli operai delle fabbriche di Shanghai, i contadini delle campagne dello Shandong, i pescatori del delta del Pearl River, i soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione in parata a Pechino, si insinua qualcosa che sfugge alla retorica ufficiale: lo sguardo degli individui, quella densità umana irriducibile che nessuna ideologia riesce a cancellare completamente, la speranza e la stanchezza simultaneamente iscritte sui volti di persone che stanno vivendo la storia con il proprio corpo.

Il corpus cinese ammonta a 4198 fotografie distribuite su 125 rullini, conservate nell’Archivio Storico dell’Istituto Luce. È un numero che dice qualcosa dell’approccio di Garrubba al lavoro: non sceglie prima di sparare, non calcola il fotogramma perfetto con la precisione geometrica di Cartier-Bresson. Cammina, osserva, aspetta, scatta con abbondanza, poi seleziona. La selezione finale è severa, ma la generosità dello scatto è la condizione necessaria per poterla esercitare: tra duemila fotografie la probabilità di trovare il frame decisivo è evidentemente maggiore che tra venti. Questa metodologia intensiva, questa disponibilità a consumare pellicola senza risparmio pur di non perdere il momento, è un tratto che distingue Garrubba dall’ortodossia cartier-bressoniana del fotogramma unico. Egli non crede nell’unicità del momento: crede nella ricchezza del flusso, nella fertilità della sequenza, nella necessità di muoversi con la vita invece di fermarsi ad aspettarla.

La statura fisica di Garrubba, che era un uomo di notevole altezza, non è un dettaglio trascurabile nella comprensione del suo lavoro. Il suo punto di vista è letteralmente quello di chi vede il mondo dall’alto, che lo costringe a ripensare continuamente l’angolazione, a scendere quando vuole essere allo stesso livello dei bambini, a calarsi quando fotografa la gente seduta, a trovare soluzioni prospettiche che la sua statura imponeva come problemi formali ricorrenti. Ne risulta una visione spesso sorprendente nella sua geometria: le sue fotografie di strada hanno una struttura verticale che non assomiglia alla fotografia convenzionale a livello d’occhio umano medio, e che conferisce alle figure umane una monumentalità involontaria, quasi scultoria. I bambini nei vicoli napoletani, i contadini mongoli accanto alle loro yurte, i mendicanti sotto i portici di Bologna: fotografati dall’alto verso il basso perdono qualcosa della loro presenza ordinaria ma acquistano una presenza visiva di diversa qualità, come se la distanza fisica diventasse anche una distanza simbolica che consente di vederli in modo più nitido, più essenziale.

Gli anni della collaborazione con «L’Europeo» e con «L’Espresso», le due riviste che negli anni Sessanta e Settanta erano il cuore del giornalismo di qualità italiano, sono quelli in cui la tecnica di Garrubba si affina ulteriormente e la sua visione acquista una maturità piena. I reportage dai paesi socialisti continuano, sempre più raffinati nella loro capacità di cogliere le contraddizioni interne di quei sistemi, le crepe nel muro della propaganda, gli spiragli di umanità irriducibile che si aprono anche nelle strutture più rigidamente controllate. Il reportage dall’Unione Sovietica della destalinizzazione, realizzato in diverse occasioni tra la fine degli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta, mostra un paese in movimento, incerto tra il peso del passato stalinista e le promesse di una riforma che Kruscev sta cercando di realizzare senza riuscire a controllarne le conseguenze. Garrubba vi documenta non le grandi cerimonie pubbliche né i discorsi dei leader, ma la vita ordinaria: le file davanti ai negozi, le serate di lettura negli appartamenti comuni, i giovani che discutono di poesia e di musica jazz nelle cucine dei kommunalki, i bambini che giocano sulla neve davanti alle torri di cemento armato delle periferie moscovite.

Il ritiro dall’attività fotografica professionale avviene intorno al 1990, dopo quasi quarant’anni di lavoro sul campo. Garrubba si stabilisce a Spoleto, città dove aveva trovato un ambiente culturalmente vivace e una comunità di amici intellettuali che lo accompagneranno per il resto della vita. Gli ultimi venticinque anni sono quelli della riflessione retrospettiva, della riedizione dei vecchi lavori, della collaborazione con l’Archivio Luce per la catalogazione e la conservazione di un fondo di oltre centomila immagini che è uno dei più importanti archivi di fotografia documentaria italiana del dopoguerra. La scoperta tardiva da parte della critica, che solo negli anni Duemila ha cominciato a riservare a Garrubba l’attenzione sistematica che meritava, ha coinciso con una rivalutazione più generale del fotogiornalismo italiano degli anni Cinquanta e Sessanta, finalmente riconosciuto come un contributo fondamentale non solo alla storia dei media ma alla storia dell’arte visiva italiana nel senso più ampio.

Caio Mario Garrubba muore a Spoleto il 3 maggio del 2015. Lascia un archivio che è, nella sua enorme ampiezza geografica e tematica, qualcosa di più di un archivio fotografico: è la mappa visiva di mezzo secolo di storia mondiale vista attraverso gli occhi di un napoletano curioso, appassionato, capace di portare ovunque la stessa qualità di sguardo, quella sensibilità verso l’individuo nella collettività, verso il gesto privato nello spazio pubblico, verso la speranza come condizione anthropologica irriducibile anche nei contesti più avversi. «Il fotografo del comunismo della speranza»: il titolo che Parise gli aveva assegnato con quella frase fulminante è rimasto come il più preciso e il più generoso dei necrologi, la sintesi di una vita spesa a cercare, in ogni angolo del mondo, la traccia di quella speranza che non si arrendeva mai del tutto.

Fonti

 

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Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.

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